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Non c’è crescita senza coesione sociale. E viceversa. Parola di Sacconi

pubblicato su Formiche.net

A prescindere dalla conclusione del negoziato europeo, possiamo uscire dalla trappola in cui siamo entrati con un disegno complessivo nel quale la crescita delle imprese e del lavoro rimangano un obiettivo primario, quanto deve esserlo una coesione sociale pragmaticamente perseguita e pazientemente negoziata. Il commento di Maurizio Sacconi, già ministro della Salute, del Lavoro e delle Politiche Sociali

In certa misura a prescindere dalla conclusione del negoziato europeo, l’Italia ha comunque di fronte a sé un corridoio stretto nel quale conciliare le esigenze della crescita con quelle della coesione sociale. Vincoli come il divieto dei licenziamenti possono solo generare illusioni ottiche perché dobbiamo consentire alle imprese di conseguire rapidamente obiettivi di efficienza e allo stesso tempo ai disoccupati di beneficiare, altrettanto rapidamente, di efficaci azioni di ricollocamento.

Scontiamo lunghi anni di fallimento delle politiche attive del lavoro di competenza regionale anche se l’unica buona pratica che avevamo, la “dote lavoro” della Lombardia, è da tempo sottoposta a contestazione dell’auditing europeo per ragioni capziose e incomprensibili. Le stesse (generose) politiche passive sono tarate sui soli redditi più bassi o sulla (spesso apparente) inattività. Operai qualificati, impiegati, quadri e lavoratori autonomi, quando disoccupati, non hanno tutele tali da avvicinarsi al loro precedente livello di vita. Si scarica quindi ancora una volta sulla protezione previdenziale la domanda di tutela delle lavoratrici e dei lavoratori più anziani.

La sostenibilità di lungo periodo dei conti previdenziali è sempre stata, e sempre sarà, un profilo fondamentale della più generale stabilità dei conti pubblici. Per questa ragione è incomprensibile come l’Europa non abbia ancora tentato un percorso di convergenza delle regolazioni pensionistiche nazionali anche in funzione della libera circolazione dei cittadini per ragioni di lavoro. L’Italia vive il paradosso della coesistenza (pro rata temporis) delle discipline più favorevoli in Europa del passato e di quelle più sfavorevoli del presente con numerose eccezioni.

Nella trascorsa legislatura sono state assunte decisioni ben più generose e inique di “quota 100” che hanno comportato impegni di spesa per circa venti miliardi. Esodati di lungo corso, precoci, “stressati” ed altri segmenti del mercato del lavoro hanno trovato la protezione che altri non hanno avuto. Per queste ragioni l’Italia dovrà in ogni caso individuare una sua strada, aperta a tutti, di flessibilità in uscita dal mercato del lavoro osservando gli altri Paesi ed utilizzando, quando possibile, i fondi bilaterali sussidiari. Ma, soprattutto, dovrà incoraggiare il lavoro riducendone gli oneri indiretti in termini strutturali e lasciando spazio alla regolazione aziendale e territoriale.

Quanto alle politiche attive, nulla risulta più utile dell’assegno di ricollocamento che incoraggia il lavoratore ad agire e a scegliere liberamente il soggetto, pubblico o privato, che più lo può aiutare remunerandolo poi, proprio con quella dote, in base al risultato.

Possiamo insomma uscire dalla trappola in cui siamo entrati con un disegno complessivo nel quale la crescita delle imprese e del lavoro rimangano un obiettivo primario, quanto deve esserlo una coesione sociale pragmaticamente perseguita e pazientemente negoziata.

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Dopo il Ptfp e il Pdp arriva il «Pola»: tanti piani, niente strategia

pubblicato su Il Sole 24 Ore del 14 luglio 2020

Il 2020 sarà ricordato come l’anno del lavoro agile nella Pa. Ma per non avere una (ulteriore) caduta della produttività e della qualità dei servizi, occorre che questo strumento di flessibilità venga introdotto sulla base di una conoscenza dell’amministrazione e di una moderna organizzazione del lavoro. La nuova normativa introdotta in conversione nel decreto 34/2020 prevede che le amministrazioni organizzino il lavoro e i servizi con la flessibilità dell’orario, rivedendone l’articolazione giornaliera e settimanale, introducendo modalità di interlocuzione programmata, anche attraverso soluzioni digitali e non in presenza, con l’utenza, applicando il lavoro agile in maniera semplificata al 50% del personale nelle attività che possono essere svolte in questa modalità fino a fine 2020. A regime le Pa redigono, sentiti i sindacati, il Piano organizzativo del lavoro agile (Pola), quale sezione del Piano della Performance. Si aggiunge, secondo una consolidata logica add on, un Piano in più. Pur apprezzando lo sforzo del legislatore, le Pa dovrebbero prima valutare bene quali strumenti di flessibilità hanno a disposizione e come, quando e quanto utilizzarli. Non esiste solo il lavoro agile e nel nostro caso le amministrazioni hanno di fatto adottato il telelavoro, quindi il Piano dovrebbe riguardare anche tale fattispecie; esso rischia di rivelarsi vuoto se serve solo a giustificare una percentuale elevata di personale collocato in lavoro agile; nessun riferimento alla pianificazione delle attività, alla strumentazione e alle competenze necessarie, a una gestione razionale delle postazioni di lavoro. Nella Pa manca la flessibilità per le rigidità contrattuali, la debolezza datoriale del dirigente pubblico e per i vincoli normativi, spesso introdotti come reazione al cattivo utilizzo di alcuni strumenti. Vedi i risultati disastrosi nei contratti flessibili e nella contrattazione integrativa. Correttamente il Pola è pensato come sezione del Piano della performance (PdP), ma rischia di finire sulla cattiva strada, data l’esperienza non sempre felice di questi Piani. I Piani della performance non misurano la produttività né tanto meno ambiscono a migliorarla. Certamente non riusciranno a illuminare i piani di lavoro agile. Anche i piani triennali dei fabbisogni di personale (Ptfp), collegati, dovrebbero essere impostati non come avviene oggi sulla base delle cessazioni da reintegrare, ma cercando di definire il personale necessario ad assicurare servizi in modo efficiente ed efficace con le migliori modalità di reclutamento. A voler essere buoni, almeno il 50% delle amministrazioni presenta questi documenti in notevole ritardo e con obiettivi poco rilevanti. Pianificare è importante se i documenti prodotti sono significativi, non meri adempimenti. I piani triennali dei fabbisogni di personale sono i soliti documenti asfittici e ragionieristici fondati sulle cessazioni, nonostante il Dlgs 75/2017 e le linee guida del 2018. I piani triennali della formazione sono stati di fatto cancellati, in un mondo dove non si fa altro che parlare di formazione continua. Ci sono poi i piani per la comunicazione, per la digitalizzazione, per la prevenzione della corruzione, di cui ricordiamo solo norme e scadenze. Intendiamoci, dovrebbero essere documenti scontati in un’organizzazione normale, ma nel pubblico sono imposti per legge anchecon qualche pseudosanzione, come il mancato pagamento della retribuzione di risultato a cui non crede ormai piùnessuno. Potrebbe essere il Pola l’occasione per mettere ordine alla cattiva programmazione delle amministrazioni? Forse prima di aggiungere l’ennesimo Piano sarebbe stato meglio cercare di migliorare quelli già previsti.

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Ascolto e non insofferenza verso i sindacalisti d’impresa. L’appello di Sacconi

Ascolto e non insofferenza verso i sindacalisti d’impresa. L’appello di Sacconi

Carlo Bonomi ha interrotto la lunga prassi “politicista” dei suoi predecessori riprendendo la migliore tradizione dei sindacalisti d’impresa come Merloni, Lucchini, D’Amato. La novità dovrebbe essere apprezzata… Il commento di Maurizio Sacconi, già ministro della Salute, del Lavoro, delle Politiche Sociali, pubblicato su Formiche.net

È vero. Carlo Bonomi ha interrotto la lunga prassi “politicista” dei suoi predecessori riprendendo la migliore tradizione dei sindacalisti d’impresa come Merloni, Lucchini, D’Amato.

La novità dovrebbe essere apprezzata non solo dalle imprese ma anche dalle altre organizzazioni di tutela e rappresentanza e dalle istituzioni. La sua autonomia dalle dinamiche dei partiti è fuori discussione mentre chi governa ha bisogno di sensori autentici sullo stato dell’economia nei diversi territori e nelle variegate tipologie produttive di beni come di servizi. La dimensione della crisi è così pervasiva e profonda che richiede misure davvero discontinue e fortemente innovative. Così come le relazioni industriali dovrebbero adattarsi alle diverse circostanze di impresa e di territorio senza antistoriche omologazioni.

Ogni approccio tradizionale o, peggio, meramente attento ai profili della immediata comunicazione aggiungerebbe solo sfiducia e disorientamento. Bonomi ha voluto sottolineare che, prima ancora delle buone allocazioni delle risorse, occorrono un clima di favore per l’impresa e quindi semplificazioni autentiche perché sottratte alla cultura del sospetto. La sua critica è forte perché esprime sentimenti diffusi tra coloro che disperatamente cercano di conservare produzioni e occupazione.

Con lui si sono espressi molti altri imprenditori, soprattutto di quelle aree più vitali che più sono state colpite dalla pandemia. Bisogna purtroppo constatare che le reazioni istituzionali e di una parte del sindacato sono state spesso insofferenti, stizzite, polemiche.

Confermando la tesi di Bonomi per cui vivremmo una stagione in cui la crisi indotta dal contagio si mescola con la presenza di diffusi pregiudizi verso l’impresa nelle culture politiche. Le stesse minacce ripetute a Bonometti, il presidente degli imprenditori lombardi, meritano attenzione perché si inseriscono in questo contesto e si producono nell’unico Paese che ha avuto una lunghissima fase di terrorismo ideologizzato con caratteristiche carsiche.

Come se in esso, dalla guerra civile, sia rimasto un solco nel quale possono alimentarsi i germi della violenza manifestandosi periodicamente in coincidenza con le tensioni sociali. Presto, con la inevitabile conclusione degli strumenti straordinari, avvertiremo il peso della crisi sulla occupazione. E sarà solo attraverso il dialogo con le imprese che potremo affinare le azioni utili a crescere e a fare lavoro.

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Il pericolo della grande disoccupazione e una speranza. I consigli di Sacconi

pubblicato su Formiche.net

Il lavoro deve essere misura e fine ultimo della crescita. L’affermazione non è scontata perché contraddetta dalla singolare sintonia tra movimenti neoluddisti e alcune élite espresse dalla rivoluzione tecnologica. L’esclusione di molti dal lavoro sarebbe inevitabile e meritevole solo di un reddito garantito. In Italia, Paese dai tassi di occupazione cronicamente bassi, il pericolo di una grande disoccupazione aggiuntiva è accentuato da misure emergenziali confuse e lente, da un contesto regolatorio ostile all’impresa, da un sistema educativo e formativo largamente fallimentare.

L’ipotesi di prolungare la durata di strumenti come la cassa integrazione e il divieto dei licenziamenti produrrebbe solo l’effetto di ingrossare una bolla destinata presto ad esplodere. L’impresa può affrontare la faticosa ripresa se lasciata libera di riorganizzarsi anche attraverso l’impiego delle tecnologie digitali. Il lavoro, qualunque ne sia la tipologia contrattuale, può essere incoraggiato dalla riduzione strutturale (non temporanea!) degli oneri indiretti e da accordi aziendali o territoriali che ne adattino le regole alle diverse circostanze. La detassazione degli aumenti salariali deve riguardare quelli virtuosamente decisi in prossimità e non egualitariamente (e antistoricamente) deliberati dai contratti nazionali.

La formazione si colloca per definizione nell’orario di lavoro e i meccanismi per incoraggiarla devono essere semplici e automatici senza procedimenti indagatori preventivi sulla qualità dei progetti. Sono soprattutto le organizzazioni territoriali di rappresentanza e i consulenti del lavoro i soggetti più idonei a costruire con scuole e università percorsi idonei alla prima occupazione o alla riqualificazione professionale alimentati dal riconoscimento della libertà delle scelte formative.

Se le istituzioni dell’istruzione pubblica appaiono intrappolate nei loro vizi autoreferenziali e corporativi, solo impulsi esterni dalla realtà possono rovesciare la situazione generando un circolo virtuoso. Basti pensare all’indiscutibile successo dei pochi Its. Ma le imprese possono, su base territoriale, produrre anche soluzioni interamente concorrenziali con le strutture statuali per l’istruzione secondaria (di secondo grado) e universitaria. Vere e proprie academy interaziendali, inserite nel sistema pubblico ma private.

Certo, anche iniziative sussidiarie tanto coraggiose avrebbero bisogno di un contesto istituzionale favorevole o che,quanto meno, non le ostacoli ideologicamente. D’altra parte, senza una mobilitazione di energie e di volontà dal basso, soprattutto dai territori più vitali, è difficile immaginare un cambiamento di questo stesso contesto.

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Popolo ed élite nella crisi pandemica

pubblicato sulla rivista online di ForumPA

La crisi pandemica ha nei fatti esaltato le criticità del rapporto tra il popolo e le élite, considerando queste ultime, secondo il significato neutro assunto  dall’enciclopedia Treccani, come il “mero indicatore di uno stato di fatto: occupare le posizioni sovraordinate di una struttura sociale”. Se ne era occupato il libro curato dall’associazione Amici di Marco Biagi in occasione del venticinquesimo anniversario dalla nascita, quando ancora si chiamava Amici di Mario Rossi (Popolo ed Elite, AA.VV., Editore Marsilio 2019).

Nel tempo del lockdown la fiducia nelle istituzioni e nelle figure esperte, di cui si sono avvalse, è stata elevata ma al tempo stesso obbligata. Si ha la sensazione che, esaurita la situazione emergenziale, ritorni la diffidenza che aveva caratterizzato la fase precedente. C’è già una comprensibile domanda di verità sugli errori compiuti. Dobbiamo tuttavia augurarci che non siano i tribunali il luogo idoneo per giudicare ritardi e inadeguatezze. Non saremmo in grado di sostenere una nuova stagione giudiziaria estensiva e teoremica. Si aggiunga a ciò la perdita di fiducia nei confronti di un sistema giudiziario che ha rivelato distorsioni e incapacità di autogoverno. Dobbiamo invece ricostruire e riformare con rapidità le nostre strutture politiche, economiche e sociali senza sottoporle ad imponderabili e lunghe dinamiche distruttive. L’eventuale discontinuità dovrà essere decisa solo dagli elettori, ricongiungendoli auspicabilmente alle loro rappresentanze attraverso  l’ampliamento delle opzioni consentito dal metodo proporzionale. Così come la faticosa ripresa economica potrà essere incoraggiata in primo luogo da un confronto tra le diverse visioni degli attori politici e sociali. Premessa per tentativi di sintesi costruttive che li riaccrediterebbero dopo una lunga stagione di autoreferenzialita’. La nuova Confindustria ha cominciato a farlo. Soprattutto, le società chiedono un capitalismo capace di fare occupazione esaltando nelle tecnologie il potenziale di aumento della intelligenza, più che quello di sostituzione, delle persone. Questa sarà una sfida  fondamentale per le classi dirigenti. Costruire su basi nuove il rapporto tra Stati e mercati. Con la lodevole eccezione del ponte di Genova, questa fase ha esaltato la tradizionale sfiducia nei confronti della macchina pubblica. Un terribile circolo vizioso ha incrementato la durata e la complessità dei procedimenti nel momento in cui il terziario privato ha dimostrato le straordinarie economie ed efficienze che possono essere indotte dal buon uso delle nuove tecnologie. La cultura del sospetto ha preteso che gli atti si definissero attraverso concerti e pareri obbligatori tra più amministrazioni mentre in ciascuna di queste si sono moltiplicati i percorsi per giungere alla espressione di una decisione, anche quando solo parziale. In questo contesto, i migliori se ne sono andati.

Infine, mentre il mainstream culturale ci imponeva l’attesa del disastro ambientale, non abbiamo saputo attrezzarci per l’ipotesi ben più probabile della pandemia. Gli enti esperti hanno evidenziato gravi carenze soprattutto nella dimensione globale perché sono apparsi riflettere gli squilibri geopolitici di un mondo diventato disordinatamente multipolare. La “verità” scientifica, che nella cultura occidentale è fondata sulla evidenza dei fatti, è stata ulteriormente compromessa da contraddizioni espresse dalla stessa fonte e dalla diffusione di tesi insufficientemente verificate. Toccherà agli Stati dimostrare attitudine alla collaborazione tra loro e con gli operatori per regole e investimenti utili alla salute di tutti.

In Italia, la eccessiva concentrazione della spesa sanitaria su una dispersiva ed estesa spedalità pubblica e privata, trascurando i servizi territoriali, ha caratterizzato quasi tutte le Regioni e non è riconducibile al solo fenomeno del cosidetto “sottofinanziamento” del settore. Alcuni potrebbero dire di averlo detto (e fatto) ma sono pochi. Più che accusare i molti inadempienti, sarà ora utile agire diffusamente per valorizzare l’assistenza primaria dei medici di famiglia, rivalutare i medici del lavoro e i servizi di igiene pubblica, potenziare la componente sanitaria delle residenze per anziani, sostenere la cura domiciliare. E realizzare moderni ospedali modulari, tecnologicamente avanzati, dotati di tutte le competenze.

Alla base di nuove élite accettate e rispettate rimane tuttavia il loro carattere largo e plurale, quale potrà  essere garantito da un sistema educativo rivoluzionato nei metodi e nei contenuti pedagogici e non da stabilizzazioni a prescindere dai fabbisogni educativi.

Al contrario, la frattura tra il popolo e le funzioni più responsabili nelle istituzioni, nella economia e nella società può preludere solo alla tempesta perfetta, alla implosione di una nazione.

Maurizio Sacconi

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Così il telelavoro divide la Pa in due: i dipendenti qualificati e gli esuberi di fatto

di Francesco Verbaro, pubblicato sul Sole 24 Ore del 22 giugno 2020

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Meno leggi, più contratti. Di prossimità.


La proposta che segue è stata incoraggiata dalla iniziativa del presidente di Confindustria Carlo Bonomi per una revisione del tradizionale modello di contrattazione fondato su contratti collettivi nazionali invasivi e segmentati secondo i perimetri dei codici Ateco. La crisi pandemica ha ancor più evidenziato le diverse condizioni delle imprese e dei territori nella fase di ripresa delle attività. Le parti sociali sono chiamate a svolgere un ruolo sussidiario di supplenza rispetto a politiche centrali che hanno ulteriormente irrigidito il mercato del lavoro. L’adattamento reciproco tra imprese e lavoratori nelle varie circostanze può favorire la collaborazione partecipativa per progetti di crescita condivisi nei quali sia garantita una equa distribuzione dei risultati.

1. Il salto prodotto dalle nuove tecnologie ha determinato il superamento della tendenziale omologazione dei lavori e delle imprese che aveva caratterizzato la seconda rivoluzione industriale. Ne consegue la necessità di una profonda revisione del pesante impianto regolatorio centralizzato prodotto dalle leggi e dai contratti collettivi nazionali propensi a rincorrersi ed imitarsi.
2. Sotto il profilo legislativo, il cambiamento può essere realizzato attraverso due norme di sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità. L’una dovrebbe completare l’art.8 della L 148/11 consentendo una limitata deroga nella misura massima del 20% ai minimi retributivi disposti dai contratti nazionali in particolari circostanze come l’avvio di start up, la gestione di crisi aziendali o territoriali nonché la possibilità di adattare la disciplina sulla salute e sicurezza ai diversi contesti di impresa (ad es. studi professionali, terzo settore….) o ai rapporti di lavoro agile, fermo restando il rispetto delle direttive comunitarie. La seconda norma dovrebbe estendere la attuale tassazione “secca” (aliquota sostitutiva) a tutti gli aumenti retributivi deliberati dai contratti di prossimità (inclusi straordinari e lavoro notturno) fino a diecimila euro riducendone l’aliquota al 5%. A queste dovrebbe aggiungersi, con lo scopo di incoraggiare le assunzioni e lo sviluppo adattivo dei contratti individuali, il decreto ministeriale atteso dal 2012 per l’avvio dell’arbitrato di “equità”, introdotto dalla L. 183/10 per favorire la rapida soluzione dei contenziosi.
3. Per il più rilevante profilo contrattuale, un nuovo e robusto accordo interconfederale largo e inclusivo potrebbe riformare la contrattazione collettiva. Il contratto collettivo nazionale dovrebbe costituire una cornice unitaria per tutto il lavoro industriale in termini di principi e di prestazioni sociali complementari. In particolare, dovrebbe regolare in via generale il diritto di apprendimento attraverso un “Conto Professionalità”, portabile nei diversi rapporti di lavoro del perimetro contrattuale, ove sono contabilizzate le ore di formazione maturate in proporzione al lavoro e che il lavoratore sceglie liberamente come spendere presso un ente accreditato o autorizzato. Per conseguire gli obiettivi di un ulteriore rafforzamento dei fondi previdenziali, della estensione dei fondi sanitari fino al decesso del lavoratore e alla copertura dei familiari, della introduzione della assistenza di lungo periodo alla non autosufficienza, occorre una massa critica tale da assorbire i maggiori rischi attraverso la progressiva fusione degli enti di categoria. Lo stesso contratto unico, infine, stabilisce il livello minimo retributivo.
4. I contratti regionali – o in alternativa i contratti aziendali e interaziendali – definiscono le forme di coinvolgimento dei lavoratori nelle fondamentali scelte di sviluppo delle imprese, le modalità di accesso alle conoscenze e competenze dei lavoratori (incluse le forme di collaborazione tra imprese, scuole, università, enti bilaterali, consulenti del lavoro), la certificazione della professionalità, l’inquadramento dinamico, gli obiettivi di produttività, gli incrementi retributivi connessi, le ulteriori prestazioni di welfare da riconoscere in azienda. I perimetri degli accordi interaziendali, corrispondenti a filiere o distretti o aree di produzione, sono individuati dalle parti sociali. Il contratto più prossimo prevale sugli altri senza sovrapposizioni o duplicazioni.
5. Il risultato sarà un innalzamento delle prestazioni sociali per tutti i lavoratori dell’industria e la possibilità di incrementi retributivi diretti e indiretti collegati alla maggiore professionalità e produttività così da ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto e aumentare la occupabilita’ della persona.

Emmanuele Massagli

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Ancora sullo smartworking

pubblicato su Bollettino Adapt

Pietro Ichino e Giuseppe Sala hanno riaperto la discussione sul lavoro agile dal domicilio coatto nella crisi pandemica. L’uno ha avanzato legittimi dubbi sulla qualità (e quantità) delle “prestazioni” da remoto nel pubblico impiego, l’altro ha, più in generale, parlato di “effetto grotta” a proposito di tutti quei lavoratori repentinamente costretti a continuare il rapporto di lavoro da casa. Non si tratta, ovviamente, di colpevolizzare i lavoratori ma di constatare come la gran parte dei datori di lavoro non abbia avuto il tempo e il modo di procedere a quei processi di riorganizzazione che costituiscono il necessario presupposto di una adeguata produttività della attività lavorativa realizzata con modalità agile. All’atto della approvazione della legge si sottolineò infatti come il lavoro di domani sarebbe dovuto transitare progressivamente dal vincolo spazio-temporale al perseguimento di obiettivi e risultati assegnati e verificati dal buon datore di lavoro. Ora, nella fase di ripresa, non sarebbe utile confondere lo smartworking con un diritto funzionale alla conciliazione dei tempi di vita o prorogare automaticamente l’esperienza sin qui svolta per le sole (ancorché ridotte) ragioni di salute pubblica. Tocca in primo luogo alle imprese e alle pubbliche amministrazioni accelerare progetti di digitalizzazione e reingegnerizzazione per conseguire livelli di maggiore efficienza e, in essa, con adeguata formazione, un migliore impiego dei collaboratori anche in termini di lavoro per risultati. Nel settore pubblico la precondizione è l’adozione della contabilità economica patrimoniale analitica per centri di costo in quanto strumento obbligato per assegnare obiettivi quantificati e misurarne gli esiti. Si è invocata una nuova legge ma non per la ragione per cui sarebbe necessaria. Nuove norme servirebbero infatti non a irrigidire ciò che chiamiamo agile (con una patente contraddizione) ma a rendere coerente con le modalità flessibili della prestazione la disciplina sulla salute e sicurezza, costruita sulla vecchia fabbrica pesante. Poi, il dialogo e la collaborazione tra le parti dovrebbero accompagnare le trasformazioni del lavoro in termini adattivi alle diverse circostanze. Quindi in azienda, nelle funzioni pubbliche, nei territori. È giusto riproporre l’obiettivo della partecipazione dei lavoratori ma questo diventa effettivo se si parte da quel primario coinvolgimento che si realizza nei nuovi modelli organizzativi orizzontali ove ciascuno collabora a raggiungere ben definiti obiettivi.

Maurizio Sacconi

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Blog Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ I corpi sociali dimostrino meno burocrazia dei decisori istituzionali

pubblicato su Bollettino ADAPT

La faticosa ripresa conferma la necessità di un dialogo tra le parti sociali oltre gli schemi tradizionali e soprattutto oltre la propensione centralista del passato anche recente. Nel new normal ogni omologazione è ridicola, ogni rigidità insensata. Nei giorni scorsi molte imprese hanno ipotizzato una diversa programmazione dei periodi di riposo feriale e il superamento di vecchie abitudini come la chiusura degli stabilimenti nel mese di agosto. Sarà la domanda a guidare l’offerta e, con i tempi che corrono, anche la flessibilità e tempestività produttiva possono concorrere ad alimentarla. Luigi Sbarra, segretario generale aggiunto della Cisl, ha subito risposto che, alla luce dell’emergenza pandemica, “la contrattazione aziendale o territoriale risponde alle specifiche esigenze delle singole realtà produttive, affrontando il tema di come migliorare l’organizzazione del lavoro, regolare istituti come gli orari, la turnistica, i riposi, le ferie, gli investimenti in formazione per la crescita delle competenze, i recuperi di produttività”. Si tratta di condividere i difficili percorsi dei prossimi mesi in termini coerenti con le singole situazioni produttive. Una regia generale può essere utile se stabilisce criteri ma non pretende uniformità. Ha senso in una situazione di bassissima inflazione e di altissima precarietà delle imprese parlare di rinnovo dei contratti nazionali secondo i moduli usuali? Sono sostenibili e utili aumenti uguali per tutti? Certo, questa immediata prospettiva richiede ai corpi sociali di sapersi rinnovare in relazione alle effettive esigenze dei soggetti rappresentati. E quindi di potenziare la capacità di tutela e rappresentanza nei territori superando molto spesso i codici Ateco. Ogni tentazione autoreferenziale sarebbe presto pagata in termini non solo di disintermediazione ma anche, nella terribile fase che viviamo, di associati – imprese e lavoratori – che vengono meno per fallimenti e disoccupazione. È incredibile quanto resista la pigra continuità alla drammatica novità di una crisi senza precedenti dal secondo conflitto mondiale. Troppi attori politici e sociali continuano a ragionare secondo contenuti e tempi che appartengono al passato. Non basta infatti la discontinuità, perché se questa viene accettata troppo tardi è inutile. La velocità dei processi positivi è diventata requisito necessario per opporli alla velocità certa di quelli negativi. Lo abbiamo imparato constatando la differenza tra Paesi in ragione dei tempi di trasferimento di risorse dai bilanci pubblici alle imprese e ai lavoratori. Le organizzazioni di rappresentanza siano quindi consapevoli della differenza che le oppone ai decisori istituzionali. La (teorica) assenza di burocrazia. La dimostrino.

Maurizio Sacconi

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Blog Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ La lezione americana: flessibilità del lavoro e fiducia nelle imprese

Pubblicato su Bollettino ADAPT

A maggio l’economia americana, a sorpresa, ha aggiunto oltre 2,5 milioni di posti di lavoro ed il tasso di disoccupazione è sceso dal 14,7% al 13,3%. Secondo il dipartimento del lavoro negli Stati Uniti, nel mese trascorso, sono stati creati 2,509 milioni posti di lavoro, mentre gli analisti stimavano un calo di 8,33 milioni di posti. La disoccupazione è quindi diminuita nonostante le previsioni ipotizzassero un incremento al 19,5%.

Al di là di ogni diatriba tra letture ottimistiche e inviti alla cautela, l’economia americana si conferma essere stata solida nella fase precedente il lockdown e particolarmente reattiva, con tendenziale andamento a V, in quelle di crisi e ripartenza. La spiegazione, per quanto concerne l’occupazione, può ricondursi alla efficacia di veloci politiche di sostegno alle imprese che garantiscono lavoro e alla straordinaria flessibilità di un mercato del lavoro molto meno regolato rispetto a quelli dei Paesi europei. Ora è evidente che non possiamo immaginare un salto culturale che ci conduca immediatamente al modello nordamericano di fiducia delle istituzioni verso le imprese. Ma possiamo, a contrario, riconoscere che le nostre rigidità burocratiche, bancarie e lavoristiche da un lato non hanno frenato la caduta degli occupati e, dall’altro, inibiscono una veloce ripresa soprattutto nelle piccole imprese dei lavori meno qualificati. In particolare, i contratti a termine dovrebbero mantenere definitivamente quella assenza di causali che nella crisi anche i settori più ideologizzati hanno riconosciuto. In una situazione di crollo della domanda e di dubbie aspettative sarebbe assurdo riproporre l’assetto regolatorio complesso e incerto dei lavori temporanei. Così come la norma che ha preteso di estendere alle collaborazioni “etero-organizzate”, ovvero tutte, l’intera disciplina del lavoro dipendente compreso il testo unico sulla sicurezza, inibirà i relativi contratti che solo in parte si tradurranno in rapporti di subordinazione. Chi potrà, sostituirà il lavoro con l’automazione e chi non potrà, sarà fortemente tentato di non ripartire. Soprattutto nel mezzogiorno, le piccole economie dei servizi che in America sembrano essere prontamente ripartite con i loro occupati a bassi salari, qui stentano a rimettersi in moto per le molte incertezze di contesto. Le organizzazioni di rappresentanza potrebbero svolgere un importante ruolo di supplenza del legislatore se, utilizzando anche gli enti bilaterali, producessero accordi territoriali in deroga per tutta la grande fascia delle piccole imprese del commercio, del turismo, dei servizi, dell’agricoltura. Concordemente potrebbero adattare tipologie contrattuali come i rapporti di lavoro intermittente, allargare e semplificare la gestione dei voucher, azzerare le causali per il lavoro a termine, disciplinare duttilmente le collaborazioni, incoraggiando così occupazione regolare. Il controllo sociale e un approccio sperimentale con verifica dei risultati possono essere una buona ragione per accettare le flessibilità lavoristiche e incoraggiare la velocità di banche e istituzioni negli aiuti alle imprese.

Maurizio Sacconi

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