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Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Infortuni in ambienti confinati: norme rigorose ma talora ineffettive.

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Nei giorni scorsi l’ennesimo infortunio mortale plurimo in un ambiente confinato (silos, cisterne, pozzi e simili) ha giustamente suscitato compassione e indignazione. Due lavoratori sono deceduti  con i loro due datori di lavoro. Tutti immigrati. Come al solito, l’informazione prevalente non è stata densa di notizie oltre i fatti nudi e crudi. Sarebbe stato utile ricordare che nell’agosto 2011, su proposta del Ministro del Lavoro e a seguito di molte vere e proprie stragi ( tra le quali quelle di Ravenna, Mineo, Molfetta, Sarroch, Capua, Emo di Adria, Messina ), fu prodotto il Decreto del Presidente della Repubblica (DpR n. 177/11) che ha introdotto misure di maggior tutela della salute e sicurezza dei lavoratori operanti in luoghi di lavoro nei quali vi siano rischi di sviluppo di sostanze altamente nocive o di gas. Il provvedimento dispone che in tali contesti possano operare unicamente imprese e lavoratori in possesso di competenze professionali e addestramento adeguati al rischio delle attività da realizzare, oltre che a conoscenza delle procedure di sicurezza da applicare. In particolare, le norme prevedono (anche per il datore di lavoro), in aggiunta agli obblighi generali di formazione, specifico addestramento periodicamente aggiornato, l’obbligo di dotazione di dispositivi di protezione individuale (es.: maschere protettive, imbracature di sicurezza, etc.) e di strumentazioni-attrezzature di lavoro (es.: rilevatori di gas, respiratori, etc.) idonee a prevenire i rischi. È necessaria la presenza di personale esperto, in percentuale non inferiore al 30% della forza lavoro, con esperienza almeno triennale in “ambienti confinati”. Il preposto, che sovrintende al gruppo di lavoro, deve avere in ogni caso tale esperienza in modo che alla formazione e all’addestramento il “capo-gruppo” affianchi l’esperienza maturata in concreto. Obbligatori infine il rispetto del DURC e l’applicazione delle regole della qualificazione nei confronti di qualunque soggetto della “filiera”, incluse le eventuali imprese subappaltatici. In caso di appalto, si deve garantire che, prima dell’accesso, tutti i lavoratori e il datore di lavoro siano puntualmente e dettagliatamente informati dal committente di tutti i rischi che possono essere presenti nell’area di lavoro (compresi quelli legati ai precedenti utilizzi). E’ previsto che tale attività debba essere svolta per un periodo sufficiente e adeguato allo scopo e, comunque, non inferiore ad un giorno. Il committente deve individuare un proprio rappresentante, adeguatamente addestrato ed edotto di tutti i rischi dell’ambiente in cui debba svolgersi l’attivita dell’impresa appaltatrice e vigilare conseguentemente. Durante tutte le fasi delle lavorazioni in ambienti sospetti di inquinamento o “confinati” deve essere adottata una procedura di lavoro specificamente diretta a eliminare o ridurre al minimo i rischi.

Come si è visto le norme sono puntigliose ma evidentemente inapplicate o solo formalisticamente applicate. Il Direttore dell’Inail ha in questi giorni ipotizzato che talora si faccia una formazione inutile i cui esiti concreti dovrebbero invece essere verificati con un metodo sostanziale. E l’attenzione dovrebbe essere ancor maggiore per i lavoratori immigrati che spesso non hanno adeguato background. Essi ci ricordano il repentino passaggio negli anni ‘60 di molti connazionali dalla terra alla fabbrica senza preparazione adeguata per cui registrammo il terribile picco degli infortuni mortali. In effetti l’empowerment delle persone al lavoro, imprenditori e lavoratori, risulta sempre più necessario. Si pensi ancor più al lavoro agile o ai lavori organizzati da piattaforme digitali. Ha senso chiedere un impossibile obbligo di vigilanza del datore di lavoro/committente su ambienti non prevedibili o non è meglio operare per soluzioni effettivamente prevenzionistiche come l’addestramento in situazione di compito (non formazione d’aula) e una vera sorveglianza sanitaria che spazi dall’educazione agli stili di vita fino agli screening periodici? Ciò non significa deresponsabilizzare l’impresa ma, al contrario, sollecitarla a organizzare vera sicurezza a partire dall’investimento formativo in modo che ciascuno sia più attrezzato a tutelarsi. 

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Nuovo governo e lavoro: contare occupati e unità di lavoro a fine mandato

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Il cambio radicale di governo sembra nascere con grandi apprezzamenti esterni e minori consensi interni, soprattutto al nord. Le politiche del lavoro, che costituiscono uno degli elementi più distintivi di ogni maggioranza politica, si dovranno misurare con la leale collaborazione tra Stato e Regioni, molte delle quali ora ostili. Appare quindi auspicabile una paziente intesa su tutto, su ciò che compete allo Stato e ciò che compete alle Regioni nel nome di obiettivi condivisi. La recente fotografia dell’Istat consegna ai “nuovi” decisori un mercato del lavoro in regresso rispetto alla già modesta dimensione degli occupati. Vi hanno concorso la stagnazione economica, gli effetti delle rigidità introdotte e le insufficienti politiche per lo sviluppo delle capacità delle persone. Gli annunci programmatici sembrano ancora espressione della volontà di inseguire la pur comprensibile domanda di tutele passive e l’antica illusione che la regola faccia da se’ lavoro di qualità. È certamente più facile promettere una norma, un reddito o un sussidio che un posto di lavoro. Una coalizione parlamentare che voglia percorrere l’intero arco della legislatura ha invece l’opportunità di andare oltre le immediate pulsioni difensive per misurarsi con gli oggettivi risultati di incremento dell’occupazione, tanto in termini di teste quanto di unità di lavoro (numero di posizioni lavorative ricondotte a misure standard a tempo pieno). Il modesto punto di partenza potrà  favorire il confronto con i dati riscontrabili a fine mandato. È evidente che l’esito dipenderà in parte dall’andamento dell’economia europea e internazionale ma, per altra parte, risulteranno influenti le azioni rivolte a potenziare la domanda interna, la quota italiana di partecipazione al commercio globale, la massimizzazione degli effetti occupazionali. Ad esempio, una politica che può avere effetti significativi sulla occupazione riguarda il settore delle costruzioni che in questi anni è stato penalizzato dalla paralisi del mercato immobiliare, a sua volta condizionato dalla pesante tassazione patrimoniale dei comuni, e dall’impatto del codice degli appalti sulle opere pubbliche. Così come una decisa azione sulle competenze dei giovani e degli adulti può rimuovere quella dispersione di posti di lavoro che ancora oggi è generata dal fenomeno del mismatching tra domanda e offerta di professionalità. Si riproporrà il nodo della alternanza tra scuola e lavoro recentemente ridimensionata dalle pressioni corporative e il bisogno sinora insoddisfatto di un piano nazionale di alfabetizzazione digitale dei lavoratori. Lo stesso rapporto tra leggi e contratti in materia di regolazione sarà sottoposto alla prova di fiducia nella funzione sussidiaria dei corpi sociali, soprattutto nella modalità  aziendale o territoriale. Sono sostenibili le norme rigide che indicano le preferenze del legislatore se risultano cedevoli in favore degli accordi tra le parti. L’eccessivo costo indiretto del lavoro sembra ancora suggerire azioni di contenimento delle tasse e dei contributi che gravano sugli occupati. Ma l’esperienza dovrebbe indurre a diffidare degli incentivi e a preferire tagli strutturali, a partire dalla detassazione degli incrementi retributivi decisi in azienda. Senza dimenticare il doveroso privilegio dell’apprendistato che tutti vogliono ma nessuno favorisce in termini di costo e di adempimenti formali. Un metro certo dell’azione di governo sarà il nostro Mezzogiorno ove questa coalizione sembra avere più consensi in partenza. Avrebbe senso una vera vertenza con Bruxelles per chiedere ampie zone franche da oneri burocratici e tasse ordinarie. Mentre un salario uguale in Italia (non solo minimo) per obbligo di legge farebbe contenti solo i pochi occupati ma non aiuterebbe i molti esclusi.

PS: giace in parlamento un recente ddl governativo con amplissime e indefinite deleghe a riscrivere tutto il diritto del lavoro con la buona intenzione di semplificarlo; si dice sempre così ma poi, quando si mettono le mani, prevalgono complessità che scoraggiano la propensione ad assumere; e allora, a fine mandato, non torneranno i conti.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Giorni caldi per trasporti e manovra. Marchionne non si dimentica.

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Settimana calda segnata, quanto ai temi del lavoro, dall’anniversario della morte di Marchionne, da discutibili scioperi nei settori del trasporto, dal confronto interno alla maggioranza sulla prossima manovra di bilancio.

Sergio Marchionne ebbe una visione circa il mercato globale dell’auto e la collocazione in esso del gruppo Fiat. Ma soprattutto ebbe il coraggio di prendere decisioni conseguenti. Anche nelle relazioni industriali. Fu tra i pochi che nel dopoguerra tra il quieto vivere subendo il veto del sindacato conservatore e il faticoso scontro pur di cogliere le opportunità, scelse la seconda strada. Non ci sono accordi separati dei quali avere pentimento. Tanto ciò è vero quanto più se ne considerano gli esiti rivelatisi sempre altamente positivi e irreversibili. Dopo il rifiuto di Confindustria dell’art.8, uscì dalla Confederazione.

Le fermate nei trasporti dei giorni scorsi ripropongono un nodo essenziale per l’equilibrio tra diritto allo sciopero e diritto alla mobilità. Si tratta di prendere una decisione su tutte come ipotizzo’ un ddl governativo del 2011 e come ha riproposto il presidente della “Commissione di Garanzia”. I lavoratori di questo settore dovrebbero comunicare con un congruo anticipo l’adesione allo sciopero così da consentire una informazione affidabile agli utenti sui vettori operativi. Certo, verrebbe meno il danno improprio ai cittadini determinato dall’incertezza e si verificherebbe in modo inconfutabile l’effettiva percentuale di adesione.

Continuano le schermaglie sulla manovra senza un solido impegno per la crescita dei salari mediani, ovvero quelli largamente erogati. L’importante è fare scelte strutturali perché, ancor più in un tempo nel quale gli equilibri politici appaiono molto precari, ogni misura congiunturale non incentiva comportamenti duraturi e non produce gli effetti attesi sui redditi.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Manovra economica: priorità a produttività, professionalità, salari

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Nelle quotidiane turbolenze della attività di governo compaiono carsicamente i temi del lavoro. Legittimamente tutti ascoltano tutti ma dai due lati dei tavoli si ripropongono posizioni diversificate, spesso segnate da approcci astratti o autoreferenziali. Cerchiamo di mettere un po’ di ordine. L’esperienza insegna che la riduzione del costo indiretto del lavoro può dare risultati duraturi solo se strutturale. La politica degli incentivi smodati avviata nella trascorsa legislatura, e in parte riprodotta in quella corrente, da luogo invece ad effetti temporanei. Vi sono evidenti margini per avvicinare alcune forme di prelievo alle prestazioni attese. Così è per le tariffe Inail, per la malattia, per gli ammortizzatori sociali. Questa riduzione è giusta e necessaria in se’ e non solo per accompagnare l’introduzione legislativa del salario minimo. A questo proposito, governo e maggioranza dovranno definire più esattamente cosa comprendere nei nove euro ipotizzati ( e per ragioni politiche non più modificabili ) in modo da non discostarsi troppo dalla misura identificata dai grandi contratti collettivi. Ma i problemi più rilevanti continuano a riguardare la crescita della produttività, della professionalità e dei salari mediani. E questo esito auspicabile passa inevitabilmente per la contrattazione di prossimità, li ove lo scambio è effettivamente praticabile. Il che ci riporta alla detassazione di tutti gli incrementi retributivi virtuosamente convenuti nella dimensione aziendale e territoriale. Ne hanno parlato Ugl e Cisl per superare le complessità ed i limiti della attuale disciplina. Una flat tax minima generalizzata determinerebbe infatti la convenienza di rimettere a questi accordi la definizione dei livelli salariali e, nondimeno, il superamento delle mansioni e degli inquadramenti (di cui ai contratti nazionali) in un contesto di trasformazione della organizzazione delle produzioni che non tollera più le vecchie segmentazioni legate ai modelli fondisti. Ciascuna impresa peraltro presenta caratteristiche originali che richiedono soluzioni coerenti con esse e in ogni caso non più statiche ma dinamiche. Questo tema si lega a quello dello sviluppo della professionalità che richiederebbe in primo luogo un piano straordinario di alfabetizzazione digitale. Quanto alla efficacia erga omnes dei contratti, il nodo vero dovrebbe essere quello di garantirla agli accordi di prossimità che ora ne godono solo quando sono realizzati secondo le disposizioni dell’art.8 della L. 248/11. Non sembra infine esaurita la voglia ideologica, partendo dai riders e andando ben oltre, di applicare a tutte, dicesi tutte, le prestazioni lavorative le regole della subordinazione perché tutte organizzate dal committente. Insomma, se il governo sopravviverà, è auspicabile che la manovra non costituisca strumento per soddisfare pulsioni ideologiche o corporative perché in gioco è la ripresa di vitalità della nazione.

Maurizio Sacconi
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Il mio canto libero/ Agenzia delle entrate (e norma) scoraggia accordi aziendali

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La risposta 205/2019 dell’Agenzia delle entrate ripropone l’incertezza che accompagna la rigida disciplina della già poco diffusa detassazione dei premi di risultato. Non risulta chiaro infatti quale sia il criterio per stabilire il tempo congruo che deve intercorrere tra la sottoscrizione dell’accordo ed il momento della erogazione dei premi affinché il risultato aziendale che li legittima sia misurabile rispetto ad un risultato antecedente.

Nel caso oggetto dell’interpello, il contratto aziendale e’ stato firmato dalle parti alla fine del mese di novembre dell’anno di riferimento e quindi in prossimità del momento di misurazione dell’Ebitda per cui, secondo l’Agenzia, il beneficio fiscale non sarebbe stato “meritato” dacché il datore di lavoro poteva approssimatamente già conoscere il risultato aziendale. La norma viene interpretata quindi nel senso che vi debba essere una verificabile incertezza di partenza cui, a fine periodo, dovrà seguire un verificabile risultato quale frutto dello sforzo condiviso tra management e lavoratori.

Al di là della considerazione secondo cui le parti avrebbero avuto la certezza della misura dei parametri di efficienza definiti nell’accordo solo con l’assemblea di bilancio in primavera, rimane la assurdità di una normativa scioccamente occhiuta. Quando la detassazione “secca” al 10% fu introdotta nel 2008, questa comprendeva in modo semplice tutte le novità organizzative a partire dall’orario straordinario inclusi. Inoltre si applicava ad una dimensione di seimila euro, doppia rispetto alla soglia attuale. Si voleva allora, e si dovrebbe volere ancor più ora, collegare gli andamenti retributivi agli incrementi della produttività secondo una logica sussidiaria di fiducia nell’incontro tra le parti. Non conosciamo in particolare imprenditori portarti ad erogare maggiore salario nella dimensione aziendale (o interaziendale) “a prescindere”, ovvero senza una valutazione sui risultati d’impresa.

Oggi, considerato il differenziale relativo alla produttività del lavoro con i Paesi competitori, occorre ancor più incentivare gli aumenti retributivi erogati in prossimità ed estenderne la motivazione anche allo sviluppo della professionalità dei lavoratori. Non a caso, recentemente, il sottosegretario al lavoro Durigon ha ipotizzato la applicazione di una flat tax del 5% a tutti gli incrementi salariali. L’idea è positiva se si applica alla maggiore quota di reddito stabilità nell’impresa o in un sistema territoriale di piccole imprese e non anche a quella decisa dai contratti nazionali. Nel solo primo caso infatti si giustifica la rinuncia all’applicazione della aliquota marginale che paradossalmente punisce il maggiore impegno del lavoratore beneficiario. A ciò si aggiunga che un contratto nazionale potrebbe anche decidere un aumento “indipendente” del salario quale garanzia destinata a scattare se entro un certo periodo non si realizza un accordo locale di pari o maggiore valore economico.

L’incentivo allo scambio virtuoso in azienda o nel territorio sarebbe dato proprio dal differenziale dell’aliquota fiscale applicata. In ogni caso, se il Governo vuole favorire la evoluzione della produttività e delle competenze, la norma deve essere resa semplice e sussidiaria. Contente le parti contraenti, contenti tutti!

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Salari, produttività, sviluppo delle competenze

Bollettino ADAPT

Il governatore della Banca d’Italia, nelle sue Considerazioni Conclusive, ha opportunamente sottolineato come il declino demografico rappresenti causa fondamentale della bassa crescita italiana proponendo ai decisori pubblici di alzare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto per giovani e donne, e i livelli di produttività. Negli stessi giorni Altagamma, l’associazione che riunisce le imprese più rappresentative del Made in Italy, ha calcolato una significativa dimensione delle carenze professionali nei prossimi anni. Sia la partecipazione al mercato del lavoro, sia la produttività e competitività delle nostre imprese sono influenzate dai livelli di formazione (integrale) delle persone. Ma qui si ripropone la debolezza del nostro sistema educativo e formativo nel momento in cui il salto tecnologico consuma molta parte dei tradizionali mestieri ripetitivi e sollecita competenze ibride per accompagnare la trasformazione digitale delle imprese, elevarne la produttività, generare occupabilita’. Più che una riforma legislativa dell’istruzione servirebbe un radicale cambio di passo attraverso una profonda rivisitazione dei contenuti e dei metodi pedagogici. Tra questi ultimi si evidenzia, in particolare, la necessità di integrare apprendimento teorico e pratico attraverso il valore educativo del lavoro e la capacità formativa delle imprese. E qui torniamo all’importanza dei patti territoriali tripartiti per costruire ecosistemi formativi locali attraverso progetti di collaborazione tra imprese, scuole, università, servizi pubblici e privati per l’impiego, enti bilaterali. Così come lo sviluppo delle professionalità richiede una diffusa contrattazione aziendale e interaziendale tanto per declinarlo in percorsi efficaci di apprendimento quanto per incentivarlo attraverso la rivisitazione delle qualifiche e degli inquadramenti nonché il riconoscimento di incrementi retributivi collegati alle maggiori competenze acquisite. Sono tutte considerazioni che evidenziano i limiti del contratto nazionale che dovrebbe avere solo i residui contenuti per i quali i lavoratori e le imprese sono uguali: i principi generali (e generici), il salario minimo, le prestazioni sociali complementari, un eventuale clausola di salvaguardia per le imprese che non hanno provveduto ad incrementi retributivi. Per tutto il resto dovrebbero provvedere gli accordi di prossimità anche attraverso l’accompagnamento delle piccole imprese a contratti di filiera, di distretto o di territorio con organizzazioni sindacali non necessariamente presenti in ciascuna di esse. Un incoraggiamento allo spostamento del baricentro contrattuale potrebbe venire dalla ipotesi di una flat tax “secca” al 5% su tutti gli incrementi retributivi decisi in azienda o nel territorio. Il differenziale con la tassazione piena degli aumenti su base nazionale potrebbe accelerare gli scambi virtuosi tra salari, competenze, produttività.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Gianni De Michelis, la scala mobile e le grandi ristrutturazioni industriali degli anni ‘80

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foto: La Presse

Gianni De Michelis si è spento a Venezia a 78 anni dopo una lunga malattia neurodegenerativa. I molti ricordi istituzionali, a partire da quello del presidente della Repubblica, ne hanno apprezzato le straordinarie capacità di analisi delle dinamiche geopolitiche e le importanti decisioni assunte quale ministro degli Esteri che consolidarono il ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo. Gianni De Michelis nasce però politicamente nelle fabbriche di Porto Marghera, è protagonista di una intensa stagione di relazioni industriali, diventa ministro delle Partecipazioni Statali prima e del Lavoro subito dopo compiendo scelte che risulteranno oggettivamente fertili per l’evoluzione dell’economia e della società. Nei primi anni ‘80 le nuove pressioni competitive e la maggiore consapevolezza circa l’impatto ambientale delle produzioni di base sollecitarono grandi ristrutturazioni e trasformazioni che investirono la grande industria pubblica e privata. Merito di De Michelis fu non solo una inusuale capacità di guida di questi processi ma anche la volontà di coinvolgimento dei lavoratori interessati. Non si limitò infatti al pur doveroso dialogo con le rappresentanze sindacali ma, quale ministro, affrontò direttamente le assemblee nelle fabbriche più difficili come l’Alfa di Pomigliano e, come dirigente di partito, organizzo’ diffuse conferenze di produzione attraverso le quali i lavoratori dei Nuclei Aziendali Socialisti elaboravano e proponevano originali contenuti di riorganizzazione industriale. Rimane poi nella memoria collettiva la fondamentale decisione di salvare l’Italia dalla terribile inflazione a due cifre dei primi anni ‘80 (i mutui casa al 20%!) attraverso il blocco delle diffuse indicizzazioni che alcuni avevano preteso nella illusione ottica di tutelare i più deboli. L’effetto contrario era una penalizzazione soprattutto dei salari minori e un impedimento alla crescita dell’economia e della occupazione. De Michelis realizzò, dopo una intensa trattativa, un accordo con le parti sociali per il controllo contemporaneo della dinamica dei prezzi amministrati, delle tariffe, dei salari. All’ultimo momento, per ragioni politiciste, Lama fu costretto dal suo partito (e suo malgrado) a ritirare l’adesione della Cgil cui segui’ la contrarietà anche della Fiat e della Olivetti. Carniti per la Cisl, Benvenuto per la Uil, Merloni per la Confindustria decisero di andare avanti e firmare. Ne segui’ una fase di grandi conflitti politici e sociali ed una iniziativa referendaria contro il provvedimento di attuazione del Patto. Nel 1985, mentre l’inflazione in Italia scendeva più che altrove, gli italiani seppero superare l’illusione del quesito referendario che chiedeva più soldi in busta paga con una netta vittoria dei NO. Per la prima volta l’Italia, tradizionalmente consociativa, prese una importante decisione in materia di lavoro contro la Cgil ed il più grande partito comunista dell’occidente. Ne venne un lungo periodo di elevati livelli di incremento della ricchezza, dell’occupazione, del benessere distribuito testimoniato da una grande patrimonializzazione mediana delle famiglie. Lo stesso peggioramento dei conti pubblici in quegli anni fu dovuto alla maturazione degli impegni di spesa assunti nel decennio precedente e al “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia che fece esplodere il costo di collocamento dei titoli di stato. De Michelis, fautore del controllo dei conti pubblici, tentò infruttuosamente nel 1984 una riforma delle pensioni sul modello della successiva legge Dini realizzata ben dodici anni dopo. Così come avvio’ una riforma dello stato sociale per fascie di reddito. I due maggiori partiti contrastarono e bloccarono l’una e l’altra. Tutto ciò vale la pena ricordare ai più giovani e agli smemorati perché l’accordo sulla scala mobile rimane una fondamentale lezione sull’arte di governo, sui necessari compromessi che questa implica ma nondimeno sulle ancor più necessarie decisioni quando il pericolo incombe ed alcuni si sottraggono alle loro responsabilità. Gli italiani capirono.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Primo maggio 2019 tra guerra dei dazi e dumping sociale

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In questo Primo Maggio l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e il suo Bureau celebrano il secolo di vita giacchè i primi atti costitutivi si collocano nei trattati di pace che hanno concluso la “grande guerra”. Si tratta quindi della prima Agenzia multilaterale che dopo la seconda guerra mondiale si colloca nell’alveo delle Nazioni Unite anche se il suo percorso è stato originale ( ogni Paese è rappresentato non solo dai governi ma anche dalle parti sociali ) e ben più concreto di quello di molte altre strutture dello stesso sistema. I suoi padri costituenti ritennero saggiamente di prevenire le ragioni di conflitti armati su larga scala attraverso uno sviluppo sociale quanto più equamente distribuito anche grazie a regole del lavoro diffusamente accettate ed applicate. Le sue convenzioni, ancorché asimmetricamente ratificate dai Paesi membri, hanno comunque orientato le moderne legislazioni sul lavoro. Alcune di esse sono diventate, attraverso la Dichiarazione solenne del 1998, impegno universale. Le materie regolate che costituiscono i core labour standards sono la proibizione del lavoro forzato e di quello minorile, il diritto alla libertà di associazione sindacale (dei lavoratori come degli imprenditori) e di contrattazione collettiva, la parità di trattamento salariale per uguale prestazione, la non discriminazione nei luoghi e nei rapporti di lavoro. Si ipotizza ora di estendere questo pavimento comune obbligatorio anche alle principali norme in materia di salute e sicurezza. Inevitabilmente, la funzione dell’Ilo si intreccia tuttavia con la guerra dei dazi e con la domanda di una migliore regolazione del processo di globalizzazione. Fino a ieri si trattava di mettere progressivamente in pari lo sviluppo economico con quello sociale secondo percorsi graduali già attraversati dai Paesi di più vecchia industrializzazione. Ora invece, la rivoluzione digitale in corso determina la possibilità di saltare molte fasi della trasformazione economica con una separazione più evidente ( e perciò meno accettata dai competitori ) rispetto alla evoluzione degli istituti di protezione e sicurezza sociale. Da anni si parla inutilmente di una più stretta collaborazione tra Ilo e Wto affinché le clausole sociali siano comprese negli accordi commerciali. E fino a ieri i sostenitori di questa sinergia erano tacciati di ostilità ottusa alla mondializzazione nel nome delle progressive sorti del libero mercato. Ora è vero il contrario. Chi rifiuta di assorbire tempestivamente almeno le forme più evidenti di dumping sociale favorisce chiusure, barriere e conflitti.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Da Moretti una lezione per la nostra geografia dei lavori

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Enrico Moretti, l’economista italiano che osservando le trasformazioni in corso negli States ci ha consegnato una fondamentale ricerca sulla nuova geografia del lavoro, ha ora prodotto, in collaborazione con altri, una analisi comparata dei divari territoriali in Italia e in Germania. Ne emerge una minore propensione alla produzione di lavoro nel nostro Mezzogiorno rispetto alla parte orientale della Repubblica Federale, dovuta ad una contrattazione centralizzata che rende migliori i redditi proprio ove si registra una minore produttività. Al contrario, in Germania il collegamento tra salari e produttività garantito dalla contrattazione territoriale e aziendale favorisce lo sviluppo dell’occupazione. Nel nostro Sud, insomma, abbiamo meno occupati ma relativamente più remunerati in termini reali rispetto alle nostre aree più forti date le evidenti differenze relative al costo della vita e al potere d’acquisto. Siamo così il Paese che ha i salari minimi omogeneamente più elevati in termini nominali ma i redditi mediani più contenuti, la massa salariale inferiore, i divari territoriali più marcati in termini di sviluppo. Lo studio ipotizza che adottando il modello contrattuale tedesco l’occupazione crescerebbe al sud addirittura del 12,8% mentre l’effetto  sul Paese intero sarebbe di un aumento dell’occupazione del 5,7% e di una crescita dei salari del 7,4% con la riduzione del gap di reddito pro-capite tra nord e sud dal 28% all’11%. Il paradosso più evidente riguarda il fatto che proprio in questa fase si ipotizzi in Italia di consolidare gli invasivi contratti centralizzati con la conseguenza di mantenere marginale la negoziazione locale. Nello stesso rinnovo del contratto dei metalmeccanici – che si è configurato come una cornice leggera e perciò idonea a promuovere gli aumenti salariali in prossimità quale scambio con produttività e competenze – si manifesteranno spinte ad aumenti generalizzati “a prescindere” data la dimensione contenuta degli accordi locali registrati nel triennio. Hanno pesato le difficoltà di molte imprese e la loro diffusa dimensione piccola e piccolissima. Le parti sociali dovrebbero invece prestare attenzione a questa ricerca e ipotizzare un nuovo modello contrattuale capace di promuovere crescita distribuita e incremento del monte salari. Pochi contratti nazionali ad ampio spettro potrebbero sostenere fondi integrativi di sanità e assistenza per garantire a tutti gli iscritti una adeguata e sostenibile protezione sino alla tomba anche nel caso di non autosufficienza cronica. Toccherebbe invece ai contratti territoriali, con l’opzione alternativa di tipo aziendale o interaziendale, definire aumenti salariali coerenti con i diversi livelli di produttività o collegati all’introduzione delle nuove tecnologie e ai correlati percorsi formativi. Proprio la grande quantità di piccole imprese potrebbe incoraggiare il modello tedesco che ha nel land il principale livello negoziale. Chi vuole omogeneità produce solo differenze. Inique.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Garantire l’equo compenso di tutte le prestazioni professionali.

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Ritorna opportunamente l’esigenza di una regolazione certa per l’equo compenso delle prestazioni professionali. Se ne era parlato molto nella fase finale della scorsa legislatura quando la Commissione Lavoro del Senato tentò infruttuosamente il varo di un provvedimento dedicato. Mentre, da un lato, si misero di traverso coloro che preferivano la libera contrattazione trattando il lavoro indipendente come le imprese, emerse in un decreto fiscale, dall’altro, la volontà dello stesso Governo di tutelare gli avvocati nel loro impari rapporto con committenti forti come banche e assicurazioni. Ne sorti’, sulla base di molte sollecitazioni esterne e interne al Parlamento, una norma estesa a tutte le professioni ordinistiche secondo la quale la remunerazione delle prestazioni avrebbe dovuto corrispondere quantomeno ai parametri già vigenti per l’orientamento del giudice chiamato a dirimere un contenzioso. Non fu subito chiaro se quella disposizione si applicasse solo ad alcuni committenti o alla generalità delle attività professionali regolate. Recentemente il tema si è riproposto a seguito della emanazione di bandi pubblici per l’acquisizione di servizi professionali a titolo gratuito. Contemporaneamente, fonti di governo e della maggioranza parlamentare hanno ipotizzato di regolare tutto il lavoro indipendente in base ad un salario minimo inderogabile su base oraria. Come al solito il pendolo italiano tende ad oscillare tra due estremi, quello della contrattazione libera del prezzo fino alla gratuità e quello della paga oraria vincolata. Nel primo caso vi sarebbe una contraddizione con la agevole constatazione secondo cui la maggior parte dei professionisti si configurano come contraenti deboli. Nel secondo caso si verrebbe a negare quella evoluzione di tutti i lavori, inclusi quelli subordinati, per cui vengono misurati e remunerati in base ai risultati che producono relativizzando il vincolo temporale. Si tratta quindi di riprendere le ipotesi già formulate nel recente passato per cui le prestazioni dei professionisti organizzati in ordini e collegi dovrebbero essere remunerate secondo i già citati parametri definiti dai ministeri competenti qualunque sia il committente. E gli altri professionisti non regolati dovrebbero invece ricevere compensi corrispondenti almeno agli usi rilevati dal Ministero dello Sviluppo Economico attraverso il sistema delle Camere di Commercio. Su queste basi inderogabili dovrebbe altresì essere possibile una contrattazione collettiva tra associazioni dei committenti e dei prestatori sul modello degli accordi economici collettivi sottoscritti dagli agenti di commercio. Una ormai solida dottrina la ammette in quanto la tutela di una giusta remunerazione di tutti i lavori costituisce un accettabile limite del principio costituzionale della libertà d’impresa. Come al solito, aiutano il buon senso e l’osservazione della realtà.

Maurizio Sacconi

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