Lavoro Agile pubblica amministrazione

Un lavoro agile anche per la Pa o una nuova riserva indiana del lavoro pubblico?

Computer portatile, Notebook, Lcd, rotto, schermo, rotto, rotto, rotto, schermo, demolito, Computer, telelavoratore, disastro, lavoro, male, giornoLavoro agile vuol dire digitalizzazione, flessibilità oraria, valutazione dei risultati, interazione di competenze. Ma soprattutto vuol dire passare dalla logica gerarchica del controllo a quella partecipativa basata su libertà e responsabilità reciproche. Ad essere “agile”, quindi, non è la prestazione di lavoro in sé, ma la persona. Che si tratti di rapporto di lavoro pubblico o privato non deve fare la differenza. Eppure, ancora una volta, si rischia di incappare nel cliché di una intuizione che nasce dal privato e si innesta tardivamente nel “pubblico”, depotenziata di tutta la carica di innovazione della quale è portatrice.

A fronte dei due disegni di legge sul lavoro agile che a breve inizieranno il loro iter parlamentare, la Pa si prepara ad accogliere questa novità con armi spuntate in partenza. Nelle maglie di un articolo della riforma Madia intitolato alla promozione della conciliazione vita lavoro si chiede alle amministrazioni di adottare misure organizzative per la diffusione del telelavoro e di nuove modalità spazio temporali di svolgimento della prestazione lavorativa. Obiettivo: entro l’agosto del 2018 almeno il 10% dei lavoratori pubblici che ne facciano richiesta deve potersi avvalere di queste nuove modalità di lavoro senza subire penalizzazioni ai fini del riconoscimento di professionalità e della progressione di carriera. Il concetto di smart working in tal modo viene ristretto e confuso con uno strumento di conciliazione vita lavoro. In più vengono circoscritti i potenziali beneficiari, persino contingentandoli a priori (il 10% di coloro che ne fanno richiesta).

Ma se è vero che per lavoro agile si intendono tutte le nuove modalità di lavoro indotte dalle tecnologie digitali, sarebbe riduttivo puntare al solo incremento del tele – lavoro nella Pa. E sarebbe ancor più incoerente farlo a fronte di una legge che di fatto affida alla digitalizzazione dei servizi per cittadini, famiglie e imprese gran parte della sua forza riformatrice.

Oggi, la percentuale di uffici pubblici che consente ai propri dipendenti di lavorare in sedi e orari diversi da quelli della struttura di appartenenza è inferiore al 2%. La maggior parte sono concentrati in amministrazioni come l’Inail e l’Inps che, non a caso, vantano una diffusione di servizi digitalizzati superiori ad altre amministrazioni. Allora perché affidare la costruzione di una Pa agile alla lungimiranza organizzativa di qualche ente? Perchè non puntare alla Pa proprio come terreno privilegiato di sperimentazione?

Per cambiare il ciclo produttivo del servizio pubblico verso una maggiore qualità, velocità, personalizzazione, appropriatezza, bisogna scardinare le basi di un impianto organizzativo inadeguato ai nuovi bisogni. I vantaggi ci sono e sono reciproci: da un lato un utilizzo più efficiente di spazi e strutture con evidenti risparmi sui costi di funzionamento della macchina amministrativa, dall’altro la libertà del lavoratore di gestire i tempi di lavoro e fare delle sue competenze il fulcro dell’innovazione.

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