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Popolo ed Élite: gli Amici di Marco Biagi chiedono il funzionamento dell’ascensore sociale

pubblicato su Bollettino ADAPT

È uscito in libreria il volume edito da Marsilio con cui gli Amici di Marco Biagi (già Amici di Mario Rossi) celebrano i 25 anni di attività di autoformazione. Il tema trattato dai numerosi autori è il rapporto critico tra popolo ed élite (alle quali gli autori stessi non negano di appartenere), quale si è prodotto a seguito della crescente insicurezza che molte persone avvertono per la salute, l’ambiente, il lavoro, il reddito, il risparmio, il patrimonio, la stessa incolumità fisica. Ne conseguono diffusi sentimenti di sfiducia e diffidenza nei confronti delle figure esperte che hanno ruoli apicali nella dimensione pubblica come in quella privata. Eppure il governo di società sempre più complesse necessita di competenze ed esperienze affidabili, alle quali si rivolge soprattutto una domanda non solo di amplificazione del malessere ma anche e soprattutto di decisioni efficaci e tempestive che sappiano generare sicurezza. Ma proprio nel momento in cui questa domanda si è fatta più forte, le élite si sono rivelate più ristrette per accesso, più chiuse in atteggiamenti egoisti ed autoreferenziali, più omologate in un pensiero unico addirittura globale, più separate dal senso comune del popolo. Nei momenti migliori della nostra vita repubblicana abbiamo avuto invece élite larghe, formatesi attraverso una pluralità di canali accessibili anche ai ceti meno abbienti, in concorrenza tra di loro, per lo più attente a non allontanarsi dai sentimenti diffusi nella nazione. Il libro degli Amici di Marco Biagi, ricco di analisi e indicazioni per i diversi profili della questione, concentra tuttavia la sua attenzione sul sistema educativo invocando il suo ancoraggio ai principi della tradizione, un modello plurale che corrisponda alle molte vocazioni dei nostri giovani, la effettiva libertà delle scelte educative, la doverosa collaborazione con le famiglie, il rinnovamento dei contenuti e dei metodi pedagogici a partire dalla integrazione con il lavoro. Parità delle opportunità e formazione integrale sono i cardini di un sistema che dovrebbe avvicinare le conoscenze di larghi strati della popolazione ai livelli superiori sprigionando élite plurali che accettano di essere misurate nei risultati che producono in relazione alle responsabilità affidate. La rivoluzione educativa, secondo gli autori, si realizza anche attraverso il superamento o lo svilimento del valore legale del titolo di studio, feticcio che nasconde spesso le massime incompetenze e che costituisce lo scudo dei vizi della classe docente. Si ipotizza quindi il passaggio dal titolo formale, che al più identifica un esecutore dell’epoca fordista, alla certificazione che definisce, almeno in un momento dato, il professionista che sa affrontare i cambiamenti continui nel mercato del lavoro, propri della nuova dimensione tecnologica. L’ascensore sociale va rimesso in moto, è la sintesi del libro, così che il popolo possa avvertire l’accessibilità e la mobilità delle classi dirigenti.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Procreazione: dalla diffidenza alla complicità tra azienda e lavoratrice

pubblicato su Bollettino Adapt

Cresce, fortunatamente, la consapevolezza del declino demografico e dei suoi effetti devastanti sul destino di una nazione. Non cresce ancora, sfortunatamente, la volontà di produrre un clima culturale favorevole alla natalità. Le stesse politiche pubbliche francesi, pur onerose in termini di spesa pubblica, hanno determinato un incremento modesto della procreazione che rimane ben al di sotto del tasso di equilibrio. A conferma, che il fare figli non è tuttora tra i contenuti e i valori del pensiero politicamente corretto tutto concentrato sui diritti e i desideri dell’individuo isolato. I rapporti di lavoro costituiscono peraltro l’ambito delle relazioni sociali più rilevante ai fini di questa rivoluzione culturale. Qualche timido segnale si è manifestato, anche in questi giorni a proposito della estensione per via contrattuale o normativa dei congedi di paternità. Si tratta di cosa buona e giusta ma che non affronta il nodo principale. Quello della maternità, il cui ruolo può essere integrato ma mai sostituito. Come sappiamo, la procreazione costituisce spessissimo per la madre la ragione della rinuncia alla carriera o addirittura al rapporto di lavoro come dimostrano, nel caso delle donne, i percorsi lavorativi discontinui e la tendenziale coincidenza tra età di vecchiaia ed età di anzianità contributiva. La natalità è certamente dipendente dalla propensione di una coppia a progettare un futuro comune ma ancor più dalla disponibilità della donna a svolgere  il ruolo di madre. Nel momento in cui questa attitudine va riducendosi, occorrono tanto politiche pubbliche quanto prassi aziendali e ciò non solo al fine di specifiche misure di sostegno ma, ancor più, di un contesto che riconosca la maternità come compimento della persona in quanto la rende più matura e quindi professionalmente più capace. Se è vero che la domanda di lavoro si rivolge non solo al “saper fare” ma, ancor più, al “saper essere”, ne dovrebbe conseguire un esplicito apprezzamento nel mercato del lavoro del ruolo di moglie e madre. Diventa quindi necessario il superamento, nella dimensione aziendale, di quella reciproca diffidenza che spesso si produce con l’annuncio della gravidanza e che da luogo, da un lato, alla ricerca dei periodi più lunghi di assenza dal lavoro e, dall’altro, alla collocazione della lavoratrice in un binario secondario del percorso professionale. Questo circolo vizioso deve essere sostituito da un vero proprio clima di complicità tra le parti in favore di un obiettivo socialmente e personalmente così rilevante come la procreazione. Oggi le imprese si preoccupano di offrire al mercato garanzie sulla propria identità valoriale per cui codici di comportamento e accordi di prossimità possono dare forma agli impegni nei confronti della lavoratrice madre la quale, a sua volta, può dare continuità alla sua relazione con l’ambiente di lavoro anche da remoto e al di là degli obblighi formali. In questo scambio virtuoso si possono collocare un progetto condiviso di sviluppo professionale, investimenti mirati nella formazione, modalità agili di realizzazione della prestazione, contenimento dei tempi di estraneità alla vita aziendale, voucher per i servizi di cura, rimborso delle maggiori spese per la gravidanza, il parto e la prima infanzia. Insieme, le parti, possono fare molto per il futuro di tutti.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Relativizzare l’orario misurando i risultati

pubblicato da Bollettino Adapt

Cambiano straordinariamente i modi di produrre e di lavorare ma rimangono uguali a se’ stessi i termini del dibattito politico e sindacale. Anzi, c’è un che di antico in molte delle proposte che vorrebbero tutelare il lavoro o aumentare la produttività nei nuovi contesti. Prevalgono così le piccole esigenze comunicazionali, la pigrizia intellettuale, l’astratta ideologia, il massimalismo verbale o la vuota affabulazione, la pochezza dei risultati. Da una parte e dall’altra. In questo scenario si iscrivono le recenti discussioni sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario che prescindono dall’elementare criterio dell’osservazione delle persone che lavorano nelle infinite sfaccettature che oggi offre la produzione di beni come di servizi e dalle potenzialità offerte dalla rivoluzione cognitiva. Vi è anzi una sorta di schizofrenia tra le analisi enfatiche sul salto tecnologico, sulle trasformazioni pervasivamente e geometricamente destinate a prodursi e la pretesa di ricondurre tutto a parametri tradizionali come l’orario. In questo ambiente si è da tempo sottolineata, al contrario, l’esigenza di cambiare i parametri e di utilizzare la contrattazione di prossimità per sperimentare nuovi modi con cui dare valore al lavoro e così rendere più competitiva la produzione. In particolare, il crescente superamento della dicotomia tra subordinazione e autonomia dovrebbe risolversi non nel terzo genere aggiuntivo della “autonomia subordinata” ma nella ricerca di modi con cui, progressivamente, relativizzare il tempo e il luogo di lavoro attraverso la condivisione tra le parti delle tecniche con cui misurare i risultati e gli incrementi di professionalità.  Solo uno scambio di questo genere, adattato alle diverse situazioni, può consentire passo dopo passo di liberare il lavoro dai mortificanti vincoli tradizionali e di esaltare invece la responsabile capacità delle persone. L’approccio, come dicevamo, non può essere che sperimentale e reversibile, senza schemi precostituiti e guardandosi, le parti, negli occhi. In un clima di condivisione e di fiducia non è difficile far contare gli esiti della produttività e delle competenze in luogo del controllo burocratico sul luogo e sul tempo del lavoro. Cio richiede un sindacato che si rinnova, investe nella formazione diffusa dei propri operatori o delegati, supera le tradizionali categorie che faticano a presidiare i perimetri contrattuali per lo sgretolamento dei vecchi confini della produzione. E richiede aziende nelle quali l’imprenditore e il management siano consapevoli che i collaboratori meritano tempo e fatica perché prevalgano la motivazione, la soddisfazione, la felicità nel lavoro attraverso il dialogo, l’attenzione personalizzata, l’investimento formativo, la misurazione condivisa dei parametri assunti per crescere insieme.

Analogamente, la riapertura della discussione su job act e art. 18 appare datata e meramente difensiva nelle posizioni delle parti. Chiariamo innanzitutto che la sanzione della reintegrazione è ancora possibile per il licenziamento illegittimo oltre che, ovviamente, per quello discriminatorio e perciò nullo. Partiti da una buona legge delega, i decreti delegati hanno definito un equilibrio discutibile tra la restrizione dei casi in cui è applicabile la reintegrazione e le nuove rigidità che ha subito prodotto o, negli atti successivi, indotto. Si salvano solo i rinvii alla contrattazione di ogni livello. Cosa diversa sarebbe l’avvio di una fase di intenso confronto sui modi con cui produrre finalmente elevati livelli di occupabilita’ in cambio di una norma europea sui licenziamenti. Il vero fallimento del job act è nella persistente carenza di politiche attive in mercati del lavoro ormai segnati da transizioni continue.  E per queste la soluzione non è certo nella tradizionale offerta formativa delle Regioni ma in quegli ecosistemi educativi territoriali che dovrebbero integrare imprese, apprendistato, scuola, università, istituti e centri di formazione professionale. Insomma, anche in questo caso, le risposte ai comprensibili bisogni di sicurezza devono essere nuove e sostanziali.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ 2020: il futuro prossimo del lavoro non è roseo

pubblicato su Bollettino ADAPT

Ciò va premesso, per quanto scetticamente,  nel momento in cui si vanno riproducendo in Italia paralleli fenomeni di diffidenza verso l’impresa profittevole e di favore per l’espansione della componente pubblica dell’economia. Il potere giudiziario si rivela spesso imponderabile, determina danni certi e immediati, alimenta incertezza. La percezione diffusa è che i normali criteri interpretativi delle norme vigenti, anche nel confronto infracomunitario, possono essere improvvisamente sovvertiti da iniziative giudiziarie temerarie le quali, ancorché provvisorie, sono irrimediabilmente devastanti. I reati tributari sono talora contestati in punta di diritto e determinano la propensione a concordare la sanzione solo per evitare le conseguenze su clienti e fornitori di una lunga incertezza, nonostante la soggettiva convinzione di innocenza. La combinazione di facili sequestri preventivi e di processi senza fine è inquietante. A ciò si aggiungono una ulteriore pressione fiscale di tipo “educativo” e disposizioni sulla responsabilità oggettiva dell’impresa che scoraggiano amministratori e investitori.  Non si sottovaluti lo scollamento ulteriore tra lo Stato unitario e le sue aree più vitali, ove il valore dell’impresa è invece largamente condiviso. Così come nel sempre più separato mezzogiorno la speranza di attrarre investimenti si riduce per la congiunzione tra inefficienze centrali e locali.

Si è concluso un anno difficile per le imprese e per il lavoro. Si è aperto un anno ancor più denso di preoccupazioni già in partenza. Alle ragioni di incertezza globale si aggiungono le fragilità interne. Ora è bene ricordare che il lavoro si produce ad opera di imprenditori che rischiano, investono, crescono. Certo, datori di lavoro possono essere anche lo Stato e le imprese possedute in tutto o in parte da azionisti pubblici. Nel primo caso, il dovere dell’efficienza e dell’efficacia, dovrebbe determinare l’occupazione strettamente necessaria per quantità e qualità a garantire le pubbliche finalità istituzionalmente assegnate. Ogni spreco è giustamente sottoposto a sorveglianza e responsabilità contabile. Nel caso delle aziende partecipate direttamente o indirettamente dallo Stato, le ragioni del contribuente e del risparmiatore dovrebbero prevalere su quelle di carattere meramente assistenziale.

L’obiettivo di “more and better jobs” confligge inesorabilmente con questo contesto. Si riducono le ore lavorate. Crescono i part timers involontari e i working poors. Le prestazioni lavorative sommerse riprendono a diffondersi nell’agricoltura e nei servizi. Molte attività artigianali e commerciali si marginalizzano fino a chiudere definitivamente. Il polmone dell’edilizia è reso sempre più asfittico dalla paralisi del mercato immobiliare e delle opere pubbliche. Le stesse medie imprese internazionalizzate contraggono fatturati ed occupazione per la minore domanda dei loro principali mercati. Aumenta la cassa integrazione. La fondamentale politica attiva degli investimenti formativi sconta le troppe carenze regionali mentre la maggiore spesa per la scuola si risolve prevalentemente nella stabilizzazione dei precari. L’università lamenta una grave insufficienza di risorse.

In questo quadro gli stessi incentivi (ben dieci!) non sembrano destinati a determinare assunzioni aggiuntive. Rappresentano certamente utili sopravvenienze attive per le imprese che avrebbero comunque assunto. E speriamo inducano qualche contratto di apprendistato di primo livello in più rispetto ai pochissimi praticati. O qualche donna in più occupata nel Mezzogiorno. O un maggiore reinserimento di cassaintegrati e disoccupati. Possono quindi spostare l’assunzione in favore di soggetti più fragili (tra i quali non dovrebbero essere i laureati eccellenti) ma, nel complesso, non faranno più lavoro perché non hanno la forza di crearlo.

Il futuro prossimo del lavoro non è quindi per nulla roseo perché non lo è quello dell’impresa.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Gino Giugni, riformista

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Gino Giugni, “padre” dello Statuto dei Lavoratori, è stato variamente ricordato in questi giorni in occasione del decennale dalla morte. Nella primavera del 1983 egli subì un attentato brigatista in quanto ritenuto una intelligenza professionale al servizio della composizione dei conflitti sociali. “Ragione” che fu alla base delle altre aggressioni terroristiche a figure esperte del lavoro con conseguenze, purtroppo, più tragiche. Craxi, segretario del Partito Socialista cui Giugni aveva da tempo aderito dopo le simpatie giovanili per il Partito d’Azione e per la socialdemocrazia di Saragat, decise di candidarlo per il collegio senatoriale di San Donà di Piave (Ve) nel voto anticipato che di lì a poco si svolse. Io ero entrato in Parlamento nel 1979 quale deputato del collegio che comprendeva le intere province di Venezia e di Treviso. E così mi candidavo in quello stesso anno per la rielezione anche nel territorio del Veneto Orientale. La comune amicizia con Gianni De Michelis ci fece conoscere stabilendo una intensa collaborazione umana e politica nei dieci anni successivi. Gino frequentava il collegio di elezione con l’intensità di un militante generoso ed umile, curando la rappresentanza degli interessi dei lavoratori delle fabbriche come dei piccoli imprenditori. Osservava compiaciuto la grande crescita economica e sociale di quell’area nella convinzione che il suo diritto del lavoro dovesse vivere nell’evoluzione delle relazioni collettive e individuali. Amava ricordare quanto gli disse Brodolini, prima dell’ultimo viaggio a Zurigo per la malattia, a proposito di uno Statuto che avrebbe dovuto rimanere ancorato ai “lavoratori” senza decadere a strumento dei “lavativi”. Raccontava di non avere amato certi irrigidimenti prodottisi nel compromesso parlamentare o nella interpretazione di certa giurisprudenza ideologizzata. Pur affermando la natura implicitamente dialettica del rapporto di lavoro, auspicava la soluzione dei conflitti attraverso gli strumenti della conciliazione e dell’arbitrato (tema del recente convegno dedicatogli da Aidlass) . Quando poi nel 1987 venne eletto anche nel collegio senatoriale di Conegliano, territorio di intense relazioni industriali maturate nelle fabbriche metalmeccaniche, volle fondare li un centro studi del lavoro dedicato alle nuove prospettive che si stavano aprendo con la caduta del comunismo e vi organizzo’ il primo incontro tra giuslavoristi dei vicini Paesi che avrebbero presto vissuto una veloce transizione all’economia di mercato. I suoi consigli si rivolgevano ad un impianto regolatorio semplice, fatto non di garanzie immutabili ma di sostegni alla duttile contrattazione, funzionale in primo luogo alla attrazione di investimenti e allo sviluppo d’impresa. Fu quindi insieme socialista e liberale ma soprattutto riformista nel metodo empirico che praticava. Nei prossimi mesi lo Statuto dei Lavoratori compirà 50 anni ed il migliore modo per capirne il significato più autentico, storicizzandolo, sarà la lettura di una bella intervista di Giugni al più giovane collega Pietro Ichino del 1993 nella quale affermava: “Potremmo dire che quanto piu la società migliora, e il diritto del lavoro consegue e consolida il suo obiettivo di riequilibrio tra le parti, tanto meno c’è bisogno del diritto del lavoro stesso”. Era un paradosso, una consapevole utopia, ma utile a spiegare il senso e l’adattivita’ di un diritto vivente.

Maurizio Sacconi


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Il mio canto libero/ Produttività del lavoro: recuperare sud e piccole imprese

Pubblicato su Bollettino ADAPT

L’Istat ha diffuso nei giorni scorsi, nella assuefazione generale alle cattive notizie, le stime semestrali sulla produttività. La produttività viene considerata dall’istituto come il rapporto tra il valore aggiunto in volume e uno o più dei fattori produttivi impiegati per realizzarlo. Nel 2018, se il valore aggiunto dei beni e servizi market ha registrato una crescita in volume dell’ 1% rispetto al 2017, la produttività del lavoro, calcolata come valore aggiunto per ora lavorata, è diminuita dello 0,3%. Nel più ampio periodo 1995-2018 la produttività del lavoro è invece aumentata ad un tasso medio annuo del solo 0,4%, quale risultante di una crescita media dello 0,7% del valore aggiunto e dello 0,4% delle ore lavorate. Significativo è però il confronto con gli altri Paesi europei nello stesso arco temporale. Essa e’ risultatata decisamente inferiore alla media dell’Unione a 28 (1,6%), mentre i tassi di crescita in Germania (1,3%), Francia (1,4%) e Regno Unito (1,5%) sono risultati in linea con il dato europeo . La Spagna ha registrato un tasso di crescita più basso (0,6%) rispetto alla media europea ma più alto di quello dell’Italia.

Questo indicatore è naturalmente il risultato di una economia complessa nella quale coesistono territori con livelli di efficienza profondamente diversi e una moltitudine di piccole e piccolissime attività accanto ad un importante tessuto di medie e medio-grandi imprese. Le grandi imprese sono sostanzialmente venute meno con il trauma di tangentopoli e quel po’ che le assomiglia è tutt’ora messo in discussione più da vicende giudiziarie che dal mercato. Nella dimensione più strutturata il limite evidente è consistito nello scarsissimo collegamento tra salari e produttività indotto da contratti nazionali pesanti e invasivi, come hanno ripetutamente affermato le istituzioni europee e internazionali. È evidente poi la difficoltà delle piccole imprese di investire nella  innovazione tecnologica per la quale tuttavia occorrono contesti idonei ad accoglierla, a partire dalle risorse umane.  E’ quindi necessario verificare se i vigenti strumenti della politica del lavoro siano sufficientemente tarati sulle piccole attività produttive e sul  grande bacino del Mezzogiorno. Riflessione ancor più necessaria nel momento in cui si vorrebbe affiancare ad una legislazione già rigida e omologa anche una contrattazione collettiva nazionale cristallizzata erga omnes attraverso la ipotizzata legge sulla rappresentanza. Piccole imprese e Sud richiedono flessibilita’ contrattate in prossimità ed ecosistemi  educativi territoriali frutto della collaborazione tra imprese, università, scuole, enti di formazione. La cultura sindacale che ha principi ma è libera dall’astrazione ideologica, che muove dalla osservazione delle realtà e mette al centro della sua azione la persona, ha il compito di rifiutare ogni antistorico processo di centralizzazione per privilegiare la duttilità del negoziato e dell’iniziativa nei tanti diversi luoghi dell’economia italiana.  Mai come ora questa cultura e’ stata in sintonia con il tempo in cui vive.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Corte di cassazione: vietato vietare la legge con i contratti collettivi

pubblicato su Bollettino ADAPT

La Corte di Cassazione ha recentemente prodotto una sentenza con la quale ha stabilito che i contratti collettivi nazionali non possono vietare l’uso del contratto intermittente disciplinato inizialmente dalla legge Biagi e più recentemente dal Jobs Act. Il rinvio della legge agli accordi collettivi indica infatti solo la individuazione delle “esigenze” in base alle quali può essere utilizzato questo istituto ma non il “se”. Il legislatore, anzi, ha previsto tassativamente i casi in cui non vi si può ricorrere e la immediata operatività di questo tipo di rapporto di lavoro anche in assenza di una regolazione collettiva tra le parti. Si tratta di una decisione destinata a lasciare il segno anche oltre il caso specifico trattato e la stessa tipologia contrattuale cui si riferisce.

Nel complesso rapporto tra legge e contratto anche questa sentenza sembra ribadire la funzione adattiva ma non soppressiva della norma primaria da parte della contrattazione. In alcuni contratti nazionali invece è stato introdotto il divieto di regolare con un contratto “a chiamata”, che può essere anche a tempo indeterminato, le prestazioni impreviste o imprevedibili. Analoghi divieti hanno riguardato la somministrazione e perfino l’apprendistato per il conseguimento di una qualifica o diploma professionale. In compenso, molti accordi di prossimità hanno allargato le possibilità di impiego di questi contratti proprio in considerazione delle particolari esigenze aziendali e delle migliori opportunità per i lavoratori.

In molti casi si è consentita la evoluzione verso tutele maggiori di prestazioni occasionali prima definite in termini di minore qualità. Eppure le parti attraverso un accordo interconfederale avevano convenuto di non utilizzare proprio l’art. 8 sui poteri della contrattazione aziendale e territoriale. Ritorniamo sempre al punto più volte evidenziato. Perché inibire con decisioni centralizzate le possibilità di definire in prossimità soluzioni condivise?  L’approccio ideologico, l’omaggio ad astratti criteri ideali, la pretesa della taglia unica, frenano le attività di impresa e penalizzano il lavoro.

Nella nuova dimensione tecnologica la discontinuità può essere inevitabile e solo investendo, continuamente e ancor più nelle fasi di non lavoro, sulle competenze possiamo sviluppare l’autosufficienza delle persone. È ciò che accade con lo staff leasing, lungamente osteggiato nonostante si stia rivelando fonte di accrescimento delle esperienze e delle capacità del lavoratore in un quadro di continuità del reddito. Anche l’ipotesi di un premio pubblico al lavoro povero per ore lavorate, e quindi per reddito, appare più utile dei sussidi alla inattività. Soprattutto dal lavoro può generarsi altro e migliore lavoro.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Contratti oltre i vecchi inquadramenti

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La nuova stagione contrattuale si sta caratterizzando soprattutto per la volontà delle parti di superare i tradizionali assetti delle declaratorie professionali e degli inquadramenti che sono stati disegnati nel tempo della organizzazione verticale e seriale della produzione di beni come di servizi. La rivoluzione cognitiva ha già determinato straordinari cambiamenti nei modelli gestionali ed altri, largamente imprevedibili, si genereranno con progressione geometrica. Questi sono  destinati a mettere in discussione la stessa caratterizzazione rigida e predeterminata delle qualifiche professionali per cui la sola semplificazione in poche fasce a largo spettro può presto risultare inadatta a rappresentare la continua evoluzione delle capacità dei lavoratori e lo sviluppo orizzontale delle relazioni organizzative. Le parti dovranno quindi interrogarsi sui limiti impliciti di decisioni centralizzate e perciò omologhe perché il cambiamento potrebbe realizzarsi nelle diverse aziende con geometrie variabili. Qualunque soluzione del contratto nazionale dovrebbe quindi essere ritenuta per definizione cedevole rispetto alla auspicabile possibilità di accordi aziendali sui modi con cui accompagnare le trasformazioni organizzative con un adeguato investimento sulle competenze dei dipendenti e su idonee modalità di certificarle remunerando il loro incremento. Emblematica risulta, in particolare, la trattativa per il contratto relativo al settore bancario nel quale l’ingresso delle tecnologie digitali può essere accelerato addirittura dall’emergere di nuovi competitori come i grandi monopoli del web. A poco varrà considerare i grandi tagli già intervenuti nei livelli occupazionali se le parti non sapranno individuare gli strumenti con cui assecondare una rivoluzione appena iniziata e segnata da elevati livelli di concorrenza. Saranno le persone a fare la differenza e proprio per questo sarà necessario transitare dalle vecchie tutele, proprie dell’assetto fordista della banca tradizionale, a soluzioni di continuo empowerment di tutti i dipendenti. Si parla ora di tre fasce corrispondenti ai professional, agli specialisti e agli esecutivi. Sarebbe certo un passaggio importante rispetto alle attuali ben tredici figure professionali ma ogni residua rigidità sarebbe penalizzante in primo luogo per i lavoratori sol se si pensa al progressivo esaurimento delle attività esecutive e alla crescente confusione tra le altre due aree. Le stesse tradizionali funzioni direttive, nell’interesse di una vita lavorativa più lunga, dovranno essere ridisegnate in termini di flessibilità non solo orizzontale ma anche verticale perché la leadership dei team operativi o la missione possono frequentemente variare senza per questo determinare lo scarto di coloro che vengono sostituiti. In questo contesto è ovviamente destinata a cambiare la struttura della retribuzione. La recente rievocazione del “cottimo” a proposito di alcuni lavori poveri non può fermare l’inevitabile maggiore peso, oltre alla professionalità, dei risultati e delle conseguenti premialita’ nel momento in cui si relativizza il parametro dell’orario. Tutte cose che esaltano il dialogo tra le parti in termini di prossimità e la funzione del sindacato in termini di accompagnamento di ciascun lavoratore ad essere valorizzato nel cambiamento.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Manifesto Zamagni: molti buoni obiettivi e una contraddizione, ma importante.

pubblicato su Bollettino ADAPT

Il Manifesto per la costruzione di un soggetto politico “nuovo” d’ispirazione cristiana e popolare, che ha in Stefano Zamagni il suo più autorevole promotore, diffida della finanziarizzazione esasperata dell’economia, frutto di presunzioni iper-razionali, e assume quale obiettivo primario “il lavoro per tutti”. Non si tratta di una utopia se la “tras-formazione” del nostro sistema politico, istituzionale ed economico muove dalla centralità della persona in se’ e nelle sue proiezioni relazionali a partire dalla famiglia che nella “eccezione italiana” ha sempre rappresentato la fondamentale cellula della società, l’ambito naturale della crescita demografica e la fonte dello stesso sviluppo capitalistico di tipo popolare. Non a caso il Manifesto parla di un modello di ordine sociale fondato su Stato, Mercato e Comunità in cui “i corpi intermedi siano valorizzati per le loro specificità”. E, ancora, vi si parla di “un’economia civile di mercato” che antepone la società allo Stato al punto che al tradizionale Welfare State si contrappone il modello del “welfare di comunità”. Il Manifesto sembra rifiutare il pensiero dominante, che vorrebbe il superamento delle piccole imprese per la loro presunta intrinseca inefficienza, riproponendo la possibilità di accompagnarle nei processi di innovazione e internazionalizzazione. In questo modo il baricentro della “tras-formazione” dovrebbero quindi essere i territori in quanto luoghi vitali per lo sviluppo delle reti d’impresa, per la creazione di ecosistemi formativi, per la stessa ricostruzione del tessuto istituzionale così da superare anche il crescente divario tra aree forti e aree deboli. Lo Stato è necessario in quanto capacitatore delle comunità come le famiglie, le imprese, le associazioni locali. Siamo alla giusta negazione di ogni giacobinismo e dei conseguenti approcci top down. Perché allora cadere poi, improvvisamente, nella proposta di una legge sulla funzione di rappresentanza dei corpi intermedi nazionali tanto cara a coloro che vogliono imbrigliare la vitalità sociale diffusa irrigidendola nelle associazioni di Stato? Qui appare un salto logico di tipo politicista come se si volessero soddisfare i nostalgici dell’egualitarismo centralista e le organizzazioni così indebolite da cercare legittimazione nella protezione della legge. Non a caso questa ipotesi suscita la diffidenza di associazioni di ispirazione cristiana come la Cisl che ha sempre anteposto la fonte pattizia a quella legislativa e difeso la valenza delle relazioni di prossimità. E nei territori la rappresentatività dei corpi sociali si afferma naturalmente attraverso la maggioranza nelle assemblee dei lavoratori in azienda o mediante l’interesse oggettivo delle parti al mutuo riconoscimento del rispettivo insediamento. Attrarre nella dimensione pubblicistica le associazioni rappresentative significa insomma negare le premesse della sussidiarietà orizzontale e verticale nonché l’idea stessa di una società aperta. Il cambiamento a misura di ciascuna persona, di tutte le persone, dovrebbe generarsi dal basso attraverso il risveglio dei principi della tradizione così ancora innervati nel popolo e non dall’alto attraverso antistorici modelli neo-corporativi.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Manovra depressiva o espansiva?

pubblicato su Bollettino ADAPT


Giustamente gli analisti cercano di comprendere in che misura la manovra economica del nuovo governo si rivelerà effettivamente espansiva e, come tale, anticiclica. Recentemente Mario Draghi, lasciando la guida della BCE, ha invitato i Paesi dell’Unione a sostenere la crescita attraverso gli strumenti di bilancio anche se contestualmente ha esortato gli indebitati a tenere i conti in ordine. La Commissione peraltro appare ora più consapevole delle esigenze di coesione sociale interna a ciascuna nazione dopo l’autocritica sulla gestione della crisi in Grecia e le forti pressioni elettorali ostili alla burocrazia europea.

L’Italia si trova quindi a dover ottemperare a tutte e tre le esigenze: crescita, stabilità, coesione sociale. E a farlo senza le tradizionali fasi in successione cronologica perché la diffidenza sulle promesse future è già elevata. Dato per scontato un pur flessibile vincolo in termini di disavanzo, si tratterà di analizzare non solo il rapporto tra spesa corrente e spesa in conto capitale ma anche la composizione della stessa spesa corrente. Questa potrebbe essere produttiva se concentrata sull’incremento demografico e sull’educazione. O assistenziale, se rivolta prevalentemente a sostenere la povertà, le pensioni, gli stipendi del pubblico impiego e lo stesso salario dei lavoratori del settore privato ove non collegata alla maggiore inclusione, efficienza e produttività. Il reddito di cittadinanza merita correzioni perché non produca lo scoraggiamento del lavoro.

Nel lavoro pubblico sarebbe opportuna una riflessione sui contratti nazionali di settore perché solo nei singoli enti o aziende si possono realizzare scambi virtuosi favoriti dalla rivoluzione cognitiva. La riduzione del cuneo fiscale può essere indifferenziata o rivolta a premiare gli accordi aziendali e l’apprendistato. Si, perché solo un differenziale tributario e contributivo potrebbe incoraggiare i contratti collettivi di prossimità dedicati a migliorare la partecipazione dei lavoratori all’uso delle nuove tecnologie e i contratti a causa mista per l’ingresso dei giovani nella produzione. Quanto poi agli investimenti, a nulla servirebbero i maggiori accantonamenti se non vi sarà contestualmente la revisione delle regole sugli appalti.

Infine, la pressione tributaria potrebbe crescere per effetto della lotta all’evasione ma questa, certamente necessaria, avrà senso se non sarà molesta sulle micro imprese e se alimenterà un fondo per finanziare la contestuale riduzione delle aliquote sulle imprese e sul lavoro. Insomma, nulla è ancora scontato ma le premesse non sono incoraggianti.

Maurizio Sacconi

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