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Socialmente dispersi

di Paola Martano

L’Italia ha un tasso di abbandono scolastico al 18,8%: è quanto si desume dalla lettura dei dati dell’ultima rilevazione Eurostat relativa al 2011.

I giovani tra i 15 e i 24  anni hanno un’incidenza di Neet del 19,3%: questo è il dato che si evince invece dal rapporto sul mercato del lavoro 2011-2012 redatto dal Cnel. Lo stesso rapporto sottolinea “come l’elevata quota di giovani che risulta priva di occupazione e non coinvolta in un percorso formativo, ponga l’Italia ai margini delle statistiche Ocse, anche in considerazione dell’elevato tasso di abbandono scolastico registrato tra la popolazione giovanile italiana”.

È la sovrapponibilità dei due dati a spingerci a credere che la dispersione scolastica porti in sé il seme della dispersione sociale. Dall’impoverimento culturale dipende un’evidente regressione: nessun paese può avere progressione economica se si abbandona all’imbarbarimento.

È quindi necessario interrogarsi sulle cause della dispersione, comprenderne le dinamiche e valutare l’efficacia degli interventi. Non basta infatti preoccuparsi solo degli effetti.

Per realizzare, allora, un’efficace lotta alla dispersione scolastica bisognerebbe elaborare strumenti che permettano di conoscere nel dettaglio il fenomeno. Proveremo a proporne alcuni.

Innanzitutto l’anagrafe degli studenti andrebbe agganciata ad un sistema che ne registri il percorso successivo seguito: è necessario sapere se il giovane è rientrato in altro percorso formativo o di lavoro, o se si è perso definitivamente.

In secondo luogo bisognerebbe evitare di far ricadere sulla scuola e, in particolare, sulle spalle degli insegnanti, responsabilità che sono proprie della politica. Si è infatti attuato un continuo impoverimento dell’offerta formativa, a causa del quale la scuola dell’obbligo ha subito continui interventi disorganici, privi di un progetto coerente.  Se infatti è opportuno tagliare le spese improduttive, è invece inaccettabile applicare tagli lineari.

In terzo luogo è necessario un approccio  integrato al rinnovamento della scuola, e non riforme emergenziali e sporadiche: occorre una strategia di lungo periodo che permetta di programmare interventi coordinati tra Governo e Regioni.

Solo attraverso un’inversione dell’azione politica si potrà mirare ad un reale processo di “acquisizione della cittadinanza” nell’istruzione dei giovani, che  in questo modo, avranno la possibilità concreta di diventare ottimi cittadini e ottimi lavoratori: quanto più la scuola sarà al centro degli investimenti, non solo economici, tanto più si otterrà una effettiva crescita intellettuale delle sue nuove generazioni. È infatti la crescita intellettuale di un Paese a generare valore, ad aumentare la ricchezza, a ripagare lo sforzo dell’investimento.

In questo progetto soltanto ci sarebbe davvero spazio per gli esclusi, di cui si potrebbero valorizzare le capacità e le competenze, per consentire il loro inserimento in un processo, che veramente auspichiamo, di sviluppo sociale ed economico del nostro Paese.

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2 Commenti
  • Gabriella Saretto
    30 Ottobre 2013 at 20:13
    Reply

    Cara Paola, purtroppo il disegno politico, partito negli anni settanta, di distruggere la scuola è stato attuato. Ora ci vorranno altri 40 anni per rimetterla in sesto, a patto che lo si voglia. Il tuo articolo suggerisce delle soluzioni, che mi sembrano efficaci, ma secondo me c’è da riqualificare tutto il corpo insegnante. La scuola italiana, se non sbaglio, è attuata dagli insegnanti, sia a livello esecutivo che direttivo; ebbene, i docenti sono del tutto privi di responsabilità, oppure non sono del tutto all’altezza della situazione? Certo che con gli stipendi attuali un laureato capace e preparato sceglie altri percorsi lavorativi. Il lavoro dell’insegnante è oggi socialmente svalutato e allora chi, potendo realizzarsi, sceglierà questo percorso? So di dire cose poco sindacali, ma è quello che penso, avendo vissuto nelle aule per 42 anni. Spero di esserti stata utile un abbraccio Gabriella

  • renzo
    30 Ottobre 2013 at 19:33
    Reply

    Un buon articolo pienamente condivisibile.

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