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Il mio canto libero/ Grandi manovre sulle leggi del lavoro

pubblicato su Bollettino ADAPT

La prospettiva del voto europeo ha sollecitato una serie di iniziative di Governo e Parlamento a correzione delle vigenti leggi sul lavoro. In questo modo non solo non sono accolte le richieste di una moratoria legislativa in favore della più duttile fonte contrattuale ma si starebbe per produrre una riregolazione torrenziale. Il Consiglio dei Ministri ha approvato nei giorni scorsi “in copertina”  dieci disegni di legge delega che con il nobile obiettivo della semplificazione “quantitativa” abiliterebbero il governo a riscrivere le vigenti discipline in quasi tutte le materie, incluso il lavoro, attraverso codici o testi unici innovativi. Toccherà al Presidente della Repubblica vigilare sui principi e criteri di delega affinché siano tutelate le prerogative del Parlamento rispetto alla possibile consegna di poteri “in bianco” al Governo.

Presso la Commissione Lavoro del Senato sono stati poi incardinati i disegni di legge in materia di”salario minimo” che allo stato sembrano orientati più a tutelare i settori non coperti da contratti collettivi con minimi superiori a quelli da questi stabiliti che non a recepire la disciplina vigente negli altri Paesi europei ove si prevede un pavimento retributivo inderogabile per tutti, collocato tra il quaranta e il sessanta per cento del salario di fatto.

Il Sole 24 Ore ha infine rivelato i principali contenuti di un emendamento che verrà presentato al “decretone” ora all’esame della Camera con lo scopo di tutelare i riders ma destinato ad investire più generalmente il cuore del vecchio diritto del lavoro, ovvero il confine tra autonomia e subordinazione. Si stabilirebbe con esso che ogni collaborazione, qualunque sia la disciplina fiscale applicata, in quanto si realizza con prestazioni di lavoro genericamente organizzate dal committente, dovrà essere soggetta alle disposizioni del rapporto di lavoro subordinato. Tutte le prestazioni autonome sarebbero infatti riconducili alla nuova definizione sia per l’allargamento del campo di applicazione rispetto all’art.2 del dlgs 81/15, sia per il genericissimo inquadramento di esse nella organizzazione del committente. Requisito, questo ultimo,  che si rinviene in ogni attività lavorativa per terzi, anche in quella realizzata con le modalità più genuinamente decise dal solo collaboratore. Nel testo vigente sono infatti le modalità esecutive a dover essere “organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro” perché si applichino le regole della subordinazione. Con la nuova formula  non si metterebbe formalmente in discussione la qualificazione della prestazione, che rimarrebbe autonoma, ma la si negherebbe attraverso le norme applicate. Ora da tempo è evidente la necessità di maggiori tutele per i lavoratori indipendenti, a partire dall’equo compenso delle singole prestazioni attraverso norme di legge ed accordi collettivi.  La soluzione di attrarli tutti, con la sola eccezione degli “ordinistici”e di poche altre categorie, nella dimensione della subordinazione avrà il prevalente effetto di ridurre l’occupazione e di incoraggiare il lavoro sommerso. È bene quindi che governo e parlamento, prima di adottare una norma generalizzata di questo tipo, riflettano sulla vasta gamma delle possibili collaborazioni per individuare tutele appropriate che non neghino il lavoro genuinamente indipendente ma siano coerenti con esso. Non tutte le prestazioni sono infatti riconducibili ad una paga oraria nel momento in cui lo stesso lavoro subordinato si può realizzare sempre più per obiettivi e remunerare, almeno in parte, in base ai risultati. Così come le disposizioni sulla salute e sicurezza meritano adattamenti ai casi in cui non è presente il vincolo spazio-temporale tanto nella subordinazione quanto nella autonomia.

Sarebbe bene quindi tornare a riflettere sulla intuizione di Marco Biagi a proposito di uno Statuto di tutti i lavori, tanto dipendenti quanto indipendenti, per rimodulare le tutele secondo un continuum che vada oltre la rigida separazione tra autonomia e subordinazione. Si tratta di guardare avanti al lavoro che cambia e non di tornare indietro ad un mercato del lavoro rigidamente segmentato.

Maurizio Sacconi

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