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FMI, stabilità finanziaria: in Italia rimane la sfida delle sofferenze bancarie

I rischi per la stabilità finanziaria a livello mondiale sono aumentati da ottobre 2015. A sottolinearlo è l’ultimo aggiornamento del Global Financial Stability Report, il rapporto redatto in questi giorni dal Fondo Monetario Internazionale nell’ambito dei lavori primaverili in corso a Washington.  Le proiezioni dell’Istituto sono peggiorate per le economie avanzate a causa della crescente incertezza e delle battute d’arresto che hanno interessato la crescita e la fiducia, ma i cali dei prezzi del petrolio e delle materie prime e una crescita più lenta hanno mantenuto i rischi elevati anche nei mercati più emergenti. Tutto ciò ha inasprito le condizioni finanziarie, riducendo al tempo stesso propensione al rischio, innalzando i rischi connessi al credito, e ostacolando il risanamento dei bilanci.

Alla luce delle recenti tensioni, scrive il Fondo, “il messaggio principale è che servono misure supplementari per un mix di politiche più efficace ed equilibrato, così da migliorare la crescita e garantire stabilità finanziaria”. Altrimenti, il rischio è di ripiombare in un rallentamento più grave e prolungato, con una stagnazione economica e finanziaria” e una riduzione del Pil globale del 3,9% entro il 2021 rispetto allo scenario base.

Secondo il FMI, si tratterebbe di trovare una risposta politica su base ampia per assicurare la stabilità finanziaria: le economie avanzate devono affrontare problemi di crisi precedenti, i mercati emergenti hanno bisogno di rafforzare la loro capacità di recupero dalle turbolenze globali, e anche la capacità di recupero della liquidità di mercato. In caso di varo di misure strutturali positive, il Pil mondiale potrebbe crescere entro il 2018 dell’1,8% rispetto alle stime.

Nel rapporto si dà evidenza di come le ricadute finanziarie siano aumentate notevolmente anche per i Paesi emergenti. Ciò implica che, nel valutare le condizioni macrofinanziarie, la risposta politica può avere bisogno di tenere sempre più conto delle vicissitudini e degli sviluppi di queste economie. Infine, il rapporto valuta cambiamenti importanti quali l’incremento di importanza a livello sistemico del settore assicurativo, soprattutto per le economie avanzate negli ultimi anni. A tal proposito, le risultanze del rapporto suggeriscono che le autorità di vigilanza e le autorità di regolamentazione dovrebbero adottare un approccio più macroprudenziale nei confronti di questo settore.

I crediti deteriorati e le sofferenze pesano sul sistema bancario europeo che ha bisogno di una soluzione quanto più possibile tempestiva. In particolare, per quanto riguarda l’Italia, si legge nel documento che “Il deterioramento della redditività e i problemi di lunga data ancora irrisolti aumentano i rischi che i capitali esterni e i finanziamenti possano diventare più costosi, specialmente per le banche più deboli con valutazioni azionarie molto basse, cosa che punta a prospettive future deboli. Su questo fronte, le banche italiane devono fare i conti con una sfida particolare”.

Nel caso dell’Italia, secondo il FMI “i prezzi di mercato hanno riflesso le preoccupazioni degli investitori in base alle quali alcune banche potrebbero dovere affrontare difficoltà nell’emergere dal peso notevole dato dai crediti in sofferenza (i non-performing loans, NPL) nonostante i passi costruttivi presi dalle autorità italiane per facilitare il miglioramento dei bilanci” bancari.

Si sottolinea che adesso le “banche e i loro investitori si trovano a che fare con un regime bancario più rigido sul bail-in” e che la gestione delle crisi degli istituti di credito, utilizzando risorse private ed aggirando il pericolo di riversare il costo dei salvataggi sui contribuenti e sul deficit, nel caso del debito subordinato di “quattro piccole banche italiane alla fine dello scorso anno ha sollevato le preoccupazioni tra gli investitori”.

In Italia, infatti, gli NPL sono l’11,2% del totale degli impieghi secondo quanto emerge dalle tabelle del Rapporto, che indica inoltre rapporti del 2,8% per il Regno Unito, del 6,7% per la Spagna e del 4,3% per l’indice “core” dell’eurozona. In particolare, nel documento si trovano i dati relativi a Unicredit, con crediti in sofferenza pari al 10,8% degli impieghi, e Intesa Sanpaolo, con un rapporto del 10,7%. Considerati nel loro complesso, per gli altri istituti di credito il rapporto si attesta al 12,2%.

Poiché  “nell’ambito di una crisi il sostegno pubblico potrebbe essere ancora necessario”, l’Unione Europea viene pertanto invitata ad “attuare con cautela e senza approcci intransigenti ” la combinazione delle regole Ue sugli aiuti di Stato con la nuova direttiva sulla risoluzione delle crisi bancarie, che cerca di evitare i salvataggi effettuati usando fondi pubblici, in quanto “meccanismi importanti di controllo delle distorsioni di mercato”. In particolare, applicare la nuova direttiva sul bail-in, i salvataggi autofinanziati da azionisti e obbligazionisti, diventa difficile senza arrecare danni a tutti gli obbligazionisti. In generale secondo il Fondo attualmente “l’architettura dell’Unione bancaria resta incompleta. C’è una lunga strada prima che il proposto schema unico di tutela dei depositi spezzi il legame tra rischi bancari e rischi sul titoli di Stato, unificando le tutele a livello europeo”.

 

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