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Marchionne promuove Sacconi: l’art. 8 dà certezza non solo alla Fiat, ma a chi intende investire

Ripubblichiamo un articolo comparso sul numero 218 di Italia Oggi il 14 settembre 2011

Marchionne promuove SacconiCon una sortita tipica del personaggio (diretta, coraggiosa e senza perifrasi) Sergio Marchionne, in un colpo solo, elogia il governo e pone fine al silenzio dei grandi giornali (compresi pure quelli posseduti dalla Fiat), alla timidezza dei grandi industriali e alle perplessità dei sindacati (e la contrarietà della Cgil). «La mossa che è stata fatta adesso dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, con l’articolo 8 – ha detto ieri l’amministratore delegato della Fiat a Francoforte nel corso del Salone dell’auto – è importantissima e comincerà a dare non solo alla Fiat, ma a tutti quelli che vogliono investire in Italia, la certezza necessaria». «La manovra di Sacconi – ha riconosciuto Marchionne – ha risolto tantissimi problemi», a partire dagli accordi già firmati a Mirafiori e Pomigliano e quelli in fieri a Melfi e Cassino. In altri termini, la norma del governo dà una cornice normativa entro cui le intese negli stabilimenti Fiat per il piano Fabbrica Italia rientrano a pieno titolo nel sistema di relazioni industriali e del lavoro. «Abbiamo la certezza di poter gestire, che era la cosa importante per noi. Quello che serviva ci è stato dato, non solo a noi ma anche a tutti gli altri industriali. Cerchiamo di non trovare il pelo nell’uovo», ha aggiunto a proposito delle critiche dei sindacati. «Il provvedimento – ha concluso Marchionne – è di una chiarezza assoluta: se la maggioranza dei lavoratori è d’accordo con una proposta questa va avanti, così riusciamo a gestire qualcosa. È una cosa assolutamente civile». La sortita riguarda l’articolo 8 della manovra anticrisi che dà rilievo legislativo alla contrattazione di secondo livello. Si prevede, in altri termini, la possibilità di contratti di prossimità, quindi aziendali o territoriali, che sono in grado di cambiare il sistema delle regole del lavoro. Infatti la nuova normativa stabilisce che i contratti collettivi nazionali possono essere derogati da «contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale da associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o territoriale ovvero dalle loro rappresentanze sindacali operanti in azienda ai sensi della normativa di legge e degli accordi interconfederali vigenti compreso l’accordo interconfederale del 28 giugno 2011». 

Le deroghe possono essere efficaci erga omnes (nei confronti di tutti) «a condizione di essere sottoscritte sulla base di un criterio maggioritario relativo alle predette rappresentanze sindacali». L’articolo, di fatto, deroga a norme nazionali, compreso l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, favorendo i risarcimenti in caso di licenziamenti economici invece dell’obbligo del reintegro. Le dichiarazioni di ieri di Marchionne sono tipiche del personaggio ma atipiche per manager e capitalisti italiani. Il Lingotto infatti auspicava da tempo una cornice normativa in cui inserire gli accordi negli stabilimenti di Mirafiori e Pomigliano, cercando così di evitare i ricorsi giudiziari della Fiom-Cgil. L’intesa interconfederale siglata il 28 giugno da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil è stata valutata positivamente dalla Fiat ma riguardava per lo più il passato e non il futuro (le intese in fieri a Melfi e Pomigliano). Soltanto una legge poteva esaudire questo tipo di esigenza, dando contemporaneamente un nuovo assetto alla contrattazione decentrata italiana come auspicato da tempo dal Fmi, dalla Commissione Ue, dalla Bce e dalla Banca d’Italia che da tempo chiedevano una ulteriore liberalizzazione nel mercato del lavoro italiano. Eppure il silenzio ha finora pervaso su questo aspetto la grande stampa italiana: la Stampa di Torino si è lasciata andare a scenari vagamente orwelliani per effetto della norma, non menzionando mai la riforma del governo tra quelle poche inserite nella manovra economica; la Repubblica si è distinta finora per un commento in prima pagina titolato «Così si abolisce il diritto al lavoro»; il Corriere della Sera di ieri con la firma di Massimo Mucchetti si limitava a dire che la riforma del lavoro «è tutta da approfondire»; e sul Sole 24 Ore l’economista Carlo Dell’Aringa ha scritto un commento problematico, seppure non ostile. D’altronde industriali e banchieri non si sono eccessivamente spesi per un’innovazione peraltro lungamente invocata da loro. Certo, ci sono state le eccezioni del veneto Andrea Tomat e del torinese Gianfranco Carbonato. Ma la confederazione presieduta da Emma Marcegaglia, pur avendo chiesto l’erga omnes della norma all’esecutivo, che ha assecondato la richiesta, è rimasta titubante rispetto all’offensiva mediatica con tanto di sciopero generale indetto dalla Cgil, che ha puntato tutte le carte contro l’articolo 8 della manovra. La strategia del sindacato guidato da Susanna Camusso ha sortito la ritrosia della Cisl, che per bocca di Raffaele Bonanni si è impegnata a non toccare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nei futuri accordi di secondo livello. Emblematica di una larga parte della base confindustriale è stata l’opinione espressa alcuni giorni fa da Luigi Abete, ex presidente di Confindustria, attuale presidente di Assonime e Bnl: «L’articolo 8 che il governo ha inserito nella manovra non riduce il dualismo ma l’aumenta. Crea infatti una disparità tra le imprese dove il sindacato è forte e quelle dove è debole o assente. Oltre ad aprire un vulnus nell’accordo del 28 giugno». Marchionne la pensa diversamente.

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