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Il mio canto libero/ Sindacato unico? No, grazie!

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Dopo il segretario generale della Cgil Landini, il prof. Romano Prodi ha riproposto nei giorni scorsi in una sede confindustriale l’utilità di un sindacato unico (o unificato), giustificandola con la necessità di evitare una rincorsa rivendicativa. Contemporaneamente, il governo sembra voler procedere verso l’obiettivo di una regolazione pubblicistica del salario minimo in cifra fissa e prossima al livello dei salari mediani, della efficacia erga omnes dei contratti nazionali sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, della stessa loro rappresentatività. Si tratta di posizioni tra loro convergenti e rivolte a definire forzosamente con lo strumento legislativo, un modello neo-corporativo in base al quale alcuni corpi sociali, più rappresentativi di altri ma pur sempre espressione di minoranze rispetto al totale delle imprese e dei lavoratori, avrebbero il monopolio della regolazione contrattuale del lavoro. Anzi, secondo la proprietà transitiva, quelle relativamente più rappresentative avrebbero la forza di imporre i propri contenuti anche a quelle che con loro superano le soglie minime della rappresentanza. Il prof. Prodi ha motivato questo auspicio con ciò che accade in Germania ove da sempre esiste un sistema ordinato di relazioni collettive di lavoro e i sindacati si esprimono unitariamente. Il ragionamento potrebbe apparire coerente e interessante solo se si prescindesse non solo dalla storia politica e sindacale del Paese che ha avuto il più grande partito comunista dell’Occidente, ma soprattutto dalle grandi trasformazioni dei modi di produrre e di lavorare indotte dalla rivoluzione cognitiva. Ne’ si può dire che il mercato del lavoro italiano rappresenti il migliore dei mondi possibili, e come tale meriti di essere solo consolidato, perché abbiamo i tristi primati negativi ( nel confronto con i competitori ) dei tassi di occupazione e di partecipazione, dei salari e della produttività. D’altronde il lavoro sta progressivamente abbandonando la omologazione fordista e i divari territoriali sono drammaticamente aumentati per cui viene sempre più messa in discussione la rigida centralizzazione contrattuale che il sindacato unico “ di Stato” dovrebbe nei fatti confermare. Significativo è lo smarcamento esplicito da questa prospettiva non solo di organizzazioni minori come USB e Ugl ma soprattutto della  Cisl che da sempre rifiuta le astrazioni ideologiche ed opera in base al criterio della osservazione della persona attiva, che lavora o vuole lavorare, volendone promuovere la continua occupabilita’. Ciò conduce lo storico sindacato di Giulio Pastore, promotore in tempi lontani della contrattazione articolata, a preferire modi radicalmente nuovi di interpretare e rappresentare i bisogni delle persone nel lavoro attraverso, in primo luogo, l’affermazione del diritto alle conoscenze e competenze. Diventa così necessario il primato dei contratti sulla legge e, tra i contratti, di quelli aziendali e territoriali ove la formazione, le mansioni, il salario evolvono  in un clima partecipativo. Questi percorsi innovativi conducono la Cisl, in coerenza con la sua storia, a rifiutare l’invasione della legge nel campo della autonomia contrattuale ove le parti si riconoscono in base a regole che possono da se’, liberamente, definire. La eventuale ripresa dell’iter legislativo sulla rappresentanza diventerebbe quindi l’occasione per una sincera battaglia culturale prima ancora che politica. A contrapporsi,con schieramenti auspicabilmente trasversali, sarebbero i fautori di una società aperta che valorizzano la sussidiarietà dei corpi sociali e quelli di una società bloccata e controllata da poteri centrali pubblici o comunque istituzionalizzati. Sono in gioco le dinamiche della crescita che ha come inevitabile presupposto la libera autoregolazione dei territori e delle comunità d’impresa.

Maurizio Sacconi

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