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Il mio canto libero/ Sindacato unico o pluralismo territoriale?

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Il segretario della Cgil Landini ha riproposto nei giorni scorsi la prospettiva di un grande sindacato, frutto della unificazione della sua Confederazione con la Cisl e l’Uil. La sua iniziativa è invero incoraggiata dal processo di omologazione-istituzionalizzazione delle grandi organizzazioni che si è prodotto con la propensione alla ricentralizzazione della contrattazione e la connessa richiesta di darvi efficacia certa erga omnes attraverso la regolazione della maggiore rappresentatività. Anche il contratto dei metalmeccanici, sottoscritto dallo stesso Landini, potrebbe ora rifluire, in occasione del rinnovo, dalla innovativa impostazione sussidiaria nel solco centralistico a causa dei pochi contratti aziendali che ne sono derivati. Sarà paradossale ma così vanno le cose in assenza di una forte volontà di cambiamento che dovrebbe trovare interesse innanzitutto nella dimensione politica. L’Italia sembra vivere una generale stagione di rattrappimento. Sono vitali solo le esportazioni di giovani, merci e capitali. E il risveglio della sua “indigenous innovation”, così bene evocata dal premio Nobel Edmund Phelps, richiederebbe la mobilitazione dei territori nei quali soli si possono creare gli ecosistemi formativi per l’apprendimento permanente, le collaborazioni tra imprese, università, istituzioni per la ricerca, lo scambio virtuoso tra salari e incremento dei livelli di efficienza. Il che, a sua volta, solleciterebbe un approccio da società aperta, con corpi sociali vari, liberi, dinamici, e non di tipo neo-corporativo in cui poche organizzazioni si ossificano in rendite protette dallo Stato. Gli stessi enti bilaterali necessitano di grandi masse critiche, anche oltre le attuali categorie, per assorbire i rischi connessi alle prestazioni previdenziali, sanitarie e assistenziali ma devono operare in prossimità quando esprimono la domanda di formazione o garantiscono la salute e sicurezza. D’altra parte, il recente studio di Moretti ed altri sulla comparazione tra Italia e Germania a proposito dei modelli contrattuali, ci avverte della pericolosità di un salario nominale uguale in ogni territorio o azienda. Al nord sta per esplodere una questione salariale che potrebbe determinarsi a prescindere da ogni connessione con gli incrementi di professionalità o produttività. Al sud il grido di dolore per i crescenti livelli di esclusione sociale si rivelerà solo apparentemente assopito dai nuovi sussidi. Siamo insomma di fronte ad un bivio non nuovo: quello tra Stato e società. L’insicurezza del tempo che viviamo pone una richiesta di più Stato. La ripresa della vitalità economica conduce ad auspicare più società. Lo Stato serve, eccome. Ma il suo compito dovrebbe essere quello di “scatenare” e non sostituire la vitalità sociale. Anche a proposito delle regole sulla rappresentanza dei corpi sociali. Non sarebbe meglio allargare i compiti della Commissione di Garanzia (per i servizi di pubblica utilità) facendone una autorità garante delle buone relazioni collettive di lavoro ad ogni livello, a partire dalla informazione al “mercato” circa la rappresentatività di ogni associazione sul totale delle imprese o dei lavoratori di ogni territorio ( e nella dimensione nazionale ) così che possano liberamente, ma anche consapevolmente, tra loro dialogare e negoziare? Certo, la scelta della società aperta presuppone quella valoriale della antropologia positiva. Convinzione che, di questi tempi, è messa a dura prova.

Maurizio Sacconi

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