Alle Sei

“Per fare la guerra agli accordi pirata rischiano le intese di prossimità”

da LIBERO – Quella di Maurizio Sacconi è una voce critica sull’accordo tra Confindustria e sindacati. A partire dagli strumenti normativi ipotizzati: non adeguati se per il presidente uscente della Commissione lavoro del Senato è più che mai oggi necessario non rischiare di rimettere anche i rapporti collettivi di lavoro nelle mani di una giurisprudenza invadente. Così come, ci spiega, non crede in organizzazioni sociali rese simili ad apparati pubblici, anziché espressioni di una società libera e aperta.

L’annuncio della firma del “patto della fabbrica” è stato pubblicizzato come uno “stop” ai cosiddetti contratti pirata. Una buona notizia?

Dovremmo innanzitutto definire cosa siano i contratti “pirata”. Non possiamo fare l’equazione tra contratti sottoscritti da organizzazioni minori e tutele affievolite dei lavoratori. Anche perché credo che nell’evoluzione delle relazioni industriali, più che preoccuparci della legittimità di contratti nazionali destinati a diventare cornici leggere e derogabili, dovremmo auspicare lo sviluppo e la diffusione di quelli “di prossimità”, dove ci si guarda negli occhi: accordi aziendali, di territorio, di filiera, di cluster… E’ più utile individuare i soggetti legittimati a realizzare questi accordi di prossimità: devono essere tutti coloro che nel concreto di ogni specifica situazione sono rappresentativi anche se lo sono meno sul piano nazionale. Ne’ ci deve preoccupare la omogeneità di questi accordi al punto da pretendere forme di controllo centralizzato in nome di coerenze che risulterebbero niente altro che rigidità.

Auspicherebbe contratti meno rigidi e più fantasiosi?

Sì, con l’obiettivo della reciproca adattabilità di lavoratori e datori di lavoro, alla ricerca nelle singole circostanze concrete delle migliori modalità per introdurre le nuove tecnologie, dare valore al lavoro, crescere insieme, diventare più efficienti e distribuire equamente i risultati. In quell’industria, in quel territorio il lavoratore deve avere continuamente il diritto ad accedere a competenze, conoscenze, abilità e ad una retribuzione che premi la sua professionalità. Sono diritti che si declinano solo in prossimità. E’ questo il vero terreno negoziale da sostenere superando il timore delle imprese di perdere il controllo sul costo del lavoro e il pregiudizio sindacale per l’omogeneita’ delle retribuzioni.

La scelta di lasciare ampia flessibilità a ciascuna categoria circa il modello retributivo è un passo in avanti?

Immaginiamo astrattamente che un settore che non abbia ancora sottoscritto un contratto nazionale debba scegliere tra il modello metalmeccanico e quello chimico. Un accordo simile a quello del settore metalmeccanico sarebbe forse “pirata” rispetto all’altro, perché non dispone un aumento ex ante e rinvia in sussidiarietà agli accordi aziendali gli incrementi retributivi? C’è oggi una pluralità di modi di gestire le relazioni industriali. Certo, sia chiaro, questo pluralismo deve avere un pavimento che non può essere derogato. Diritti, tutele, livelli di retribuzione devono corrispondere all’equità del compenso e alla dignità della persona che lavora di cui parla la nostra Costituzione. Dati questi principi e contenuti inderogabili, il contratto deve essere libero, né pilotato né controllato. Il diritto comunitario e internazionale definisce questi diritti e queste tutele fondamentali. E a proposito dei livelli retribuitivi essenziali penso che li potrebbe identificare un largo accordo interconfederale tra tutte le associazioni che abbiano una rappresentanza nazionale minima ma siano riconosciute rilevanti in nicchie aziendali o territoriali.

Riusciranno le associazioni dei datori di lavoro a trovare regole comuni per misurare la propria rappresentatività?

Sono favorevole all’autoregolazione ma contrario a una legge sulla rappresentatività che si estenderebbe inevitabilmente ai criteri democratici interni ad ogni organizzazione. Anche perché mi spaventa condurre le relazioni di lavoro ancora di più nei tribunali. Ho sognato e proposto l’arbitrato per la risoluzione extragiudiziale di ogni contenzioso in materia di lavoro. Credo quindi nella trasparenza sul grado di rappresentatività di ogni associazione non solo a livello nazionale ma anche locale e sul libero e duttile impiego dello strumento contrattuale senza monopoli e monolitismi.

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