Blog Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Garantire l’equo compenso di tutte le prestazioni professionali.

pubblicato su Bollettino Adapt

Ritorna opportunamente l’esigenza di una regolazione certa per l’equo compenso delle prestazioni professionali. Se ne era parlato molto nella fase finale della scorsa legislatura quando la Commissione Lavoro del Senato tentò infruttuosamente il varo di un provvedimento dedicato. Mentre, da un lato, si misero di traverso coloro che preferivano la libera contrattazione trattando il lavoro indipendente come le imprese, emerse in un decreto fiscale, dall’altro, la volontà dello stesso Governo di tutelare gli avvocati nel loro impari rapporto con committenti forti come banche e assicurazioni. Ne sorti’, sulla base di molte sollecitazioni esterne e interne al Parlamento, una norma estesa a tutte le professioni ordinistiche secondo la quale la remunerazione delle prestazioni avrebbe dovuto corrispondere quantomeno ai parametri già vigenti per l’orientamento del giudice chiamato a dirimere un contenzioso. Non fu subito chiaro se quella disposizione si applicasse solo ad alcuni committenti o alla generalità delle attività professionali regolate. Recentemente il tema si è riproposto a seguito della emanazione di bandi pubblici per l’acquisizione di servizi professionali a titolo gratuito. Contemporaneamente, fonti di governo e della maggioranza parlamentare hanno ipotizzato di regolare tutto il lavoro indipendente in base ad un salario minimo inderogabile su base oraria. Come al solito il pendolo italiano tende ad oscillare tra due estremi, quello della contrattazione libera del prezzo fino alla gratuità e quello della paga oraria vincolata. Nel primo caso vi sarebbe una contraddizione con la agevole constatazione secondo cui la maggior parte dei professionisti si configurano come contraenti deboli. Nel secondo caso si verrebbe a negare quella evoluzione di tutti i lavori, inclusi quelli subordinati, per cui vengono misurati e remunerati in base ai risultati che producono relativizzando il vincolo temporale. Si tratta quindi di riprendere le ipotesi già formulate nel recente passato per cui le prestazioni dei professionisti organizzati in ordini e collegi dovrebbero essere remunerate secondo i già citati parametri definiti dai ministeri competenti qualunque sia il committente. E gli altri professionisti non regolati dovrebbero invece ricevere compensi corrispondenti almeno agli usi rilevati dal Ministero dello Sviluppo Economico attraverso il sistema delle Camere di Commercio. Su queste basi inderogabili dovrebbe altresì essere possibile una contrattazione collettiva tra associazioni dei committenti e dei prestatori sul modello degli accordi economici collettivi sottoscritti dagli agenti di commercio. Una ormai solida dottrina la ammette in quanto la tutela di una giusta remunerazione di tutti i lavori costituisce un accettabile limite del principio costituzionale della libertà d’impresa. Come al solito, aiutano il buon senso e l’osservazione della realtà.

Maurizio Sacconi

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Tutele crescenti: de profundis

di Antonio Vallebona, Professore ordinario di Diritto del lavoro – Università di Roma “Tor Vergata” – pubblicato su
www.massimariogiurisprudenzadellavoro.it

Corte Costituzionale 8 novembre 2018, n. 194 – Pres. Lattanzi-Est. Sciarra

L’art. 3, comma 1, d.lgs. 4 marzo 2015, n. 23 che prevede l’indennità per il licenziamento ingiustificato parametrata a due mensilità dell’ultima retribuzione per ogni anno di servizio è incostituzionale in quanto contrasta con il principio di eguaglianza e di ragionevolezza.

SOMMARIO:

1. La sentenza della Corte cost. n. 194/2018 è molto lunga (circa 40 pagine), di cui quasi la metà è dedicata allo svolgimento del processo (“Ritenuto in fatto”).

L’altra metà (“Considerato in diritto”) è suddivisa in due parti, la prima ripete ancora gli argomenti del giudice remittente dichiarandone in parte l’irrilevanza o l’inammissibilità, mentre la seconda (dal punto 6 in poi) è la vera motivazione (cioè un terzo della sentenza) che è anch’essa lunga più del necessario.

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Il mio canto libero/ Produttività del lavoro e contratti erga omnes

Pubblicato su Bollettino Adapt

L’Istat ha prodotto nei giorni scorsi il settimo Rapporto sulla competitività dei settori produttivi. Le differenze più significative con i Paesi concorrenti riguardano la produttività del lavoro che, tra il 2000 e il 2016, è aumentata dello 0,4% in Italia, di oltre il 15% in Francia, Regno Unito e Spagna, del 18,3% in Germania. Si tratta di un valore medio che può essere fortemente influenzato dalle dimensioni di impresa che in Italia, come è noto, risultano più che altrove di taglia piccola e medio-piccola. Così come ogni statistica italiana va letta tenendo conto che secondo la stessa fonte l’economia sommersa è ancora il 12,4% del Pil. Ma in ogni caso l’anomalia è fin troppo evidente e, anche considerando il rapporto tra il lavoro e gli investimenti tecnologici, non può non rilevarsi l’influenza negativa delle tradizionali regole da leggi e contratti collettivi. Da anni peraltro tutti gli osservatori istituzionali invitano l’Italia a collegare i salari con indicatori di efficienza e produttività, inclusi gli incrementi delle competenze. E se è evidente che questi indicatori non sono ricavabili dalle medie nazionali di settore, solo in azienda le parti possono concretamente rilevarli concordando anche i modi con cui migliorarli. Nel caso delle piccolissime imprese possono al più essere i territori l’ambito idoneo per lo scambio negoziale purché anche in questo caso si superi la pigra riproposizione dei perimetri istituzionali per cercare le dimensioni più omogenee dei distretti e delle filiere così da fare vera contrattazione interaziendale. Perché, appunto, il tema è quello della sostituzione di accordi formali, burocratici, ripetitivi, leggeri con scambi veri, faticosi, intensi quali si possono generare solo in prossimità. Se è finito il tempo del contratto come risultato di un conflitto distributivo nazionale, quasi politico, “a spanne e a prescindere”, dovrebbe subentrare la stagione della trattativa sui modi con cui condividere le fatiche e i risultati di una crescita mai scontata. Per questa occorrono investimenti nelle tecnologie e nelle competenze che si declinano solo nel concreto delle singole circostanza d’impresa o di grappolo di imprese. Ha senso allora concentrare tutta l’attenzione sui contratti nazionali e sulla loro efficacia erga omnes come rischia di accadere con la legge sul salario minimo? Non è forse meglio invece favorire la contrattazione locale lasciandole spazio, riducendo ancor più il prelievo fiscale sulla sua quota di salario, garantendole sempre efficacia certa su tutti i lavoratori quando le decisioni sono condivise dalla maggioranza?

Questa è l’unica via per accordi “sensibili”, ovvero destinati a soddisfare davvero i bisogni e le aspettative dei lavoratori e delle imprese. E a ricostruire così la loro fiducia negli organismi di rappresentanza.

Maurizio Sacconi

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La contrattazione di prossimità, frontiera avanzata di uno sviluppo partecipato

Pubblichiamo a seguire l’intervento di Luigi Sbarra in occasione della presentazione del libro Teoria e pratica delle relazioni adattive di prossimità – Roma, CNEL, 27 febbraio 2019



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A Torino grande successo per l’evento “Nuovi Scenari per le relazioni sindacali e la contrattazione collettiva”

Molti partecipanti al convegno sui contratti di prossimità promosso dall’agenzia per il lavoro Synergie al Centro Congressi Unione Industriale Torino e che è stata anche occasione per la presentazione del volume “Teoria e pratica delle relazioni adattive di prossimità”, di Maurizio Sacconi.
L’evento è stato dedicato all’analisi dell’evoluzione delle relazioni di lavoro con particolare riguardo ai contratti di prossimità attraverso una ricognizione delle norme e delle buone pratiche che li sostengono.
La regolazione legislativa pesante ed i contratti collettivi nazionali invasivi si sono a lungo giustificati con la pretesa sindacale della uguaglianza dei lavoratori nelle produzioni seriali indotte dalla seconda rivoluzione industriale e con la volontà delle controparti di mettere al riparo le imprese dal pericolo di più livelli di rivendicazione sulle stesse materie. 
Oggi la cornice normativa deve essere leggera e durevole perché il suo cambiamento richiederebbe tempi non confrontabili con quelli dei processi reali che non potrebbe peraltro mai avere la pretesa di fissare. 
La fonte legislativa dovrebbe avere soprattutto la funzione da un lato di indicare i contenuti inderogabili perché correlati ai principi come agli obblighi sovranazionali e, dall’altro, quella di capacitare la negoziazione tra i corpi sociali, le imprese e le persone. 
Una regolazione quindi non sostitutiva ma scatenatrice della vitalità sociale, dell’adattamento reciproco, duttile e continuo che si realizza necessariamente in prossimità.

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Il mio canto libero/ Salari minimi e mediani: soluzioni osservando la realtà

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Il tema dei salari minimi e mediani merita una attenzione sincera e perciò sottratta alla deformazione pre-elettorale. Nel nostro mercato del lavoro regredito si manifestano a questo proposito ben cinque ordini di patologie. Molti lavoratori subordinati sono ancora costretti in una dimensione sommersa soprattutto – ma non solo – nel mezzogiorno. Altri lavoratori dipendenti soggiaciono al ricatto di chi li costringe a restituire una parte del salario dichiarato. Molti lavoratori autonomi, inclusi taluni professionisti ordinistici, sono remunerati poco o nulla nel nome del libero mercato. Larghissima parte dei lavoratori subordinati non partecipano dei risultati aziendali attraverso premi variabili a causa di una contrattazione centralizzata invasiva che è stata sostenuta dall’ideologia dell’egualitarismo e dall’opportunismo datoriale. A tutto ciò dobbiamo aggiungere il fenomeno crescente dei lavoratori poveri in quanto involontari part-timers. In questo contesto non appaiono efficaci alcune soluzioni ipotizzate. La definizione di un salario minimo di legge per i soli lavoratori subordinati non coperti dalla contrattazione collettiva ( il 15% circa del totale) è quantomeno superflua perche’ la giurisprudenza ha sempre ritenuto il datore di lavoro obbligato ad applicare il contratto collettivo più prossimo . L’idea di un salario minimo europeo generalizzato confligge con le profonde differenze economiche e sociali tra Paesi come la Germania ed altri come la Romania. La applicazione a tutte le collaborazioni delle tutele proprie della subordinazione, a partire dalla paga oraria dei contratti collettivi, non corrisponde alle stesse esigenze dei prestatori autenticamente indipendenti e può far sommergere molti lavori. Meglio quindi lasciare alla legge innanzitutto la definizione di un equo compenso per i lavoratori indipendenti in base agli usi rilevabili dal sistema delle Camere di Commercio. Su questa base potrebbero prodursi poi accordi economici collettivi tra associazioni di committenti e di prestatori autonomi sul modello degli agenti di commercio. Meglio potenziare le capacità della contrattazione collettiva di ogni livello per i lavoratori subordinati anche attraverso l’ampliamento della quota di salario premiale detassata. Necessaria una maggiore capacità ispettiva e un migliore controllo sociale contro le illegalità. Indispensabile la ripresa della crescita della economia e la sua traduzione efficiente in ore lavorate (anche nel mezzogiorno) se vogliano riattivare il circolo virtuoso dei redditi e dei consumi che ha come presupposto un clima di fiducia e di vitalità.


Maurizio Sacconi

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La salute della persona nelle relazioni di lavoro: il rapporto ADAPT – Amici di Marco Biagi

A seguire trovate il rapporto realizzato da ADAPT e AMICI DI MARCO BIAGI dal titolo “La salute della persona nelle relazioni di lavoro”.

Scarica qui il rapporto ADAPT – AMB

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AMB Consiglia

TEORIA E PRATICA DELLE RELAZIONI ADATTATIVE DI PROSSIMITÀ: il libro di Maurizio Sacconi

Maurizio Sacconi, in collaborazione con Martina Marmo

TEORIA E PRATICA DELLE RELAZIONI ADATTATIVE DI PROSSIMITÀ, 
Gruppo 24Ore

Questa pubblicazione è dedicata alla evoluzione delle relazioni di lavoro con particolare riguardo ai contratti di prossimità attraverso una ricognizione delle norme e delle buone pratiche che li sostengono. 
La regolazione legislativa pesante ed i contratti collettivi nazionali invasivi si sono a lungo giustificati con la pretesa sindacale della uguaglianza dei lavoratori nelle produzioni seriali indotte dalla seconda rivoluzione industriale e con la volontà delle controparti di mettere al riparo le imprese dal pericolo di più livelli di rivendicazione sulle stesse materie. 
Oggi la cornice normativa deve essere leggera e durevole perché il suo cambiamento richiederebbe tempi non confrontabili con quelli dei processi reali che non potrebbe peraltro mai avere la pretesa di fissare. 
La fonte legislativa dovrebbe avere soprattutto la funzione da un lato di indicare i contenuti inderogabili perché correlati ai principi come agli obblighi sovranazionali e, dall’altro, quella di capacitare la negoziazione tra i corpi sociali, le imprese e le persone. 
Una regolazione quindi non sostitutiva ma scatenatrice della vitalità sociale, dell¿adattamento reciproco, duttile e continuo che si realizza necessariamente in prossimità.

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Infografica dal Centro Studi Confindustria – Il digitale sostituirà l’uomo con le macchine?

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Il mio canto libero/ Onorare Biagi accettando la sua scomodità

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Il rituale della pluralità di eventi attraverso i quali viene ricordato Marco Biagi, dopo diciassette anni, si è consolidato da un lato e continua a rinnovarsi dall’altro. La ragione di tanta vitalità postuma è rinvenibile nella originalità del metodo della sua ricerca e del merito di molte sue intuizioni. Comparatista fra moltissimi sciovinisti del diritto del lavoro, auspicava che l’Italia potesse così uscire dalle forti connotazioni ideologiche della sua vicenda politica e sociale per andare incontro ad un diritto europeo leggero quale pavimento inderogabile per duttili relazioni collettive sussidiarie, soprattutto di prossimità. Nel merito comprese per primo la fine della seconda rivoluzione industriale e con essa del lavoro omologato nelle produzioni seriali. Sono due elementi che lo rendono oggettivamente attuale e scomodo. Perché da noi il vecchio impianto ideologico del lavoro come condanna e, conseguentemente, delle tutele rigide e meramente difensive tende carsicamente a riproporsi ogniqualvolta il cambiamento suscita sentimenti di paura del futuro nella società. Per questo alcuni preferiscono ricordarlo solo per la vicenda della scorta negata, che pure avrebbe meritato una verità anche se non penalmente rilevante. Ed altri sono portati a collocarlo in una icona astrattamente metodologica così da evitare ogni confronto con la sua modernità. Eppure quanto scrisse nel Libro Bianco del 2001, e che segno’ la sua condanna a morte, è ancora lì a mettere in mora i protagonisti istituzionali e sociali delle politiche del lavoro. In particolare, se il mondo sta cambiando con progressione geometrica nel senso che si accentuano  le continue transizioni occupazionali e professionali, le tutele “bloccanti” rallentano l’evoluzione delle imprese e impoveriscono le competenze dei lavoratori. Non c’è santo che tenga. L’Italia deve imparare a fare bene ciò che ha sempre fatto male, la formazione, e reimparare a fare benissimo ciò che da tempo ha disimparato a fare, l’istruzione. Anche se significa mettere in discussione vecchi metodi e contenuti pedagogici scomodando corporazioni autoreferenziali. Onorarlo significa discutere quindi con sincerità delle sue straordinarie intuizioni anche se tuttora divisive.

Maurizio Sacconi

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