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Somme a titolo transattivo e contribuzione: revirement giurisprudenziale

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di Gabriele Fava*

È di pochi giorni fa una significativa pronuncia della Corte di Cassazione che ritorna sulla dibattuta questione della assoggettabilità o meno a contribuzione delle somme erogate dal datore di lavoro a titolo transattivo.

Con un cambio di rotta rispetto al consolidato orientamento secondo il quale le erogazioni del datore di lavoro derivanti da titolo transattivo finalizzato a evitare un rischio di lite, in assenza di riconoscimento, neppure parziale, del diritto del lavoratore, non sono assoggettabili a contribuzione, la Suprema Corte ha sentenziato che tali somme non possono essere sottratte alla pretesa contributiva per il solo fatto che le parti abbiano attribuito quel titolo all’erogazione.

Secondo la Cassazione, infatti, a norma dell’art. 12 della legge n. 153 del 1969 (nel testo vigente all’epoca dei fatti), non conta – o meglio non basta – la qualificazione attribuita dalle parti a quelle elargizioni, spettando al giudice, in caso di eventuale controversia con l’Ente previdenziale, accertare se esse dipendano dal rapporto di lavoro e pertanto debbano essere assoggettate ai contributi (salvo le ipotesi esplicitamente escluse, tra le quali rientra l’incentivo all’esodo, ove corrispondente all’effettiva situazione litigiosa) oppure derivino da un titolo autonomo diverso e distinto dal rapporto di lavoro.

A tanto il Supremo Collegio giunge tenendo conto, da un lato, del principio secondo il quale tutto ciò che il lavoratore riceve, in natura o in denaro, da parte del datore di lavoro in dipendenza e a causa del rapporto di lavoro rientra a pieno titolo nell’ampio concetto di retribuzione imponibile ai fini contributivi (sempre a norma dell’art. 12 della legge n. 153 del 1969); dall’altro, del principio della assoluta indisponibilità, da parte dell’autonomia privata, dei profili contributivi che l’ordinamento collega al rapporto di lavoro.

Vale a dire che, essendo l’Inps del tutto estraneo agli accordi tra il datore di lavoro ed il lavoratore, la volontà delle parti di escludere un nesso causale tra l’erogazione oggetto della transazione ed il rapporto di lavoro non può bastare di per sé ad impedire all’Istituto previdenziale di avanzare pretese, né al giudice, conseguentemente, di accertare la dipendenza dell’erogazione dal rapporto di lavoro stesso.

E nel caso in esame, avendo la Corte escluso la ricorrenza del titolo di incentivo all’esodo, dato che il rapporto era già estinto al momento della lite, riguardando diverse pretese retributive, ha ritenuto certa la dipendenza dell’erogazione transattiva dal rapporto di lavoro.

Si legge, testualmente, nella sentenza: “la Corte territoriale non ha fatto corretta applicazione di tali principi ed ha seguito un percorso logico-giuridico incoerente, in quanto, pur ravvisando un nesso, almeno parziale, tra l’attribuzione patrimoniale e le rivendicazioni per inquadramento superiore, TFR o indennità di preavviso, ha poi disatteso tale relazione ponendo a carico dell’INPS l’onere di dimostrare in quale misura il titolo dell’erogazione trovasse tale giustificazione, concludendo che, in difetto di tale prova, l’intera somma doveva essere considerata estranea al rapporto di lavoro. Oltre al vizio logico intrinseco a tale opzione interpretativa, che svaluta lo stesso dato letterale assunto a fondamento del ragionamento, la soluzione si pone in contrasto con i principi sopra riportati, poiché non occorre un nesso di corrispettività per ritenere la “dipendenza” della erogazione dal rapporto di lavoro”.

*Avvocato giuslavorista

 

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