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Il mio canto libero/ Nuovo governo e lavoro: contare occupati e unità di lavoro a fine mandato

pubblicato su Bollettino ADAPT

Il cambio radicale di governo sembra nascere con grandi apprezzamenti esterni e minori consensi interni, soprattutto al nord. Le politiche del lavoro, che costituiscono uno degli elementi più distintivi di ogni maggioranza politica, si dovranno misurare con la leale collaborazione tra Stato e Regioni, molte delle quali ora ostili. Appare quindi auspicabile una paziente intesa su tutto, su ciò che compete allo Stato e ciò che compete alle Regioni nel nome di obiettivi condivisi. La recente fotografia dell’Istat consegna ai “nuovi” decisori un mercato del lavoro in regresso rispetto alla già modesta dimensione degli occupati. Vi hanno concorso la stagnazione economica, gli effetti delle rigidità introdotte e le insufficienti politiche per lo sviluppo delle capacità delle persone. Gli annunci programmatici sembrano ancora espressione della volontà di inseguire la pur comprensibile domanda di tutele passive e l’antica illusione che la regola faccia da se’ lavoro di qualità. È certamente più facile promettere una norma, un reddito o un sussidio che un posto di lavoro. Una coalizione parlamentare che voglia percorrere l’intero arco della legislatura ha invece l’opportunità di andare oltre le immediate pulsioni difensive per misurarsi con gli oggettivi risultati di incremento dell’occupazione, tanto in termini di teste quanto di unità di lavoro (numero di posizioni lavorative ricondotte a misure standard a tempo pieno). Il modesto punto di partenza potrà  favorire il confronto con i dati riscontrabili a fine mandato. È evidente che l’esito dipenderà in parte dall’andamento dell’economia europea e internazionale ma, per altra parte, risulteranno influenti le azioni rivolte a potenziare la domanda interna, la quota italiana di partecipazione al commercio globale, la massimizzazione degli effetti occupazionali. Ad esempio, una politica che può avere effetti significativi sulla occupazione riguarda il settore delle costruzioni che in questi anni è stato penalizzato dalla paralisi del mercato immobiliare, a sua volta condizionato dalla pesante tassazione patrimoniale dei comuni, e dall’impatto del codice degli appalti sulle opere pubbliche. Così come una decisa azione sulle competenze dei giovani e degli adulti può rimuovere quella dispersione di posti di lavoro che ancora oggi è generata dal fenomeno del mismatching tra domanda e offerta di professionalità. Si riproporrà il nodo della alternanza tra scuola e lavoro recentemente ridimensionata dalle pressioni corporative e il bisogno sinora insoddisfatto di un piano nazionale di alfabetizzazione digitale dei lavoratori. Lo stesso rapporto tra leggi e contratti in materia di regolazione sarà sottoposto alla prova di fiducia nella funzione sussidiaria dei corpi sociali, soprattutto nella modalità  aziendale o territoriale. Sono sostenibili le norme rigide che indicano le preferenze del legislatore se risultano cedevoli in favore degli accordi tra le parti. L’eccessivo costo indiretto del lavoro sembra ancora suggerire azioni di contenimento delle tasse e dei contributi che gravano sugli occupati. Ma l’esperienza dovrebbe indurre a diffidare degli incentivi e a preferire tagli strutturali, a partire dalla detassazione degli incrementi retributivi decisi in azienda. Senza dimenticare il doveroso privilegio dell’apprendistato che tutti vogliono ma nessuno favorisce in termini di costo e di adempimenti formali. Un metro certo dell’azione di governo sarà il nostro Mezzogiorno ove questa coalizione sembra avere più consensi in partenza. Avrebbe senso una vera vertenza con Bruxelles per chiedere ampie zone franche da oneri burocratici e tasse ordinarie. Mentre un salario uguale in Italia (non solo minimo) per obbligo di legge farebbe contenti solo i pochi occupati ma non aiuterebbe i molti esclusi.

PS: giace in parlamento un recente ddl governativo con amplissime e indefinite deleghe a riscrivere tutto il diritto del lavoro con la buona intenzione di semplificarlo; si dice sempre così ma poi, quando si mettono le mani, prevalgono complessità che scoraggiano la propensione ad assumere; e allora, a fine mandato, non torneranno i conti.

Maurizio Sacconi

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