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In arrivo nuova procedura d’infrazione in materia di pensioni anticipate dei pubblici dipendenti

di Mariella Mainolfi

L’ultima riforma delle pensioni, ad opera del decreto legge n. 201/2011 (c.d. “Salva Italia”), in nome dell’esigenza di garantire l’adeguatezza delle pensioni e la sostenibilità finanziaria, come richiesto dall’UE, ha innalzato i requisiti di età per accedere alla pensione di vecchiaia per tutti i lavoratori privati, dipendenti e autonomi, e per i dipendenti del settore pubblico e abbreviato il periodo per il superamento dello sfasamento della differenza di trattamento per le donne del settore privato.

La riforma ha inciso, poi, sulla pensione anticipata, che sostituisce per tutti i lavoratori pubblici e privati quella di anzianità e che consente di andare in pensione prima dell’età di vecchiaia, ai sensi dell’articolo 24, comma 10, del citato d.l. n. 201/2011, solo se “risulta maturata un’anzianità contributiva di 42 anni e un mese per gli uomini e 41 anni e un mese per le donne, con riferimento ai soggetti che maturano i requisiti nell’anno 2012. Tali requisiti sono aumentati di un ulteriore mese per l’anno 2013 e di un ulteriore mese a decorrere dall’anno 2014 (…)”, fermo restando l’adeguamento alla speranza di vita.

Ed è proprio in ordine alla compatibilità, ancora una volta limitatamente al settore pubblico, di quest’ultima previsione normativa (art. 24, comma 10) con la disciplina comunitaria in materia di sicurezza sociale che la Commissione Europea sta per avviare una nuova procedura d’infrazione.

Invero, il comma 10 dell’articolo 24 del d.l. n. 201/2011, applicabile anche al settore pubblico, nel prevedere un’anzianità contributiva differenziata tra uomini e donne ai fini dell’accesso alla pensione anticipata indipendentemente dall’età anagrafica, di fatto comporta, sia pure in via indiretta, una diversa età di accesso al pensionamento fra uomini e donne di età coincidenti.

La questione si ricollega alla sentenza della Corte di Giustizia del 13 novembre 2008 – Causa C-46/07, con la quale lo Stato italiano era stato condannato, per violazione del principio della parità retributiva tra gli uomini e le donne, ad equiparare l’età pensionabile delle lavoratrici e dei lavoratori nel pubblico impiego per il conseguimento della pensione di vecchiaia. Sono noti, al riguardo, gli interventi normativi succedutisi per conformarsi alla pronuncia della CGE, prima ad opera della legge di conversione n. 102/2009 del decreto legge n. 78/2009 (articolo 22-ter, comma 1), che aveva previsto inizialmente un aumento graduale dell’età pensionabile delle donne, poi successivamente con il decreto legge n. 78/2010 (articolo 12, comma 12-sexies) che, a seguito di un’ulteriore messa in mora nei confronti dell’Italia, ha portato all’equiparazione dal 1° gennaio 2012.

Tornando ai giorni nostri, il presupposto da cui parte la Commissione per affermare l’incompatibilità comunitaria della riforma in tema di pensione anticipata è lo stesso della citata sentenza, ovvero la qualificazione del regime pensionistico dei dipendenti pubblici come “regime professionale” – vale a dire istituito per una particolare categoria di lavoratori, e come tale rientrante nel campo di applicazione della direttiva 2006/54/CE, sull’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento tra gli uomini e le donne in materia di occupazione e impiego, che vieta la fissazione di età diverse di pensionamento per uomini e donne – e non invece come regime legale di pensionamento (quale è quello dell’INPS), cui si applica la direttiva 79/7/CEE, sull’attuazione graduale del principio di parità di trattamento tra gli uomini e le donne in materia di sicurezza sociale, che riguarda le pensioni obbligatorie e prevede alcune deroghe al principio della parità di trattamento, soprattutto in relazione alla fissazione dell’età pensionabile.

L’Europa ritiene che la pensione corrisposta ai dipendenti pubblici – essendo lo stesso datore di lavoro (lo Stato) a erogare il trattamento previdenziale – sia una continuazione della retribuzione percepita durante l’attività lavorativa e la inserisce nell’alveo dell’articolo 157 TFUE, che sancisce il principio della parità di retribuzione tra i lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.

Su tali basi la fissazione di un requisito, che varia a seconda del sesso, per la concessione di una pensione (che costituirebbe in questo caso una retribuzione ai sensi dell’articolo 157 TFUE) sarebbe discriminante per le donne, in quanto le stesse sarebbero “costrette” a percepire una pensione inferiore in forza dei meccanismi di calcolo previsti dal sistema, che non può essere compensato con il beneficio dell’accesso anticipato.

I chiarimenti sinora forniti dalle Autorità italiane sono stati costruiti partendo dalla dimostrazione dell’avvenuto superamento del presupposto sul quale si era basata la condanna del 2008 e si fondano gli attuali rilievi, cioè il superamento dei criteri in base ai quali la Corte ha qualificato il regime pensionistico italiano dei dipendenti pubblici quale regime professionale.

I tre criteri sono i seguenti:

  1. che la pensione interessi soltanto una categoria particolare di lavoratori;
  2. che sia direttamente funzione degli anni di servizio prestati;
  3. che il suo importo sia calcolato in base all’ultimo stipendio del dipendente pubblico.

Si è sostenuto che con la riforma, che peraltro ha previsto la soppressione dell’INPDAP e la sua incorporazione nell’ente che gestisce l’Assicurazione Generale Obbligatoria (INPS), cui sono iscritti tutti i lavoratori dipendenti, pubblici e privati, è avvenuta l’armonizzazione dei regimi pensionistici con applicazione di uguali requisiti e trattamenti e che anche gli altri due criteri sembrano venuti meno in ragione del passaggio dal sistema retributivo al contributivo o misto per tutti i lavoratori. La pensione, infatti, non viene più calcolata in base agli anni di servizio, né in base all’ultima retribuzione, ma in base all’ammontare dei contributi versati. Con l’entrata in vigore del sistema contributivo pro rata, in un sistema definito professionale e non legale (che considera la pensione alla stregua di una retribuzione), il beneficio previsto per le donne non dovrebbe ritenersi lesivo del principio di parità della retribuzione di cui all’articolo 157 TFUE, in quanto il trattamento pensionistico sarebbe comunque rapportato e proporzionato al periodo di effettiva prestazione dell’attività lavorativa.

Da ciò dovrebbe potersi legittimamente affermare che i dipendenti pubblici rientrano ormai pienamente, ai sensi della direttiva 79/7/CEE, nel regime generale, che copre tutti i lavoratori e che è, quindi, un regime legale, e non professionale, e che consente di mantenere età di pensionamento diverse per gli uomini e per le donne, non sussistendo l’obbligo giuridico di fissare lo stesso limite d’età.

Se non fosse che, pur non conoscendosi ancora nel dettaglio le obiezioni della Commissione alla “difesa” italiana, da anticipazioni informali si è appreso che il 17 ottobre p.v. si riunirà il Collegio dei Commissari, orientato verso l’apertura della procedura d’infrazione.

In effetti, le argomentazioni prodotte e sopra sintetizzate (assieme all’altra volta a giustificare la differente regolamentazione con le peculiari esigenze della donna legate al suo ruolo dominante in ambito famigliare) appaiono un po’ deboli in un punto, ovvero riguardo alla circostanza che la riconduzione ad una medesima disciplina dei regimi pensionistici e l’incorporazione dei due Enti interessati (INPDAP ed INPS) non hanno comportato la fusione delle gestioni previdenziali, che rimangono separate, fattore questo che appare determinante per la risoluzione della questione.  L’ordinamento comunitario, infatti, come già precisato, non ammette deroghe al principio della parità di trattamento tra uomini e donne in materia di sicurezza sociale se rimaniamo nell’ambito del regime professionale.

A questo punto, ferma restando la necessità di conoscere le specifiche contestazioni della Commissione prima di decidere la strada da intraprendere, le soluzioni adottabili si riducono essenzialmente a due: equiparare da subito i requisiti previsti per il conseguimento della pensione anticipata, innalzando di un anno l’anzianità contributiva per le donne o attendere il probabile esito negativo della procedura.

Di difficile realizzazione, anche per le rilevanti implicazioni di ordine finanziario, sarebbe, invece, la effettiva incorporazione della gestione INPDAP in quella dell’INPS, che consentirebbe di ricondurre i dipendenti pubblici nell’ambito di applicazione della direttiva 79/7/CEE, che riguarda il regime generale e consente allo Stato di stabilire età pensionabili diverse tra uomini e donne.

Ne’ quasi sicuramente sarebbe sufficiente per la Commissione, visti gli esiti della vicenda pregressa, introdurre una disposizione analoga a quella prevista dal decreto legislativo n. 5/2010 recante attuazione della direttiva 2006/54/CE che, modificando l’articolo 31, primo comma, del codice delle pari opportunità, ha riconosciuto per la pensione di vecchiaia il diritto delle lavoratrici in possesso dei requisiti per il collocamento a riposo a proseguire il rapporto di lavoro fino agli stessi limiti di età previsti per gli uomini. L’aver introdotto un diritto di scelta della donna di restare in servizio avrebbe dovuto consentire “alla stessa (donna lavoratrice) di conseguire i relativi vantaggi, come, ad esempio, gli aumenti retributivi e i conseguenti aumenti di pensione” al pari degli uomini, come evidenziato più volte dalla Corte Costituzionale. Eppure non risulta che questa disposizione sia stata portata all’attenzione dell’UE nel corso della vecchia procedura d’infrazione sulla pensione di vecchiaia, pertanto non sappiamo se la previsione di un diritto di scelta della donna, invece che di una netta equiparazione, potrebbe valere da sola a superare il contrasto con il principio della parità di trattamento.

 

 

 

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