Lavoro privato Mercato del lavoro

Le fragili ragioni di chi propone l’abolizione della cassa integrazione

di Silvia Spattini*

Nel commentare la necessità di rifinanziare la cassa integrazione in deroga, alcuni autorevoli esperti di mercato del lavoro hanno criticato duramente la CIGS e la CIG in deroga, ritenendola uno strumento utilizzato in modo distorto, poiché tiene in vita aziende decotte, produzioni cioè destinate alla chiusura, e conseguentemente mantiene «in vita artificiosamente» rapporti di lavoro destinati a cessare (cfr. F. Pacifico, Il totem della cassa integrazione non regge alla prova sviluppista, in ilfoglio.it, 25 aprile 2013, in Boll. ADAPT, 2013, n. 16, alla sezione rassegna stampa). Una posizione del resto non nuova, avanzata già dagli stessi commentatori con l’inizio della crisi e, sebbene per un breve lasso di tempo, proposta anche dall’ex Ministro Fornero nelle prime ipotesi di riforma di quella che sarebbe poi diventata la legge n. 92 del 2012.

Certamente inaccettabile è l’utilizzo snaturato delle casse integrazione guadagni soltanto per procrastinare la chiusura delle aziende e la cessazione dei rapporti di lavoro (sul punto e per un approfondimento generale sul tema, sia consentito di rimandare a S. Spattini, Il funzionamento degli ammortizzatori sociali in tempo di crisi: un confronto comparato, in DRI, 2012, n. 3.) Proprio in questa ottica e nella logica di tutelare il reddito dei lavoratori in caso di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa in attesa della ripresa della normale attività dell’impresa, la legge n. 92 del 2012 ha invero già disposto, a decorrere dal 1° gennaio 2016, l’abrogazione della norma che consente il ricorso alla cassa integrazione straordinaria in caso di procedure concorsuali, mentre già dal 1° gennaio 2013 la concessione della cassa in tali circostanze è possibile soltanto quando si abbia continuazione dell’attività lavorativa.

Con riferimento alla cassa in deroga, il tentativo attuato dalla riforma Fornero per evitare le storture del sistema e superare l’utilizzo della concessione in deroga è stato invece quello della creazione dei fondi bilaterali, destinati ai settori esclusi dalla CIG. Solo quando i fondi saranno costituiti e saranno a regime si potrà valutare la loro efficacia rispetto all’obiettivo.
Tutto ciò precisato, i casi rappresentati dagli esperti costituiscono delle storture e la patologia del sistema, ma fuori da questi esempi, chi chiede l’abolizione della cassa integrazione dimentica la vera funzione dello strumento ovvero far fronte a periodi anche prolungati di crisi economica, come quella attuale, e sostenere ristrutturazioni, riorganizzazioni e riconversioni, non solo consentendo di conservare i posti di lavoro, ma anche di mettere in condizioni le imprese di preservare il patrimonio di competenze e capacità tecniche accumulate dai lavoratori negli anni di esperienza lavorativa, nonché evitare gli elevati costi dei licenziamenti e della successiva ricerca di nuovo personale qualificato e della sua formazione.

La crisi economica è stata un laboratorio che ha consentito di verificare i diversi modelli sociali, dimostrando la rilevanza degli strumenti di integrazione del reddito in caso di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa. Anche la Commissione Europea, che aveva sempre mantenuto un atteggiamento critico verso questi strumenti, ha dovuto riconoscere che un sistema che combini strumenti di integrazione del reddito in caso di sospensione o riduzione dell’orario di lavoro con indennità di disoccupazione è più equo ed efficace rispetto ad un sistema basato esclusivamente sulle indennità di disoccupazione (cfr. European Commission, Short time working arrangements as response to cyclical fluctuation, European Economy, Occasional papers, giugno 2010, n. 64, 11).

In effetti, in questa fase di recessione economica, si è evidenziato come i paesi con modelli sociali di flexicurity – quei sistemi cioè propugnati dai fautori della abolizione della cassa integrazione e basati su una elevata flessibilità in uscita e generosi sistemi di tutela del reddito in caso di disoccupazione – hanno mostrato maggiori difficoltà di fronte alla recessione. La Danimarca (esempio del modello di flexicurity), che aveva sempre avuto buone performance del mercato del lavoro nel periodo antecedente alla crisi, ha visto più che raddoppiare il tasso di disoccupazione tra il 2008 e il 2011, mentre il tasso di occupazione è sceso di quasi 5 punti percentuali, contro una media europea di 1,5. (cfr., per un approfondimento, S. Spattini, M. Tiraboschi, Labor Market Measures in the Crisis and the Convergence of Social Models, in L. D. Appelbaum (Ed.), Reconnecting to Work, W.E. Upjohn Institute for Employment Research, Kalamazoo (Michigan) e S. Spattini, Il funzionamento degli ammortizzatori sociali in tempo di crisi: un confronto comparato, in DRI, 2012, n. 3).

Escludendo la Germania, che praticamente non è stata colpita dalla crisi, l’Italia, insieme a Austria, Belgio e Francia, dotati di sistemi di tutela del reddito in caso di sospensione dell’attività lavorativa, sono riusciti a contenere la variazione in positivo del tasso di disoccupazione e in negativo del tasso di occupazione sotto a due punti percentuali nel periodo 2008 e il 2011.

È vero, semmai, che l’efficienza di questo sistema è ottimale, quando il periodo di ricorso non si protrae troppo a lungo nel tempo e il ritrovato andamento positivo dell’economica consente la ripresa dell’attività lavorativa. Qualora invece la crisi si protragga per molti anni, come nel caso attuale, ecco che crescono le probabilità che le imprese non riescano, in effetti, a riprendere l’attività lavorativa, portando inevitabilmente alla chiusura. Ma questo non inficia la validità del sistema nel raggiungimento dei propri obiettivi e non può essere una ragione per smantellare un sistema, anche se di certo migliorabile.

Non si può pensa di sostituire il sistema basato sulla tutela del reddito in costanza di rapporto di lavoro, con un sistema esclusivamente basato sulla tutela del reddito in caso di disoccupazione. La crisi economica ha dimostrato che il primo sistema funzione come vero ammortizzatore, cioè in caso di crisi economica e di riduzione della domanda, consente di assorbire parte dell’effetto negativo sulla domanda di lavoro, evitando che la sua riduzione si traduca totalmente in riduzione dell’occupazione.

*Direttore e Senior Research fellow di ADAPT

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