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Bonomi, ritratto di un sindacalista d’impresa (al tempo del coronavirus). Scrive Sacconi

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Con Bonomi alla guida di Confindustria gli imprenditori sembrano avere trovato un vero sindacalista delle loro buone ragioni nel momento difficile in cui si sommano i pericoli pandemici con quelli delle culture politiche ostili al mercato. Il commento di Maurizio Sacconi, già ministro della Salute, del lavoro, delle politiche sociali e Chairman della Steering Committee di Adapt



Carlo Bonomi, confermando le previsioni, sarà il futuro presidente di Confindustria. Il suo successo è stato tuttavia così ampio da consentirgli di formare una squadra nuova ed efficiente senza i condizionamenti che sono determinati dalle vittorie su misura.

Egli ha già enunciato due ragioni fondamentali del suo impegno. In primo luogo, la riapertura in sicurezza delle attività perché lavoro e salute sono entrambe bisogni primari e insopprimibili della persona. L’Italia ha le capacità per coniugare la tutela dei lavoratori e la ripresa delle attività come stanno già facendo i nostri principali competitori. D’altronde, in questi mesi, alcune filiere hanno continuato a produrre in quanto considerate essenziali per l’interesse nazionale e i loro protocolli di sicurezza hanno dato buona prova.

Il governo e la sua task force farebbero bene a mutuare da queste esperienze concrete la regolazione speciale per l’attività produttiva al tempo del contagio. E soprattutto dovrebbero finalmente garantire la effettiva disponibilità di dispositivi di protezione individuale e di test diagnostici per monitorare tutti coloro che hanno relazionalità.

Certo, con le maggiori aperture, si porrà anche l’esigenza di correlare la rarefazione delle presenze nei mezzi pubblici di trasporto con gli orari di lavoro, ferma restando la possibilità delle prestazioni da remoto quando se ne confermi la oggettiva efficienza.

Connessa con la ripartenza è la esplicita polemica del futuro presidente verso quei settori sindacali che alimentano il pregiudizio nei confronti dell’impresa, a partire dall’accusa di una presunta insensibilità alla tutela della salute dei collaboratori. Sarebbe anzi necessaria una esplicita norma per esimere l’imprenditore da ogni responsabilità penale, civile o amministrativa quando le regole sono correttamente adottate ed efficacemente attuate. Questa favorirebbe solo un clima di attenzione sostanziale alla sicurezza in luogo dei tradizionali adempimenti formali.

Significativa infine è la richiesta che Bonomi rivolge al governo per una politica della liquidità delle imprese non affidata al loro ulteriore indebitamento. Come suggeriscono l’ex ministro Tria e l’ex direttore di Confindustria Parisi con il manifesto lanciato oggi, la soluzione potrebbe consistere nella compensazione da parte dello Stato, a fondo perduto, del minore valore aggiunto determinato dall’obbligo del blocco della produzione per ragioni di pubblica utilità. Una sorta di risarcimento come nel caso di un esproprio.

Insomma, gli imprenditori sembrano avere trovato un vero sindacalista delle loro buone ragioni nel momento difficile in cui si sommano i pericoli pandemici con quelli delle culture politiche ostili al mercato.

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Quale governance a sostegno del lavoro (e lavoratori). I consigli di Sacconi

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Il governo, il Parlamento, le forze politiche tutte hanno in linea teorica condiviso la tesi di Mario Draghi secondo la quale, nella emergenza pandemica, è necessario conservare la capacità produttiva della nazione a partire dalle risorse umane. Il che significa proteggere non solo il reddito ma, quanto più, anche i rapporti di lavoro in essere attraverso lo strumento delle casse integrazioni in deroga.

L’Italia ha già sperimentato l’impiego esteso di un analogo sussidio in costanza di rapporto di lavoro durante la crisi finanziaria tra il 2008 e il 2011 utilizzando allora il Fondo Sociale Europeo con la giustificazione di contestuali programmi di formazione. Oggi, in presenza di esigenze ancor maggiori, l’Europa mette a disposizione anche un fondo esplicitamente rivolto alla politica passiva del solo sostegno al reddito anche se non può escludere un rinnovato impiego del Fondo Sociale magari in connessione con un piano nazionale di alfabetizzazione digitale.

Ciò che conta è comunque la rapida trasmissione di queste risorse dallo Stato alle Regioni e da queste, attraverso l’Inps, alle persone e alle famiglie. La società italiana era già affaticata prima del contagio ed oggi appare diffusamente priva di quegli ammortizzatori naturali, familiari o comunitari, che in passato l’avevano sostenuta nelle transizioni. Entro aprile tutti devono percepire quel salario ancorché ridotto. L’Inps è chiamata a dimostrare efficienza con la gestione di grandi flussi. Insieme, Inps e Regioni, devono rendere superflua la disponibilità bancaria alle anticipazioni (onerose). È necessario, peraltro, da un lato garantire risorse adeguate alle Regioni in quanto queste possono emettere decreti di autorizzazione nei limiti di esse e, dall’altro, ottenere dalle Regioni stesse processi elementari e veloci di valutazione delle domande.

A questo proposito è emblematica la polemica circa il ruolo delle organizzazioni di rappresentanza. Queste possono svolgere una insostituibile funzione di controllo sociale ma non fino al punto di essere dotate di un potere di veto. Nel caso del sindacato, questo potere si esercita perfino nel caso di ammissione dell’impresa ai provvedimenti per la liquidità perché deve prendere l’“impegno a gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali”. Una cosa è coinvolgere le parti in tavoli di monitoraggio regionale ove possano essere segnalate le situazioni che presentano criticità di vario genere. Altra cosa è pretendere il loro assenso, anche silenzioso, per una platea così vasta di richiedenti, molti dei quali non hanno mai conosciuto né le associazioni datoriali né i sindacati dei lavoratori.

Ritorna, ancor più in una emergenza così straordinaria, la differenza tra una funzione istituzionalizzata dei corpi sociali in quanto garantita dalla legge ed invece lo sviluppo del loro ruolo in quanto conseguenza di capacità liberamente riconosciute e apprezzate. Il potere di veto non induce mai virtù ma vizi. È stata saggia poi la decisione di coprire con le casse in deroga anche i lavoratori di aziende artigiane o commerciali non iscritte ai fondi bilaterali. E questo non significa sottovalutare la utilissima funzione della bilateralità che è stata anzi sostenuta da una nota circolare ministeriale e deve essere ora preservata da impegni di spesa insostenibili.

Insomma, questo è il tempo in cui privilegiare il risultato nei tempi compatibili con i bisogni primari delle famiglie.

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Ripartire e tutelare la sicurezza dei lavoratori, si può. Sacconi spiega come

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Possiamo immaginare di accompagnare gradualmente tutto il sistema produttivo ad una sorveglianza olistica sulla salute dei dipendenti, a partire dalla infezione virale in corso. Il commento di Maurizio Sacconi, ex ministro della Salute, del Lavoro e delle Politiche sociali e chairman della Steering Committee di Adapt

È bene cominciare a preparare i termini corretti di una più ampia e progressiva ripresa delle attività nella speranza che, grazie agli strumenti per la liquidità e per la sopravvivenza dei rapporti di lavoro, quante più imprese possano sopravvivere. Siamo ben consapevoli che da un lato le precauzioni contro il contagio dovranno essere praticate a lungo e che, dall’altro, la paralisi dell’economia non ci è consentita oltre una certa soglia temporale.

Il che ci porta a ipotizzare un modello di regole semplici ed effettive a tutela della salute dei lavoratori, tanto nello spostamento da e per il luogo di lavoro quanto nell’ambito di esso. E, si aggiunga, un set di regole che ove correttamente adottate ed efficacemente attuate abbia anche la forza di esimere da responsabilità penale, civile e amministrativa il datore di lavoro perché ha approntato ogni mezzo idoneo a prevenire il contagio.

La seconda motivazione può solo rafforzare la prima. Nei mezzi di trasporto collettivo occorrono evidentemente normative per il numero massimo delle persone in rapporto al volume e per il distanziamento tra loro. Oltre a insistiti processi di sanificazione. Nelle aziende può innanzitutto rimanere ferma la possibilità di lavoro a distanza facendo evolvere la capacità tecnologica e organizzativa per indicare ai dipendenti gli obiettivi periodici e verificare i risultati relativi.

L’attesa può inoltre essere riempita con la accelerazione del percorso di digitalizzazione e con attività di formazione finanziate dai fondi interprofessionali secondo modalità agili che devono essere autorizzate agli enti bilaterali che li gestiscono. Nei casi in cui, soprattutto nella produzione, la presenza fisica si rende necessaria il regolatore dovrebbe stabilire rapidamente, andando oltre le poche norme emergenziali già introdotte, una normativa speciale in parte sostitutiva e in parte integrativa del Testo Unico sulla salute e sicurezza nel lavoro. Questa, auspicabilmente, dovrebbe ridimensionare con certezza gli obblighi formali come l’aggiornamento del documento di valutazione del rischio per concentrarsi sui profili sostanziali come il distanziamento effettivo e il conseguente ridisegno del lay out aziendale, l’impiego dei dispositivi di protezione individuale, il ricorso a test periodici sull’infezione, l’obbligo generalizzato del medico competente attraverso la possibilità per le imprese che non vi sono già tenute di organizzarsi in consorzi per ridurre i costi e deducendoli comunque per intero.

Possiamo insomma immaginare di accompagnare gradualmente tutto il sistema produttivo ad una sorveglianza olistica sulla salute dei dipendenti, a partire dalla infezione virale in corso.

E per le stesse mascherine l’Italia deve porsi gradualmente l’obiettivo di un ritorno agli obblighi della legge ordinaria per quanto riguarda le loro caratteristiche filtranti, superando le meno stringenti disposizioni emergenziali in presenza della loro effettiva disponibilità. Abbiamo quindi l’opportunità di far evolvere la salute nel lavoro sulla base della pressione contingente per arrivare ad un approccio molto più sostanziale rispetto al tradizionale formalismo.

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Conservare i rapporti di lavoro, whatever it takes. Sacconi legge Draghi

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Un uomo di solida cultura liberale come Mario Draghi chiarisce nel suo editoriale al Financial Times che non basta sostenere il reddito delle persone, ma si devono conservare i rapporti di lavoro in essere. L’intervento di Maurizio Sacconi, già ministro della Salute, del lavoro, delle politiche sociali e chairman della steering committee di Adapt

L’intervento di Mario Draghi su FT è già stato variamente commentato con accenti unanimemente positivi. Se per ora la sua proposta lascia sullo sfondo le modalità con cui garantire solidalmente la stabilità finanziaria e bancaria europea nel contesto di un forte incremento del debito pubblico, molto puntuale è invece l’indicazione delle finalità della maggiore spesa degli Stati.

Altro che Green Deal o altre costruttivistiche politiche della domanda pubblica. Gli Stati e, con il loro sostegno, le banche devono garantire la sopravvivenza delle attività produttive (di beni come di servizi) e dei rapporti di lavoro per come sono, senza occhiute selezioni tra buoni e cattivi, senza dirigistiche valutazioni sul loro impatto ambientale o sulla qualità delle loro relazioni industriali. Primum vivere! Gli effetti economici della crisi pandemica, paragonati a quelli di un conflitto armato su larga scala, sono così pervasivi e devastanti che innanzitutto è necessario mettere l’economia reale in condizione di resistere. Senza esitazione, perché la posta in gioco è la capacità di ripartire delle economie dell’Unione nel momento in cui gli scambi e la domanda globale riprenderanno a muoversi con la possibile conseguenza di nuovi assetti geoeconomici e geopolitici.

Un uomo di solida cultura liberale come Draghi arriva quindi a chiarire che non basta sostenere il reddito delle persone costrette alla inattività ma che si devono conservare i rapporti di lavoro in essere. Wathever it takes. Quindi, traducendo negli strumenti nazionali, cassa integrazione in deroga a qualunque lavoratrice o lavoratore anche delle più microscopiche attività perché la continuità delle imprese si realizza attraverso la conservazione di tutti i fattori produttivi, a partire dalle persone con le loro competenze ed esperienze. E a questo proposito l’unico indirizzo di politica pubblica potrebbero essere piani nazionali straordinari di alfabetizzazione digitale e di incremento delle professionalità innanzitutto concentrando in questa fase tutte le risorse dei fondi bilaterali ed erogandole con modalità semplici.

La giustificazione “liberale” è nel fatto che questa crisi dipende non dalla inefficienza dell’offerta ma da un fattore straordinario ed estraneo alle logiche di mercato. È in fondo la stessa ragione che motivò il governo italiano nel 2008, in presenza di un crollo improvviso della domanda globale dovuto alla crisi finanziaria, a chiedere all’Unione di poter utilizzare il Fondo Sociale, usualmente così mirato a “buoni” progetti, per un generalizzato sostegno al reddito in costanza di rapporto di lavoro.

Le casse in deroga funzionarono perché furono erogate con semplicità e in prossimità attraverso la stretta collaborazione tra direzioni regionali Inps e Regioni. Quella esperienza, invero allora criticata da qualche élite, può oggi orientare analoghe modalità per raggiungere presto tutti i beneficiari. In fondo Draghi ci dice che più la recessione è grave ed estesa, più essenziale e generalizzata deve essere la risposta. Con buona pace dei dirigisti.>

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Dalla memoria di Marco Biagi la lezione per il dopo crisi. Il commento di Sacconi

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A diciotto anni dalla prematura scomparsa del giuslavorista Marco Biagi, la costrizione del lavoro e della formazione a distanza può offrire l’opportunità di nuovi metodi e contenuti pedagogici, di modalità lavorative disegnate sulla fiducia, sulla responsabilità, sui risultati. Ricordare Biagi ci aiuta ad entrare con convinzione nel mondo nuovo. La riflessione di Maurizio Sacconi, presidente dell’associazione Amici di Marco Biagi

A diciotto anni dalla tragica morte, la lezione di Marco Biagi si conferma ancor più attuale nella prospettiva di una grande depressione economica dopo la terribile crisi sanitaria.

Egli fu capace di un pensiero discontinuo di fronte ai primi segnali della conclusione della seconda rivoluzione industriale. Non pretese di immaginare un mondo nuovo ben definito ma comprese che sarebbe stato imprevedibilmente mutevole. In quanto tale non avrebbe tollerato leggi rigide e uguali per tutti se non per i contenuti applicativi dei principi fondamentali.

Per tutto il resto, avremmo avuto bisogno di regolazioni duttili e adattate alle diverse circostanze di impresa, di territorio, di persona come solo la contrattazione di prossimità (collettiva e individuale) può produrre. Nei nuovi mercati transizionali del lavoro la prima tutela del lavoratore avrebbe potuto essere solo la sua professionalità, conseguenza di ecosistemi formativi nei diversi territori, generati dalla collaborazione tra scuole, università, istituti e centri di formazione, imprese. Al contrario, le tradizionali tutele rigide e omologhe avrebbero soltanto penalizzato proprio i lavoratori più fragili esponendoli alla esclusione da sistemi produttivi rattrappiti dalla regolazione nella loro componente occupazionale.

Intuì il bisogno di una formazione integrale, utile al “saper essere” prima che al “saper fare”, affinché ciascuno fosse capace di affrontare il quotidiano cambiamento. Implicitamente, evocando la responsabilità della persona in ogni circostanza, collegò i diritti ai doveri. Il diritto-dovere all’apprendimento continuo, al salario connesso a obiettivi, alla disoccupazione assistita da sussidio e ricerca di lavoro, alla salute e sicurezza cooperando con gli obblighi del datore di lavoro. I diritti ne sarebbero usciti rafforzati e più effettivi.

Nel dopo crisi tutto ciò sarà indispensabile. La ripresa sarà faticosa dopo una grande caduta della offerta prima ancora che della domanda. Con la regolazione novecentesca sul lavoro avremo solo un freno a mano tirato e la condanna di molti al sussidio di sopravvivenza.

La lezione di Biagi, al contrario, ove assunta compiutamente, ci potrà condurre a fondare la nuova stagione di crescita proprio sulle persone, sulle loro capacità accresciute da una rivoluzione educativa, sulla attitudine a perseguire obiettivi. La costrizione del lavoro e della formazione a distanza può offrire l’opportunità di nuovi metodi e contenuti pedagogici, di modalità lavorative disegnate sulla fiducia, sulla responsabilità, sui risultati. Ricordare Biagi ci aiuta quindi ad entrare con convinzione nel mondo nuovo.

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Vi racconto l’anticonformista Marchionne (a cui Di Maio dovrebbe ispirarsi). Parla Maurizio Sacconi

Vi racconto l’anticonformista Marchionne (a cui Di Maio dovrebbe ispirarsi). Parla Maurizio Sacconi

Conversazione con Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro all’epoca degli accordi di Pomigliano e Mirafiori, quando la Fiat di Marchionne propose un nuovo contratto per il rilancio degli stabilimenti, svincolandosi da Confindustria e proponendo i referendum in fabbrica

Un personaggio anticonformista che ha rivoluzionato le relazioni industriali, che non cercava lo scontro ma lo accettava e da lì partiva per arrivare a soluzioni più coerenti con i tempi in cui operava. Il ritratto di Sergio Marchionne che si evince dalle parole di Maurizio Sacconi è quello di un uomo, un manager, capace di leggere il proprio tempo e di andare oltre, verso il futuro. Sacconi era ministro del Lavoro all’epoca degli accordi di Pomigliano e Mirafiori, quando la Fiat di Marchionne propose un nuovo contratto per il rilancio degli stabilimenti, svincolandosi da Confindustria e proponendo i referendum in fabbrica.

Ecco, allora, il ricordo di Maurizio Sacconi in una conversazione con Formiche.net (A cura di Giacomo Pugliese)

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Siamo noi di Energie per l’Italia la quarta gamba del centrodestra. Parla Sacconi

Conversazione di Formiche.net con Maurizio Sacconi

Il nostro è un progetto completamente diverso da quello della lista eterodiretta: fermo restando il rispetto che Silvio Berlusconi merita, noi abbiamo in mente un processo indipendente che è già partito dai territori“. Il senatore ed ex ministro del Lavoro Maurizio Sacconi è tra i principali rappresentanti di Energie per l’Italia, il movimento fondato e guidato da Stefano Parisi. Una forza politica che da qui al giorno delle elezioni aspira a strutturarsi ulteriormente sia dal punto di vista dell’organizzazione che sotto il profilo dell’identità, con l’obiettivo di dare un contributo centrale alla ricostruzione dell’alleanza di centrodestra. Di cui, nelle intenzioni, dovrebbe andare a rappresentare la quarta gamba insieme a Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Un movimento – sottolinea Sacconi in questa conversazione con Formiche.net – da non confondere con la lista centrista a cui ha iniziato a pensare in queste settimane il Cavaliere.

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