Previdenza

I nuovi coefficienti rendono sempre più difficile il futuro da pensionati

di Daniele Cirioli

Il futuro da pensionati si prospetta ancora più difficile. Bisognerà restare a lavoro più anni e quando sarà il proprio turno di mettersi a riposo si avrà l’amara sorpresa di aver meritato una pensione da fame, per lo meno se messa a confronto di chi ci ha preceduto che ha lavorato molti meno anni e per incassare assegni di pensione anche d’importo superiori alle buste-paga percepite da lavoratori.

L’ultimo presagio di questa triste prospettiva futura arriva dal decreto del ministero del lavoro 15 maggio pubblicato sulla gazzetta ufficiale n. 120 del 24 maggio. E’ il decreto che approva i nuovi coefficienti di calcolo della pensione contributiva da applicarsi a coloro che accederanno al pensionamento nel triennio 2013/2015. Stando ai nuovi valori – è questo il secondo aggiornamento – le pensioni subiranno un ulteriore taglio. Vediamo.

In seguito alla riforma Dini, dal 1996, il calcolo della pensione segue tre differenti criteri a seconda degli anni di contribuzione maturati al 31 dicembre 1995:

– a chi ha almeno 18 anni la pensione è calcolata con il criterio ‘retributivo’;

– a chi ha cominciato a lavorare dal 1° gennaio 1996 (quindi con ‘zero’ anni di contributi al 31 dicembre 1995), la pensione è calcolata con il criterio ‘contributivo’;

– a chi ha meno di 18 anni la pensione è calcolata con il criterio ‘misto’, ossia in parte retributivo (per l’anzianità fino al 31 dicembre 1995) e in parte contributivo (per i periodi successivi al 31 dicembre 1995).

Quanto detto è restato in vigore fino al 31 dicembre scorso; dal 1° gennaio di quest’anno, in seguito alla riforma Fornero ‘tutti’ i lavoratori – a prescindere dall’anzianità contributiva posseduta – fanno parte del sistema contributivo, con la conseguenza che ottengono la pensione calcolata con due quote (ciò che si dice pro-rata):

a) la prima quota relativa al periodo fino al 31 dicembre 2011, seguendo la regola anzidetta (cioè in base all’anzianità posseduta al 31 dicembre 1995: retributivo, contributivo o misto);

b) la seconda quota relativa ai periodi dal 1° gennaio 2012 in poi, in base al criterio contributivo.

Il criterio di calcolo retributivo commisura l’importo della pensione ad una media delle retribuzioni percepite negli ultimi anni di lavoro. In questo modo, viene garantito che l’importo della pensione è una certa percentuale della retribuzione proporzionata all’anzianità di lavoro. Questa proporzione si basa su un 2% per ogni anno di lavoro fino al massimo di 40 anni (2% moltiplicato 40 anni dà il massimo della pensione: l’80% dell’ultima retribuzione!).

Il sistema di calcolo contributivo funziona grosso modo come un libretto di risparmio. Il lavoratore accantona annualmente i contributi (33% se è dipendente, 20-24% se è autonomo, 27-33% se è collaboratore) e, al pensionamento, la pensione è calcolata applicando al montante contributivo accumulato il ‘coefficiente di trasformazione’.

Eccoci arrivati alla novità del decreto 12 maggio; esso fissa i valori dei coefficienti applicabili nel triennio 2013/2015 per calcolare la pensione, o la quota di pensione, con il criterio contributivo. E’ questo il secondo aggiornamento; il primo c’è stato nel 2010 e il prossimo ci sarà nell’anno 2015 e riguarderà i coefficienti da applicare ai pensionamento decorrenti nel triennio 2016/2019; dall’anno 2019 in avanti, invece, la revisione dei coefficienti avrà una cadenza biennale.

L’aggiornamento è consistito in una generalizzata riduzione dei valori dei coefficienti del 2-3% che si aggiunge alla riduzione che già c’era stata con il primo adeguamento di entità del 6-7% in media. Insomma, oggi (anno 2012) i coefficienti sono più bassi, in media, del 6-7% rispetto a quelli che sono stati operativi per gli anni dal 1996 al 2009 e sono più alti, sempre in media, del 2-3% rispetto a quelli che saranno operativi per gli anni dal 2013 al 2015. Un esempio; chi è andato in pensione a 60 anni negli anni 1996-2009, per il calcolo della pensione è stato applicato il coefficiente 5,163%; chi ci va oggi (negli anni 2010-2012) è applicato il coefficiente 4,798% (meno 7,07%) e a chi ci andrà l’anno prossimo (ossia negli anni 2013-2015) sarà applicato il coefficiente 4,661% (meno 2,86%): dal 2009 al 2013, dopo i due aggiornamenti, la riduzione complessivamente subìta dal coefficiente relativo a 60 anni è del 9,72%.

D’accordo; queste fredde cifre dei coefficienti non dicono nulla; ma fanno intuire che quanto più è basso il valore del coefficiente tanto più bassa è la pensione che ne arriva in tasca ai cittadini. Allora ecco un esempio scolastico, calato solo nel sistema contributivo. Immaginiamo un dipendente che ha cominciato a lavorare con 30 mila euro di retribuzione, con una carriera di 40 anni che gli ha garantito una crescita dello stipendio del 2% anno (così che l’ultimo stipendio annuo è di 65 mila euro), andando oggi in pensione avrebbe diritto a 36.500 euro annui, cioè circa il 56% dell’ultimo stipendio; se, nelle stesse condizioni, fosse andato in pensione entro il 2009 avrebbe ricevuto una pensione di 39.900 euro, cioè circa il 61% dell’ultimo stipendio; se dovesse andare in pensione il prossimo anno, infine, il suo assegno annuo sarà di 35.400, cioè circa il 54% dell’ultimo stipendio. L’esempio, in moneta sonante, dice che, a parità di altre condizioni e spostando soltanto l’anno di pensionamento, uno stesso lavoratore guadagna (o perde) il 7% della pensione se va in pensione nel 2013 rispetto a se ci fosse andato entro il 2009; ovvero guadagna (o perde) il 2% della pensione se va in pensione nel 2013 rispetto a se ci andasse entro quest’anno.

L’esempio, com’è stato precisato, riguarda la situazione ‘giovanile’, dei lavoratori cioè che stanno appieno nel regime contributivo di calcolo della pensione (il regime è partito nel 1996 e, quindi, per raggiungere i 40 anni ipotizzati c’è da aspettare ancora il trascorrere di qualche anno). La curiosità ci spinge, a questo punto, a confrontare la situazione anche con i ‘meno giovani’, con coloro cioè che stanno già in pensione da tempo o ci sono appena andati o ci stanno per andare. Con 40 anni di contributi, tutti in regime retributivo, stanno ora fruendo, o si apprestano a farlo, di una pensione non inferiore a 50 mila euro annui!

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