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Innovazione e conflitto, così Marchionne creò il miracolo Pomigliano

pubblicato su QN

Immagine ANSA

Ho incontrato Sergio Marchionnne per la prima volta con Roberto Maroni agli inizi del 2006. Egli aveva assunto la guida di Fiat da poco più di un anno e voleva realizzare un programma di razionalizzazione della forza lavoro del gruppo utilizzando anche una riedizione dei prepensionamenti. Noi avevamo da poco prodotto la riforma previdenziale per cui rispondemmo che non se ne parlava proprio. Pensai più tardi che egli, così estraneo alle nostre dinamiche politiche e sociali, poteva essere stato indotto a quella richiesta dai suoi collaboratori italiani secondo la migliore tradizione  delle ristrutturazioni senza conflitto anche se a carico del bilancio pubblico. Lo rividi  solo nell’aprile del 2010 in un incontro organizzato da quei due coraggiosi leader sindacali che sono stati Angeletti e Bonanni. L’approccio era radicalmente cambiato. Riteneva di avere un solido piano industriale per garantire nuovi prodotti a tutti gli stabilimenti con la sola eccezione di Termini Imerese. 

E nel nome di quella concreta prospettiva, ove non avesse trovato un ampio consenso sulla flessibilità degli orari e delle prestazioni per renderli competitivi, sarebbe stato pronto al conflitto. In tutti rimaneva la speranza di coinvolgere anche la FIOM Cgil ma quell’incontro nasceva proprio dal timore di un esito opposto. Non furono invero molti a condividere esplicitamente quel progetto nonostante fosse destinato a ridare una speranza di sopravvivenza in primo luogo ai siti produttivi di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. Lo stabilimento di Pomigliano era degradato sotto vari profili e faceva registrare incredibili tassi di assenteismo. Fu per questo ancor più significativa la rapidità del percorso di risanamento seguito alla vittoria referendaria dei sindacati favorevoli all’accordo. Con Cisl e Uil si schierarono anche Fismic e Ugl. Quando successivamente ebbi modo di visitare in presenza di Marchionne il nuovo impianto, memore delle vecchie linee di produzione degli anni ‘70 e ‘80, fui sorpreso dai grandi progressi realizzati in termini di qualità del lavoro prima ancora che di efficienza della produzione. I nuovi moduli orari avevano certamente cambiato la vita di molte persone ma il lavoro notturno e quello straordinario, come i premi individuali e collettivi,  beneficiavano della generosa detassazione stabilita emblematicamente dal governo Berlusconi nella prima seduta del consiglio dei ministri a Napoli. In pochi mesi uno degli stabilimenti più rappresentativi delle inefficienze del Mezzogiorno si era drasticamente trasformato in uno dei più performanti del gruppo. Lo stesso ceto politico meridionale non comprese fino in fondo la portata simbolica del “miracolo” di Pomigliano che avrebbe potuto dare luogo a processi imitativi. Venne poi il referendum di Mirafiori ma a Torino pochi ebbero il coraggio di esporsi in una battaglia coraggiosamente sostenuta dalle stesse quattro sigle sindacali che si erano già impegnate a Pomigliano. Poco tempo dopo Marchionne uscì da Confindustria e, nel nome di relazioni di lavoro non standardizzate ma adatte alle specifiche esigenze di Fiat,  sostituì il contratto nazionale dei metalmeccanici con un contratto di azienda-settore. Nell’agosto 2011 il Governo Berlusconi introdusse nel nostro ordinamento la norma che potenzia i contratti aziendali al punto da conferire ad essi, in presenza di specifiche finalità, il potere di derogare a leggi e contratti nazionali con efficacia verso tutti i lavoratori anche quando approvati a maggioranza. Peccato che quella rivoluzione nei rapporti sindacali non sia stata assecondata come avrebbe meritato. Anzi, segui una fase di quasi normalizzazione anche se oggi tutti sono prodighi di apprezzamenti per il lavoro di Marchionne proprio perché seppe andare oltre gli schemi del più comodo conformismo manageriale.

Maurizio Sacconi

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