Blog

Il mio canto libero/ Meno orario a parità di salario è risposta vecchia a problemi nuovi

La riproposizione della riduzione dell’orario di lavoro a fini di incremento dell’occupazione nasce da un problema reale. Ove più ove meno, i governi europei faticano a governare l’impatto sui mercati del lavoro della rivoluzione digitale. Mentre le tecnologie cambiano i modi di produrre e di lavorare relativizzando il vincolo spazio-temporale, cresce ovunque il fenomeno dei working poors e si riducono le tutele in un contesto di caduta del monte ore lavorate, di segmentazione delle opportunità di lavoro, di confusione e alternanza tra prestazioni subordinate e autonome. Si manifesta così la tentazione (o la illusione) di costruire risposte forzando la realtà affinché rientri nei vecchi schemi. Si inseriscono in questa logica le proposte di minore orario a parità di salario e di attrazione di tutti i lavori nello standard della subordinazione. Ma è evidente come in questo modo le regole si pongano in contrasto con le dinamiche produttive concorrendo al loro rattrappimento o addirittura al loro regresso. E invece mai come ora i regolatori hanno il dovere di osservare la realtà in tutte le sue moltissime sfaccettature accompagnando lo sviluppo di tutte le potenzialità di incremento della ricchezza con nuove regole e attività pubbliche che la distribuiscano in salari, tutele e posti di lavoro. Paradossalmente (o meglio non a caso) le teorie sulla inesorabilità di un futuro con meno lavoro appartengono proprio a coloro che si stanno avvantaggiando smodatamente dalla polarizzazione delle competenze e dei redditi. Se è vero che ogni lavoro sarà caratterizzato da un maggiore contenuto cognitivo, il pericolo sarà piuttosto l’aumento delle ore “lavorate” a parità di salario per la continua necessità di incremento delle conoscenze e la tentazione della permanente connessione con le fonti informative. Per questo abbiamo quindi bisogno di tutelare i lavoratori nella dotazione continua di nuove competenze, nella disciplina delle dinamiche retributive affinché riflettano la maggiore professionalità, nelle tutele primarie come la salute e la sicurezza in modo che siano garantite a prescindere dalla qualificazione della prestazione, nell’accesso a prestazioni sociali complementari qualunque sia il percorso lavorativo. È il passaggio, se vogliamo, dalle protezioni passive di un mondo stabile e standardizzato a quelle attive di un tempo fatto di imprevedibili cambiamenti e di infinite variabili. E di fronte ai mutevoli assetti della produzione di beni come di servizi l’elemento stabile e continuo e’ la persona il cui empowerment diventa il vero parametro dello sviluppo sociale. D’altronde più che di intelligenza artificiale (delle macchine) dovremmo parlare di intelligenza aumentata (delle persone). Chi rimane con la testa nella vecchia dimensione protoindustriale punisce proprio i più deboli.

Maurizio Sacconi

Potrebbero interessarti anche
Sulla legge di stabilità
Un quesito sulle ferie
I collaboratori familiari non sono lavoratori subordinati

Scrivi il tuo commento

Commento*

Nome*
Sito

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.