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Il mio canto libero/ Allarme occupazione: il ruolo delle politiche pubbliche tra automation e augmentation

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Nella faticosa ripresa economica le nuove macchine giocheranno un ruolo decisivo ma non scontato negli esiti. Più probabile e più veloce appare ora la loro capacità di sostituire molti lavori mentre più lenta e meno densa potrebbe rivelarsi la loro attitudine ad aumentare l’intelligenza professionale delle persone e quindi la loro occupabilità. Le politiche pubbliche sono quindi chiamate a svolgere un ruolo decisivo e per questa ragione alcuni settori già noti tra i decisori, cui altri si stanno aggiungendo, invocano più tasse. Quasi sempre queste tesi, che uniscono coloro che aspirano a rappresentare i potenziali perdenti con alcuni (benestanti) consiglieri dei nuovi ricchi, si giustificano con la necessità di una grande spesa per le politiche passive a sostegno di disoccupati ed emarginati. Non solo emergenziale ma strutturale. Questi partono infatti dalla convinzione o rassegnazione che il nuovo capitalismo debba mettere in conto la esclusione di molti e, in conseguenza, uno straordinario incremento degli assistiti. E se può essere condivisibile la necessità di più forti politiche redistributive, la contesa è tuttavia sulla loro destinazione. Non possiamo rinunciare a quella idea di società attiva che era il cuore del Libro Bianco di Marco Biagi. Deve essere il lavoro, in una accezione semmai riveduta e ampliata, il fine ultimo dell’intervento degli Stati (e delle loro comunità) o meglio del nuovo rapporto da stabilire tra questi e i mercati. La storia ci ha insegnato che quando gli Stati sostituiscono gli attori del mercato “creano” lavori non sostenibili e alla fine, per definizione, pochi e precari. Le stesse funzioni pubbliche fondamentali non possono compensare la minore occupazione di mercato attraverso assunzioni assistenziali ma hanno il dovere di essere efficienti ed efficaci per favorire la crescita con vera occupazione. Basti pensare alla importanza di un sistema di istruzione pubblica (statale e privata) che si allontani dalla tradizionale autoreferenzialita’ per innovare metodi e percorsi pedagogici. L’esatto contrario della ulteriore stabilizzazione di docenti che, come la precedente, prescinde dai nuovi fabbisogni educativi. Cosa diversa sarebbero invece politiche dedicate a premiare nel mercato, con servizi reali o tecniche di prelievo fiscale o trasferimenti pubblici, tutti coloro che si rivelano capaci di sviluppare attività remunerative con occupazione, anzi a fare imprese di successo proprio attraverso il lavoro delle persone, di molte persone. Insomma, se la automation dovesse prevalere sulla augmentation sarebbe solo colpa dei decisori che non hanno una visione e non assumono quale paradigma la centralità della persona, naturalmente vocata ad essere utile a sè e agli altri attraverso il lavoro.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Statuto dei Lavoratori: fu merito dei riformisti che da tempo lo vorrebbero cambiare

pubblicato su Bollettino Adapt

In questi giorni ricorrono i 50 anni dalla approvazione dello Statuto dei Lavoratori. La legge rappresenta il coronamento di una intensa fase contrattuale prodottasi negli anni del tumultuoso sviluppo industriale. I socialisti riformisti, attraverso Brodolini e Giugni, elaborano un testo che generalizza diritti allora riconosciuti solo ai lavoratori di alcuni perimetri contrattuali e dispone norme di sostegno alla libera contrattazione. La Cisl, diffidente verso l’ingerenza della legge, ottiene che la negoziazione tra le parti sociali e i relativi accordi rimangano in un ambito privatistico. Gli articoli 39 e 40 della Costituzione non trovano attuazione perché considerati un retaggio del vecchio modello corporativo. La sinistra comunista si astiene dopo avere ottenuto modifiche come la sanzione della reintegrazione per i licenziamenti ingiustificati. Lo Statuto riflette comunque il dibattito degli anni ‘60, quando la crescita economica appare irreversibile e al più frenata da brevi congiunture negative. Le sue disposizioni sono coerenti con la fabbrica fordista nella quale vige la tendenziale omologazione del lavoro.

Non si tratta quindi di una riforma aperta agli scenari nuovi che si sarebbero manifestati con le crisi petrolifere e, più tardi, con le pressioni competitive indotte dalla progressiva liberalizzazione dei mercati. Sarà però la stessa corrente riformista dei giuslavoristi che hanno voluto lo Statuto a riaprire la discussione sulle regole fondamentali del lavoro nel momento in cui si evidenzia il cambiamento dei presupposti sui quali sono state costruite. Li aiuta la loro cultura pragmatica, la tensione ai risultati dell’azione pubblica e l’attenzione alla persona che lavora rifuggendo da ogni astratta idealizzazione del lavoro.

Il Libro Bianco del 2001 sarà il primo documento politico istituzionale a ipotizzare la fine della legge 300/70 (e delle successive integrazioni e modifiche) per sostituirla con un essenziale Statuto dei Lavori. In particolare, vi si riconosce la pluralità dei lavori con la fine progressiva delle produzioni seriali e il superamento della tradizionale dicotomia tra lavoro dipendente e indipendente perché ogni prestazione si va orientando a obiettivi e risultati. Ne discende l’idea di un nucleo di diritti inderogabili e applicabili a tutti con rinvio, per tutto il resto, alla contrattazione. Specie di prossimità. E soprattutto l’affermazione di un diritto promozionale alla occupabilita’ attraverso l’accesso di tutti a continue opportunità di apprendimento teorico e pratico.

Ora siamo al bivio tra una coerente applicazione legislativa e contrattuale di queste intuizioni, da un lato. E il regresso alla idea novecentesca di uguali tutele rigide e difensive per tutte le prestazioni allo scopo di difenderle dalle nuove insicurezze, dall’altro. I decisori istituzionali e sociali dovrebbero accettare di sottoporre le loro convinzioni (e azioni) alla prova dei numeri quali risultano dall’analisi dei big data di cui disponiamo. Non solo tassi di occupazione, ma anche reddito annuo da lavori, conto corrente contributivo, conoscenze acquisite, prestazioni sociali complementari, composizione del nucleo familiare. Si tratta di andare oltre la periodica indagine Istat sul mercato del lavoro senza scivolare su complessi indicatori di un incodificabile stato di felicità.

Ricordare oggi i riformisti che vollero lo Statuto significa quindi onorarne il metodo ed applicarlo ancor più nella faticosissima fase di ripresa che ci attende.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Lavorare meno, lavorare tutti? Meglio sostituire l’orario con i risultati

Pubblicato su Bollettino ADAPT


Lavorare meno, lavorare tutti! Così il titolo del quotidiano Lotta Continua in un giorno del 1977. L’utopia aveva allora almeno la giustificazione di una organizzazione fordista della produzione e il precedente della storica battaglia per la conquista (internazionale) di un orario massimo di lavoro. Ma ora, la ipotesi di una norma rivolta ad incentivare la riduzione di orario a parità di salario conferma solo l’attitudine a cercare negli strumenti del ‘900 le chiavi per rispondere a bisogni straordinariamente nuovi.

Siamo consapevoli di dover affrontare l’impatto sul mercato del lavoro della combinazione tra nuove tecnologie e faticosa ripresa delle attività dopo il periodo della forzata chiusura di molte imprese, della tutela passiva di molti lavoratori, del diffuso ricorso alle prestazioni da remoto. Soprattutto le piccole e piccolissime imprese non possono tollerare in questa fase aumenti contrattuali centralizzati e perciò applicabili indistintamente a tutte. Non a caso, perfino l’accordo di breve periodo degli alimentaristi non è stato sottoscritto da tutte le federazioni imprenditoriali del settore. Possono invece rivelarsi utili gli accordi territoriali per definire aumenti retributivi in piccoli cluster omogenei, scambiandoli con flessibilità organizzative. O, meglio ancora, soccorrono i contratti aziendali nelle imprese strutturate e sindacalizzate per affrontare insieme, caso per caso, i complessi percorsi della ripresa. Gli strumenti normativi non mancano perché nella dimensione aziendale o territoriale sono possibili accordi in deroga alle leggi e ai contratti nazionali in materia di orario, di adattamento delle tipologie contrattuali, di modalità della prestazione, di inquadramenti e declaratorie professionali, di impiego delle tecnologie di controllo ed altro ancora. Purtroppo, per lunghi anni, Confindustria ha assistito passivamente al ridimensionamento della detassazione del salario di produttività avviata nel 2008. Ora sarebbe bene ripristinare quella normativa semplice e allargarne la platea dei beneficiari.

La formazione è il più naturale contenuto dei contratti di prossimità e, costituendo un diritto-dovere per il lavoratore, non può che collocarsi nel tempo di lavoro e non al di fuori di esso. Più in generale, dopo la disordinata esperienza del lavoro da casa, proprio le intese individuali e aziendali possono progressivamente relativizzare l’orario di lavoro man mano che si definiscono modalità efficienti di assegnazione al collaboratore di obiettivi e di controllo del loro conseguimento. L’agilità è implicita nel lavoro moderno nel senso che il vincolo spazio-temporale viene sostituito da quello del risultato, qualunque sia la tipologia contrattuale. Lo stesso salario cambierà struttura al punto da perdere la componente dello straordinario sostituendola con un più marcato collegamento con indicatori di risultato, di produttività, di professionalità.

Il Presidente designato non ha però chiarito se accetterà una legge che disciplini il salario minimo e la rappresentatività dei corpi sociali. Questa sarebbe in aperta contraddizione con lo spostamento della contrattazione nelle aziende e nei territori perché rafforzerebbe solo la dimensione centralizzata degli accordi. Insomma, questo è il bivio. O la riproposizione dei contratti nazionali rigidi e omologanti il lavoro o lo sviluppo delle intese su misura.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Primo maggio e 70 anni della Cisl: le nuove sfide del lavoro nella ripartenza

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Nei giorni scorsi abbiamo celebrato in successione i 70 anni della Cisl e la festa internazionale del lavoro. La cultura della organizzazione sindacale di ispirazione cristiana appare ancor più utile nel momento in cui affrontiamo una faticosa e incerta ripartenza dell’economia dopo il blocco delle attività imposto dal contagio. Dalla sua nascita, la Cisl ha coerentemente rifiutato la omologazione dei lavoratori in una indistinta classe votata al conflitto sociale, considerato quale fine ultimo della sua azione il benessere di ciascuna persona nella sua originalità, ritenuto l’impresa una comunità nella quale promuovere relazioni collaborative. La Cisl ha sempre difeso l’autonomia dei corpi sociali diffidando delle ingerenze del legislatore perché il contratto è per definizione flessibile, adattivo tra le parti, tanto quanto la legge è omologa, rigida e dipendente dai mutevoli equilibri politici. Per questa ragione si è opposta ad una regolazione legislativa del salario minimo e della rappresentatività sindacale che porterebbe le organizzazioni tutte nella dimensione pubblicistica. Sarebbe la vittoria postuma del corporativismo contro l’idea di società aperta che ha informato tutta la storia repubblicana dei corpi intermedi. Liberi e responsabili loro e gli accordi che reciprocamente stabiliscono.

Ci interroghiamo ora, con preoccupazione, sulle conseguenze occupazionali della combinazione tra rivoluzione tecnologica e recessione globale di origine pandemica. La ripresa vedrà probabilmente la morte di molte imprese marginali, la sopravvivenza in dimensione più contenuta di altre e la accelerazione diffusa dei processi di digitalizzazione con il risultato della scomparsa di molti posti di lavoro tradizionali. Sarà difficile per un sindacato partecipativo concorrere a gestire questi processi in modo che si traducano in posti di lavoro e in occupabilita delle persone. Vi sarà da un lato la propensione ideologica ad agire centralisticamente con illusori vincoli legislativi come quello collegato ai benefici della liquidità. E, dall’altro, la tentazione di molte imprese di sostituire quanto più possibile il lavoro con la tecnologia senza dialogo sociale. La stessa esperienza del lavoro da remoto potrebbe sollecitare questo convincimento.

Si accentueranno quindi i problemi della transizione ad altre professionalità per molti lavoratori e l’esigenza di politiche attive che li accompagnino efficacemente. Avevamo in Italia la buona pratica lombarda della “dote lavoro”, che consegnava al disoccupato la scelta del servizio cui rivolgersi, ma è stata fermata da una capziosa indagine europea sull’uso dei fondi relativi. Toccherebbe alle parti sociali difenderla e riproporla su scala nazionale per stimolare la competizione tra soggetti pubblici e privati in funzione del migliore accompagnamento al lavoro. Inoltre, è giunto davvero il momento di utilizzare con procedure semplificate le risorse del Fondo Sociale Europeo e dei fondi bilaterali per un piano nazionale di alfabetizzazione digitale. Soprattutto, solo un’azione sindacale moderna e duttile potrebbe conquistare le condizioni per la condivisione. Occorrono flessibilita regolatorie che, tuttavia, difficilmente governo e parlamento potranno garantire anche perché serviranno diverse nelle varie circostanze. Solo accordi aziendali e territoriali in deroga alle leggi e ai contratti nazionali potranno definire nuovi moduli di orario, rendere produttivo il lavoro a distanza, semplificare l’uso dei contratti a termine, conservare le collaborazioni senza la rigidità che le ha assimilate tutte a lavoro subordinato. La Cisl sarà certamente pronta a condividere soluzioni pragmatiche. Gli imprenditori, le loro associazioni, i consulenti del lavoro saranno disponibili anche ad accordi “separati”, ove inevitabili, o preferiranno approfittare della chiusura ideologica di altri sindacati per fare da soli? Come ha detto il vicesegretario della Cisl Luigi Sbarra, in una recente intervista, tocca soprattutto al sindacato proporre le giuste flessibilita’ se si vogliono salvare e produrre posti di lavoro.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Buon lavoro Bonomi!

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Il presidente designato di Confindustria assumerà con la funzione una parte importante della responsabilità politica nel percorso di ricostruzione economica e sociale. Nonostante tutto, la antica confederazione degli imprenditori è ancora in grado di catalizzare settori significativi della pubblica opinione se riprende la sua autonoma capacità sindacale, ovvero di tutela e rappresentanza degli interessi dell’impresa, senza timori reverenziali verso istituzioni e sindacati. I nodi immediati sono la liquidità delle imprese, il lavoro, la burocrazia, la giustizia.

Le imprese hanno bisogno di risarcimenti a fondo perduto per un blocco imposto dalle autorità. La liquidità attraverso le garanzie pubbliche non funziona né funzionerà perché non aumenta il merito di credito e, in ogni caso, produrrebbe un indebitamento insostenibile.

Il lavoro va sostenuto attraverso l’applicazione dei protocolli di sicurezza, la tempestiva erogazione di ammortizzatori, finanziamenti rapidi di progetti formativi dai fondi bilaterali. Ma, ora più che mai, anche attraverso regole più flessibili e accordi aziendali o territoriali. La ripresa del percorso legislativo per il salario minimo e le regole sulla rappresentanza per potenziare i contratti nazionali spaccherebbe il Parlamento (centrodestra contrario) e lo stesso sindacato (Cisl fieramente ostile). Sarebbe davvero paradossale portare ora i corpi sociali nella dimensione pubblicistica.

La burocrazia si è fatta “difensiva”, ha paura di assumere responsabilità, non decide. Va tutelata con decisioni e polizze assicurative. Possiede big data ma non li usa. Un vero commissario nazionale di tutti i sistemi informativi e digitali nelle pubbliche amministrazioni dovrebbe avere la esplicita missione della loro totale interoperabilità.

Last but not least, la giustizia. Bonomi sa bene che dopo la crisi economica da lockdown e ancora in presenza di pericoli pandemici potremmo avere una nuova stagione di diffuse iniziative giudiziarie con effetti di ulteriore paralisi e insicurezza per gli operatori. Occorre “scudare”esplicitamente le responsabilità istituzionali e imprenditoriali rispetto al contagio. Ovviamente nel rispetto dei protocolli di sicurezza del lavoro. Chi avrà il coraggio di una iniziativa in questo senso, proporrà per primo ciò che molti in cuor loro sanno essere giusto e ne avrà merito.

Buon lavoro Presidente!

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Il lockdown non può sostituire l’incapacità di fornire dispositivi e test

Pubblicato su Bollettino ADAPT

La compatibilità tra lavoro e salute, nella consapevolezza che non esiste il rischio zero, deve essere perseguita alzando diffusamente i livelli di prevenzione con l’obbligo per tutti i datori di lavoro di avvalersi dei medici competenti, anche con modalità consortili. Nel mezzogiorno la chiusura delle attività e’ paradossalmente ancor più pericolosa perché le espone alla penetrazione della criminalità organizzata che certo non manca di liquidità.

Se da un lato è stato doveroso proteggere la capacità produttiva costretta alla chiusura, dall’altro è necessario avere consapevolezza dei danni geometricamente crescenti che si producono se gli altri riaprono e noi no. Ogni giorno le nostre imprese perdono clienti a favore dei concorrenti operosi. E per molte le misure dedicate alla liquidità arriveranno troppo tardi rispetto alla soglia di sopravvivenza. Si ha la sensazione che in Italia il lockdown serva a sostituire l’incapacità di monitorare e gestire i pericoli di contagio per assenza di dispositivi e di device utili a testare e controllare. La politica deve assumere su di se’ la responsabilità di decisioni fondate su un approccio olistico ai problemi della nazione. Noi rischiamo di cumulare i tragici, elevati, indicatori di mortalità con altrettanto elevati livelli di recessione, disoccupazione e impoverimento. E con ogni probabilità, se non si modificano i processi seguiti, nemmeno nel prossimo 3 maggio saremo in grado di gestire la prevenzione del contagio in condizioni di regolata attività perché privi degli strumenti per farlo.

Per quanto riguarda i lavoratori, ciò che conta è comunque la rapida trasmissione delle risorse finanziarie dallo Stato alle Regioni e da queste, attraverso l’Inps, alle persone e alle famiglie. La società italiana era già affaticata prima del contagio ed oggi appare diffusamente priva di quegli ammortizzatori naturali, familiari o comunitari, che in passato l’avevano sostenuta nelle transizioni. Entro aprile tutti devono percepire la cassa in deroga. L’Inps è chiamata a dimostrare efficienza con la gestione di grandi flussi. Insieme, Inps e Regioni, devono rendere superflua la disponibilità bancaria alle anticipazioni (onerose). È necessario, peraltro, da un lato garantire trasferimenti adeguati alle Regioni in quanto queste possono emettere decreti di autorizzazione nei limiti di essi e, dall’altro, ottenere dalle Regioni stesse processi elementari e veloci di valutazione delle domande. A questo proposito è emblematica la polemica circa il ruolo delle organizzazioni di rappresentanza. Queste possono svolgere una insostituibile funzione di controllo sociale ma non fino al punto di essere dotate di un potere di veto. Una cosa è coinvolgerle in tavoli di monitoraggio regionale ove possano essere segnalate le situazioni che presentano criticità di vario genere. Altra cosa è pretendere il loro assenso, anche silenzioso, per una platea così vasta di richiedenti, molti dei quali non hanno mai conosciuto ne’ le associazioni datoriali ne’ i sindacati dei lavoratori.

Ritorna, ancor più in una emergenza così straordinaria, la differenza tra una funzione istituzionalizzata dei corpi sociali in quanto garantita dalla legge ed invece lo sviluppo del loro ruolo in quanto conseguenza di capacità liberamente riconosciute e apprezzate. Il potere di veto non induce mai virtù ma vizi. E’ stata saggia poi la decisione di coprire con le casse in deroga anche i lavoratori di aziende artigiane o commerciali non iscritte ai fondi bilaterali. E questo non significa sottovalutare la utilissima funzione della bilateralità che e’ stata anzi sostenuta da una nota circolare ministeriale e deve essere ora preservata da impegni di spesa insostenibili. Insomma, soldi subito e riaprire presto. Con test e mascherine!

Maurizio Sacconi

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Ripartire e tutelare la sicurezza dei lavoratori, si può. Sacconi spiega come

Pubblicato su Formiche.net

Possiamo immaginare di accompagnare gradualmente tutto il sistema produttivo ad una sorveglianza olistica sulla salute dei dipendenti, a partire dalla infezione virale in corso. Il commento di Maurizio Sacconi, ex ministro della Salute, del Lavoro e delle Politiche sociali e chairman della Steering Committee di Adapt

È bene cominciare a preparare i termini corretti di una più ampia e progressiva ripresa delle attività nella speranza che, grazie agli strumenti per la liquidità e per la sopravvivenza dei rapporti di lavoro, quante più imprese possano sopravvivere. Siamo ben consapevoli che da un lato le precauzioni contro il contagio dovranno essere praticate a lungo e che, dall’altro, la paralisi dell’economia non ci è consentita oltre una certa soglia temporale.

Il che ci porta a ipotizzare un modello di regole semplici ed effettive a tutela della salute dei lavoratori, tanto nello spostamento da e per il luogo di lavoro quanto nell’ambito di esso. E, si aggiunga, un set di regole che ove correttamente adottate ed efficacemente attuate abbia anche la forza di esimere da responsabilità penale, civile e amministrativa il datore di lavoro perché ha approntato ogni mezzo idoneo a prevenire il contagio.

La seconda motivazione può solo rafforzare la prima. Nei mezzi di trasporto collettivo occorrono evidentemente normative per il numero massimo delle persone in rapporto al volume e per il distanziamento tra loro. Oltre a insistiti processi di sanificazione. Nelle aziende può innanzitutto rimanere ferma la possibilità di lavoro a distanza facendo evolvere la capacità tecnologica e organizzativa per indicare ai dipendenti gli obiettivi periodici e verificare i risultati relativi.

L’attesa può inoltre essere riempita con la accelerazione del percorso di digitalizzazione e con attività di formazione finanziate dai fondi interprofessionali secondo modalità agili che devono essere autorizzate agli enti bilaterali che li gestiscono. Nei casi in cui, soprattutto nella produzione, la presenza fisica si rende necessaria il regolatore dovrebbe stabilire rapidamente, andando oltre le poche norme emergenziali già introdotte, una normativa speciale in parte sostitutiva e in parte integrativa del Testo Unico sulla salute e sicurezza nel lavoro. Questa, auspicabilmente, dovrebbe ridimensionare con certezza gli obblighi formali come l’aggiornamento del documento di valutazione del rischio per concentrarsi sui profili sostanziali come il distanziamento effettivo e il conseguente ridisegno del lay out aziendale, l’impiego dei dispositivi di protezione individuale, il ricorso a test periodici sull’infezione, l’obbligo generalizzato del medico competente attraverso la possibilità per le imprese che non vi sono già tenute di organizzarsi in consorzi per ridurre i costi e deducendoli comunque per intero.

Possiamo insomma immaginare di accompagnare gradualmente tutto il sistema produttivo ad una sorveglianza olistica sulla salute dei dipendenti, a partire dalla infezione virale in corso.

E per le stesse mascherine l’Italia deve porsi gradualmente l’obiettivo di un ritorno agli obblighi della legge ordinaria per quanto riguarda le loro caratteristiche filtranti, superando le meno stringenti disposizioni emergenziali in presenza della loro effettiva disponibilità. Abbiamo quindi l’opportunità di far evolvere la salute nel lavoro sulla base della pressione contingente per arrivare ad un approccio molto più sostanziale rispetto al tradizionale formalismo.

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Il mio canto libero/ Draghi: ad ogni costo conservare capacità produttiva e rapporti di lavoro

pubblicato su Bollettino ADAPT

La proposta di Mario Draghi lascia sullo sfondo le modalità con cui garantire solidalmente la stabilità finanziaria e bancaria europea nel contesto di un forte incremento del debito pubblico ma indica con molta puntualità le finalità della maggiore spesa degli Stati. Altro che Green Deal o altre costruttivistiche politiche della domanda pubblica. Gli Stati e, con il loro sostegno, le banche devono garantire la sopravvivenza delle attività produttive (di beni come di servizi) e dei rapporti di lavoro per come sono, senza occhiute selezioni tra buoni e cattivi, senza dirigistiche valutazioni sul loro impatto ambientale o sulla qualità delle loro relazioni industriali. Primum vivere! Gli effetti economici della crisi pandemica, paragonati a quelli di un conflitto armato su larga scala, sono così pervasivi e devastanti che innanzitutto è necessario mettere l’economia reale in condizione di resistere. Senza esitazione, perché la posta in gioco è la capacità di ripartire delle economie dell’Unione nel momento in cui gli scambi e la domanda globale riprenderanno a muoversi con la possibile conseguenza di nuovi assetti geoeconomici e geopolitici. Un uomo di solida cultura liberale come Draghi arriva quindi a chiarire che non basta sostenere il reddito delle persone costrette alla inattività ma che si devono conservare i rapporti di lavoro in essere. Wathever it takes. Quindi, traducendo negli strumenti nazionali, cassa integrazione in deroga a qualunque lavoratrice o lavoratore anche delle più microscopiche attività perché la continuità delle imprese si realizza attraverso la conservazione di tutti i fattori produttivi, a partire dalle persone con le loro competenze ed esperienze. E a questo proposito l’unico indirizzo di politica pubblica potrebbero essere piani nazionali straordinari di alfabetizzazione digitale e di incremento delle professionalita’ innanzitutto concentrando in questa fase tutte le risorse dei fondi bilaterali ed erogandole con modalità semplici. La giustificazione “liberale” è nel fatto che questa crisi dipende non dalla inefficienza dell’offerta ma da un fattore straordinario ed estraneo alle logiche di mercato. E’ in fondo la stessa ragione che motivo’ il governo italiano nel 2008, in presenza di un crollo improvviso della domanda globale dovuto alla crisi finanziaria, a chiedere all’Unione di poter utilizzare il Fondo Sociale, usualmente così mirato a “buoni” progetti, per un generalizzato sostegno al reddito in costanza di rapporto di lavoro. Le casse in deroga funzionarono perché furono erogate con semplicità e in prossimità attraverso la stretta collaborazione tra direzioni regionali Inps e Regioni. Quella esperienza, invero allora criticata da qualche ambiente elitario con la conseguente rigida riforma degli ammortizzatori, può ancora oggi essere utile per raggiungere presto tutti i beneficiari.

Maurizio Sacconi

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Conservare i rapporti di lavoro, whatever it takes. Sacconi legge Draghi

Pubblicato su Formiche.net

Un uomo di solida cultura liberale come Mario Draghi chiarisce nel suo editoriale al Financial Times che non basta sostenere il reddito delle persone, ma si devono conservare i rapporti di lavoro in essere. L’intervento di Maurizio Sacconi, già ministro della Salute, del lavoro, delle politiche sociali e chairman della steering committee di Adapt

L’intervento di Mario Draghi su FT è già stato variamente commentato con accenti unanimemente positivi. Se per ora la sua proposta lascia sullo sfondo le modalità con cui garantire solidalmente la stabilità finanziaria e bancaria europea nel contesto di un forte incremento del debito pubblico, molto puntuale è invece l’indicazione delle finalità della maggiore spesa degli Stati.

Altro che Green Deal o altre costruttivistiche politiche della domanda pubblica. Gli Stati e, con il loro sostegno, le banche devono garantire la sopravvivenza delle attività produttive (di beni come di servizi) e dei rapporti di lavoro per come sono, senza occhiute selezioni tra buoni e cattivi, senza dirigistiche valutazioni sul loro impatto ambientale o sulla qualità delle loro relazioni industriali. Primum vivere! Gli effetti economici della crisi pandemica, paragonati a quelli di un conflitto armato su larga scala, sono così pervasivi e devastanti che innanzitutto è necessario mettere l’economia reale in condizione di resistere. Senza esitazione, perché la posta in gioco è la capacità di ripartire delle economie dell’Unione nel momento in cui gli scambi e la domanda globale riprenderanno a muoversi con la possibile conseguenza di nuovi assetti geoeconomici e geopolitici.

Un uomo di solida cultura liberale come Draghi arriva quindi a chiarire che non basta sostenere il reddito delle persone costrette alla inattività ma che si devono conservare i rapporti di lavoro in essere. Wathever it takes. Quindi, traducendo negli strumenti nazionali, cassa integrazione in deroga a qualunque lavoratrice o lavoratore anche delle più microscopiche attività perché la continuità delle imprese si realizza attraverso la conservazione di tutti i fattori produttivi, a partire dalle persone con le loro competenze ed esperienze. E a questo proposito l’unico indirizzo di politica pubblica potrebbero essere piani nazionali straordinari di alfabetizzazione digitale e di incremento delle professionalità innanzitutto concentrando in questa fase tutte le risorse dei fondi bilaterali ed erogandole con modalità semplici.

La giustificazione “liberale” è nel fatto che questa crisi dipende non dalla inefficienza dell’offerta ma da un fattore straordinario ed estraneo alle logiche di mercato. È in fondo la stessa ragione che motivò il governo italiano nel 2008, in presenza di un crollo improvviso della domanda globale dovuto alla crisi finanziaria, a chiedere all’Unione di poter utilizzare il Fondo Sociale, usualmente così mirato a “buoni” progetti, per un generalizzato sostegno al reddito in costanza di rapporto di lavoro.

Le casse in deroga funzionarono perché furono erogate con semplicità e in prossimità attraverso la stretta collaborazione tra direzioni regionali Inps e Regioni. Quella esperienza, invero allora criticata da qualche élite, può oggi orientare analoghe modalità per raggiungere presto tutti i beneficiari. In fondo Draghi ci dice che più la recessione è grave ed estesa, più essenziale e generalizzata deve essere la risposta. Con buona pace dei dirigisti.>

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Il mio canto libero/ Cento unità di crisi (virtuali) per la tutela del lavoro

pubblicato su Bollettino ADAPT

Nei giorni in cui si accentuano le difficoltà di sopravvivenza delle imprese con la chiusura di molte attivita non “essenziali”, Confindustria ha proposto un Comitato Nazionale per la Tutela del Lavoro, una sorta di unità di crisi tra le parti sociali dedicata a prevenire e, per quanto possibile, risolvere le criticità aziendali attraverso gli strumenti messi a disposizione dal governo e, ci si augura, gli altri che potranno aggiungersi soprattutto a sostegno della liquidità e dell’indebitamento delle singole attività produttive. Tutto ciò che induce a cooperare è certamente cosa buona e giusta ma le prospettive temporali della crisi e la sua natura globale inducono a temere che assuma (o abbia già assunto) un carattere così diffuso da non potere essere governata solo dalla dimensione centrale.

Molte lavoratrici, molti lavoratori sono chiusi in casa e non sempre il datore di lavoro è organizzato per farli operare a distanza o per utilizzare questo tempo di attesa attraverso una buona formazione. Le attività educative vivono la ben nota condizione asimmetrica dal punto di vista delle capacità di generare un efficiente apprendimento da remoto. Il tessuto delle medio-piccole, piccole e piccolissime imprese è largamente dominante e più esposto alla crisi di liquidità e alla cancellazione di posti di lavoro.

È nei territori quindi che, anche grazie ai prefetti come nel 2008, occorre promuovere unità di crisi (virtualmente) partecipate dalle istituzioni, dalle parti sociali, dai professionisti ordinistici, dalle aziende di credito e, perché no, dalle stesse entità educative o formative e dai fondi bilaterali.

Si tratterà di evitare ogni approccio burocratico, che talora ha caratterizzato analoghe esperienze del passato, per privilegiare comportamenti orientati a risultati che consentano la sopravvivenza finanziaria delle imprese, la continuità dei rapporti di lavoro anche con l’uso veloce degli ammortizzatori in deroga, la promozione della digitalizzazione e di concrete attività di lavoro e di apprendimento a distanza. Insomma, questo tempo terribile può e deve essere attraversato operosamente non solo in termini di resilienza ma anche di costruzione di alcuni degli strumenti che ci consentiranno di ripartire più velocemente nel dopo crisi. Nei territori si possono mobilitare straordinarie energie per le emergenze del presente e per i progetti del futuro. Nei giorni scorsi, ad esempio, un segnale importante è giunto dalle fondazioni bancarie locali in favore del terzo settore.

Nella stessa gestione della pandemia, i servizi territoriali come la medicina di base ed anche i sindaci hanno fatto la differenza perché hanno rappresentato, ove hanno funzionato, un filtro indispensabile alla spedalizzazione. La crisi chiede quindi autorità, autorevolezza, capacità operativa per alcune essenziali funzioni centrali ma la ricostruzione dipenderà per un verso dal risveglio solidaristico europeo ed occidentale e, per l’altro, dalla vitalità diffusa dei nostri campanili.

Maurizio Sacconi

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