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Il mio canto libero/ Lavorare meno, lavorare tutti? Meglio sostituire l’orario con i risultati

Pubblicato su Bollettino ADAPT


Lavorare meno, lavorare tutti! Così il titolo del quotidiano Lotta Continua in un giorno del 1977. L’utopia aveva allora almeno la giustificazione di una organizzazione fordista della produzione e il precedente della storica battaglia per la conquista (internazionale) di un orario massimo di lavoro. Ma ora, la ipotesi di una norma rivolta ad incentivare la riduzione di orario a parità di salario conferma solo l’attitudine a cercare negli strumenti del ‘900 le chiavi per rispondere a bisogni straordinariamente nuovi.

Siamo consapevoli di dover affrontare l’impatto sul mercato del lavoro della combinazione tra nuove tecnologie e faticosa ripresa delle attività dopo il periodo della forzata chiusura di molte imprese, della tutela passiva di molti lavoratori, del diffuso ricorso alle prestazioni da remoto. Soprattutto le piccole e piccolissime imprese non possono tollerare in questa fase aumenti contrattuali centralizzati e perciò applicabili indistintamente a tutte. Non a caso, perfino l’accordo di breve periodo degli alimentaristi non è stato sottoscritto da tutte le federazioni imprenditoriali del settore. Possono invece rivelarsi utili gli accordi territoriali per definire aumenti retributivi in piccoli cluster omogenei, scambiandoli con flessibilità organizzative. O, meglio ancora, soccorrono i contratti aziendali nelle imprese strutturate e sindacalizzate per affrontare insieme, caso per caso, i complessi percorsi della ripresa. Gli strumenti normativi non mancano perché nella dimensione aziendale o territoriale sono possibili accordi in deroga alle leggi e ai contratti nazionali in materia di orario, di adattamento delle tipologie contrattuali, di modalità della prestazione, di inquadramenti e declaratorie professionali, di impiego delle tecnologie di controllo ed altro ancora. Purtroppo, per lunghi anni, Confindustria ha assistito passivamente al ridimensionamento della detassazione del salario di produttività avviata nel 2008. Ora sarebbe bene ripristinare quella normativa semplice e allargarne la platea dei beneficiari.

La formazione è il più naturale contenuto dei contratti di prossimità e, costituendo un diritto-dovere per il lavoratore, non può che collocarsi nel tempo di lavoro e non al di fuori di esso. Più in generale, dopo la disordinata esperienza del lavoro da casa, proprio le intese individuali e aziendali possono progressivamente relativizzare l’orario di lavoro man mano che si definiscono modalità efficienti di assegnazione al collaboratore di obiettivi e di controllo del loro conseguimento. L’agilità è implicita nel lavoro moderno nel senso che il vincolo spazio-temporale viene sostituito da quello del risultato, qualunque sia la tipologia contrattuale. Lo stesso salario cambierà struttura al punto da perdere la componente dello straordinario sostituendola con un più marcato collegamento con indicatori di risultato, di produttività, di professionalità.

Il Presidente designato non ha però chiarito se accetterà una legge che disciplini il salario minimo e la rappresentatività dei corpi sociali. Questa sarebbe in aperta contraddizione con lo spostamento della contrattazione nelle aziende e nei territori perché rafforzerebbe solo la dimensione centralizzata degli accordi. Insomma, questo è il bivio. O la riproposizione dei contratti nazionali rigidi e omologanti il lavoro o lo sviluppo delle intese su misura.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Primo maggio e 70 anni della Cisl: le nuove sfide del lavoro nella ripartenza

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Nei giorni scorsi abbiamo celebrato in successione i 70 anni della Cisl e la festa internazionale del lavoro. La cultura della organizzazione sindacale di ispirazione cristiana appare ancor più utile nel momento in cui affrontiamo una faticosa e incerta ripartenza dell’economia dopo il blocco delle attività imposto dal contagio. Dalla sua nascita, la Cisl ha coerentemente rifiutato la omologazione dei lavoratori in una indistinta classe votata al conflitto sociale, considerato quale fine ultimo della sua azione il benessere di ciascuna persona nella sua originalità, ritenuto l’impresa una comunità nella quale promuovere relazioni collaborative. La Cisl ha sempre difeso l’autonomia dei corpi sociali diffidando delle ingerenze del legislatore perché il contratto è per definizione flessibile, adattivo tra le parti, tanto quanto la legge è omologa, rigida e dipendente dai mutevoli equilibri politici. Per questa ragione si è opposta ad una regolazione legislativa del salario minimo e della rappresentatività sindacale che porterebbe le organizzazioni tutte nella dimensione pubblicistica. Sarebbe la vittoria postuma del corporativismo contro l’idea di società aperta che ha informato tutta la storia repubblicana dei corpi intermedi. Liberi e responsabili loro e gli accordi che reciprocamente stabiliscono.

Ci interroghiamo ora, con preoccupazione, sulle conseguenze occupazionali della combinazione tra rivoluzione tecnologica e recessione globale di origine pandemica. La ripresa vedrà probabilmente la morte di molte imprese marginali, la sopravvivenza in dimensione più contenuta di altre e la accelerazione diffusa dei processi di digitalizzazione con il risultato della scomparsa di molti posti di lavoro tradizionali. Sarà difficile per un sindacato partecipativo concorrere a gestire questi processi in modo che si traducano in posti di lavoro e in occupabilita delle persone. Vi sarà da un lato la propensione ideologica ad agire centralisticamente con illusori vincoli legislativi come quello collegato ai benefici della liquidità. E, dall’altro, la tentazione di molte imprese di sostituire quanto più possibile il lavoro con la tecnologia senza dialogo sociale. La stessa esperienza del lavoro da remoto potrebbe sollecitare questo convincimento.

Si accentueranno quindi i problemi della transizione ad altre professionalità per molti lavoratori e l’esigenza di politiche attive che li accompagnino efficacemente. Avevamo in Italia la buona pratica lombarda della “dote lavoro”, che consegnava al disoccupato la scelta del servizio cui rivolgersi, ma è stata fermata da una capziosa indagine europea sull’uso dei fondi relativi. Toccherebbe alle parti sociali difenderla e riproporla su scala nazionale per stimolare la competizione tra soggetti pubblici e privati in funzione del migliore accompagnamento al lavoro. Inoltre, è giunto davvero il momento di utilizzare con procedure semplificate le risorse del Fondo Sociale Europeo e dei fondi bilaterali per un piano nazionale di alfabetizzazione digitale. Soprattutto, solo un’azione sindacale moderna e duttile potrebbe conquistare le condizioni per la condivisione. Occorrono flessibilita regolatorie che, tuttavia, difficilmente governo e parlamento potranno garantire anche perché serviranno diverse nelle varie circostanze. Solo accordi aziendali e territoriali in deroga alle leggi e ai contratti nazionali potranno definire nuovi moduli di orario, rendere produttivo il lavoro a distanza, semplificare l’uso dei contratti a termine, conservare le collaborazioni senza la rigidità che le ha assimilate tutte a lavoro subordinato. La Cisl sarà certamente pronta a condividere soluzioni pragmatiche. Gli imprenditori, le loro associazioni, i consulenti del lavoro saranno disponibili anche ad accordi “separati”, ove inevitabili, o preferiranno approfittare della chiusura ideologica di altri sindacati per fare da soli? Come ha detto il vicesegretario della Cisl Luigi Sbarra, in una recente intervista, tocca soprattutto al sindacato proporre le giuste flessibilita’ se si vogliono salvare e produrre posti di lavoro.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Buon lavoro Bonomi!

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Il presidente designato di Confindustria assumerà con la funzione una parte importante della responsabilità politica nel percorso di ricostruzione economica e sociale. Nonostante tutto, la antica confederazione degli imprenditori è ancora in grado di catalizzare settori significativi della pubblica opinione se riprende la sua autonoma capacità sindacale, ovvero di tutela e rappresentanza degli interessi dell’impresa, senza timori reverenziali verso istituzioni e sindacati. I nodi immediati sono la liquidità delle imprese, il lavoro, la burocrazia, la giustizia.

Le imprese hanno bisogno di risarcimenti a fondo perduto per un blocco imposto dalle autorità. La liquidità attraverso le garanzie pubbliche non funziona né funzionerà perché non aumenta il merito di credito e, in ogni caso, produrrebbe un indebitamento insostenibile.

Il lavoro va sostenuto attraverso l’applicazione dei protocolli di sicurezza, la tempestiva erogazione di ammortizzatori, finanziamenti rapidi di progetti formativi dai fondi bilaterali. Ma, ora più che mai, anche attraverso regole più flessibili e accordi aziendali o territoriali. La ripresa del percorso legislativo per il salario minimo e le regole sulla rappresentanza per potenziare i contratti nazionali spaccherebbe il Parlamento (centrodestra contrario) e lo stesso sindacato (Cisl fieramente ostile). Sarebbe davvero paradossale portare ora i corpi sociali nella dimensione pubblicistica.

La burocrazia si è fatta “difensiva”, ha paura di assumere responsabilità, non decide. Va tutelata con decisioni e polizze assicurative. Possiede big data ma non li usa. Un vero commissario nazionale di tutti i sistemi informativi e digitali nelle pubbliche amministrazioni dovrebbe avere la esplicita missione della loro totale interoperabilità.

Last but not least, la giustizia. Bonomi sa bene che dopo la crisi economica da lockdown e ancora in presenza di pericoli pandemici potremmo avere una nuova stagione di diffuse iniziative giudiziarie con effetti di ulteriore paralisi e insicurezza per gli operatori. Occorre “scudare”esplicitamente le responsabilità istituzionali e imprenditoriali rispetto al contagio. Ovviamente nel rispetto dei protocolli di sicurezza del lavoro. Chi avrà il coraggio di una iniziativa in questo senso, proporrà per primo ciò che molti in cuor loro sanno essere giusto e ne avrà merito.

Buon lavoro Presidente!

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Il lockdown non può sostituire l’incapacità di fornire dispositivi e test

Pubblicato su Bollettino ADAPT

La compatibilità tra lavoro e salute, nella consapevolezza che non esiste il rischio zero, deve essere perseguita alzando diffusamente i livelli di prevenzione con l’obbligo per tutti i datori di lavoro di avvalersi dei medici competenti, anche con modalità consortili. Nel mezzogiorno la chiusura delle attività e’ paradossalmente ancor più pericolosa perché le espone alla penetrazione della criminalità organizzata che certo non manca di liquidità.

Se da un lato è stato doveroso proteggere la capacità produttiva costretta alla chiusura, dall’altro è necessario avere consapevolezza dei danni geometricamente crescenti che si producono se gli altri riaprono e noi no. Ogni giorno le nostre imprese perdono clienti a favore dei concorrenti operosi. E per molte le misure dedicate alla liquidità arriveranno troppo tardi rispetto alla soglia di sopravvivenza. Si ha la sensazione che in Italia il lockdown serva a sostituire l’incapacità di monitorare e gestire i pericoli di contagio per assenza di dispositivi e di device utili a testare e controllare. La politica deve assumere su di se’ la responsabilità di decisioni fondate su un approccio olistico ai problemi della nazione. Noi rischiamo di cumulare i tragici, elevati, indicatori di mortalità con altrettanto elevati livelli di recessione, disoccupazione e impoverimento. E con ogni probabilità, se non si modificano i processi seguiti, nemmeno nel prossimo 3 maggio saremo in grado di gestire la prevenzione del contagio in condizioni di regolata attività perché privi degli strumenti per farlo.

Per quanto riguarda i lavoratori, ciò che conta è comunque la rapida trasmissione delle risorse finanziarie dallo Stato alle Regioni e da queste, attraverso l’Inps, alle persone e alle famiglie. La società italiana era già affaticata prima del contagio ed oggi appare diffusamente priva di quegli ammortizzatori naturali, familiari o comunitari, che in passato l’avevano sostenuta nelle transizioni. Entro aprile tutti devono percepire la cassa in deroga. L’Inps è chiamata a dimostrare efficienza con la gestione di grandi flussi. Insieme, Inps e Regioni, devono rendere superflua la disponibilità bancaria alle anticipazioni (onerose). È necessario, peraltro, da un lato garantire trasferimenti adeguati alle Regioni in quanto queste possono emettere decreti di autorizzazione nei limiti di essi e, dall’altro, ottenere dalle Regioni stesse processi elementari e veloci di valutazione delle domande. A questo proposito è emblematica la polemica circa il ruolo delle organizzazioni di rappresentanza. Queste possono svolgere una insostituibile funzione di controllo sociale ma non fino al punto di essere dotate di un potere di veto. Una cosa è coinvolgerle in tavoli di monitoraggio regionale ove possano essere segnalate le situazioni che presentano criticità di vario genere. Altra cosa è pretendere il loro assenso, anche silenzioso, per una platea così vasta di richiedenti, molti dei quali non hanno mai conosciuto ne’ le associazioni datoriali ne’ i sindacati dei lavoratori.

Ritorna, ancor più in una emergenza così straordinaria, la differenza tra una funzione istituzionalizzata dei corpi sociali in quanto garantita dalla legge ed invece lo sviluppo del loro ruolo in quanto conseguenza di capacità liberamente riconosciute e apprezzate. Il potere di veto non induce mai virtù ma vizi. E’ stata saggia poi la decisione di coprire con le casse in deroga anche i lavoratori di aziende artigiane o commerciali non iscritte ai fondi bilaterali. E questo non significa sottovalutare la utilissima funzione della bilateralità che e’ stata anzi sostenuta da una nota circolare ministeriale e deve essere ora preservata da impegni di spesa insostenibili. Insomma, soldi subito e riaprire presto. Con test e mascherine!

Maurizio Sacconi

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Blog Formiche

Ripartire e tutelare la sicurezza dei lavoratori, si può. Sacconi spiega come

Pubblicato su Formiche.net

Possiamo immaginare di accompagnare gradualmente tutto il sistema produttivo ad una sorveglianza olistica sulla salute dei dipendenti, a partire dalla infezione virale in corso. Il commento di Maurizio Sacconi, ex ministro della Salute, del Lavoro e delle Politiche sociali e chairman della Steering Committee di Adapt

È bene cominciare a preparare i termini corretti di una più ampia e progressiva ripresa delle attività nella speranza che, grazie agli strumenti per la liquidità e per la sopravvivenza dei rapporti di lavoro, quante più imprese possano sopravvivere. Siamo ben consapevoli che da un lato le precauzioni contro il contagio dovranno essere praticate a lungo e che, dall’altro, la paralisi dell’economia non ci è consentita oltre una certa soglia temporale.

Il che ci porta a ipotizzare un modello di regole semplici ed effettive a tutela della salute dei lavoratori, tanto nello spostamento da e per il luogo di lavoro quanto nell’ambito di esso. E, si aggiunga, un set di regole che ove correttamente adottate ed efficacemente attuate abbia anche la forza di esimere da responsabilità penale, civile e amministrativa il datore di lavoro perché ha approntato ogni mezzo idoneo a prevenire il contagio.

La seconda motivazione può solo rafforzare la prima. Nei mezzi di trasporto collettivo occorrono evidentemente normative per il numero massimo delle persone in rapporto al volume e per il distanziamento tra loro. Oltre a insistiti processi di sanificazione. Nelle aziende può innanzitutto rimanere ferma la possibilità di lavoro a distanza facendo evolvere la capacità tecnologica e organizzativa per indicare ai dipendenti gli obiettivi periodici e verificare i risultati relativi.

L’attesa può inoltre essere riempita con la accelerazione del percorso di digitalizzazione e con attività di formazione finanziate dai fondi interprofessionali secondo modalità agili che devono essere autorizzate agli enti bilaterali che li gestiscono. Nei casi in cui, soprattutto nella produzione, la presenza fisica si rende necessaria il regolatore dovrebbe stabilire rapidamente, andando oltre le poche norme emergenziali già introdotte, una normativa speciale in parte sostitutiva e in parte integrativa del Testo Unico sulla salute e sicurezza nel lavoro. Questa, auspicabilmente, dovrebbe ridimensionare con certezza gli obblighi formali come l’aggiornamento del documento di valutazione del rischio per concentrarsi sui profili sostanziali come il distanziamento effettivo e il conseguente ridisegno del lay out aziendale, l’impiego dei dispositivi di protezione individuale, il ricorso a test periodici sull’infezione, l’obbligo generalizzato del medico competente attraverso la possibilità per le imprese che non vi sono già tenute di organizzarsi in consorzi per ridurre i costi e deducendoli comunque per intero.

Possiamo insomma immaginare di accompagnare gradualmente tutto il sistema produttivo ad una sorveglianza olistica sulla salute dei dipendenti, a partire dalla infezione virale in corso.

E per le stesse mascherine l’Italia deve porsi gradualmente l’obiettivo di un ritorno agli obblighi della legge ordinaria per quanto riguarda le loro caratteristiche filtranti, superando le meno stringenti disposizioni emergenziali in presenza della loro effettiva disponibilità. Abbiamo quindi l’opportunità di far evolvere la salute nel lavoro sulla base della pressione contingente per arrivare ad un approccio molto più sostanziale rispetto al tradizionale formalismo.

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Il mio canto libero/ Draghi: ad ogni costo conservare capacità produttiva e rapporti di lavoro

pubblicato su Bollettino ADAPT

La proposta di Mario Draghi lascia sullo sfondo le modalità con cui garantire solidalmente la stabilità finanziaria e bancaria europea nel contesto di un forte incremento del debito pubblico ma indica con molta puntualità le finalità della maggiore spesa degli Stati. Altro che Green Deal o altre costruttivistiche politiche della domanda pubblica. Gli Stati e, con il loro sostegno, le banche devono garantire la sopravvivenza delle attività produttive (di beni come di servizi) e dei rapporti di lavoro per come sono, senza occhiute selezioni tra buoni e cattivi, senza dirigistiche valutazioni sul loro impatto ambientale o sulla qualità delle loro relazioni industriali. Primum vivere! Gli effetti economici della crisi pandemica, paragonati a quelli di un conflitto armato su larga scala, sono così pervasivi e devastanti che innanzitutto è necessario mettere l’economia reale in condizione di resistere. Senza esitazione, perché la posta in gioco è la capacità di ripartire delle economie dell’Unione nel momento in cui gli scambi e la domanda globale riprenderanno a muoversi con la possibile conseguenza di nuovi assetti geoeconomici e geopolitici. Un uomo di solida cultura liberale come Draghi arriva quindi a chiarire che non basta sostenere il reddito delle persone costrette alla inattività ma che si devono conservare i rapporti di lavoro in essere. Wathever it takes. Quindi, traducendo negli strumenti nazionali, cassa integrazione in deroga a qualunque lavoratrice o lavoratore anche delle più microscopiche attività perché la continuità delle imprese si realizza attraverso la conservazione di tutti i fattori produttivi, a partire dalle persone con le loro competenze ed esperienze. E a questo proposito l’unico indirizzo di politica pubblica potrebbero essere piani nazionali straordinari di alfabetizzazione digitale e di incremento delle professionalita’ innanzitutto concentrando in questa fase tutte le risorse dei fondi bilaterali ed erogandole con modalità semplici. La giustificazione “liberale” è nel fatto che questa crisi dipende non dalla inefficienza dell’offerta ma da un fattore straordinario ed estraneo alle logiche di mercato. E’ in fondo la stessa ragione che motivo’ il governo italiano nel 2008, in presenza di un crollo improvviso della domanda globale dovuto alla crisi finanziaria, a chiedere all’Unione di poter utilizzare il Fondo Sociale, usualmente così mirato a “buoni” progetti, per un generalizzato sostegno al reddito in costanza di rapporto di lavoro. Le casse in deroga funzionarono perché furono erogate con semplicità e in prossimità attraverso la stretta collaborazione tra direzioni regionali Inps e Regioni. Quella esperienza, invero allora criticata da qualche ambiente elitario con la conseguente rigida riforma degli ammortizzatori, può ancora oggi essere utile per raggiungere presto tutti i beneficiari.

Maurizio Sacconi

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Blog Formiche

Conservare i rapporti di lavoro, whatever it takes. Sacconi legge Draghi

Pubblicato su Formiche.net

Un uomo di solida cultura liberale come Mario Draghi chiarisce nel suo editoriale al Financial Times che non basta sostenere il reddito delle persone, ma si devono conservare i rapporti di lavoro in essere. L’intervento di Maurizio Sacconi, già ministro della Salute, del lavoro, delle politiche sociali e chairman della steering committee di Adapt

L’intervento di Mario Draghi su FT è già stato variamente commentato con accenti unanimemente positivi. Se per ora la sua proposta lascia sullo sfondo le modalità con cui garantire solidalmente la stabilità finanziaria e bancaria europea nel contesto di un forte incremento del debito pubblico, molto puntuale è invece l’indicazione delle finalità della maggiore spesa degli Stati.

Altro che Green Deal o altre costruttivistiche politiche della domanda pubblica. Gli Stati e, con il loro sostegno, le banche devono garantire la sopravvivenza delle attività produttive (di beni come di servizi) e dei rapporti di lavoro per come sono, senza occhiute selezioni tra buoni e cattivi, senza dirigistiche valutazioni sul loro impatto ambientale o sulla qualità delle loro relazioni industriali. Primum vivere! Gli effetti economici della crisi pandemica, paragonati a quelli di un conflitto armato su larga scala, sono così pervasivi e devastanti che innanzitutto è necessario mettere l’economia reale in condizione di resistere. Senza esitazione, perché la posta in gioco è la capacità di ripartire delle economie dell’Unione nel momento in cui gli scambi e la domanda globale riprenderanno a muoversi con la possibile conseguenza di nuovi assetti geoeconomici e geopolitici.

Un uomo di solida cultura liberale come Draghi arriva quindi a chiarire che non basta sostenere il reddito delle persone costrette alla inattività ma che si devono conservare i rapporti di lavoro in essere. Wathever it takes. Quindi, traducendo negli strumenti nazionali, cassa integrazione in deroga a qualunque lavoratrice o lavoratore anche delle più microscopiche attività perché la continuità delle imprese si realizza attraverso la conservazione di tutti i fattori produttivi, a partire dalle persone con le loro competenze ed esperienze. E a questo proposito l’unico indirizzo di politica pubblica potrebbero essere piani nazionali straordinari di alfabetizzazione digitale e di incremento delle professionalità innanzitutto concentrando in questa fase tutte le risorse dei fondi bilaterali ed erogandole con modalità semplici.

La giustificazione “liberale” è nel fatto che questa crisi dipende non dalla inefficienza dell’offerta ma da un fattore straordinario ed estraneo alle logiche di mercato. È in fondo la stessa ragione che motivò il governo italiano nel 2008, in presenza di un crollo improvviso della domanda globale dovuto alla crisi finanziaria, a chiedere all’Unione di poter utilizzare il Fondo Sociale, usualmente così mirato a “buoni” progetti, per un generalizzato sostegno al reddito in costanza di rapporto di lavoro.

Le casse in deroga funzionarono perché furono erogate con semplicità e in prossimità attraverso la stretta collaborazione tra direzioni regionali Inps e Regioni. Quella esperienza, invero allora criticata da qualche élite, può oggi orientare analoghe modalità per raggiungere presto tutti i beneficiari. In fondo Draghi ci dice che più la recessione è grave ed estesa, più essenziale e generalizzata deve essere la risposta. Con buona pace dei dirigisti.>

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Blog Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Cento unità di crisi (virtuali) per la tutela del lavoro

pubblicato su Bollettino ADAPT

Nei giorni in cui si accentuano le difficoltà di sopravvivenza delle imprese con la chiusura di molte attivita non “essenziali”, Confindustria ha proposto un Comitato Nazionale per la Tutela del Lavoro, una sorta di unità di crisi tra le parti sociali dedicata a prevenire e, per quanto possibile, risolvere le criticità aziendali attraverso gli strumenti messi a disposizione dal governo e, ci si augura, gli altri che potranno aggiungersi soprattutto a sostegno della liquidità e dell’indebitamento delle singole attività produttive. Tutto ciò che induce a cooperare è certamente cosa buona e giusta ma le prospettive temporali della crisi e la sua natura globale inducono a temere che assuma (o abbia già assunto) un carattere così diffuso da non potere essere governata solo dalla dimensione centrale.

Molte lavoratrici, molti lavoratori sono chiusi in casa e non sempre il datore di lavoro è organizzato per farli operare a distanza o per utilizzare questo tempo di attesa attraverso una buona formazione. Le attività educative vivono la ben nota condizione asimmetrica dal punto di vista delle capacità di generare un efficiente apprendimento da remoto. Il tessuto delle medio-piccole, piccole e piccolissime imprese è largamente dominante e più esposto alla crisi di liquidità e alla cancellazione di posti di lavoro.

È nei territori quindi che, anche grazie ai prefetti come nel 2008, occorre promuovere unità di crisi (virtualmente) partecipate dalle istituzioni, dalle parti sociali, dai professionisti ordinistici, dalle aziende di credito e, perché no, dalle stesse entità educative o formative e dai fondi bilaterali.

Si tratterà di evitare ogni approccio burocratico, che talora ha caratterizzato analoghe esperienze del passato, per privilegiare comportamenti orientati a risultati che consentano la sopravvivenza finanziaria delle imprese, la continuità dei rapporti di lavoro anche con l’uso veloce degli ammortizzatori in deroga, la promozione della digitalizzazione e di concrete attività di lavoro e di apprendimento a distanza. Insomma, questo tempo terribile può e deve essere attraversato operosamente non solo in termini di resilienza ma anche di costruzione di alcuni degli strumenti che ci consentiranno di ripartire più velocemente nel dopo crisi. Nei territori si possono mobilitare straordinarie energie per le emergenze del presente e per i progetti del futuro. Nei giorni scorsi, ad esempio, un segnale importante è giunto dalle fondazioni bancarie locali in favore del terzo settore.

Nella stessa gestione della pandemia, i servizi territoriali come la medicina di base ed anche i sindaci hanno fatto la differenza perché hanno rappresentato, ove hanno funzionato, un filtro indispensabile alla spedalizzazione. La crisi chiede quindi autorità, autorevolezza, capacità operativa per alcune essenziali funzioni centrali ma la ricostruzione dipenderà per un verso dal risveglio solidaristico europeo ed occidentale e, per l’altro, dalla vitalità diffusa dei nostri campanili.

Maurizio Sacconi

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anniversario Blog Marco Biagi

19 marzo 2002 – 19 marzo 2020, ricordando Marco Biagi Oggi alle 14.30 in diretta il webinar ADAPT

Cari amici e gentili lettori,


il 19 marzo di diciotto anni fa veniva assassinato Marco Biagi. In questi giorni le analisi e i pensieri sono tutti concentrate su altro, giustamente. Noi non vogliamo comunque rinunciare a una testimonianza e lo faremo questo pomeriggio, tra le 14.30 e le 15.30, in diretta streaming a questo link con un breve seminario

Lo facciamo non solo e non tanto per senso del dovere. Non sta a noi ricordarne la figura pubblica e il ruolo di servitore dello Stato. E del resto, come lo stesso Marco ebbe modo di sottolineare nel ricordare il suo Maestro, Federico Mancini (Marco Biagi, Federico Mancini: un giurista “progettuale”, The Johns Hopkins University – Bologna Center, Bologna, March 2001, pp. 3-11), «credo che non avrebbe gradito una commemorazione». Anche oggi, dunque, ci fermeremo per qualche minuto e lo faremo con chi vorrà seguirci in modo da tenere vivo un pensiero e anche un peculiare metodo di lavoro che trovava e trova nel confronto coi giovani una linfa vitale. Ci riferiamo a giovani studiosi, sindacalisti e operatori del diritto e del mercato del lavoro che magari non lo hanno mai conosciuto di persona e che però possono ancora oggi “incontrarlo” attraverso i suoi scritti, la sua progettualità e il suo impegno per un mercato del lavoro più giusto e inclusivo. Questo è il tema di cui dibattiamo in questi giorni, in piena emergenza sanitaria, e questo tema non può essere affrontato correttamente se non attraverso impegno civile, passione e, appunto, un metodo che un “giurista di progetto” come Marco Biagi chiamava il metodo del diritto delle relazioni industriali.

Riteniamo che questo pensiero e questo metodo siano ancora oggi vivi. Lo dimostrano, crediamo, la vitalità e la storia di ADAPT che proprio quest’anno è arrivata ai venti anni di vita grazie a una felice intuizione di Marco che ha sempre creduto in una idea di Scuola intesa come un gruppo legato da stima collettiva e capace di condividere un progetto comune.

Per chi volesse approfondire questa storia e la sua originaria dimensione di “bottega artigiana” Condividiamo con voi in questa occasione in formato open access il libro Morte di un riformista (Marsilio, 2002). 

Ci troviamo tra poco a questo link per tenere viva e dare un senso a questa storia che ci vede tutti impegnati a costruire assieme un futuro del lavoro migliore. 


Michele Tiraboschi
Direttore Scientifico ADAPT

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Amici Marco Biagi anniversario Blog Marco Biagi

Il mio canto libero/ Da Biagi le intuizioni per uno Statuto dei diritti e dei doveri della persona attiva

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Nel 2001 Marco Biagi scriveva nel suo Libro Bianco che “non può certo essere condiviso l’approccio ….. di estendere rigidamente l’area delle tutele senza prevedere alcuna forma di rimodulazione all’interno del lavoro dipendente”. Nel momento in cui prevedeva il progressivo superamento della tradizionale separazione tra autonomia e subordinazione della prestazione, egli infatti immaginava “un nucleo minimo di norme inderogabili”, soprattutto di specificazione del dettato costituzionale, al di sopra del quale riteneva “opportuno lasciare ampio spazio all’autonomia collettiva e individuale” per declinare in prossimità le nuove tutele reali come la formazione. Con l’aggiunta di un avvicinamento dei regimi previdenziali. Impostazione, la sua, largamente disattesa da chi oggi, di fronte alla necessità di ripensare il sistema di protezioni nella rivoluzione cognitiva, decide la secca estensione della disciplina del lavoro subordinato a tutte le attivita prestate in favore di terzi. Si tratta di una prima attuazione della “Carta dei diritti universali” proposta dalla Cgil che implica l’applicazione di tutte le tutele previste dall’ordinamento a tutti. A partire dal ben noto art.18 che, in effetti, se dovesse essere riconosciuto come un diritto (e non come una tutela), dovrebbe estendersi anche a quella metà circa di lavoratori cui oggi non si applica. La tesi ha una sua popolarità corrispondente alla crescente insicurezza generata dai profondi cambiamenti nei modi di produrre e lavorare. Eppure non è difficile immaginare, anche alla luce di recenti sperimentazioni, come una tale rigidità avrebbe il solo effetto di ridurre ulteriormente il monte ore lavorate e di incoraggiare l’effetto sostitutivo delle macchine. La grande depressione economica, che potrebbe seguire la terribile diffusione virale, accentuerebbe la portata negativa di questo tipo di decisioni. Marco Biagi fu probabilmente il primo giurista italiano (e non solo) a dedurre dai primi segnali della fine del fordismo la necessità di una nuova architettura regolatoria del lavoro. Non pretendeva di conoscere il mondo nuovo ma, intuendo che sarebbe stato denso di incognite e di variabili, immaginò il passaggio a quella disciplina duttile e mutevole dei rapporti di lavoro che solo la contrattazione di prossimità avrebbe potuto consentire. Parlo’ quindi di Statuto dei Lavori per sottolineare la fine della omologazione del lavoro. Egli, ancor più, ci ha però avvicinato all’idea di coniugare i diritti e i doveri di ciascuna persona attiva, che lavora o vuole lavorare, evidenziando la inevitabile connessione tra le tutele pubbliche o collettive e la responsabilità di ciascuno. Basti pensare al primario obiettivo della autosufficienza nel mercato del lavoro quale si realizza attraverso la buona formazione. Questa è qualificabile non solo come un diritto ma anche come un dovere perche’ rappresenta la più efficace tutela per la occupabilita’ della persona ed insieme come il migliore contributo alla competitivita’ dell’impresa e dell’economia nazionale. Dovere verso se’ stessi e verso il proprio contesto relazionale. Nondimeno evidente e’ la connessione tra diritto e dovere nel caso di sussidi che devono rappresentare una tutela transitoria giustificata dal contestuale impegno per una nuova occupazione. Perfino nel caso della salute e sicurezza la Cassazione ha affermato che “il sistema della normativa antinfortunistica si è evoluto, passando da un modello “iperprotettivo”, interamente incentrato sulla figura del datore di lavoro, quale soggetto garante investito di un obbligo di vigilanza assoluta sui lavoratori, ad un modello “collaborativo”, in cui gli obblighi sono ripartiti tra più soggetti, compresi i lavoratori”. Insomma, ogni diritto diventa sostenibile ed effettivo grazie ad un corrispondente dovere.

Più il mondo cambia, più troviamo ancora ispirazione nel suo spirito di “rottura” degli schemi tradizionali cui si aggrappano invece i suoi (culturalmente) fragili avversari.

Maurizio Sacconi



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