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Prime riflessioni sull’accordo sulla rappresentanza

di Roberto Di Maulo *

In premessa lascia sconcertati l’assoluta assenza di una premessa al documento che lo  contestualizzi e ne spieghi le ragioni; in un momento di grande crisi, con disoccupazione al record storico, esercizi commerciali che chiudono, fabbriche che delocalizzano, con interi settori (siderurgia tra tutte) al collasso, un cuneo fiscale che uccide il lavoro, un accordo sulla rappresentanza era l’ultima delle cose di cui sentivano la necessità i lavoratori e gli industriali. Non si può che rimanere basiti, quindi, di fronte all’esultanza con cui il governo e i partiti di sinistra hanno accolto questa intesa.

  • L’intesa parte dall’assunto che dovranno essere certificati i dati della rappresentatività delle Organizzazioni Sindacali attraverso la certificazione delle deleghe e dei voti ottenuti nelle elezioni delle RSU. Nessuna certificazione è necessaria per le Organizzazioni Datoriali (che evidentemente sono rappresentative per definizione e per scelta divina). Affermiamo subito che questa “certificazione” è impossibile per due buone ragioni: non viene considerato che nel settore privato non esiste un “Election Day” come nel pubblico impiego e che si vota soltanto nei metalmeccanici (grandi e medie imprese), nei chimici (grandi imprese) e nel settore della grande distribuzione. Nel resto del mondo del lavoro non avvengono da sempre regolari elezioni di RSU, ma nomine delle RSA spettanti solo ai sindacati stipultanti il CCNL (solitamente i tre confederali); inoltre la raccolta delle deleghe per il tramite della delega trattenuta dalle Aziende spetta solo ai sindacati stipulanti, come vedremo in seguito.
  • Il numero delle deleghe viene certificato dall’INPS e trasmesso al CNEL: a parte che ci sarebbe da obiettare sulla terzietà e neutralità di organismi composti in larga maggioranza dai firmatari stessi dell’accordo (chi controlla il controllore??), ma la vera questione è un’altra: secondo la legge 300/70 riformata dal referendum, oggi le aziende possono operare trattenute sindacali esclusivamente ai sindacati firmatari i contratti collettivi. Vengono quindi escluse dalla possibilità di certificare propri iscritti tutte quelle sigle che non sono firmatarie del CCNL e, quindi, per la proprietà transitiva, saranno conteggiate esclusivamente le deleghe di CGIL, CISL, UIL.
  • Ai fini della misurazione del voto espresso dai lavoratori vengono inoltre “ricompresi soltanto i voti validi ottenuti nelle elezioni delle RSU dai sindacati firmatari la presente intesa”: ecco nuovamente una conventio ad escludendum assolutamente illeggittima, autoritaria ed anticostituzionale. Il voto dei lavoratori pesa soltanto se espresso a favore di una organizzazione firmataria l’intesa.
  • Anche qua è il CNEL, non si capisce con quale competenza e garanzia di terzietà come detto prima, che raccoglie i dati, elabora e pondera e stabilisce per editto quale Organizzazione Sindacale può sedersi al tavolo del rinnovo del CCNL (ovviamente scegliendo tra i sindacati firmatari la presente intesa e non tra tutti).
  • Il massimo della anti democraticità (e della assoluta inapplicabilità) al punto 7 dell’intesa si stabilisce che anche la titolarità della contrattazione di secondo livello spetta alle Organizzazioni Sindacali che abbiano i requisiti di cui sopra, impedendo ogni titolarità di diritti contrattuali a libello aziendale anche a sigle che abbiano il 100% della rappresentanza in Azienda. Per meglio specificare il concetto, anche Organizzazioni Sindacali che non avessero raggiunto i requisiti a livello nazionale, ma li avessero ampiamente raggiunti a livello di Unità Produttiva non potrebbero esercitare i diritti di rappresentanza a livello aziendale o locale, ma li avrebbero esclusivamente le Organizzazioni Sindacali che hanno superato i limiti nella misurazione a livello nazionale. Tutto questo anche se, come capita sovente, non avessero neanche un iscritto nell’Unità Produttiva in questione, con il risultato paradossale che chi è rappresentativo resta escluso dalla contrattazione di secondo livello, mentre chi non è rappresentativo esercita tutti i diritti.
  • Mancano completamente ogni richiamo ad un sistema sanzionatorio sull’esigibilità degli accordi, senza il quale la piena esigibilità delle intese resta una pia intenzione.

Sulla base di quanto detto in premessa (l’assoluta non attualità di un evento del genere in questo momento) e dell’assoluta antidemocraticità, come minimo, del testo dell’accordo si può formulare la domanda conclusiva.

A chi giova??? E perché è stato realizzato un siffatto accordo???

A nostro avviso è un accordo consociativo che rafforza esclusivamente il potere di coloro che lo hanno sottoscritto, blindando di fatto un’egemonia sulle forze del lavoro e presentando i firmatari come interlocutori forti di un governo debole e diviso. Ne aumenta il peso di lobbing e ripristina quel sistema immobilizzante della concertazione che il governo Monti aveva mandato in soffitta tra le cose vecchie.

Rimette in pista la Fiom, che potrà continuare a giovarsi del doppio vantaggio di essere contemporaneamente al governo e all’opposizione, facendo un’amnistia degli ultimi dieci anni nei quali quell’organizzazione è stata più movimento politico che organizzazione sindacale, ma non risolvendo i problemi che ci avevano portato in quella condizione.

Mette ai margini della clandestinità tutte le Organizzazioni Sindacali libere da condizionamenti politici e per questo giudicate scomode anzitutto da Confindustria e dalla signora Camusso.

Ripristina l’idillio nato due estati fa tra Squinzi e la Camusso, costretto ad andare nel dimenticatoio per l’opera positiva del governo Monti e negativa della Fiom.

Un accordo non voluto e richiesto da nessuno degli associati alle organizzazioni firmatarie, che hanno ben altri problemi, ma salutato con altisonanti paroloni (arrivando perfino ad essere chiamato storico da gran parte dei media). Accordo concluso soltanto per sancire il loro accrescere di peso politico nello scenario, desolante, della politica nazionale e per ribadire la loro pretesa egemonia su tutte le forze del lavoro; in ultima analisi, un accordo nato soltanto per contrastare il declino e il crescente distacco esistente tra le Organizzazioni firmatarie e le loro rispettive basi, per arginare dissensi e novità come quelle costituite dalla contrattualistica FIAT.

In ogni caso la FISMIC contrasterà questo accordo con tutte le sue forze, sia riunendo tutte le forze del sindacalismo autonomo e partecipativo in un unico contenitore, sia chiamando tutti i potenziali esclusi a verificare le condizioni per ricorsi in sede amministrativa e giudiziaria da aprire congiuntamente.

Inoltre la FISMIC, forte del fatto che la legge non può essere peggiorata da accordi e che, in tal caso, valgono le leggi dello Stato e non gli accordi peggiorativi, farà riferimento a quanto disposto dalla legge italiana in materia di lavoro e rappresentanza, a partire dal dettato costituzionale (che garantisce la libertà associativa e il diritto del lavoratore e della impresa a farsi rappresentare liberamente e senza vincolo alcuno), ad arrivare all’applicazione integrale della legge 300/70 e facendo valere i diritti acquisiti da trenta anni di contrattazione nazionale, come ad esempio avviene oggi nel contratto nazionale dell’industria metalmeccanica e dell’installazione di impianti.

*Segretario Generale Fismic

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