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Il mio canto libero/ Manifesto Zamagni: molti buoni obiettivi e una contraddizione, ma importante.

pubblicato su Bollettino ADAPT

Il Manifesto per la costruzione di un soggetto politico “nuovo” d’ispirazione cristiana e popolare, che ha in Stefano Zamagni il suo più autorevole promotore, diffida della finanziarizzazione esasperata dell’economia, frutto di presunzioni iper-razionali, e assume quale obiettivo primario “il lavoro per tutti”. Non si tratta di una utopia se la “tras-formazione” del nostro sistema politico, istituzionale ed economico muove dalla centralità della persona in se’ e nelle sue proiezioni relazionali a partire dalla famiglia che nella “eccezione italiana” ha sempre rappresentato la fondamentale cellula della società, l’ambito naturale della crescita demografica e la fonte dello stesso sviluppo capitalistico di tipo popolare. Non a caso il Manifesto parla di un modello di ordine sociale fondato su Stato, Mercato e Comunità in cui “i corpi intermedi siano valorizzati per le loro specificità”. E, ancora, vi si parla di “un’economia civile di mercato” che antepone la società allo Stato al punto che al tradizionale Welfare State si contrappone il modello del “welfare di comunità”. Il Manifesto sembra rifiutare il pensiero dominante, che vorrebbe il superamento delle piccole imprese per la loro presunta intrinseca inefficienza, riproponendo la possibilità di accompagnarle nei processi di innovazione e internazionalizzazione. In questo modo il baricentro della “tras-formazione” dovrebbero quindi essere i territori in quanto luoghi vitali per lo sviluppo delle reti d’impresa, per la creazione di ecosistemi formativi, per la stessa ricostruzione del tessuto istituzionale così da superare anche il crescente divario tra aree forti e aree deboli. Lo Stato è necessario in quanto capacitatore delle comunità come le famiglie, le imprese, le associazioni locali. Siamo alla giusta negazione di ogni giacobinismo e dei conseguenti approcci top down. Perché allora cadere poi, improvvisamente, nella proposta di una legge sulla funzione di rappresentanza dei corpi intermedi nazionali tanto cara a coloro che vogliono imbrigliare la vitalità sociale diffusa irrigidendola nelle associazioni di Stato? Qui appare un salto logico di tipo politicista come se si volessero soddisfare i nostalgici dell’egualitarismo centralista e le organizzazioni così indebolite da cercare legittimazione nella protezione della legge. Non a caso questa ipotesi suscita la diffidenza di associazioni di ispirazione cristiana come la Cisl che ha sempre anteposto la fonte pattizia a quella legislativa e difeso la valenza delle relazioni di prossimità. E nei territori la rappresentatività dei corpi sociali si afferma naturalmente attraverso la maggioranza nelle assemblee dei lavoratori in azienda o mediante l’interesse oggettivo delle parti al mutuo riconoscimento del rispettivo insediamento. Attrarre nella dimensione pubblicistica le associazioni rappresentative significa insomma negare le premesse della sussidiarietà orizzontale e verticale nonché l’idea stessa di una società aperta. Il cambiamento a misura di ciascuna persona, di tutte le persone, dovrebbe generarsi dal basso attraverso il risveglio dei principi della tradizione così ancora innervati nel popolo e non dall’alto attraverso antistorici modelli neo-corporativi.

Maurizio Sacconi

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