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Il mio canto libero/ Produttività del lavoro e contratti erga omnes

Pubblicato su Bollettino Adapt

L’Istat ha prodotto nei giorni scorsi il settimo Rapporto sulla competitività dei settori produttivi. Le differenze più significative con i Paesi concorrenti riguardano la produttività del lavoro che, tra il 2000 e il 2016, è aumentata dello 0,4% in Italia, di oltre il 15% in Francia, Regno Unito e Spagna, del 18,3% in Germania. Si tratta di un valore medio che può essere fortemente influenzato dalle dimensioni di impresa che in Italia, come è noto, risultano più che altrove di taglia piccola e medio-piccola. Così come ogni statistica italiana va letta tenendo conto che secondo la stessa fonte l’economia sommersa è ancora il 12,4% del Pil. Ma in ogni caso l’anomalia è fin troppo evidente e, anche considerando il rapporto tra il lavoro e gli investimenti tecnologici, non può non rilevarsi l’influenza negativa delle tradizionali regole da leggi e contratti collettivi. Da anni peraltro tutti gli osservatori istituzionali invitano l’Italia a collegare i salari con indicatori di efficienza e produttività, inclusi gli incrementi delle competenze. E se è evidente che questi indicatori non sono ricavabili dalle medie nazionali di settore, solo in azienda le parti possono concretamente rilevarli concordando anche i modi con cui migliorarli. Nel caso delle piccolissime imprese possono al più essere i territori l’ambito idoneo per lo scambio negoziale purché anche in questo caso si superi la pigra riproposizione dei perimetri istituzionali per cercare le dimensioni più omogenee dei distretti e delle filiere così da fare vera contrattazione interaziendale. Perché, appunto, il tema è quello della sostituzione di accordi formali, burocratici, ripetitivi, leggeri con scambi veri, faticosi, intensi quali si possono generare solo in prossimità. Se è finito il tempo del contratto come risultato di un conflitto distributivo nazionale, quasi politico, “a spanne e a prescindere”, dovrebbe subentrare la stagione della trattativa sui modi con cui condividere le fatiche e i risultati di una crescita mai scontata. Per questa occorrono investimenti nelle tecnologie e nelle competenze che si declinano solo nel concreto delle singole circostanza d’impresa o di grappolo di imprese. Ha senso allora concentrare tutta l’attenzione sui contratti nazionali e sulla loro efficacia erga omnes come rischia di accadere con la legge sul salario minimo? Non è forse meglio invece favorire la contrattazione locale lasciandole spazio, riducendo ancor più il prelievo fiscale sulla sua quota di salario, garantendole sempre efficacia certa su tutti i lavoratori quando le decisioni sono condivise dalla maggioranza?

Questa è l’unica via per accordi “sensibili”, ovvero destinati a soddisfare davvero i bisogni e le aspettative dei lavoratori e delle imprese. E a ricostruire così la loro fiducia negli organismi di rappresentanza.

Maurizio Sacconi

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