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Oltre il patto della fabbrica: un solo contratto nazionale per l’industria e diffusi accordi aziendali o interaziendali

pubblicato su Bollettino Adapt

Il nuovo Presidente di Confindustria Bonomi rende un omaggio formale al patto della fabbrica ma poi chiede alle organizzazioni sindacali di ripensare il modello contrattuale non tanto dal punto di vista dei due livelli quanto, piuttosto, sotto il profilo dei compiti da assegnare all’uno e all’altro. Se il contratto nazionale assume quale funzione principale lo sviluppo dei fondi dedicati alle prestazioni sociali complementari, ne dovrebbe derivare un allargamento del perimetro di applicazione in modo da assorbire i maggiori rischi connessi alla assistenza di lungo termine e alla tutela sanitaria oltre la pensione. In teoria, potremmo ipotizzare una contratto-cornice per tutta l’industria, dedicato al welfare e ai fondamentali principi come il diritto-dovere all’apprendimento continuo. Ma il cuore della contrattazione si sposterebbe alla dimensione territoriale e, ovunque possibile, aziendale. Nella faticosa ripresa, ciascuna impresa vive percorsi originali. E i territori o le filiere, o i cluster di imprese, non sono mai omologabili. Non dimentichiamo che i tradizionali divari si sono ulteriormente incrementati. In ciascuno di questi contesti, aziendale o interaziendale, le parti possono negoziare le modalità più olistiche di prevenzione e sorveglianza sanitaria,  i termini di una formazione efficace, la certificazione delle competenze, il superamento dei vecchi inquadramenti professionali, gli incrementi retributivi connessi con le competenze, la produttività, i risultati. Non hanno senso quindi aumenti salariali decisi dai vecchi contratti nazionali perché da un lato i settori disegnati dai codici Ateco non sono più attuali e, dall’altro, l’inflazione è così bassa che non si pone un problema di indifferenziata tutela del potere di acquisto. Contratti nazionali invasivi nell’industria si giustificano solo con le esigenze di sopravvivenza delle burocrazie nazionali. La necessità di rendere peraltro esigibile la negoziazione in prossimità anche per le piccole e piccolissime imprese si dovrebbe declinare con le flessibilità imposte dalla realtà. Gli ambiti di applicazione dei contratti interaziendali possono corrispondere tanto ai perimetri delle istituzioni regionali o provinciali quanto alle diverse concentrazioni territoriali o alle relazioni di filiera. Dipende. Ciò che conta è considerare le imprese e il lavoro al di fuori di schemi precostituiti, con approccio naturale e principio di osservazione. In questo modo i problemi vengono affrontati nella loro concretezza e le soluzioni risultano (relativamente) semplici.

Maurizio Sacconi

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