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Fatto (in)sussistente, alla giurisprudenza l’onere della chiarezza

La riforma dei licenziamenti individuali ha comportato notevoli incertezza sulla opzione tra reintegrazione e indennità. Giurisprudenza e dottrina hanno avuto inizialmente difficoltà a concepire che un atto unilaterale invalido potesse provocare una condanna meramente indennitaria e non il ripristino dello stato originario mediante la prosecuzione del rapporto di lavoro ma sembra esserci un cambio di rotta. Pubblichiamo a seguire l’articolo di Raffaele De Luca Tamajo pubblicato oggi su Il Sole 24 Ore.

La riforma dei licenziamenti individuali (legge 92/2012 e decreto legislativo 23/2015) è stata portata a temine senza eccessivi conflitti sociali, ma ha innescato notevoli incertezze applicative. Il faticoso compromesso politico alla base ha introdotto un delicato spartiacque tra la sanzione reintegratoria e quella meramente indennitaria del licenziamento illegittimo, spartiacque imperniato sulla controversa nozione del “fatto (in)sussistente”.

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Articolo 18 Il commento Licenziamenti

Statali: l’articolo 18 più vivo che mai

classactionLa sentenza della Cassazione sul licenziamento dei dipendenti pubblici ci dice che quell’articolo 18 che né Giugni né Brodolini avevano inserito nello Statuto dei lavoratori continua a vivere e a dispiegare i suoi effetti negativi sulla produttività del lavoro e sulla attitudine ad assumere. Da un lato si ripropone l’esigenza di un diritto unico del lavoro in modo che anche la Pubblica amministrazione si comporti da “buon datore di lavoro” senza l’alibi della specialità. Dall’altro, dovremmo completare il percorso di riforma finalmente assumendo anche in Italia quel diritto europeo che in nessun paese ipotizza il reintegro obbligatorio come ancora da noi esiste anche dopo il jobs act. E non parlo del licenziamento discriminatorio che ovviamente si deve considerare nullo, come se non vi sia stato.

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Consulenti del lavoro Licenziamenti

Consulenti del lavoro: con tutele crescenti calano licenziamenti

A distanza di un anno dalla prima applicazione delle tutele crescenti diminuiscono i licenziamenti. Lo sottolineano i Consulenti del lavoro che hanno elaborato i dati del ministero del Lavoro sulle comunicazioni obbligatorie per il periodo tra il 7 marzo (data di entrata in vigore del decreto di attuazione del Jobs act sul contratto senza articolo 18 per i nuovi assunti) e il 30 settembre 2015. “Per ogni 100 contratti a tempo indeterminato cessati – precisano – il 28,1% sono terminati per licenziamento economico o disciplinare (25,7% il primo, 2,4% il secondo). Nel 2014, per ogni 100 analoghi contratti cessati con l’applicazione dell’articolo 18, la quota dei licenziamenti era pari al 31,3%, dei quali 29% per licenziamento economico e 2,3% per licenziamento disciplinare. Dal punto di vista della sopravvivenza dei contratti a tempo indeterminato – dicono i Consulenti – risulta che, in regime di tutele crescenti, per ogni 100 contratti stipulati due lavoratori in più hanno conservano il posto di lavoro”.

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Jobs act, tutele crescenti: ok da commissione lavoro del Senato

La Commissione Lavoro del Senato ha dato parere favorevole al decreto attuativo del Jobs act sul contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti sottolineando che “la regolazione dei nuovi contratti permanenti deve allinearsi alle discipline vigenti negli altri paesi europei, anche a quelle più protettive. Al parere è stata aggiunta un’integrazione sui licenziamenti collettivi chiedendo al Governo di rivederne le regole sanzionatorie. L’integrazione è stata votata da Pd, Sel e 5 stelle mentre Ncd ha detto no.

Leggi il parere approvato dalla Commissione Lavoro del Senato

Nel parere si sottolinea la necessità di applicare le nuove regole anche al lavoro pubblico. “Le regole – si legge nel parere il cui estensore è il presidente della Commissione Lavoro, Maurizio Sacconi – diventano semplici e certe quanto più sono omogeneamente applicate a tutto il lavoro pubblico e privato con l’eccezione delle amministrazioni d’ordine, ferme restando le procedure concorsuali per accedere alle funzioni pubbliche. La Commissione impegna il governo a procedere in questa direzione”.

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Decreti Jobs Act, giudizio positivo da associazioni di settore

Il decreto legislativo che introduce il contratto a tutela crescenti, in attuazione del ddl Jobs Act “coglie l’obiettivo prefissato dalla legge delega: favorire le assunzioni a tempo indeterminato, garantendo anche alle parti certezza in merito alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro”. È quanto si legge in una memoria depositata in commissione Lavoro al Senato da Confindustria al termine di un’audizione. Secondo Confindustria, “le modifiche alla disciplina del contratto a tempo indeterminato dovrebbero potersi applicare a tutti i rapporti di lavoro, compresi quelli in essere”, si legge nella memoria, anche per “evitare il rischio di nuove segmentazioni del mercato del lavoro e, con esse, di nuove rigidità nella circolazione dei lavoratori”.

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Jobs Act e pubblico impiego: Sacconi e il Servizio Studi della Camera riaprono il problema

di Giuliano Cazzola*

Che la nuova disciplina del licenziamento individuale si applichi anche al pubblico impiego è stato escluso, dopo qualche dubbio iniziale, dal Governo, il quale ha inteso affidare la materia al disegno di legge delega sulla riforma della pubblica amministrazione. A dare credito al dibattito, l’esecutivo sembrerebbe intenzionato ad adottare procedure meno farraginose di quelle ora previste nel caso di licenziamento disciplinare senza però deviare, in nessuna circostanza, dalla regola generale della reintegra a fronte di un recesso ritenuto illegittimo. La questione, tuttavia, è controversa all’interno della maggioranza. In Commissione Lavoro al Senato, il presidente Maurizio Sacconi (Ncd), relatore del parere sullo schema di dlgs n.134, ho sostenuto la sua applicabilità anche al pubblico impiego, senza dover necessariamente affrontare il problema nel ddl Madia.

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D.Lgs. tutele crescenti. La relazione di Maurizio Sacconi

Lo schema di decreto legislativo in esame è stato predisposto in attuazione della normativa di delega di cui all’art. 1, comma 7, lettera c), della L. 10 dicembre 2014, n. 183. Quest’ultima ha previsto la ridefinizione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato sulla base di tutele crescenti del lavoratore in relazione all’anzianità di servizio con lo scopo di renderlo più conveniente per il datore di lavoro nell’epoca delle grandi incertezze. La normativa di delega appare rivolta a sostituire un regime fondato sulla reintegrazione nel posto di lavoro, se il giudice imponderabilmente non approva l’operato dell’imprenditore, con un regime fondato su un indennizzo di entità predeterminata crescente con il crescere dell’affidamento reciproco tra le parti.

Scarica la relazione di Maurizio Sacconi sul provvedimento

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Jobs Act, la riforma “cancellata” da Renzi

di Emmanuele Massagli*

Il 2014 si aprì con il programma in materia di riforma del lavoro pubblicato il 9 gennaio dall’allora segretario del Pd Matteo Renzi. Sei propositi un poco confusi e ideologicamente contraddittori, ma certamente rilevanti: semplificazione e nuovo codice del lavoro, contratto a tutele crescenti, assegno universale per i disoccupati, rigidi controlli sulla formazione professionale, Agenzia unica federale delle politiche attive e passive, legge sulla rappresentatività sindacale. Questa la prima versione di quello che già allora era chiamato Jobs Act, con esplicita sintonia terminologica con il piano per l’occupazione obamiano.

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Sacconi: “E ora omologare il lavoro pubblico al privato”

Intervista di Michele Lombardi de Il Secolo XIX

“Omologare le regole del lavoro pubblico con quelle del lavoro privato, tenendo fuori le assunzioni per concorso e le carriere d’ordine, come magistrati e militari”. Scoraggiato ma non sconfitto per i risultati parziali ottenuti con il Jobs Act, il senatore Maurizio Sacconi, presidente della commissione Lavoro del Senato, si prepara a tornare in trincea in vista dell’esame della riforma Madia, che potrebbe riportare in gioco i licenziamenti per scarso rendimento, cominciando a introdurli proprio nel pubblico impiego dove maggiori sono le resistenze di sindacati e sinistra Pd.

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Jobs Act, sì alla fiducia al Senato. Si passa ai decreti attuativi

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L’Aula del Senato ha dato il via libera definitivo al Jobs Act, per il quale il governo ha chiesto il voto di fiducia. Hanno detto sì 166, no 112, 1 astenuto.

“Partecipo con il cuore ad un voto di fiducia che conclude l’iter di un disegno di legge delega potenzialmente utile a completare l’impostazione originaria di Marco Biagi nel segno della combinazione di flessibilità e sicurezza. Tutto dipenderà dai decreti delegati che il governo dovrà redigere ascoltando soprattutto coloro che il lavoro lo creano nelle più diverse dimensioni, dall’agricoltura, alla manifattura, all’artigianato, al commercio e ai servizi. Le norme dovranno essere perciò semplici e certamente applicabili. A partire da quell’articolo 18 che dobbiamo lasciare alle nostre spalle con tutto il suo bagaglio di ostilità all’impresa e di accanimento ideologico. La sostituzione dello Statuto dei lavoratori con un testo unico innovativo potrà garantire agli investitori un contesto regolatorio più favorevole se sarà modellato sul diritto comunitario senza le solite aggiunte di casa nostra. Se portiamo poi il lavoro alla competenza esclusiva dello Stato in sede di riforma costituzionale potremo davvero sostenere le esigenze dei disoccupati ben prima di quelle dei formatori e degli impiegati dei centri per l’impiego. Ora il governo è nudo nella sua responsabilità. La usi bene.” Lo ha dichiarato in una nota il Presidente della Commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi.

Ecco che cosa prevede il Jobs Act

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