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Reddito di cittadinanza? Meglio nella versione Lega che M5S. Parla l’ex ministro Sacconi

di Giusy Caretto, pubblicato su Start Magazine

Reddito di cittadinanza? “Il reddito fine a se stesso non è funzionale all’inclusione. Lo Stato dovrà confrontarsi continuamente con i risultati delle misure introdotte (riduzione della disoccupazione e del tasso di povertà), valutando l’efficacia dei mezzi introdotti, senza pulirsi la coscienza con sussidi monetari”. L’analisi dell’ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, intervistato da Start Magazine

Reddito di cittadinanza sì. Reddito di cittadinanza no. Reddito di cittadinanza, forse, a patto che.

Tra le questioni che dividono la maggioranza di governo c’è quella del sussidio da destinare a disoccupati e a tutti coloro che pur lavorando siano sotto la soglia di povertà.

Nella Manovra, tra il 2019 e il 2021, sono previsti stanziamenti pari a 7 miliardi annui per la distribuzione di questo sussidio, ma il meccanismo per l’assegnazione non è ancora chiaro. Tutto è ancora in discussione: mentre il Movimento 5 Stelle spera che sia un aiuto economico vincolato all’impegno a trovare un lavoro attraverso i centri per l’impiego, la Lega (da sempre scettica tale misura) propone di spostare il baricentro alle imprese.

“Dobbiamo coinvolgere di più il mondo produttivo ed evitare che il sussidio si possa tramutare in una misura assistenziale”, ha proposto il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, consigliere economico del vice premier, Matteo Salvini. L’idea della Lega, in pratica, è quella di erogare il reddito di cittadinanza direttamente all’azienda (e non al cittadino), che “si occuperà di formare e riqualificare il disoccupato. Sostanzialmente, l’impresa agirà da “sostituto d’imposta”, versando l’equivalente all’interessato. Che, al termine del periodo di formazione-lavoro, potrà essere assunto dalla stessa impresa, oppure mettersi sul mercato con un bagaglio di competenze aggiornato”.

Delle due versioni di reddito, Start Magazine ha parlato con Maurizio Sacconi, ex ministro del Lavoro.

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Reddito di cittadinanza. La manovra che aiuta le élite, ma non il popolo

Si è tornati a parlare di reddito di cittadinanza. L’avvio della sperimentazione finlandese di una sorta di “rendita” biennale di 560 euro/mese per alcuni disoccupati sorteggiati casualmente, le recenti polemiche politiche sulla legge delega per il contrasto alla povertà (che prevede una sorta di assegno sociale per gli indigenti) e i nuovi dati sull’aumento delle persone escluse dal mercato del lavoro e dal welfare hanno riacceso le braci di un dibattito piuttosto risalente e tecnicamente più complesso di quel che potrebbe sembrare.

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Parliamo di reddito di cittadinanza perché non crediamo nel futuro del lavoro

Articolo e pubblicato su Linkiesta.it, 7 settembre 2016

Francesco Luccisano

Francesco Luccisano

La velocità con cui i commentatori si stanno fiondando sul carro del “reddito di cittadinanza” ci conferma che la fame di soluzioni semplici a problemi complessi è, oggi, ai massimi storici. Non ci pare un buon segno. A un dibattito di qualità gioverebbero due azioni preliminari. Primo: un bel glossario. Che aiuti a capire, ad esempio, che “reddito di cittadinanza” è il contrario di “reddito minimo”. Quest’ultimo è il caposaldo dei sistemi di welfare europei da decenni, spetta solo a chi è sotto una certa soglia di povertà e, soprattutto, è assegnato solo a chi è disoccupato e dimostra la disponibilità a tornare al lavoro.

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