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Il mio canto libero/ Pericoli e insidie in una legge sulla rappresentatività sindacale

Il Presidente del Consiglio ha proposto nell’ambito delle sue comunicazioni al Parlamento una legge sulla rappresentatività delle organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori. Si tratterebbe di uno storico passaggio delle relazioni collettive di lavoro dalla duttile dimensione privatistica dei liberi accordi tra libere associazioni di fatto ad una rigida dimensione pubblicistica che evoca l’assetto corporativo di nota memoria. Ne sarebbero presupposto gli articoli 39 e 40 della Costituzione lungamente inattuati per concorde volontà degli stessi corpi sociali che hanno così voluto difendere la loro autonomia in una società aperta. Anche i documenti interconfederali (ora attuati attraverso l’intesa con INPS) sulla misurazione della rappresentatività relativa nell’ambito della popolazione sindacalizzata hanno avuto natura pattizia con lo scopo coerente di determinare comportamenti responsabili e consapevoli. La novità della attuazione legislativa della nostra Carta avrebbe invece l’inevitabile effetto di attrarre anche la regolazione della operatività interna ed esterna delle organizzazioni come dell’esercizio del diritto di sciopero.  Lo stesso concetto di rappresentatività dovrebbe a questo punto riferirsi all’intera platea di riferimento per categorie o, nel caso delle confederazioni, dell’universo dei lavoratori e delle imprese che si vogliono rappresentare. Si tratterebbe, quanto agli iscritti, di raccogliere non solo i dati offerti dalle deleghe rivolte all’istituto di previdenza ma anche, mediante autocertificazione sanzionata e controllata, delle adesioni “brevi manu” direttamente espresse alle associazioni come nel caso di molta parte dei dipendenti del terziario diffuso e degli imprenditori. La eventuale considerazione anche degli eletti nelle rappresentanze sindacali unitarie potrebbe al più condurre a sostituire in quelle aziende i dati degli iscritti con quelli più estesi della quota degli elettori che li hanno sostenuti. Il tutto richiederebbe la certificazione di un ente pubblico come l’INL. Così come un indicatore di rappresentatività, agevolmente acquisibile attraverso le imprese, sarebbero gli esiti degli scioperi in percentuale sul totale della popolazione interessata. È poi facile prevedere che una disciplina legislativa porterebbe anche l’ordinamento intersindacale nell’area già ampia del facile contenzioso proposto da chi volesse contestare la correttezza dei processi decisionali interni alle organizzazioni o la validità degli accordi in base alle soglie minime di consenso richieste. Vale la pena quindi riflettere su questo complessivo irrigidimento delle relazioni collettive di lavoro in un Paese che ha sempre registrato un equilibrio naturale, favorito dalla prassi giurisprudenziale. Si obietta che bisogna por mano agli effetti di dumping sociale prodotti da taluni accordi sottoscritti da organizzazioni poco rappresentative. In realtà non mancano gli strumenti amministrativi consentiti dalla legislazione vigente, come le circolari INL, e le possibilità di intese tra tutte le organizzazioni rappresentate nel Cnel per garantire un pavimento inderogabile di tutele a tutti i lavoratori. Perfino la sola definizione legislativa di un salario minimo, se collocato al livello delle prevalenti prassi contrattuali, non cambierebbe il nostro modello sussidiario. Cosa diversa sarebbe invece l’invocazione della legge per favorire il controllo centralizzato della contrattazione aziendale, interaziendale e territoriale, a partire dal caso Fiat-Fca. In tal caso, saremmo in presenza di una operazione ideologica egualitaria che vorrebbe riproporre l’omologazione delle imprese e dei lavoratori nel momento in cui la fine del fordismo e il salto tecnologico determinano originalità e differenze, nelle modalità di produzione e nelle esigenze delle persone, che richiedono soluzioni prossime e originali. Imporre a tutti lo stesso abito “romano” sarebbe antistorico.

Maurizio Sacconi

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