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Modello già vecchio, il welfare si adatti alle nuove insicurezze

Pubblicato su Il Sole 24 Ore

Caro Direttore,

leggo con una certa sorpresa l’intervista del Presidente Boeri nella quale si attribuisce a me e al collega Damiano il proposito di bloccare il collegamento tra età di pensione ed aspettativa di vita cui conseguirebbero oneri di finanza pubblica di straordinaria entità. La cosa un po’ mi offende perché sono l’autore di quella norma anche se applicata ad una età ben inferiore a quella stabilita in un solo balzo dalla riforma Fornero. Tutto il mio lungo impegno parlamentare è stato d’altronde dedicato a rendere più sostenibile il sistema previdenziale collaborando al tentativo di De Michelis nel 1984, alla manovra Amato nel 1992, alla riforma Maroni nel 2006. Oggi ho condiviso con Damiano l’esigenza immediata di rallentare l’ulteriore allungamento della vita lavorativa di una generazione già prossima a pensione nel momento in cui ha subito un repentino spostamento dell’età obbligatoria di circa sei anni. Un po’ di buon senso per tutti non guasta dopo una riforma rigidissima e successive deroghe ad essa per singoli segmenti sociali, dagli esodati ai precoci ai beneficiari dell’Ape sociale, che hanno così favorito solo alcuni e comportato impegni di spesa per quasi venti miliardi. Per favorire un sereno confronto, numeri alla mano, tra Governo e Parlamento non abbiamo nemmeno precisato i termini della possibile rimodulazione.

Il nodo vero che prima o poi dovremo affrontare e’ piuttosto quello di un modello di previdenza pubblica già vecchio perché disegnato ancora nel tempo di un mercato del lavoro relativamente stabile ed attuato garantendo all’Europa ben più di quanto richiesto. Giorno dopo giorno, invece, i percorsi lavorativi si fanno sempre più discontinui per disoccupazione involontaria o per esigenze di cura, di procreazione, di formazione. I più, come da sempre le donne, non potranno accumulare i periodi contributivi utili ad una pensione anticipata e saranno costretti ad attendere l’età di “vecchiaia” a circa 70 anni non sempre lavorando. Come allora conciliare le esigenze di sostenibilità sociale e finanziaria? Dal punto di vista metodologico, il prossimo passo verso una compiuta Unione Fiscale in Europa dovrebbe essere la convergenza in materia previdenziale. In termini sostanziali, il sistema dovrebbe appoggiarsi diffusamente su due pilastri flessibili e modulabili in modo da adattarsi ai bisogni di ciascuna persona. La flessibilità non dovrebbe riguardare solo l’uscita ma anche l’entrata, ovvero le possibilità di versamenti volontari e risparmio previdenziale, tanto dei lavoratori quanto dei datori di lavoro, opportunamente incentivate in termini di regole e trattamenti tributari. Tutto il modello di welfare dovrà adattarsi alle nuove insicurezze e, soprattutto, alla diffusione della non autosufficienza in modo da proteggere duttilmente, attraverso una idonea combinazione di previdenza, sanità e assistenza, ciascuna persona in ciascuna fase di vita.

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