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Il mercato del lavoro secondo il Centro Studi della Confindustria

di Giuliano Cazzola (*)
A leggere l’ultimo Rapporto del Centro Studi della Confindustria (CSC), presentato a Roma lo scorso 11 settembre, sembrerebbe alle viste un barlume di luce alla fine del tunnel. In giro, nell’economia, soffia aria nuova. «L’incertezza rimane perciò grande …Tuttavia, in quegli stessi paesi il movimento nella direzione desiderabile – è il cuore del Rapporto – non solo è iniziato ma si sta rivelando più robusto dell’atteso. I sintomi di recupero dell’economia reale, infatti, sono diventati più solidi e frequenti. Anche in Italia….Le timide indicazioni di ripresa – continua – rilevate nel corso della primavera, infatti, hanno trovato sempre più fitte e concordanti conferme, interne al Paese e internazionali». Il che comporta una revisione al rialzo delle stime del CSC. Di seguito il Rapporto aggiunge: «All’interno del Paese la fiducia tra le famiglie e tra le imprese di quasi tutti i settori ha registrato significativi incrementi. I giudizi nel manifatturiero sugli ordini (principalmente dall’estero) sono ai massimi dall’ottobre 2011 e le attese dei consumatori sul loro bilancio dall’agosto dello stesso anno. Il PMI manifatturiero è stato in luglio ed agosto in zona espansiva, non accadeva da due anni».

Va da sé che queste considerazioni sono diluite, nel Rapporto, da frequenti inviti alla cautela e corredate dall’indicazioni dei rischi gravissimi che ancora sono insiti nel quadro politico ed economico, i cui parametri, da noi, restano negativi sia pure lungo un faticoso percorso di miglioramento. La Confindustria non si concede certo ad un facile trionfalismo, ma le parole sono pietre anche quando sono dette a mezza voce. Certo, in queste ultime ore si è riaperto uno scenario preoccupante sul piano dei conti pubblici che potrebbe ancora una volta richiedere politiche di risanamento destinate a ripercuotersi negativamente sull’economia
reale. Occorre, però, essere lucidi ed onesti nell’individuare le responsabilità di quanto sta
avvenendo. A tarpare nuovamente le ali di una fragile ripresa economica non sono soltanto i rischi di frantumazione del quadro politico, quanto piuttosto le scelte di politica economica che il governo è costretto a compiere per tener insieme la sua maggioranza. Nella legge di stabilità Letta è chiamato a dare sistemazione a diverse questioni che non l’hanno ancora trovata (abolizione dell’Imu, aumento di un punto dell’Iva, esodati, rifinanziamento della cig in deroga, ecc.) e, nel contempo, a lisciare il pelo per il verso giusto sulle tematiche aperte in materia di pensioni: tutto ciò mentre si torna a stringere la vigilanza della Ue sulla linea di condotta dell’esecutivo, mettendo in forse quei bonus economici attesi dopo la chiusura della procedura d’infrazione. Ma non è di questi problemi che intendiamo parlare nella rubrica, essendo il terreno su cui poggiano troppo scivoloso, allo stato, per poter procedere con qualche certezza.

Abbiamo trovato interessante, nel Rapporto del CSC, l’analisi sulla struttura e sui flussi dell’occupazione nel 2012 secondo i dati raccolti nel periodo febbraio-aprile 2013 presso 4.654 aziende associate alla Confindustria, i cui risultati medi a livello nazionale sono ponderati sulla base della distribuzione (per 11 comparti e 3 classi dimensionali) degli occupati nel totale delle imprese associate. Per quanto il campione sia rappresentativo, né il CSC né noi abbiamo la pretesa di fotografare alla perfezione la realtà italiana.
Eppure emergono dai dati considerazioni che suonano a conferma di assetti e tendenze di carattere generale che, solitamente, vengono ignorate dai media (soprattutto da quasi tutti i talk show televisivi) ormai impegnati a svolgere la funzione degli sfasciacarrozze.

In primo luogo, è necessario distinguere tra struttura e flussi, in quanto i disinformatori per vocazione e di professione sono soliti fornire dati di flusso come se fossero di struttura e composizione del mercato del lavoro.
E’ opinione comune, ad esempio, che in Italia la maggioranza dei lavoratori sia in condizioni di precarietà. Nelle aziende considerate dal CSC, alla fine del 2011, lo stock dell’occupazione
dipendente a tempo indeterminato era pari al 95,1% nell’industria e al 91,7% nei servizi. Nel corso del 2012, nell’industria, per quanto riguarda questa tipologia di impiego, vi è stata una diminuzione del 4,5% nelle piccole imprese (1-15 addetti), dello 0,9% nelle medie (16-99 addetti) ed un modesto incremento dello 0,1% nelle grandi (100 e + addetti); con riguardo a tutte le dimensioni l’occupazione è diminuita dello 0,7%. Nei servizi, vi è stata una riduzione del 4,7% nelle piccole imprese, un incremento dell’1,2% nelle medie e dell’1,9% nelle grandi; il + 1% nel complesso. Mettendo insieme i due settori non emerge alcuna variazione in più o in meno. I livelli occupazionali restano stabili. Diverso l’andamento dell’occupazione temporanea che nel 2012 è calata molto nelle imprese industriali (-14,2%) dopo la crescita del 9,8% nel 2011. Nei servizi il calo complessivo è stato del 4,9%. La variazione del totale dei settori per questa tipologia contrattuale è quindi in calo dell’11%. In sostanza, la componente stabile ha tenuto meglio di quella temporanea. Se osserviamo l’andamento dei flussi, le assunzioni a tempo indeterminato sono state
pari al 37,3% del totale delle nuove assunzioni in aumento rispetto al 2011 (35,1%) e al 2010 (35,9%). Le assunzioni a termine (il CSC vi include pure l’apprendistato – il che è discutibile) hanno continuato a riguardare quasi il 63% del totale. Distinguendo tra i due settori, nell’industria le assunzioni a tempo indeterminato sono state pari al 39,5% del totale, mentre nei servizi solo al 33%. Ma nel tempo queste composizioni mutano, sia pure lentamente, a seconda dei trend economici e produttivi. Nel corso del 2012, ad esempio, il 33,5% (-0,9% rispetto al 2011) dei contratti a termine sono stati trasformati a tempo indeterminato. Rimane più elevato – sostiene il CSC – il tasso di conversione dei contratti di inserimento (43,6%), che sono tuttavia utilizzati da una quota trascurabile di imprese (2,1%). È aumentata la diffusione dell’apprendistato: lo hanno usato il 21,3% delle imprese (18,4% nel 2011), il 29,6% di quelle grandi (24,2% nel 2011). A fine 2012 gli apprendisti rappresentavano l’1,4% dei lavoratori alle dipendenze; di quelli occupati un anno prima,
quasi un quarto sono stati trasformati a tempo indeterminato. Pur confermandosi sensibilmente inferiore rispetto alle tipologie di flessibilità interna, nel 2012 è cresciuto il tasso di trasformazione dei lavoratori somministrati (da 3,3% a 3,9%) e ancor più quello dei collaboratori a progetto (da 1,4% a 2,8%). Solo in lieve aumento, invece, l’utilizzo di questi contratti: l’incidenza dei lavoratori in somministrazione equivalenti a tempo pieno sul totale dell’occupazione alle dipendenze è stata del 2,4% (2,2% nel 2011); quella dei collaboratori ha raggiunto il 3,5% (6,1% nei servizi), dal 3,2% dell’anno prima. L’indagine Confindustria quest’anno ha monitorato per la prima volta anche l’utilizzo di altre forme di flessibilità esterna, la cui disciplina è stata modificata dalla legge di riforma del mercato del lavoro (Legge n. 92/12). Lo staff leasing, abolito nel 2007 e reintrodotto nel 2009, ha registrato nel 2012 una diffusione del tutto trascurabile: solo un’impresa su 250 vi ha fatto
ricorso (una su 200 nell’industria). Marginale anche l’utilizzo dell’associazione in partecipazione. Le collaborazioni occasionali, invece, sono usate da circa un’impresa su 10; come quelle a progetto, sono più diffuse nei servizi (circa una su 6 in media). Solo poco più elevata in media (una su sette) la quota di imprese che utilizzano lavoratori con partita IVA, i quali rappresentano il 3,1% della forza lavoro alle dipendenze nel totale dei settori, il 6,0% nei servizi. Anche il contratto intermittente è più utilizzato nei servizi (soprattutto nei trasporti), ma la sua incidenza sull’organico alle dipendenze è marginale.

Come si può notare si tratta di settori occupazionali che si potrebbero definire di “nicchia” o comunque ancora fortemente minoritari. Ma chi lo racconta agli italiani ?

(*) articolo pubblicato su www.bollettinoadapt.it del 16 settembre 2013

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