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Il mio canto libero/ Uno, dieci, cento patti per il lavoro

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Le aspettative di crescita per l’anno in corso continuano ad essere negative anche in ragione delle difficoltà istituzionali rispetto alle politiche anticicliche con particolare riguardo agli investimenti pubblici. Si carica in conseguenza sui corpi sociali la responsabilità sussidiaria di agire autonomamente per incoraggiare lo sviluppo e l’occupazione. La Confindustria ha proposto al sindacato un patto per il lavoro che tuttavia, nella dimensione nazionale, può rappresentare al più una cornice utile a sollecitare la ripresa della vitalità diffusa nei territori con modalità che non potranno che essere definite secondo le diverse condizioni di contesto. Ogni illusione centralistica si risolverebbe infatti in una inutile operazione burocratica. La ricerca della mera legittimazione reciproca concorrerebbe solo al declino della rappresentanza e alla sua emarginazione politica in una società già diffidente verso gli intermediari. Al contrario, la capacità dei sindacati e delle associazioni d’impresa locali di realizzare ovunque accordi tra loro – e tripartiti con le istituzioni – può rigenerare la voglia di intraprendere, di rischiare e di assumere attenuando le incertezze implicite in questa fase. Le parti contraenti possono concordare sulle spese da tagliare e sui livelli massimi di tassazione locale, o sulle infrastrutture da accelerare o sul ciclo dei rifiuti da organizzare o sulle azioni per l’occupabilita’ da produrre attraverso la collaborazione tra scuole, università e imprese o, ancora, sulla integrazione tra servizi sociali e sanitari. I sindacati dei dipendenti pubblici hanno molto da offrire alla efficienza di Regioni, comuni, Asl, municipalizzate ricevendone in cambio percorsi di rivalutazione professionale ed economica. E nelle aziende private un nuovo clima locale può generare intese che facciano lievitare investimenti tecnologici, salari e produttività anche attraverso l’adattamento condiviso delle regole stabilite da leggi e contratti nazionali. Un impegno più intenso deve riguardare le molte aree depresse nelle quali il risveglio richiede concessioni straordinarie da parte di tutti nel nome di obiettivi concordemente stabiliti e verificati. Non si tratta quindi di ripetere le formule fallimentari già sperimentate, soprattutto nel Mezzogiorno, perché fondate solo sulla comune rivendicazione verso lo Stato centrale o sulla distribuzione di risorse straordinarie. I contratti sono autenticamente utili se faticosi, ovvero se ciascuno dei contraenti rinuncia a una parte, o offre qualcosa, di se’ per produrre risultati da distribuire equamente. Non si aspettino insomma le soluzioni dall’alto ma si creino le condizioni dal basso per crescere.

Maurizio Sacconi

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