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Il mio canto libero/ Coronavirus: potremo uscirne migliori perché più consapevoli.

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La pandemia del Coronavirus ha messo in evidenza la diffusa propensione a leggere le nuove problematiche con le vecchie categorie. E soprattutto a volerle risolvere con le vecchie metodologie. Consoliamoci tuttavia almeno per un profilo. Usciremo cambiati, diversi,rispetto al modo con cui siamo entrati in questo tunnel. Anche se molti continuano a considerare il contagio virale un evento straordinario, sono forse già più numerosi coloro che cominciano a realizzare quanto si tratti di un evento “normale” in un mondo interconnesso. Da domani dovremo predisporre piani di emergenza nella dimensione globale come in quella europea. E gli accordi multilaterali dovranno contemporaneamente riguardare il libero scambio, la salute pubblica, i diritti basici e l’ambiente. La variabile sanitaria non potrà che essere parte delle nostre scelte di vita e di produzione. La scienza si conferma necessaria ma non sufficiente perché è nondimeno importante la responsabilità delle persone. È evidente la rivalutazione dei prodotti monouso la cui sicurezza è infinitamente superiore alle borracce non sempre lavate quanto necessario. E questo non significherebbe trascurare i parametri ambientali ma affrontarli sulla base di un bilancio equilibrato di tutti i parametri del benessere comune. Le opere pubbliche, tanto necessarie per lo sviluppo anche in costanza di criticità, si devono realizzare ovunque e sempre con le modalità semplificate del ponte Morandi.  Così come le catene globali del valore dovranno essere ripensate per evitare le possibili crisi di produzione per carenza di materie prime o semilavorati a seguito di eventi pandemici. Gli stessi processi di concentrazione della distribuzione online, come testimoniano i prezzi dei gel disinfettanti, non possono essere lasciati a se stessi e richiedono regole globali. Più in generale, viene messa in discussione quella razionalità assoluta che avrebbe potuto condurre alla sostituzione dell’intelligenza umana con gli algoritmi rigidi. La brava dottoressa di Codogno ha diagnosticato il paziente 1 perché è uscita dal protocollo seguendo l’intuito. Le tecnologie rimangono importanti ma ne escono relativizzate mentre si rivaluta il fattore umano. La vocazione giacobina al pilota automatico viene sostituita dal comando diretto degli strumenti di governo. Riprendono vigore in questo contesto le parole di Chesterton: “folle non è colui che perde la ragione ma colui che perde tutto tranne la ragione”. In sintesi, potremo uscirne migliori perché più consapevoli.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Coronavirus: sostenere la ripresa economica con la deregolazione

Pubblicato su Bollettino Adapt

Il compito dei decisori pubblici non è obiettivamente semplice. Essi devono contenere la diffusione virale con adeguate misure di prevenzione e insieme evitare la recessione che potrebbe conseguire a quelle stesse misure in un contesto globale di rallentamento di tutte le economie.

Si tratta innanzitutto di favorire la continuità produttiva anche riducendo le relazioni dirette tra le persone. Ad esempio, appare opportuno contenere i pericoli di contagio nelle aree a rischio (e non solo) evitando la commistione fisica tra addetti alla produzione, necessariamente costretti alle prestazioni negli impianti, e il personale dei servizi che può lavorare a distanza. In questo caso, al di là dei profili formali, possono essere utili accordi aziendali o territoriali per sostituire l’orario con criteri di misurazione dei risultati in modo che questi ultimi corrispondano (all’incirca) a quelli in precedenza realizzati nella sede delle unità produttive. Le stesse organizzazioni di rappresentanza sono chiamate a favorire uno spirito collaborativo che conferisca alle modalità di lavoro agile una adeguata produttività.

Il sostegno alla crescita impone contemporaneamente un pacchetto di misure che fungano da volano e non da sostituzione dell’intrapresa privata. Alcuni annunci sono invero preoccupanti. Se può essere comprensibile il richiamo al primo New Deal degli anni ‘30, non altrettanto condivisibile sarebbe una manovra pubblica costruttivista, ovvero viziata dalla pretesa di orientare e sostituire molte produzioni nel nome di una superficiale strategia verde. Magari riproponendo lo Stato imprenditore o comunque azionista rilevante. La valutazione di impatto degli investimenti non può dipendere da letture ideologiche o parziali. La stessa crisi sanitaria che stiamo vivendo, che Nouriel Roubini considera ordinaria nella globalizzazione, induce a considerare ai fini della sostenibilità dello sviluppo un approccio olistico e quindi una ampia gamma di parametri. Si pensi solo ai diversi modi di considerare i prodotti monouso. Si evitino quindi frettolose pianificazioni rigide di triste memoria e si adottino nell’immediato provvedimenti di deregolazione che riducano oneri, tempi e modi di attuazione di progetti industriali e infrastrutturali. La stessa economia turistica avrà bisogno di tagli fiscali generalizzati per ripartire. Nella tempesta quasi perfetta che stiamo vivendo la libertà economica sembra essere il migliore antidoto al rattrappimento e il modo più efficace per risvegliare la vitalità diffusa.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Coronavirus: equilibrio tra esigenze prevenzionistiche e continuità della vita attiva

Bollettino ADAPT 24 febbraio 2020, n. 8

Il governo della preoccupante diffusione virale richiede un costante equilibrio tra le esigenze prevenzionistiche e quelle relative alla continuità della vita attiva di una nazione, a partire dalle produzioni e dai servizi che ineriscono alla pubblica utilità. Per definizione, in certa misura al di là del grado di valutazione del pericolo, la paralisi di una intera società esalta e non contiene il danno. Il panico induce accaparramenti di alimenti e di farmaci come intasa e perciò rende ingestibile lo stesso servizio sanitario nazionale. Questo va anzi sollecitato a garantire tutte le prestazioni territoriali (extraospedaliere), a partire da una piena disponibilità dei medici di medicina generale.

In queste ore i consigli si sprecano ma per tutti dovrebbe parlare una sola autorità’ centralizzata verso la quale far affluire tutte le informazioni e le valutazioni tecniche. E ogni tentazione formalistica, tipica di un Paese con un impianto regolatorio pesante, dovrebbe cedere il passo alla indicazione di comportamenti responsabili e sostanzialisticamente utili. Stupisce, ad esempio, chi in questo momento sottolinea il prioritario dovere del datore di lavoro di aggiornare il documento di valutazione del rischio di cui al testo unico sulla salute e sicurezza nel lavoro. Si tratta infatti di un atto nel quale si è tenuti a descrivere il rischio residuo in un contesto ordinario e non certo ad inseguire l’evoluzione continua di una situazione eccezionale. Piuttosto, valuti il datore di lavoro l’adeguamento del sistemale aziendale di emergenza e dei dispositivi di protezione individuale in relazione alle effettive caratteristiche relazionali del lavoro e del territorio. Questo è il momento di utilizzare ancor più i medici del lavoro piuttosto che i consulenti legali.

Analogamente, la situazione straordinaria fa emergere i limiti della legge sul lavoro agile dovuti alle resistenze opposte dal governo di allora alla adozione di una normativa più ampia e flessibile. Il decreto legge varato dal consiglio dei ministri lo rende fortunatamente applicabile in via automatica nelle aree considerate a rischio.

Auguriamoci comunque che nessun ispettore del lavoro voglia contestare in questa fase profili formali per prestazioni che repentinamente si spostano dal luogo ordinario di lavoro alla abitazione del lavoratore o ad altro contesto da lui prescelto in accordo con l’azienda. Anche se il governo ha opportunamente rafforzato gli strumenti di sostegno al reddito nel caso di interruzione della produzione, dobbiamo favorire per quanto possibile la continuità delle attività economiche rendendole compatibili con il necessario isolamento delle situazioni di rischio. Questa difficile esperienza deve essere insomma motivo per risvegliare tutte le migliori energie della nazione che non sono certo quelle degli azzeccagarbugli.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Sindacato unico? No, grazie!

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Dopo il segretario generale della Cgil Landini, il prof. Romano Prodi ha riproposto nei giorni scorsi in una sede confindustriale l’utilità di un sindacato unico (o unificato), giustificandola con la necessità di evitare una rincorsa rivendicativa. Contemporaneamente, il governo sembra voler procedere verso l’obiettivo di una regolazione pubblicistica del salario minimo in cifra fissa e prossima al livello dei salari mediani, della efficacia erga omnes dei contratti nazionali sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, della stessa loro rappresentatività. Si tratta di posizioni tra loro convergenti e rivolte a definire forzosamente con lo strumento legislativo, un modello neo-corporativo in base al quale alcuni corpi sociali, più rappresentativi di altri ma pur sempre espressione di minoranze rispetto al totale delle imprese e dei lavoratori, avrebbero il monopolio della regolazione contrattuale del lavoro. Anzi, secondo la proprietà transitiva, quelle relativamente più rappresentative avrebbero la forza di imporre i propri contenuti anche a quelle che con loro superano le soglie minime della rappresentanza. Il prof. Prodi ha motivato questo auspicio con ciò che accade in Germania ove da sempre esiste un sistema ordinato di relazioni collettive di lavoro e i sindacati si esprimono unitariamente. Il ragionamento potrebbe apparire coerente e interessante solo se si prescindesse non solo dalla storia politica e sindacale del Paese che ha avuto il più grande partito comunista dell’Occidente, ma soprattutto dalle grandi trasformazioni dei modi di produrre e di lavorare indotte dalla rivoluzione cognitiva. Ne’ si può dire che il mercato del lavoro italiano rappresenti il migliore dei mondi possibili, e come tale meriti di essere solo consolidato, perché abbiamo i tristi primati negativi ( nel confronto con i competitori ) dei tassi di occupazione e di partecipazione, dei salari e della produttività. D’altronde il lavoro sta progressivamente abbandonando la omologazione fordista e i divari territoriali sono drammaticamente aumentati per cui viene sempre più messa in discussione la rigida centralizzazione contrattuale che il sindacato unico “ di Stato” dovrebbe nei fatti confermare. Significativo è lo smarcamento esplicito da questa prospettiva non solo di organizzazioni minori come USB e Ugl ma soprattutto della  Cisl che da sempre rifiuta le astrazioni ideologiche ed opera in base al criterio della osservazione della persona attiva, che lavora o vuole lavorare, volendone promuovere la continua occupabilita’. Ciò conduce lo storico sindacato di Giulio Pastore, promotore in tempi lontani della contrattazione articolata, a preferire modi radicalmente nuovi di interpretare e rappresentare i bisogni delle persone nel lavoro attraverso, in primo luogo, l’affermazione del diritto alle conoscenze e competenze. Diventa così necessario il primato dei contratti sulla legge e, tra i contratti, di quelli aziendali e territoriali ove la formazione, le mansioni, il salario evolvono  in un clima partecipativo. Questi percorsi innovativi conducono la Cisl, in coerenza con la sua storia, a rifiutare l’invasione della legge nel campo della autonomia contrattuale ove le parti si riconoscono in base a regole che possono da se’, liberamente, definire. La eventuale ripresa dell’iter legislativo sulla rappresentanza diventerebbe quindi l’occasione per una sincera battaglia culturale prima ancora che politica. A contrapporsi,con schieramenti auspicabilmente trasversali, sarebbero i fautori di una società aperta che valorizzano la sussidiarietà dei corpi sociali e quelli di una società bloccata e controllata da poteri centrali pubblici o comunque istituzionalizzati. Sono in gioco le dinamiche della crescita che ha come inevitabile presupposto la libera autoregolazione dei territori e delle comunità d’impresa.

Maurizio Sacconi

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Popolo ed Élite: gli Amici di Marco Biagi chiedono il funzionamento dell’ascensore sociale

pubblicato su Bollettino ADAPT

È uscito in libreria il volume edito da Marsilio con cui gli Amici di Marco Biagi (già Amici di Mario Rossi) celebrano i 25 anni di attività di autoformazione. Il tema trattato dai numerosi autori è il rapporto critico tra popolo ed élite (alle quali gli autori stessi non negano di appartenere), quale si è prodotto a seguito della crescente insicurezza che molte persone avvertono per la salute, l’ambiente, il lavoro, il reddito, il risparmio, il patrimonio, la stessa incolumità fisica. Ne conseguono diffusi sentimenti di sfiducia e diffidenza nei confronti delle figure esperte che hanno ruoli apicali nella dimensione pubblica come in quella privata. Eppure il governo di società sempre più complesse necessita di competenze ed esperienze affidabili, alle quali si rivolge soprattutto una domanda non solo di amplificazione del malessere ma anche e soprattutto di decisioni efficaci e tempestive che sappiano generare sicurezza. Ma proprio nel momento in cui questa domanda si è fatta più forte, le élite si sono rivelate più ristrette per accesso, più chiuse in atteggiamenti egoisti ed autoreferenziali, più omologate in un pensiero unico addirittura globale, più separate dal senso comune del popolo. Nei momenti migliori della nostra vita repubblicana abbiamo avuto invece élite larghe, formatesi attraverso una pluralità di canali accessibili anche ai ceti meno abbienti, in concorrenza tra di loro, per lo più attente a non allontanarsi dai sentimenti diffusi nella nazione. Il libro degli Amici di Marco Biagi, ricco di analisi e indicazioni per i diversi profili della questione, concentra tuttavia la sua attenzione sul sistema educativo invocando il suo ancoraggio ai principi della tradizione, un modello plurale che corrisponda alle molte vocazioni dei nostri giovani, la effettiva libertà delle scelte educative, la doverosa collaborazione con le famiglie, il rinnovamento dei contenuti e dei metodi pedagogici a partire dalla integrazione con il lavoro. Parità delle opportunità e formazione integrale sono i cardini di un sistema che dovrebbe avvicinare le conoscenze di larghi strati della popolazione ai livelli superiori sprigionando élite plurali che accettano di essere misurate nei risultati che producono in relazione alle responsabilità affidate. La rivoluzione educativa, secondo gli autori, si realizza anche attraverso il superamento o lo svilimento del valore legale del titolo di studio, feticcio che nasconde spesso le massime incompetenze e che costituisce lo scudo dei vizi della classe docente. Si ipotizza quindi il passaggio dal titolo formale, che al più identifica un esecutore dell’epoca fordista, alla certificazione che definisce, almeno in un momento dato, il professionista che sa affrontare i cambiamenti continui nel mercato del lavoro, propri della nuova dimensione tecnologica. L’ascensore sociale va rimesso in moto, è la sintesi del libro, così che il popolo possa avvertire l’accessibilità e la mobilità delle classi dirigenti.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Cuneo fiscale: premiare i meriti senza ideologie egualitarie

pubblicato da Bollettino Adapt

Il governo ha varato il provvedimento che riduce il prelievo fiscale su alcune fasce di lavoratori dipendenti definendolo come l’anticipazione di una più ampia riforma dell’Irpef. Riforma che, peraltro, secondo le intenzioni, richiederebbe una crescita più significativa dell’economia italiana ed una redistribuzione della tassazione sui redditi che accentuerebbe la sua progressività. La correzione immediata sembra comunque destinata a non soddisfare sensibilmente ne’ i lavoratori ne’ le imprese sia per le esigue coperture di bilancio, sia per il carattere egualitario dell’intervento. Sarebbe stata più opportuna la scelta di concentrare le poche risorse su una più marcata (e più semplice) detassazione dei premi aziendali. In un Paese viziato dal persistere di insufficienti livelli di produttività del lavoro e dall’appiattimento retributivo indotto dalla invasivita’ dei contratti nazionali, si sarebbe potuta alzare la soglia del salario variabile incentivato e abbassare l’aliquota applicata. Da tempo tutte le istituzioni sovranazionali sollecitano l’Italia a collegare più strettamente gli incrementi retributivi con la maggiore efficienza aziendale. Più recentemente si è considerata anche la necessità di premiare lo sviluppo professionale del lavoratore che rappresenta un valore anche per l’impresa e per l’intera società. L’esasperata progressività del nostro modello tributario penalizza invece proprio coloro che più si impegnano e che conseguentemente meritano maggiore salario. Non a caso, soprattutto nelle piccole imprese, si sono spesso praticati i “fuori busta” per sottrarre alla aliquota marginale i premi aziendali. Si tratta ovviamente di una pratica disdicevole che determina la costituzione di risorse non contabilizzate. Ma proprio anche per questo motivo la progressività del prelievo si deve interrompere di fronte a trasferimenti dall’azienda al lavoratore che hanno una ragione virtuosa. Si aggiunga poi che negli anni più recenti la semplicissima disposizione che introdusse la detassazione del salario variabile nel 2008 è stata complicata con norme ed atti interpretativi che non danno per implicita la maggiore produttività aziendale in presenza di una erogazione aggiuntiva al lavoratore. Anzi, gli accordi collettivi devono essere tali da non scontare mai risultati positivi già prodottisi ma da produrre incrementi salariali variabilmente collegati ad esiti futuri e incerti. Questo atteggiamento “costruttivista” ha di fatto ulteriormente limitato lo scambio virtuoso tanto auspicato. È paradossale che le organizzazioni rappresentative delle imprese non abbiano segnalato con decisione queste anomalie.

Si deve considerare infine la pesantezza del prelievo sul reddito dei lavoratori autonomi nel momento in cui le oggettive difficoltà di moltissime attività indipendenti incoraggia l’evasione dell’IVA o determina la loro cessazione. Questi lavoratori sono sempre più i veri contraenti deboli nel mercato del lavoro e in quanto tali non sono certamente in grado di negoziare il netto della loro legittima remunerazione trasferendo sul committente gli oneri fiscali.

La ripresa della crescita interna passa quindi per una coraggiosa rimodulazione del nostro sistema tributario secondo criteri fondati sulla osservazione della realtà e non sulle ideologie egualitarie.

Maurizio Sacconi

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Convegno AMB – Popolo ed élite: come ricostruire la fiducia nelle competenze – 29 gennaio, Roma

Gentili Soci ed Amici, vi aspettiamo all’evento di presentazione del libro dell’Associazione Amici di Marco Biagi “Popolo ed Elité” a Roma, il 29 gennaio 2020 alle ore 17.30, presso la Sala Longhi di Unioncamere piazza Sallustio 21, con gli autori che hanno partecipato alla realizzazione della nostra ultima pubblicazione.

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Il mio canto libero/ Relativizzare l’orario misurando i risultati

pubblicato da Bollettino Adapt

Cambiano straordinariamente i modi di produrre e di lavorare ma rimangono uguali a se’ stessi i termini del dibattito politico e sindacale. Anzi, c’è un che di antico in molte delle proposte che vorrebbero tutelare il lavoro o aumentare la produttività nei nuovi contesti. Prevalgono così le piccole esigenze comunicazionali, la pigrizia intellettuale, l’astratta ideologia, il massimalismo verbale o la vuota affabulazione, la pochezza dei risultati. Da una parte e dall’altra. In questo scenario si iscrivono le recenti discussioni sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario che prescindono dall’elementare criterio dell’osservazione delle persone che lavorano nelle infinite sfaccettature che oggi offre la produzione di beni come di servizi e dalle potenzialità offerte dalla rivoluzione cognitiva. Vi è anzi una sorta di schizofrenia tra le analisi enfatiche sul salto tecnologico, sulle trasformazioni pervasivamente e geometricamente destinate a prodursi e la pretesa di ricondurre tutto a parametri tradizionali come l’orario. In questo ambiente si è da tempo sottolineata, al contrario, l’esigenza di cambiare i parametri e di utilizzare la contrattazione di prossimità per sperimentare nuovi modi con cui dare valore al lavoro e così rendere più competitiva la produzione. In particolare, il crescente superamento della dicotomia tra subordinazione e autonomia dovrebbe risolversi non nel terzo genere aggiuntivo della “autonomia subordinata” ma nella ricerca di modi con cui, progressivamente, relativizzare il tempo e il luogo di lavoro attraverso la condivisione tra le parti delle tecniche con cui misurare i risultati e gli incrementi di professionalità.  Solo uno scambio di questo genere, adattato alle diverse situazioni, può consentire passo dopo passo di liberare il lavoro dai mortificanti vincoli tradizionali e di esaltare invece la responsabile capacità delle persone. L’approccio, come dicevamo, non può essere che sperimentale e reversibile, senza schemi precostituiti e guardandosi, le parti, negli occhi. In un clima di condivisione e di fiducia non è difficile far contare gli esiti della produttività e delle competenze in luogo del controllo burocratico sul luogo e sul tempo del lavoro. Cio richiede un sindacato che si rinnova, investe nella formazione diffusa dei propri operatori o delegati, supera le tradizionali categorie che faticano a presidiare i perimetri contrattuali per lo sgretolamento dei vecchi confini della produzione. E richiede aziende nelle quali l’imprenditore e il management siano consapevoli che i collaboratori meritano tempo e fatica perché prevalgano la motivazione, la soddisfazione, la felicità nel lavoro attraverso il dialogo, l’attenzione personalizzata, l’investimento formativo, la misurazione condivisa dei parametri assunti per crescere insieme.

Analogamente, la riapertura della discussione su job act e art. 18 appare datata e meramente difensiva nelle posizioni delle parti. Chiariamo innanzitutto che la sanzione della reintegrazione è ancora possibile per il licenziamento illegittimo oltre che, ovviamente, per quello discriminatorio e perciò nullo. Partiti da una buona legge delega, i decreti delegati hanno definito un equilibrio discutibile tra la restrizione dei casi in cui è applicabile la reintegrazione e le nuove rigidità che ha subito prodotto o, negli atti successivi, indotto. Si salvano solo i rinvii alla contrattazione di ogni livello. Cosa diversa sarebbe l’avvio di una fase di intenso confronto sui modi con cui produrre finalmente elevati livelli di occupabilita’ in cambio di una norma europea sui licenziamenti. Il vero fallimento del job act è nella persistente carenza di politiche attive in mercati del lavoro ormai segnati da transizioni continue.  E per queste la soluzione non è certo nella tradizionale offerta formativa delle Regioni ma in quegli ecosistemi educativi territoriali che dovrebbero integrare imprese, apprendistato, scuola, università, istituti e centri di formazione professionale. Insomma, anche in questo caso, le risposte ai comprensibili bisogni di sicurezza devono essere nuove e sostanziali.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ 2020: il futuro prossimo del lavoro non è roseo

pubblicato su Bollettino ADAPT

Ciò va premesso, per quanto scetticamente,  nel momento in cui si vanno riproducendo in Italia paralleli fenomeni di diffidenza verso l’impresa profittevole e di favore per l’espansione della componente pubblica dell’economia. Il potere giudiziario si rivela spesso imponderabile, determina danni certi e immediati, alimenta incertezza. La percezione diffusa è che i normali criteri interpretativi delle norme vigenti, anche nel confronto infracomunitario, possono essere improvvisamente sovvertiti da iniziative giudiziarie temerarie le quali, ancorché provvisorie, sono irrimediabilmente devastanti. I reati tributari sono talora contestati in punta di diritto e determinano la propensione a concordare la sanzione solo per evitare le conseguenze su clienti e fornitori di una lunga incertezza, nonostante la soggettiva convinzione di innocenza. La combinazione di facili sequestri preventivi e di processi senza fine è inquietante. A ciò si aggiungono una ulteriore pressione fiscale di tipo “educativo” e disposizioni sulla responsabilità oggettiva dell’impresa che scoraggiano amministratori e investitori.  Non si sottovaluti lo scollamento ulteriore tra lo Stato unitario e le sue aree più vitali, ove il valore dell’impresa è invece largamente condiviso. Così come nel sempre più separato mezzogiorno la speranza di attrarre investimenti si riduce per la congiunzione tra inefficienze centrali e locali.

Si è concluso un anno difficile per le imprese e per il lavoro. Si è aperto un anno ancor più denso di preoccupazioni già in partenza. Alle ragioni di incertezza globale si aggiungono le fragilità interne. Ora è bene ricordare che il lavoro si produce ad opera di imprenditori che rischiano, investono, crescono. Certo, datori di lavoro possono essere anche lo Stato e le imprese possedute in tutto o in parte da azionisti pubblici. Nel primo caso, il dovere dell’efficienza e dell’efficacia, dovrebbe determinare l’occupazione strettamente necessaria per quantità e qualità a garantire le pubbliche finalità istituzionalmente assegnate. Ogni spreco è giustamente sottoposto a sorveglianza e responsabilità contabile. Nel caso delle aziende partecipate direttamente o indirettamente dallo Stato, le ragioni del contribuente e del risparmiatore dovrebbero prevalere su quelle di carattere meramente assistenziale.

L’obiettivo di “more and better jobs” confligge inesorabilmente con questo contesto. Si riducono le ore lavorate. Crescono i part timers involontari e i working poors. Le prestazioni lavorative sommerse riprendono a diffondersi nell’agricoltura e nei servizi. Molte attività artigianali e commerciali si marginalizzano fino a chiudere definitivamente. Il polmone dell’edilizia è reso sempre più asfittico dalla paralisi del mercato immobiliare e delle opere pubbliche. Le stesse medie imprese internazionalizzate contraggono fatturati ed occupazione per la minore domanda dei loro principali mercati. Aumenta la cassa integrazione. La fondamentale politica attiva degli investimenti formativi sconta le troppe carenze regionali mentre la maggiore spesa per la scuola si risolve prevalentemente nella stabilizzazione dei precari. L’università lamenta una grave insufficienza di risorse.

In questo quadro gli stessi incentivi (ben dieci!) non sembrano destinati a determinare assunzioni aggiuntive. Rappresentano certamente utili sopravvenienze attive per le imprese che avrebbero comunque assunto. E speriamo inducano qualche contratto di apprendistato di primo livello in più rispetto ai pochissimi praticati. O qualche donna in più occupata nel Mezzogiorno. O un maggiore reinserimento di cassaintegrati e disoccupati. Possono quindi spostare l’assunzione in favore di soggetti più fragili (tra i quali non dovrebbero essere i laureati eccellenti) ma, nel complesso, non faranno più lavoro perché non hanno la forza di crearlo.

Il futuro prossimo del lavoro non è quindi per nulla roseo perché non lo è quello dell’impresa.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Gino Giugni, riformista

Pubblicato su bollettino ADAPT

Gino Giugni, “padre” dello Statuto dei Lavoratori, è stato variamente ricordato in questi giorni in occasione del decennale dalla morte. Nella primavera del 1983 egli subì un attentato brigatista in quanto ritenuto una intelligenza professionale al servizio della composizione dei conflitti sociali. “Ragione” che fu alla base delle altre aggressioni terroristiche a figure esperte del lavoro con conseguenze, purtroppo, più tragiche. Craxi, segretario del Partito Socialista cui Giugni aveva da tempo aderito dopo le simpatie giovanili per il Partito d’Azione e per la socialdemocrazia di Saragat, decise di candidarlo per il collegio senatoriale di San Donà di Piave (Ve) nel voto anticipato che di lì a poco si svolse. Io ero entrato in Parlamento nel 1979 quale deputato del collegio che comprendeva le intere province di Venezia e di Treviso. E così mi candidavo in quello stesso anno per la rielezione anche nel territorio del Veneto Orientale. La comune amicizia con Gianni De Michelis ci fece conoscere stabilendo una intensa collaborazione umana e politica nei dieci anni successivi. Gino frequentava il collegio di elezione con l’intensità di un militante generoso ed umile, curando la rappresentanza degli interessi dei lavoratori delle fabbriche come dei piccoli imprenditori. Osservava compiaciuto la grande crescita economica e sociale di quell’area nella convinzione che il suo diritto del lavoro dovesse vivere nell’evoluzione delle relazioni collettive e individuali. Amava ricordare quanto gli disse Brodolini, prima dell’ultimo viaggio a Zurigo per la malattia, a proposito di uno Statuto che avrebbe dovuto rimanere ancorato ai “lavoratori” senza decadere a strumento dei “lavativi”. Raccontava di non avere amato certi irrigidimenti prodottisi nel compromesso parlamentare o nella interpretazione di certa giurisprudenza ideologizzata. Pur affermando la natura implicitamente dialettica del rapporto di lavoro, auspicava la soluzione dei conflitti attraverso gli strumenti della conciliazione e dell’arbitrato (tema del recente convegno dedicatogli da Aidlass) . Quando poi nel 1987 venne eletto anche nel collegio senatoriale di Conegliano, territorio di intense relazioni industriali maturate nelle fabbriche metalmeccaniche, volle fondare li un centro studi del lavoro dedicato alle nuove prospettive che si stavano aprendo con la caduta del comunismo e vi organizzo’ il primo incontro tra giuslavoristi dei vicini Paesi che avrebbero presto vissuto una veloce transizione all’economia di mercato. I suoi consigli si rivolgevano ad un impianto regolatorio semplice, fatto non di garanzie immutabili ma di sostegni alla duttile contrattazione, funzionale in primo luogo alla attrazione di investimenti e allo sviluppo d’impresa. Fu quindi insieme socialista e liberale ma soprattutto riformista nel metodo empirico che praticava. Nei prossimi mesi lo Statuto dei Lavoratori compirà 50 anni ed il migliore modo per capirne il significato più autentico, storicizzandolo, sarà la lettura di una bella intervista di Giugni al più giovane collega Pietro Ichino del 1993 nella quale affermava: “Potremmo dire che quanto piu la società migliora, e il diritto del lavoro consegue e consolida il suo obiettivo di riequilibrio tra le parti, tanto meno c’è bisogno del diritto del lavoro stesso”. Era un paradosso, una consapevole utopia, ma utile a spiegare il senso e l’adattivita’ di un diritto vivente.

Maurizio Sacconi


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