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Sacconi: la morte di Biagi e l’ideologia che blocca il lavoro. Oggi a Roma, il convegno in ricordo del ‘cattolico riformista’.

di Maurizio Sacconi (*)

Marco_Biagi_2Certificazione, contrattazione aziendale e arbitrato sono strumenti disegnati da Biagi, disponibili ma frenati da blocchi ideologici. Ogni pretesa di controllo politico significa solo sfiducia in lavoratori e imprenditori. Quella sfiducia che Marco, cattolico e riformista, non aveva perché orientato da una visione positiva dell’uomo. 

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Undici anni fa, il 19 marzo 2002, le Br uccidevano sotto la sua casa bolognese di via Valdonica il giuslavorista Marco Biagi, docente universitario, consulente del ministero del Lavoro e tra gli ispiratori della legge 30 sul mercato del lavoro. «È uno dei nostri eroi», ha detto il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri. Roberto Maroni ha deciso di intitolargli una sala della Regione Lombardia. E oggi a Roma Biagi sarà ricordato dal sindaco di Bologna Virginio Merola e dal ministro del Welfare Elsa Fornero.

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Caro direttore,
l’anniversario della tragica morte di Marco Biagi costituisce da undici anni motivo di riflessione su un mercato del lavoro viziato da sovraccarico ideologico e monito a prendere con più decisione la via «naturale» che egli ebbe modo di indicare con tanta preveggenza. Biagi si preoccupava del «lavoro che c’è ma non si vede». E invero le regolazioni più duttili da lui suggerite hanno determinato un rilevante fenomeno di emersione di lavori irregolari fino alla crisi e alla legge Fornero. Ma egli voleva provvedere anche al «lavoro che non c’è» nella convinzione che le regole cattive e complicate inibiscono la propensione a intraprendere e assumere anche quando se ne avverte il bisogno.

L’Italia non è stato forse il Paese degli esagerati investimenti in tecnologie di processo a risparmio di lavoro? Ora il lavoro è davvero crollato ed è elevato il livello di sotto impiego del nostro capitale umano, specie giovanile, pur in presenza di una forte contrazione demografica. Ne porta rilevante responsabilità il nostro sistema educativo, così chiuso al mondo del lavoro e occupato a garantire i cattivi educatori anche a costo di percorsi vuoti ma disorientanti chi disperatamente cerca un titolo per un lavoro.

Che fare? Soccorre ancora il suo pensiero perché a misura della persona. Biagi suggeriva un testo unico semplice contenente solo le norme fondamentali, inderogabili e applicabili a tutti i lavori. Lo Statuto dei Lavori, appunto. E poi tanta libera contrattazione, quanto più prossima alla concretezza dei bisogni di persone e imprese. Perciò collettiva a livello aziendale, ma anche individuale purché «certificata» nella libera volontà dei contraenti. Marco insomma detestava il centralismo che tutto pretende di uniformare con il risultato che moltissime situazioni lo rifiutano, si sommergono o non si esprimono per nulla. Ora, nel mezzo della grande crisi, servirebbe onorarlo non solo con cerimonie, premi e convegni, ma soprattutto applicandone le idee. Le alterne vicende politiche hanno depositato un intrico contraddittorio di norme.

Certificazione dei contratti individuali, regolazione dei contratti aziendali, arbitrato per la rapida risoluzione delle controversie sono strumenti disegnati da Biagi, disponibili ma frenati da blocchi ideologici e opportunismi associativi. La disciplina delle tipologie contrattuali è stata resa incerta e complicata. Tasse e contributi sono diventati insostenibili. Cancelliamo di corsa molte disposizioni e detassiamo subito i primi contratti permanenti dei giovani, con particolare riguardo all’apprendistato che unisce apprendimento e lavoro. Avviamo poi una legge delega per il nuovo, semplice, testo unico-Statuto e rispettiamo l’autonomia contrattuale nei luoghi del lavoro e della produzione. Ogni pretesa di controllo politico significherebbe solo sfiducia in lavoratori e imprenditori. Quella che Marco, cattolico e socialista riformista, non aveva perché orientato da una visione positiva dell’uomo.♦

Maurizio Sacconi
www.amicimarcobiagi.com
Presidente Associazione Am
(*) Tratto da Corriere della Sera del 19 marzo 2013
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