Category : Bollettino ADAPT

Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Primo maggio 2019 tra guerra dei dazi e dumping sociale

Pubblicato su Bollettino ADAPT

In questo Primo Maggio l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e il suo Bureau celebrano il secolo di vita giacchè i primi atti costitutivi si collocano nei trattati di pace che hanno concluso la “grande guerra”. Si tratta quindi della prima Agenzia multilaterale che dopo la seconda guerra mondiale si colloca nell’alveo delle Nazioni Unite anche se il suo percorso è stato originale ( ogni Paese è rappresentato non solo dai governi ma anche dalle parti sociali ) e ben più concreto di quello di molte altre strutture dello stesso sistema. I suoi padri costituenti ritennero saggiamente di prevenire le ragioni di conflitti armati su larga scala attraverso uno sviluppo sociale quanto più equamente distribuito anche grazie a regole del lavoro diffusamente accettate ed applicate. Le sue convenzioni, ancorché asimmetricamente ratificate dai Paesi membri, hanno comunque orientato le moderne legislazioni sul lavoro. Alcune di esse sono diventate, attraverso la Dichiarazione solenne del 1998, impegno universale. Le materie regolate che costituiscono i core labour standards sono la proibizione del lavoro forzato e di quello minorile, il diritto alla libertà di associazione sindacale (dei lavoratori come degli imprenditori) e di contrattazione collettiva, la parità di trattamento salariale per uguale prestazione, la non discriminazione nei luoghi e nei rapporti di lavoro. Si ipotizza ora di estendere questo pavimento comune obbligatorio anche alle principali norme in materia di salute e sicurezza. Inevitabilmente, la funzione dell’Ilo si intreccia tuttavia con la guerra dei dazi e con la domanda di una migliore regolazione del processo di globalizzazione. Fino a ieri si trattava di mettere progressivamente in pari lo sviluppo economico con quello sociale secondo percorsi graduali già attraversati dai Paesi di più vecchia industrializzazione. Ora invece, la rivoluzione digitale in corso determina la possibilità di saltare molte fasi della trasformazione economica con una separazione più evidente ( e perciò meno accettata dai competitori ) rispetto alla evoluzione degli istituti di protezione e sicurezza sociale. Da anni si parla inutilmente di una più stretta collaborazione tra Ilo e Wto affinché le clausole sociali siano comprese negli accordi commerciali. E fino a ieri i sostenitori di questa sinergia erano tacciati di ostilità ottusa alla mondializzazione nel nome delle progressive sorti del libero mercato. Ora è vero il contrario. Chi rifiuta di assorbire tempestivamente almeno le forme più evidenti di dumping sociale favorisce chiusure, barriere e conflitti.

Maurizio Sacconi

Continua a leggere
Blog Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Da Moretti una lezione per la nostra geografia dei lavori

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Enrico Moretti, l’economista italiano che osservando le trasformazioni in corso negli States ci ha consegnato una fondamentale ricerca sulla nuova geografia del lavoro, ha ora prodotto, in collaborazione con altri, una analisi comparata dei divari territoriali in Italia e in Germania. Ne emerge una minore propensione alla produzione di lavoro nel nostro Mezzogiorno rispetto alla parte orientale della Repubblica Federale, dovuta ad una contrattazione centralizzata che rende migliori i redditi proprio ove si registra una minore produttività. Al contrario, in Germania il collegamento tra salari e produttività garantito dalla contrattazione territoriale e aziendale favorisce lo sviluppo dell’occupazione. Nel nostro Sud, insomma, abbiamo meno occupati ma relativamente più remunerati in termini reali rispetto alle nostre aree più forti date le evidenti differenze relative al costo della vita e al potere d’acquisto. Siamo così il Paese che ha i salari minimi omogeneamente più elevati in termini nominali ma i redditi mediani più contenuti, la massa salariale inferiore, i divari territoriali più marcati in termini di sviluppo. Lo studio ipotizza che adottando il modello contrattuale tedesco l’occupazione crescerebbe al sud addirittura del 12,8% mentre l’effetto  sul Paese intero sarebbe di un aumento dell’occupazione del 5,7% e di una crescita dei salari del 7,4% con la riduzione del gap di reddito pro-capite tra nord e sud dal 28% all’11%. Il paradosso più evidente riguarda il fatto che proprio in questa fase si ipotizzi in Italia di consolidare gli invasivi contratti centralizzati con la conseguenza di mantenere marginale la negoziazione locale. Nello stesso rinnovo del contratto dei metalmeccanici – che si è configurato come una cornice leggera e perciò idonea a promuovere gli aumenti salariali in prossimità quale scambio con produttività e competenze – si manifesteranno spinte ad aumenti generalizzati “a prescindere” data la dimensione contenuta degli accordi locali registrati nel triennio. Hanno pesato le difficoltà di molte imprese e la loro diffusa dimensione piccola e piccolissima. Le parti sociali dovrebbero invece prestare attenzione a questa ricerca e ipotizzare un nuovo modello contrattuale capace di promuovere crescita distribuita e incremento del monte salari. Pochi contratti nazionali ad ampio spettro potrebbero sostenere fondi integrativi di sanità e assistenza per garantire a tutti gli iscritti una adeguata e sostenibile protezione sino alla tomba anche nel caso di non autosufficienza cronica. Toccherebbe invece ai contratti territoriali, con l’opzione alternativa di tipo aziendale o interaziendale, definire aumenti salariali coerenti con i diversi livelli di produttività o collegati all’introduzione delle nuove tecnologie e ai correlati percorsi formativi. Proprio la grande quantità di piccole imprese potrebbe incoraggiare il modello tedesco che ha nel land il principale livello negoziale. Chi vuole omogeneità produce solo differenze. Inique.

Maurizio Sacconi

Continua a leggere
Blog Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Garantire l’equo compenso di tutte le prestazioni professionali.

pubblicato su Bollettino Adapt

Ritorna opportunamente l’esigenza di una regolazione certa per l’equo compenso delle prestazioni professionali. Se ne era parlato molto nella fase finale della scorsa legislatura quando la Commissione Lavoro del Senato tentò infruttuosamente il varo di un provvedimento dedicato. Mentre, da un lato, si misero di traverso coloro che preferivano la libera contrattazione trattando il lavoro indipendente come le imprese, emerse in un decreto fiscale, dall’altro, la volontà dello stesso Governo di tutelare gli avvocati nel loro impari rapporto con committenti forti come banche e assicurazioni. Ne sorti’, sulla base di molte sollecitazioni esterne e interne al Parlamento, una norma estesa a tutte le professioni ordinistiche secondo la quale la remunerazione delle prestazioni avrebbe dovuto corrispondere quantomeno ai parametri già vigenti per l’orientamento del giudice chiamato a dirimere un contenzioso. Non fu subito chiaro se quella disposizione si applicasse solo ad alcuni committenti o alla generalità delle attività professionali regolate. Recentemente il tema si è riproposto a seguito della emanazione di bandi pubblici per l’acquisizione di servizi professionali a titolo gratuito. Contemporaneamente, fonti di governo e della maggioranza parlamentare hanno ipotizzato di regolare tutto il lavoro indipendente in base ad un salario minimo inderogabile su base oraria. Come al solito il pendolo italiano tende ad oscillare tra due estremi, quello della contrattazione libera del prezzo fino alla gratuità e quello della paga oraria vincolata. Nel primo caso vi sarebbe una contraddizione con la agevole constatazione secondo cui la maggior parte dei professionisti si configurano come contraenti deboli. Nel secondo caso si verrebbe a negare quella evoluzione di tutti i lavori, inclusi quelli subordinati, per cui vengono misurati e remunerati in base ai risultati che producono relativizzando il vincolo temporale. Si tratta quindi di riprendere le ipotesi già formulate nel recente passato per cui le prestazioni dei professionisti organizzati in ordini e collegi dovrebbero essere remunerate secondo i già citati parametri definiti dai ministeri competenti qualunque sia il committente. E gli altri professionisti non regolati dovrebbero invece ricevere compensi corrispondenti almeno agli usi rilevati dal Ministero dello Sviluppo Economico attraverso il sistema delle Camere di Commercio. Su queste basi inderogabili dovrebbe altresì essere possibile una contrattazione collettiva tra associazioni dei committenti e dei prestatori sul modello degli accordi economici collettivi sottoscritti dagli agenti di commercio. Una ormai solida dottrina la ammette in quanto la tutela di una giusta remunerazione di tutti i lavori costituisce un accettabile limite del principio costituzionale della libertà d’impresa. Come al solito, aiutano il buon senso e l’osservazione della realtà.

Maurizio Sacconi

Continua a leggere
Blog Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Produttività del lavoro e contratti erga omnes

Pubblicato su Bollettino Adapt

L’Istat ha prodotto nei giorni scorsi il settimo Rapporto sulla competitività dei settori produttivi. Le differenze più significative con i Paesi concorrenti riguardano la produttività del lavoro che, tra il 2000 e il 2016, è aumentata dello 0,4% in Italia, di oltre il 15% in Francia, Regno Unito e Spagna, del 18,3% in Germania. Si tratta di un valore medio che può essere fortemente influenzato dalle dimensioni di impresa che in Italia, come è noto, risultano più che altrove di taglia piccola e medio-piccola. Così come ogni statistica italiana va letta tenendo conto che secondo la stessa fonte l’economia sommersa è ancora il 12,4% del Pil. Ma in ogni caso l’anomalia è fin troppo evidente e, anche considerando il rapporto tra il lavoro e gli investimenti tecnologici, non può non rilevarsi l’influenza negativa delle tradizionali regole da leggi e contratti collettivi. Da anni peraltro tutti gli osservatori istituzionali invitano l’Italia a collegare i salari con indicatori di efficienza e produttività, inclusi gli incrementi delle competenze. E se è evidente che questi indicatori non sono ricavabili dalle medie nazionali di settore, solo in azienda le parti possono concretamente rilevarli concordando anche i modi con cui migliorarli. Nel caso delle piccolissime imprese possono al più essere i territori l’ambito idoneo per lo scambio negoziale purché anche in questo caso si superi la pigra riproposizione dei perimetri istituzionali per cercare le dimensioni più omogenee dei distretti e delle filiere così da fare vera contrattazione interaziendale. Perché, appunto, il tema è quello della sostituzione di accordi formali, burocratici, ripetitivi, leggeri con scambi veri, faticosi, intensi quali si possono generare solo in prossimità. Se è finito il tempo del contratto come risultato di un conflitto distributivo nazionale, quasi politico, “a spanne e a prescindere”, dovrebbe subentrare la stagione della trattativa sui modi con cui condividere le fatiche e i risultati di una crescita mai scontata. Per questa occorrono investimenti nelle tecnologie e nelle competenze che si declinano solo nel concreto delle singole circostanza d’impresa o di grappolo di imprese. Ha senso allora concentrare tutta l’attenzione sui contratti nazionali e sulla loro efficacia erga omnes come rischia di accadere con la legge sul salario minimo? Non è forse meglio invece favorire la contrattazione locale lasciandole spazio, riducendo ancor più il prelievo fiscale sulla sua quota di salario, garantendole sempre efficacia certa su tutti i lavoratori quando le decisioni sono condivise dalla maggioranza?

Questa è l’unica via per accordi “sensibili”, ovvero destinati a soddisfare davvero i bisogni e le aspettative dei lavoratori e delle imprese. E a ricostruire così la loro fiducia negli organismi di rappresentanza.

Maurizio Sacconi

Continua a leggere
Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Salari minimi e mediani: soluzioni osservando la realtà

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Il tema dei salari minimi e mediani merita una attenzione sincera e perciò sottratta alla deformazione pre-elettorale. Nel nostro mercato del lavoro regredito si manifestano a questo proposito ben cinque ordini di patologie. Molti lavoratori subordinati sono ancora costretti in una dimensione sommersa soprattutto – ma non solo – nel mezzogiorno. Altri lavoratori dipendenti soggiaciono al ricatto di chi li costringe a restituire una parte del salario dichiarato. Molti lavoratori autonomi, inclusi taluni professionisti ordinistici, sono remunerati poco o nulla nel nome del libero mercato. Larghissima parte dei lavoratori subordinati non partecipano dei risultati aziendali attraverso premi variabili a causa di una contrattazione centralizzata invasiva che è stata sostenuta dall’ideologia dell’egualitarismo e dall’opportunismo datoriale. A tutto ciò dobbiamo aggiungere il fenomeno crescente dei lavoratori poveri in quanto involontari part-timers. In questo contesto non appaiono efficaci alcune soluzioni ipotizzate. La definizione di un salario minimo di legge per i soli lavoratori subordinati non coperti dalla contrattazione collettiva ( il 15% circa del totale) è quantomeno superflua perche’ la giurisprudenza ha sempre ritenuto il datore di lavoro obbligato ad applicare il contratto collettivo più prossimo . L’idea di un salario minimo europeo generalizzato confligge con le profonde differenze economiche e sociali tra Paesi come la Germania ed altri come la Romania. La applicazione a tutte le collaborazioni delle tutele proprie della subordinazione, a partire dalla paga oraria dei contratti collettivi, non corrisponde alle stesse esigenze dei prestatori autenticamente indipendenti e può far sommergere molti lavori. Meglio quindi lasciare alla legge innanzitutto la definizione di un equo compenso per i lavoratori indipendenti in base agli usi rilevabili dal sistema delle Camere di Commercio. Su questa base potrebbero prodursi poi accordi economici collettivi tra associazioni di committenti e di prestatori autonomi sul modello degli agenti di commercio. Meglio potenziare le capacità della contrattazione collettiva di ogni livello per i lavoratori subordinati anche attraverso l’ampliamento della quota di salario premiale detassata. Necessaria una maggiore capacità ispettiva e un migliore controllo sociale contro le illegalità. Indispensabile la ripresa della crescita della economia e la sua traduzione efficiente in ore lavorate (anche nel mezzogiorno) se vogliano riattivare il circolo virtuoso dei redditi e dei consumi che ha come presupposto un clima di fiducia e di vitalità.


Maurizio Sacconi

Continua a leggere
Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Grandi manovre sulle leggi del lavoro

pubblicato su Bollettino ADAPT

La prospettiva del voto europeo ha sollecitato una serie di iniziative di Governo e Parlamento a correzione delle vigenti leggi sul lavoro. In questo modo non solo non sono accolte le richieste di una moratoria legislativa in favore della più duttile fonte contrattuale ma si starebbe per produrre una riregolazione torrenziale. Il Consiglio dei Ministri ha approvato nei giorni scorsi “in copertina”  dieci disegni di legge delega che con il nobile obiettivo della semplificazione “quantitativa” abiliterebbero il governo a riscrivere le vigenti discipline in quasi tutte le materie, incluso il lavoro, attraverso codici o testi unici innovativi. Toccherà al Presidente della Repubblica vigilare sui principi e criteri di delega affinché siano tutelate le prerogative del Parlamento rispetto alla possibile consegna di poteri “in bianco” al Governo.

Presso la Commissione Lavoro del Senato sono stati poi incardinati i disegni di legge in materia di”salario minimo” che allo stato sembrano orientati più a tutelare i settori non coperti da contratti collettivi con minimi superiori a quelli da questi stabiliti che non a recepire la disciplina vigente negli altri Paesi europei ove si prevede un pavimento retributivo inderogabile per tutti, collocato tra il quaranta e il sessanta per cento del salario di fatto.

Il Sole 24 Ore ha infine rivelato i principali contenuti di un emendamento che verrà presentato al “decretone” ora all’esame della Camera con lo scopo di tutelare i riders ma destinato ad investire più generalmente il cuore del vecchio diritto del lavoro, ovvero il confine tra autonomia e subordinazione. Si stabilirebbe con esso che ogni collaborazione, qualunque sia la disciplina fiscale applicata, in quanto si realizza con prestazioni di lavoro genericamente organizzate dal committente, dovrà essere soggetta alle disposizioni del rapporto di lavoro subordinato. Tutte le prestazioni autonome sarebbero infatti riconducili alla nuova definizione sia per l’allargamento del campo di applicazione rispetto all’art.2 del dlgs 81/15, sia per il genericissimo inquadramento di esse nella organizzazione del committente. Requisito, questo ultimo,  che si rinviene in ogni attività lavorativa per terzi, anche in quella realizzata con le modalità più genuinamente decise dal solo collaboratore. Nel testo vigente sono infatti le modalità esecutive a dover essere “organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro” perché si applichino le regole della subordinazione. Con la nuova formula  non si metterebbe formalmente in discussione la qualificazione della prestazione, che rimarrebbe autonoma, ma la si negherebbe attraverso le norme applicate. Ora da tempo è evidente la necessità di maggiori tutele per i lavoratori indipendenti, a partire dall’equo compenso delle singole prestazioni attraverso norme di legge ed accordi collettivi.  La soluzione di attrarli tutti, con la sola eccezione degli “ordinistici”e di poche altre categorie, nella dimensione della subordinazione avrà il prevalente effetto di ridurre l’occupazione e di incoraggiare il lavoro sommerso. È bene quindi che governo e parlamento, prima di adottare una norma generalizzata di questo tipo, riflettano sulla vasta gamma delle possibili collaborazioni per individuare tutele appropriate che non neghino il lavoro genuinamente indipendente ma siano coerenti con esso. Non tutte le prestazioni sono infatti riconducibili ad una paga oraria nel momento in cui lo stesso lavoro subordinato si può realizzare sempre più per obiettivi e remunerare, almeno in parte, in base ai risultati. Così come le disposizioni sulla salute e sicurezza meritano adattamenti ai casi in cui non è presente il vincolo spazio-temporale tanto nella subordinazione quanto nella autonomia.

Sarebbe bene quindi tornare a riflettere sulla intuizione di Marco Biagi a proposito di uno Statuto di tutti i lavori, tanto dipendenti quanto indipendenti, per rimodulare le tutele secondo un continuum che vada oltre la rigida separazione tra autonomia e subordinazione. Si tratta di guardare avanti al lavoro che cambia e non di tornare indietro ad un mercato del lavoro rigidamente segmentato.

Maurizio Sacconi

Continua a leggere
Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Uno, dieci, cento patti per il lavoro

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Le aspettative di crescita per l’anno in corso continuano ad essere negative anche in ragione delle difficoltà istituzionali rispetto alle politiche anticicliche con particolare riguardo agli investimenti pubblici. Si carica in conseguenza sui corpi sociali la responsabilità sussidiaria di agire autonomamente per incoraggiare lo sviluppo e l’occupazione. La Confindustria ha proposto al sindacato un patto per il lavoro che tuttavia, nella dimensione nazionale, può rappresentare al più una cornice utile a sollecitare la ripresa della vitalità diffusa nei territori con modalità che non potranno che essere definite secondo le diverse condizioni di contesto. Ogni illusione centralistica si risolverebbe infatti in una inutile operazione burocratica. La ricerca della mera legittimazione reciproca concorrerebbe solo al declino della rappresentanza e alla sua emarginazione politica in una società già diffidente verso gli intermediari. Al contrario, la capacità dei sindacati e delle associazioni d’impresa locali di realizzare ovunque accordi tra loro – e tripartiti con le istituzioni – può rigenerare la voglia di intraprendere, di rischiare e di assumere attenuando le incertezze implicite in questa fase. Le parti contraenti possono concordare sulle spese da tagliare e sui livelli massimi di tassazione locale, o sulle infrastrutture da accelerare o sul ciclo dei rifiuti da organizzare o sulle azioni per l’occupabilita’ da produrre attraverso la collaborazione tra scuole, università e imprese o, ancora, sulla integrazione tra servizi sociali e sanitari. I sindacati dei dipendenti pubblici hanno molto da offrire alla efficienza di Regioni, comuni, Asl, municipalizzate ricevendone in cambio percorsi di rivalutazione professionale ed economica. E nelle aziende private un nuovo clima locale può generare intese che facciano lievitare investimenti tecnologici, salari e produttività anche attraverso l’adattamento condiviso delle regole stabilite da leggi e contratti nazionali. Un impegno più intenso deve riguardare le molte aree depresse nelle quali il risveglio richiede concessioni straordinarie da parte di tutti nel nome di obiettivi concordemente stabiliti e verificati. Non si tratta quindi di ripetere le formule fallimentari già sperimentate, soprattutto nel Mezzogiorno, perché fondate solo sulla comune rivendicazione verso lo Stato centrale o sulla distribuzione di risorse straordinarie. I contratti sono autenticamente utili se faticosi, ovvero se ciascuno dei contraenti rinuncia a una parte, o offre qualcosa, di se’ per produrre risultati da distribuire equamente. Non si aspettino insomma le soluzioni dall’alto ma si creino le condizioni dal basso per crescere.

Maurizio Sacconi

Continua a leggere
Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Autonomia differenziata per l’unita economica e sociale della Repubblica

Simone Spada – LaPresse

pubblicato da Bollettino ADAPT

Il confronto politico e istituzionale sulla autonomia differenziata ha il merito di mettere in luce due ordini di problemi non risolti nel nostro disordinato assetto delle competenze e nel nostro profondo dualismo territoriale. Veneto e Lombardia, ad esempio,  chiedono di riunire, pur nel quadro del necessario coordinamento nazionale,  tutte le politiche per l’occupapibilita’. Istruzione, formazione, lavoro non sono più fasi successive della vita ma si devono integrare continuamente nella specificità di ogni contesto territoriale affinché ciascuno  abbia l’opportunità di transitare a nuove competenze spendibili e le imprese possano crescere concorrendo alla preparazione delle capacità umane che servono. Le stesse politiche passive devono poter essere gestite secondo coerenza con il primario obiettivo di includere nella vita attiva. La prossimità diventa un criterio necessario nel momento in cui l’omologazione cede il passo alle diversita’. Si sperimentino quindi soluzioni avanzate li dove vi sono le condizioni per produrle affinché diventino buone pratiche da imitare ovunque. Ma qui sorge il secondo ordine di problemi che potremmo ricondurre al principio dell’unità economica e sociale della Repubblica. È ben vero che se qualcuno resta indietro la soluzione non può consistere nel vincolo per gli altri  di rimanere fermi ad aspettarlo. Il federalismo a geometria variabile deve quindi risultare un modo per garantire a tutti i livelli essenziali delle prestazioni a prescindere dalla capacità fiscale di partenza. Il che non può significare la continua erogazione agli amministratori incapaci delle risorse eternamente aggiuntive per non raggiungere mai questi livelli. Se alcune istituzioni regionali o locali sono oggi nella condizione di avere una autonomia potenziata, altre devono subire una limitazione della loro capacità fino al commissariamento proprio a tutela dei loro cittadini spesso intrappolati nel circolo vizioso che unisce livelli crescenti di tassazione e qualità decrescente dei servizi. Tocca allo Stato subentrare nella gestione quando non sono rispettati i costi o fabbisogni standard, le prestazioni sono carenti, il prelievo tributario supera una soglia prefissata. Lo squilibrio dei bilanci deve essere tempestivamente identificato, ben prima del verificarsi di uno stato di dissesto pressoché irreversibile. I piani di rientro devono avere come presupposto il “fallimento politico” e le dimissioni di chi ne ha prodotto la necessità. Se al centro delle decisioni si pongono le persone, ovunque residenti, sono solo i cattivi amministratori a dover temere il passaggio, finalmente, ad un federalismo responsabile.

Maurizio Sacconi

Continua a leggere
Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Oltre l’autonomia e la subordinazione tutele adattate dalle parti

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Nel Libro Bianco del 2001 Biagi ed io scrivemmo che si doveva ritenere, “a seguito dei profondi mutamenti intercorsi nell’organizzazione dei rapporti e dei mercati del lavoro, ……ormai superato il tradizionale approccio regolatorio, che contrappone il lavoro dipendente al lavoro autonomo…. E’ vero piuttosto che alcuni diritti fondamentali devono trovare applicazione, al di là della loro qualificazione giuridica, a tutte le forme di lavoro rese a favore di terzi: si pensi al diritto alla tutela delle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro, alla tutela della libertà e della dignità del prestatore di lavoro, all’abolizione del lavoro minorile, all’eliminazione di ogni forma di discriminazione nell’accesso al lavoro, al diritto a un compenso equo, al diritto alla protezione dei dati sensibili, al diritto di libertà sindacale.” Contemporaneamente aggiungemmo che “non può certo essere condiviso l’approccio….di estendere rigidamente l’area delle tutele senza prevedere alcuna forma di rimodulazione all’interno del lavoro dipendente…….Al di sopra di questo nucleo minimo di norme inderogabili, sembra opportuno lasciare ampio spazio all’autonomia collettiva e individuale, ipotizzando una gamma di diritti inderogabili relativi, disponibili a livello collettivo o anche individuale (a seconda del tipo di diritto in questione).” In sostanza, già avvertivamo il superamento nella realtà fattuale della rigida distinzione tra lavoro subordinato e lavoro autonomo auspicando un continuum progressivo delle norme a tutela del prestatore, anche attraverso il duttile adattamento consentito dalla contrattazione. Lo stesso contratto a progetto, modalità più tutelata della semplice collaborazione, voleva rappresentare una dimensione intermedia che poi, per soddisfare pulsioni ideologiche, il governo Renzi ha voluto sopprimere.

Continua a leggere
Bollettino ADAPT Mercato del lavoro

Il mio canto libero/ Recessione e mercato del lavoro

pubblicato su Bollettino ADAPT

Nei giorni scorsi l’Istat ha comunicato la formale recessione dell’economia italiana e confermato la condizione stagnante del nostro mercato del lavoro. Secondo alcuni il secondo è semplicemente lo specchio della prima. Eppure l’occupazione in Italia è sempre risultata agli ultimi posti nell’eurozona anche negli anni di maggiore sviluppo a dimostrazione di un andamento almeno in parte indipendente. Certamente la crescita debole o addirittura negativa si traduce in un minore numero di ore lavorate e nella sotto-occupazione di molti al punto che ora conosciamo il fenomeno dei poor workers,  in precedenza qui sconosciuto. Potremmo quindi ritenere che la contrazione del Pil sempre più velocemente peggiora quantità e qualità dei lavori ma che la sua ripresa può essere addirittura condizionata dalla qualità delle istituzioni del lavoro e comunque riflettersi in modo lento e contenuto sull’occupazione. Vale la pena quindi concentrare l’impegno pubblico sulla ripresa della domanda interna per alimentare una economia meno sostenuta dal commercio internazionale. Ma è necessario anche riflettere, ancora una volta, sui modi con cui le politiche del lavoro possono esse stesse concorrere a promuovere lo sviluppo, determinare un migliore rapporto tra questo e la produzione di posti di lavoro, garantire il migliore grado di inclusione sociale. E le dobbiamo ovviamente disegnare in piena sincronia con il tempo in cui si attuano. Oggi esse devono essere funzionali ad una fase in cui il ciclo dei prodotti si accorcia, la domanda e l’offerta di servizi cambiano rapidamente, le professionalità devono adattarsi alle trasformazioni continue, le persone scontano lunghi periodi pregressi di mansioni ripetitive o percorsi educativi deboli. Interroghiamoci allora su tutti gli obiettivi conseguenti. Come alimentare la propensione ad intraprendere o ad ampliare l’impresa incoraggiando quella ad assumere e a investire nelle persone in un tempo incerto? Come garantire la disponibilità delle competenze necessarie alle nuove opportunità di crescita? Come rendere accessibili a tutti i percorsi di vero apprendimento? Come sostenere il reddito nelle transizioni permanenti senza incentivare la passività? Come remunerare equamente il lavoro in modo che crescano simultaneamente i salari e la produttività? La flessibilità e la sicurezza rimangono i parametri obbligati di queste politiche ma si declinano in termini nuovi rispetto al tempo in cui furono introdotti per la prima volta nel linguaggio europeo. Le istituzioni rinuncino a nuove regole generalizzate sui rapporti di lavoro (il codice?!), si concentrino sulla tutela del reddito e soprattutto sulla organizzazione degli ecosistemi formativi territoriali che ne dovrebbero ridurre il bisogno. Lasciamo invece alle imprese e alle rappresentanze dei loro lavoratori, in prossimità, la piena capacità di adattarsi reciprocamente attraverso regole, tutele, obiettivi misurabili, premi retributivi detassati. Nessuno più di loro può individuare, in ogni circostanza, l’equilibrio migliore per crescere insieme.

Maurizio Sacconi

Continua a leggere
1 2 3 6