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Marco Biagi, l’eredità di una riforma

Da QN

Da ben sedici anni ricordiamo Marco Biagi con intensità crescente perché le sue intuizioni sono state via via riconosciute ed accettate. L’uomo divisivo dell’art.18 e dei contratti a progetto ha infatti vinto sui suoi detrattori perché la forza delle cose ha fatto emergere la sua autentica originalità.Per Biagi, raro caso di giuslavorista sostanzialista, sono le conoscenze e le competenze, ben più della forma contrattuale, il mezzo con cui contrastare la precarietà e garantire l’occupabilita’. E il contratto di prossimità è lo strumento con cui renderle effettive in un contesto di collaborazione tra impresa e lavoratori. Ora, nel tempo del grande salto tecnologico, siamo tutti consapevoli della centralità della formazione e si fa sempre più strada lo spostamento dei rapporti di lavoro collettivi dalla indifferenziata dimensione nazionale alla specifica situazione aziendale o territoriale. Sono oggi i suoi avversari a doversi interrogare sulla loro sconfitta storica, sulle ragioni per cui nel Paese più sindacalizzato si siano cronicamente riscontrati, nel confronto con i concorrenti, i più bassi livelli di crescita, produttività, occupazione e remunerazione. Gli ideologizzati operano per simboli ed astrazioni e i lavori li preferiscono “pochi ma buoni”, ove la bontà è tutta e solo nella regola. Per questo sono stati la causa principale del rattrappimento italiano. Non a caso Biagi li metteva in mora invocando una politica del lavoro per obiettivi e non per regole, nel senso che anche le regole devono essere solo funzionali agli obiettivi. Considerava decisivo il tasso di occupazione perché metro oggettivo dell’inclusione nel mercato del lavoro. Cosi come lo preoccupavano i disoccupati se di lungo periodo perché evidentemente abbandonati a se’ stessi. Voleva contrastare il lavoro sommerso, anche con modalità semplici di regolarizzazione, perché privo delle tutele più elementari e delle opportunità di apprendimento. Da buon riformista aveva l’ansia dei risultati e dei numeri perché dietro di essi riconosceva la vita delle persone che considerava misura e fine di ogni cosa.

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