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La staffetta generazionale

di Domenico Comegna

Due ambiziosi obiettivi: creare in poco tempo 100 mila nuovi posti di lavoro per i giovani e rendere un po’ più flessibile la contestatissima riforma delle pensioni Monti-Fornero. Per centrare entrambi i risultati, il neo Ministro del lavoro Enrico Giovannini, è pronto a calare l’asso nella manica. Si chiama “staffetta generazionale”, la progressiva e graduale sostituzione, negli organici delle aziende, dei lavoratori più anziani con giovani neo-assunti. In pratica, ai dipendenti che hanno ormai pochi anni di carriera davanti a sé prima della pensione (3 o 5 anni, non si capisce ancora bene), verrà offerta la possibilità di lavorare part-time, cioè con orario e stipendio ridotti.

Contemporaneamente, però, l’azienda continuerà a versare la stessa quantità di contributi prevista per chi fa l’orario a tempo pieno, in modo da evitare un taglio dell’assegno pensionistico maturato dal lavoratore. Inoltre, se l’impresa deciderà di assumere un giovane (con un contratto stabile o con l’apprendistato) e lo affiancherà al dipendente più anziano in un percorso di training professionale, riceverà un sostegno pubblico: la quota di contributi del lavoratore anziano verrà infatti pagata (almeno parzialmente) dallo Stato. Sulla carta, la staffetta generazionale riesce dunque ad accontentare tutti: i giovani che cercano disperatamente un lavoro e gli anziani che vorrebbero mettersi a riposo, ma non hanno ancora i requisiti per andare in pensione, previsti dalla legge Fornero.

Tentativi precedenti. Tutto bello dunque. Occorre ricordare però che in Italia la staffetta generazionale non è affatto una novità. Il primo che tentò di introdurla su larga scala fu Franco Marini, quando era ministro del Lavoro nel 1991. Poi ci provarono i suoi successori Tiziano Treu nel 1997 e Cesare Damiano nel 2007. Purtroppo, tutti e tre i progetti non hanno avuto esiti significativamente positivi, per quanto risulta nei casi esaminati dagli studiosi del mercato del lavoro. Negli ultimi mesi, a promuovere l’alternanza tra giovani e anziani nelle aziende, ci sta provando invece la Regione Lombardia, con un progetto sperimentale appena partito, i cui risultati sono ancora tutti da verificare. Non va dimenticato, poi, un altro particolare importante: la staffetta generazionale non è un progetto a costo zero, visto che lo Stato deve impegnarsi nel pagamento di una quota dei contributi. Secondo le stime più accreditate, per far assumere 50 mila giovani da affiancare ad altrettanti colleghi prossimi alla pensione, ci vogliono circa 500 milioni di euro di risorse: una cifra di per sé non proprio astronomica ma comunque importante.

Inoltre, poiché la staffetta generazionale è ovviamente facoltativa, ci vuole anche una motivazione forte, per convincere i lavoratori anziani a farsi da parte. Molti dipendenti non saranno disponibili a fare l’orario part-time accettando volontariamente una riduzione dello stipendio. La proposta può essere accettata di buon grado solo da chi ha già un lavoro in nero per rimpiazzare la metà di stipendio a cui dovrebbe rinunciare.

L’esperienza francese. In Italia, la recente riforma previdenziale ha allungato l’età pensionabile, portandola fino ai 70 anni. Da qui, la necessità di trovare una soluzione al problema: come conciliare giovani e senior in un mercato del lavoro saturo? A fronte delle stesse criticità, i francesi hanno pensato che i seniors, prima di andare in pensione, potessero insegnare il mestiere ai giovani. Così, hanno dato vita al “contrat de génération”, che persegue come obiettivi quello di alzare il tasso di occupazione giovanile, garantendo l’assunzione con contratto a tempo indeterminato, quello di mantenere, contemporaneamente, il senior nell’azienda, fino al raggiungimento dei requisiti pensionistici e, infine, quello di permettere che si realizzi un passaggio di competenze, durante l’anno o gli anni di permanenza di entrambi, attraverso un’attività di tutoraggio che il senior dovrà svolgere nei confronti del più giovane. Quindi, per realizzare questo passaggio di competenze, il contratto di generazione è stato pensato in modo che l’azienda possa assumere un giovane con meno di 26 anni e garantire il contestuale mantenimento del senior over 57, fino al raggiungimento dell’età pensionabile. Normalmente, la durata del contratto sarà triennale. Nello specifico, le imprese che contano tra i 50 e i 300 dipendenti, dovranno negoziare un accordo, a livello aziendale o a livello di categoria, (o piano d’azione) per poter beneficiare di un aiuto di 4 000 euro l’anno, per al massimo tre anni. Di questi 4.000 euro, 2.000 euro sono a sostegno dell’assunzione del giovane, 2.000 euro sono per il mantenimento del dipendente senior nell’azienda. Fondamentale per l’azienda, sarà quello di assicurare il trasferimento delle competenze tra questi due lavoratori, dimostrando di aver creato quella sinergia che, giustifica l’aiuto finanziario statale. Nelle imprese con meno di 50 dipendenti, l’aiuto statale sarà garantito senza la necessità che venga stipulato nessun accordo.

Conclusioni. Come si può notare, il progetto italiano, relativo al patto di generazione, non corrisponde all’idea che hanno i francesi del “contrat de génération”, come misura che deve garantire il lavoro sia ai giovani che ai seniors, attraverso la creazione di un collante tra due generazioni che non devono escludersi l’una con l’altra, ma che, al contrario, devono trovare vantaggioso collaborare, anche solo per un periodo. E il discorso vale anche per l’azienda. Sembra invece che in Italia, nonostante l’allungarsi dell’età pensionabile, il patto generazionale abbia, come unici destinatari, i giovani. Così, questo progetto, per come viene presentato, risulta ben poco allettante per un senior che si vede, da un lato, costretto ad andare in pensione sempre più tardi e, in più, dall’altra, a rinunciare ad una parte del suo stipendio, se decide di ridurre l’orario. In cambio, otterrebbe la garanzia della contribuzione pensionistica, cui avrebbe diritto se continuasse a lavorare con un contratto full-time! Quindi, anche laddove la misura venisse pensata come strumento per incentivare l’occupazione dei giovani, rischia di rimanere un progetto infruttuoso, se lo Stato non predispone delle misure per invogliare il senior a ridurre il suo orario.

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2 Commenti
  • Mario
    2 Giugno 2013 at 11:32
    Reply

    La proposta così come formulata è priva di senso logico. Oggi vivere costa molto e gli stipendi sono rimasti in “lire” mentre tutto costa il doppio. Proporre un abbassamento di stipendio a fronte di un part time, oggi, è impraticabile. Altra cosa sarebbe se fossero i figli dei lavoratori anziani a trovare lavoro ossia a scambiare con i loro padri il lavoro. In questo caso l’incentivo sarebbe forte anche se discriminatorio. Non si può con una legge (Fornero) cambiare le regole di gente che lavora da più di 30 anni, aumentargli l’età pensionabile e poi prororre un abbassamento di stipendio a fronte di un impiego di un ragazzo che se va bene prenderà due soldi. Infatti si può fare un progetto di vita con uno stiupendio precario di 1000 euro/mese? Siamo governati da gente che non ha mai veramente lavorato… purtroppo!

  • Carla Maria Cruciatti
    23 Maggio 2013 at 10:51
    Reply

    Sono pienamente d’accordo con le conclusioni: in Italia siamo sempre pronti a sfornare progetti apparentemente bellissimi ma in realtà irrealizzabili. Non si capisce se ciò accada perchè ci manca il senso pratico – la vecchia ma sempre attuale storia del mondo politico e, purtroppo, anche sindacale (ai vertici) troppo lontani dalle difficoltà vissute da chi sta in prima linea – o perchè, in realtà, si è già scelto di non investire/non spendere su questo fronte. Oso dire che il problema lavoro, anche a questo governo, interessa soltanto perchè chi non lavora non paga le tasse, tutto il resto sono sciocchezze…. Dopotutto anche la proposta di fare cassa tassando ulteriormente le pensioni più alte va in questa direzione: prelievo sicuro da ex lavoratori che hanno versato contributi e non possono sfuggire al fisco – e c’è da discutere sempre sul concetto di pensione “alta” -. Come mai non si parla più di tassare maggiormente i grandi patrimoni???

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