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Il mio canto libero/ Agenzia delle entrate (e norma) scoraggia accordi aziendali

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La risposta 205/2019 dell’Agenzia delle entrate ripropone l’incertezza che accompagna la rigida disciplina della già poco diffusa detassazione dei premi di risultato. Non risulta chiaro infatti quale sia il criterio per stabilire il tempo congruo che deve intercorrere tra la sottoscrizione dell’accordo ed il momento della erogazione dei premi affinché il risultato aziendale che li legittima sia misurabile rispetto ad un risultato antecedente.

Nel caso oggetto dell’interpello, il contratto aziendale e’ stato firmato dalle parti alla fine del mese di novembre dell’anno di riferimento e quindi in prossimità del momento di misurazione dell’Ebitda per cui, secondo l’Agenzia, il beneficio fiscale non sarebbe stato “meritato” dacché il datore di lavoro poteva approssimatamente già conoscere il risultato aziendale. La norma viene interpretata quindi nel senso che vi debba essere una verificabile incertezza di partenza cui, a fine periodo, dovrà seguire un verificabile risultato quale frutto dello sforzo condiviso tra management e lavoratori.

Al di là della considerazione secondo cui le parti avrebbero avuto la certezza della misura dei parametri di efficienza definiti nell’accordo solo con l’assemblea di bilancio in primavera, rimane la assurdità di una normativa scioccamente occhiuta. Quando la detassazione “secca” al 10% fu introdotta nel 2008, questa comprendeva in modo semplice tutte le novità organizzative a partire dall’orario straordinario inclusi. Inoltre si applicava ad una dimensione di seimila euro, doppia rispetto alla soglia attuale. Si voleva allora, e si dovrebbe volere ancor più ora, collegare gli andamenti retributivi agli incrementi della produttività secondo una logica sussidiaria di fiducia nell’incontro tra le parti. Non conosciamo in particolare imprenditori portarti ad erogare maggiore salario nella dimensione aziendale (o interaziendale) “a prescindere”, ovvero senza una valutazione sui risultati d’impresa.

Oggi, considerato il differenziale relativo alla produttività del lavoro con i Paesi competitori, occorre ancor più incentivare gli aumenti retributivi erogati in prossimità ed estenderne la motivazione anche allo sviluppo della professionalità dei lavoratori. Non a caso, recentemente, il sottosegretario al lavoro Durigon ha ipotizzato la applicazione di una flat tax del 5% a tutti gli incrementi salariali. L’idea è positiva se si applica alla maggiore quota di reddito stabilità nell’impresa o in un sistema territoriale di piccole imprese e non anche a quella decisa dai contratti nazionali. Nel solo primo caso infatti si giustifica la rinuncia all’applicazione della aliquota marginale che paradossalmente punisce il maggiore impegno del lavoratore beneficiario. A ciò si aggiunga che un contratto nazionale potrebbe anche decidere un aumento “indipendente” del salario quale garanzia destinata a scattare se entro un certo periodo non si realizza un accordo locale di pari o maggiore valore economico.

L’incentivo allo scambio virtuoso in azienda o nel territorio sarebbe dato proprio dal differenziale dell’aliquota fiscale applicata. In ogni caso, se il Governo vuole favorire la evoluzione della produttività e delle competenze, la norma deve essere resa semplice e sussidiaria. Contente le parti contraenti, contenti tutti!

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Salari, produttività, sviluppo delle competenze

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Il governatore della Banca d’Italia, nelle sue Considerazioni Conclusive, ha opportunamente sottolineato come il declino demografico rappresenti causa fondamentale della bassa crescita italiana proponendo ai decisori pubblici di alzare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto per giovani e donne, e i livelli di produttività. Negli stessi giorni Altagamma, l’associazione che riunisce le imprese più rappresentative del Made in Italy, ha calcolato una significativa dimensione delle carenze professionali nei prossimi anni. Sia la partecipazione al mercato del lavoro, sia la produttività e competitività delle nostre imprese sono influenzate dai livelli di formazione (integrale) delle persone. Ma qui si ripropone la debolezza del nostro sistema educativo e formativo nel momento in cui il salto tecnologico consuma molta parte dei tradizionali mestieri ripetitivi e sollecita competenze ibride per accompagnare la trasformazione digitale delle imprese, elevarne la produttività, generare occupabilita’. Più che una riforma legislativa dell’istruzione servirebbe un radicale cambio di passo attraverso una profonda rivisitazione dei contenuti e dei metodi pedagogici. Tra questi ultimi si evidenzia, in particolare, la necessità di integrare apprendimento teorico e pratico attraverso il valore educativo del lavoro e la capacità formativa delle imprese. E qui torniamo all’importanza dei patti territoriali tripartiti per costruire ecosistemi formativi locali attraverso progetti di collaborazione tra imprese, scuole, università, servizi pubblici e privati per l’impiego, enti bilaterali. Così come lo sviluppo delle professionalità richiede una diffusa contrattazione aziendale e interaziendale tanto per declinarlo in percorsi efficaci di apprendimento quanto per incentivarlo attraverso la rivisitazione delle qualifiche e degli inquadramenti nonché il riconoscimento di incrementi retributivi collegati alle maggiori competenze acquisite. Sono tutte considerazioni che evidenziano i limiti del contratto nazionale che dovrebbe avere solo i residui contenuti per i quali i lavoratori e le imprese sono uguali: i principi generali (e generici), il salario minimo, le prestazioni sociali complementari, un eventuale clausola di salvaguardia per le imprese che non hanno provveduto ad incrementi retributivi. Per tutto il resto dovrebbero provvedere gli accordi di prossimità anche attraverso l’accompagnamento delle piccole imprese a contratti di filiera, di distretto o di territorio con organizzazioni sindacali non necessariamente presenti in ciascuna di esse. Un incoraggiamento allo spostamento del baricentro contrattuale potrebbe venire dalla ipotesi di una flat tax “secca” al 5% su tutti gli incrementi retributivi decisi in azienda o nel territorio. Il differenziale con la tassazione piena degli aumenti su base nazionale potrebbe accelerare gli scambi virtuosi tra salari, competenze, produttività.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Gianni De Michelis, la scala mobile e le grandi ristrutturazioni industriali degli anni ‘80

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foto: La Presse

Gianni De Michelis si è spento a Venezia a 78 anni dopo una lunga malattia neurodegenerativa. I molti ricordi istituzionali, a partire da quello del presidente della Repubblica, ne hanno apprezzato le straordinarie capacità di analisi delle dinamiche geopolitiche e le importanti decisioni assunte quale ministro degli Esteri che consolidarono il ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo. Gianni De Michelis nasce però politicamente nelle fabbriche di Porto Marghera, è protagonista di una intensa stagione di relazioni industriali, diventa ministro delle Partecipazioni Statali prima e del Lavoro subito dopo compiendo scelte che risulteranno oggettivamente fertili per l’evoluzione dell’economia e della società. Nei primi anni ‘80 le nuove pressioni competitive e la maggiore consapevolezza circa l’impatto ambientale delle produzioni di base sollecitarono grandi ristrutturazioni e trasformazioni che investirono la grande industria pubblica e privata. Merito di De Michelis fu non solo una inusuale capacità di guida di questi processi ma anche la volontà di coinvolgimento dei lavoratori interessati. Non si limitò infatti al pur doveroso dialogo con le rappresentanze sindacali ma, quale ministro, affrontò direttamente le assemblee nelle fabbriche più difficili come l’Alfa di Pomigliano e, come dirigente di partito, organizzo’ diffuse conferenze di produzione attraverso le quali i lavoratori dei Nuclei Aziendali Socialisti elaboravano e proponevano originali contenuti di riorganizzazione industriale. Rimane poi nella memoria collettiva la fondamentale decisione di salvare l’Italia dalla terribile inflazione a due cifre dei primi anni ‘80 (i mutui casa al 20%!) attraverso il blocco delle diffuse indicizzazioni che alcuni avevano preteso nella illusione ottica di tutelare i più deboli. L’effetto contrario era una penalizzazione soprattutto dei salari minori e un impedimento alla crescita dell’economia e della occupazione. De Michelis realizzò, dopo una intensa trattativa, un accordo con le parti sociali per il controllo contemporaneo della dinamica dei prezzi amministrati, delle tariffe, dei salari. All’ultimo momento, per ragioni politiciste, Lama fu costretto dal suo partito (e suo malgrado) a ritirare l’adesione della Cgil cui segui’ la contrarietà anche della Fiat e della Olivetti. Carniti per la Cisl, Benvenuto per la Uil, Merloni per la Confindustria decisero di andare avanti e firmare. Ne segui’ una fase di grandi conflitti politici e sociali ed una iniziativa referendaria contro il provvedimento di attuazione del Patto. Nel 1985, mentre l’inflazione in Italia scendeva più che altrove, gli italiani seppero superare l’illusione del quesito referendario che chiedeva più soldi in busta paga con una netta vittoria dei NO. Per la prima volta l’Italia, tradizionalmente consociativa, prese una importante decisione in materia di lavoro contro la Cgil ed il più grande partito comunista dell’occidente. Ne venne un lungo periodo di elevati livelli di incremento della ricchezza, dell’occupazione, del benessere distribuito testimoniato da una grande patrimonializzazione mediana delle famiglie. Lo stesso peggioramento dei conti pubblici in quegli anni fu dovuto alla maturazione degli impegni di spesa assunti nel decennio precedente e al “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia che fece esplodere il costo di collocamento dei titoli di stato. De Michelis, fautore del controllo dei conti pubblici, tentò infruttuosamente nel 1984 una riforma delle pensioni sul modello della successiva legge Dini realizzata ben dodici anni dopo. Così come avvio’ una riforma dello stato sociale per fascie di reddito. I due maggiori partiti contrastarono e bloccarono l’una e l’altra. Tutto ciò vale la pena ricordare ai più giovani e agli smemorati perché l’accordo sulla scala mobile rimane una fondamentale lezione sull’arte di governo, sui necessari compromessi che questa implica ma nondimeno sulle ancor più necessarie decisioni quando il pericolo incombe ed alcuni si sottraggono alle loro responsabilità. Gli italiani capirono.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Primo maggio 2019 tra guerra dei dazi e dumping sociale

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In questo Primo Maggio l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e il suo Bureau celebrano il secolo di vita giacchè i primi atti costitutivi si collocano nei trattati di pace che hanno concluso la “grande guerra”. Si tratta quindi della prima Agenzia multilaterale che dopo la seconda guerra mondiale si colloca nell’alveo delle Nazioni Unite anche se il suo percorso è stato originale ( ogni Paese è rappresentato non solo dai governi ma anche dalle parti sociali ) e ben più concreto di quello di molte altre strutture dello stesso sistema. I suoi padri costituenti ritennero saggiamente di prevenire le ragioni di conflitti armati su larga scala attraverso uno sviluppo sociale quanto più equamente distribuito anche grazie a regole del lavoro diffusamente accettate ed applicate. Le sue convenzioni, ancorché asimmetricamente ratificate dai Paesi membri, hanno comunque orientato le moderne legislazioni sul lavoro. Alcune di esse sono diventate, attraverso la Dichiarazione solenne del 1998, impegno universale. Le materie regolate che costituiscono i core labour standards sono la proibizione del lavoro forzato e di quello minorile, il diritto alla libertà di associazione sindacale (dei lavoratori come degli imprenditori) e di contrattazione collettiva, la parità di trattamento salariale per uguale prestazione, la non discriminazione nei luoghi e nei rapporti di lavoro. Si ipotizza ora di estendere questo pavimento comune obbligatorio anche alle principali norme in materia di salute e sicurezza. Inevitabilmente, la funzione dell’Ilo si intreccia tuttavia con la guerra dei dazi e con la domanda di una migliore regolazione del processo di globalizzazione. Fino a ieri si trattava di mettere progressivamente in pari lo sviluppo economico con quello sociale secondo percorsi graduali già attraversati dai Paesi di più vecchia industrializzazione. Ora invece, la rivoluzione digitale in corso determina la possibilità di saltare molte fasi della trasformazione economica con una separazione più evidente ( e perciò meno accettata dai competitori ) rispetto alla evoluzione degli istituti di protezione e sicurezza sociale. Da anni si parla inutilmente di una più stretta collaborazione tra Ilo e Wto affinché le clausole sociali siano comprese negli accordi commerciali. E fino a ieri i sostenitori di questa sinergia erano tacciati di ostilità ottusa alla mondializzazione nel nome delle progressive sorti del libero mercato. Ora è vero il contrario. Chi rifiuta di assorbire tempestivamente almeno le forme più evidenti di dumping sociale favorisce chiusure, barriere e conflitti.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Da Moretti una lezione per la nostra geografia dei lavori

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Enrico Moretti, l’economista italiano che osservando le trasformazioni in corso negli States ci ha consegnato una fondamentale ricerca sulla nuova geografia del lavoro, ha ora prodotto, in collaborazione con altri, una analisi comparata dei divari territoriali in Italia e in Germania. Ne emerge una minore propensione alla produzione di lavoro nel nostro Mezzogiorno rispetto alla parte orientale della Repubblica Federale, dovuta ad una contrattazione centralizzata che rende migliori i redditi proprio ove si registra una minore produttività. Al contrario, in Germania il collegamento tra salari e produttività garantito dalla contrattazione territoriale e aziendale favorisce lo sviluppo dell’occupazione. Nel nostro Sud, insomma, abbiamo meno occupati ma relativamente più remunerati in termini reali rispetto alle nostre aree più forti date le evidenti differenze relative al costo della vita e al potere d’acquisto. Siamo così il Paese che ha i salari minimi omogeneamente più elevati in termini nominali ma i redditi mediani più contenuti, la massa salariale inferiore, i divari territoriali più marcati in termini di sviluppo. Lo studio ipotizza che adottando il modello contrattuale tedesco l’occupazione crescerebbe al sud addirittura del 12,8% mentre l’effetto  sul Paese intero sarebbe di un aumento dell’occupazione del 5,7% e di una crescita dei salari del 7,4% con la riduzione del gap di reddito pro-capite tra nord e sud dal 28% all’11%. Il paradosso più evidente riguarda il fatto che proprio in questa fase si ipotizzi in Italia di consolidare gli invasivi contratti centralizzati con la conseguenza di mantenere marginale la negoziazione locale. Nello stesso rinnovo del contratto dei metalmeccanici – che si è configurato come una cornice leggera e perciò idonea a promuovere gli aumenti salariali in prossimità quale scambio con produttività e competenze – si manifesteranno spinte ad aumenti generalizzati “a prescindere” data la dimensione contenuta degli accordi locali registrati nel triennio. Hanno pesato le difficoltà di molte imprese e la loro diffusa dimensione piccola e piccolissima. Le parti sociali dovrebbero invece prestare attenzione a questa ricerca e ipotizzare un nuovo modello contrattuale capace di promuovere crescita distribuita e incremento del monte salari. Pochi contratti nazionali ad ampio spettro potrebbero sostenere fondi integrativi di sanità e assistenza per garantire a tutti gli iscritti una adeguata e sostenibile protezione sino alla tomba anche nel caso di non autosufficienza cronica. Toccherebbe invece ai contratti territoriali, con l’opzione alternativa di tipo aziendale o interaziendale, definire aumenti salariali coerenti con i diversi livelli di produttività o collegati all’introduzione delle nuove tecnologie e ai correlati percorsi formativi. Proprio la grande quantità di piccole imprese potrebbe incoraggiare il modello tedesco che ha nel land il principale livello negoziale. Chi vuole omogeneità produce solo differenze. Inique.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Garantire l’equo compenso di tutte le prestazioni professionali.

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Ritorna opportunamente l’esigenza di una regolazione certa per l’equo compenso delle prestazioni professionali. Se ne era parlato molto nella fase finale della scorsa legislatura quando la Commissione Lavoro del Senato tentò infruttuosamente il varo di un provvedimento dedicato. Mentre, da un lato, si misero di traverso coloro che preferivano la libera contrattazione trattando il lavoro indipendente come le imprese, emerse in un decreto fiscale, dall’altro, la volontà dello stesso Governo di tutelare gli avvocati nel loro impari rapporto con committenti forti come banche e assicurazioni. Ne sorti’, sulla base di molte sollecitazioni esterne e interne al Parlamento, una norma estesa a tutte le professioni ordinistiche secondo la quale la remunerazione delle prestazioni avrebbe dovuto corrispondere quantomeno ai parametri già vigenti per l’orientamento del giudice chiamato a dirimere un contenzioso. Non fu subito chiaro se quella disposizione si applicasse solo ad alcuni committenti o alla generalità delle attività professionali regolate. Recentemente il tema si è riproposto a seguito della emanazione di bandi pubblici per l’acquisizione di servizi professionali a titolo gratuito. Contemporaneamente, fonti di governo e della maggioranza parlamentare hanno ipotizzato di regolare tutto il lavoro indipendente in base ad un salario minimo inderogabile su base oraria. Come al solito il pendolo italiano tende ad oscillare tra due estremi, quello della contrattazione libera del prezzo fino alla gratuità e quello della paga oraria vincolata. Nel primo caso vi sarebbe una contraddizione con la agevole constatazione secondo cui la maggior parte dei professionisti si configurano come contraenti deboli. Nel secondo caso si verrebbe a negare quella evoluzione di tutti i lavori, inclusi quelli subordinati, per cui vengono misurati e remunerati in base ai risultati che producono relativizzando il vincolo temporale. Si tratta quindi di riprendere le ipotesi già formulate nel recente passato per cui le prestazioni dei professionisti organizzati in ordini e collegi dovrebbero essere remunerate secondo i già citati parametri definiti dai ministeri competenti qualunque sia il committente. E gli altri professionisti non regolati dovrebbero invece ricevere compensi corrispondenti almeno agli usi rilevati dal Ministero dello Sviluppo Economico attraverso il sistema delle Camere di Commercio. Su queste basi inderogabili dovrebbe altresì essere possibile una contrattazione collettiva tra associazioni dei committenti e dei prestatori sul modello degli accordi economici collettivi sottoscritti dagli agenti di commercio. Una ormai solida dottrina la ammette in quanto la tutela di una giusta remunerazione di tutti i lavori costituisce un accettabile limite del principio costituzionale della libertà d’impresa. Come al solito, aiutano il buon senso e l’osservazione della realtà.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Produttività del lavoro e contratti erga omnes

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L’Istat ha prodotto nei giorni scorsi il settimo Rapporto sulla competitività dei settori produttivi. Le differenze più significative con i Paesi concorrenti riguardano la produttività del lavoro che, tra il 2000 e il 2016, è aumentata dello 0,4% in Italia, di oltre il 15% in Francia, Regno Unito e Spagna, del 18,3% in Germania. Si tratta di un valore medio che può essere fortemente influenzato dalle dimensioni di impresa che in Italia, come è noto, risultano più che altrove di taglia piccola e medio-piccola. Così come ogni statistica italiana va letta tenendo conto che secondo la stessa fonte l’economia sommersa è ancora il 12,4% del Pil. Ma in ogni caso l’anomalia è fin troppo evidente e, anche considerando il rapporto tra il lavoro e gli investimenti tecnologici, non può non rilevarsi l’influenza negativa delle tradizionali regole da leggi e contratti collettivi. Da anni peraltro tutti gli osservatori istituzionali invitano l’Italia a collegare i salari con indicatori di efficienza e produttività, inclusi gli incrementi delle competenze. E se è evidente che questi indicatori non sono ricavabili dalle medie nazionali di settore, solo in azienda le parti possono concretamente rilevarli concordando anche i modi con cui migliorarli. Nel caso delle piccolissime imprese possono al più essere i territori l’ambito idoneo per lo scambio negoziale purché anche in questo caso si superi la pigra riproposizione dei perimetri istituzionali per cercare le dimensioni più omogenee dei distretti e delle filiere così da fare vera contrattazione interaziendale. Perché, appunto, il tema è quello della sostituzione di accordi formali, burocratici, ripetitivi, leggeri con scambi veri, faticosi, intensi quali si possono generare solo in prossimità. Se è finito il tempo del contratto come risultato di un conflitto distributivo nazionale, quasi politico, “a spanne e a prescindere”, dovrebbe subentrare la stagione della trattativa sui modi con cui condividere le fatiche e i risultati di una crescita mai scontata. Per questa occorrono investimenti nelle tecnologie e nelle competenze che si declinano solo nel concreto delle singole circostanza d’impresa o di grappolo di imprese. Ha senso allora concentrare tutta l’attenzione sui contratti nazionali e sulla loro efficacia erga omnes come rischia di accadere con la legge sul salario minimo? Non è forse meglio invece favorire la contrattazione locale lasciandole spazio, riducendo ancor più il prelievo fiscale sulla sua quota di salario, garantendole sempre efficacia certa su tutti i lavoratori quando le decisioni sono condivise dalla maggioranza?

Questa è l’unica via per accordi “sensibili”, ovvero destinati a soddisfare davvero i bisogni e le aspettative dei lavoratori e delle imprese. E a ricostruire così la loro fiducia negli organismi di rappresentanza.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Salari minimi e mediani: soluzioni osservando la realtà

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Il tema dei salari minimi e mediani merita una attenzione sincera e perciò sottratta alla deformazione pre-elettorale. Nel nostro mercato del lavoro regredito si manifestano a questo proposito ben cinque ordini di patologie. Molti lavoratori subordinati sono ancora costretti in una dimensione sommersa soprattutto – ma non solo – nel mezzogiorno. Altri lavoratori dipendenti soggiaciono al ricatto di chi li costringe a restituire una parte del salario dichiarato. Molti lavoratori autonomi, inclusi taluni professionisti ordinistici, sono remunerati poco o nulla nel nome del libero mercato. Larghissima parte dei lavoratori subordinati non partecipano dei risultati aziendali attraverso premi variabili a causa di una contrattazione centralizzata invasiva che è stata sostenuta dall’ideologia dell’egualitarismo e dall’opportunismo datoriale. A tutto ciò dobbiamo aggiungere il fenomeno crescente dei lavoratori poveri in quanto involontari part-timers. In questo contesto non appaiono efficaci alcune soluzioni ipotizzate. La definizione di un salario minimo di legge per i soli lavoratori subordinati non coperti dalla contrattazione collettiva ( il 15% circa del totale) è quantomeno superflua perche’ la giurisprudenza ha sempre ritenuto il datore di lavoro obbligato ad applicare il contratto collettivo più prossimo . L’idea di un salario minimo europeo generalizzato confligge con le profonde differenze economiche e sociali tra Paesi come la Germania ed altri come la Romania. La applicazione a tutte le collaborazioni delle tutele proprie della subordinazione, a partire dalla paga oraria dei contratti collettivi, non corrisponde alle stesse esigenze dei prestatori autenticamente indipendenti e può far sommergere molti lavori. Meglio quindi lasciare alla legge innanzitutto la definizione di un equo compenso per i lavoratori indipendenti in base agli usi rilevabili dal sistema delle Camere di Commercio. Su questa base potrebbero prodursi poi accordi economici collettivi tra associazioni di committenti e di prestatori autonomi sul modello degli agenti di commercio. Meglio potenziare le capacità della contrattazione collettiva di ogni livello per i lavoratori subordinati anche attraverso l’ampliamento della quota di salario premiale detassata. Necessaria una maggiore capacità ispettiva e un migliore controllo sociale contro le illegalità. Indispensabile la ripresa della crescita della economia e la sua traduzione efficiente in ore lavorate (anche nel mezzogiorno) se vogliano riattivare il circolo virtuoso dei redditi e dei consumi che ha come presupposto un clima di fiducia e di vitalità.


Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Grandi manovre sulle leggi del lavoro

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La prospettiva del voto europeo ha sollecitato una serie di iniziative di Governo e Parlamento a correzione delle vigenti leggi sul lavoro. In questo modo non solo non sono accolte le richieste di una moratoria legislativa in favore della più duttile fonte contrattuale ma si starebbe per produrre una riregolazione torrenziale. Il Consiglio dei Ministri ha approvato nei giorni scorsi “in copertina”  dieci disegni di legge delega che con il nobile obiettivo della semplificazione “quantitativa” abiliterebbero il governo a riscrivere le vigenti discipline in quasi tutte le materie, incluso il lavoro, attraverso codici o testi unici innovativi. Toccherà al Presidente della Repubblica vigilare sui principi e criteri di delega affinché siano tutelate le prerogative del Parlamento rispetto alla possibile consegna di poteri “in bianco” al Governo.

Presso la Commissione Lavoro del Senato sono stati poi incardinati i disegni di legge in materia di”salario minimo” che allo stato sembrano orientati più a tutelare i settori non coperti da contratti collettivi con minimi superiori a quelli da questi stabiliti che non a recepire la disciplina vigente negli altri Paesi europei ove si prevede un pavimento retributivo inderogabile per tutti, collocato tra il quaranta e il sessanta per cento del salario di fatto.

Il Sole 24 Ore ha infine rivelato i principali contenuti di un emendamento che verrà presentato al “decretone” ora all’esame della Camera con lo scopo di tutelare i riders ma destinato ad investire più generalmente il cuore del vecchio diritto del lavoro, ovvero il confine tra autonomia e subordinazione. Si stabilirebbe con esso che ogni collaborazione, qualunque sia la disciplina fiscale applicata, in quanto si realizza con prestazioni di lavoro genericamente organizzate dal committente, dovrà essere soggetta alle disposizioni del rapporto di lavoro subordinato. Tutte le prestazioni autonome sarebbero infatti riconducili alla nuova definizione sia per l’allargamento del campo di applicazione rispetto all’art.2 del dlgs 81/15, sia per il genericissimo inquadramento di esse nella organizzazione del committente. Requisito, questo ultimo,  che si rinviene in ogni attività lavorativa per terzi, anche in quella realizzata con le modalità più genuinamente decise dal solo collaboratore. Nel testo vigente sono infatti le modalità esecutive a dover essere “organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro” perché si applichino le regole della subordinazione. Con la nuova formula  non si metterebbe formalmente in discussione la qualificazione della prestazione, che rimarrebbe autonoma, ma la si negherebbe attraverso le norme applicate. Ora da tempo è evidente la necessità di maggiori tutele per i lavoratori indipendenti, a partire dall’equo compenso delle singole prestazioni attraverso norme di legge ed accordi collettivi.  La soluzione di attrarli tutti, con la sola eccezione degli “ordinistici”e di poche altre categorie, nella dimensione della subordinazione avrà il prevalente effetto di ridurre l’occupazione e di incoraggiare il lavoro sommerso. È bene quindi che governo e parlamento, prima di adottare una norma generalizzata di questo tipo, riflettano sulla vasta gamma delle possibili collaborazioni per individuare tutele appropriate che non neghino il lavoro genuinamente indipendente ma siano coerenti con esso. Non tutte le prestazioni sono infatti riconducibili ad una paga oraria nel momento in cui lo stesso lavoro subordinato si può realizzare sempre più per obiettivi e remunerare, almeno in parte, in base ai risultati. Così come le disposizioni sulla salute e sicurezza meritano adattamenti ai casi in cui non è presente il vincolo spazio-temporale tanto nella subordinazione quanto nella autonomia.

Sarebbe bene quindi tornare a riflettere sulla intuizione di Marco Biagi a proposito di uno Statuto di tutti i lavori, tanto dipendenti quanto indipendenti, per rimodulare le tutele secondo un continuum che vada oltre la rigida separazione tra autonomia e subordinazione. Si tratta di guardare avanti al lavoro che cambia e non di tornare indietro ad un mercato del lavoro rigidamente segmentato.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Uno, dieci, cento patti per il lavoro

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Le aspettative di crescita per l’anno in corso continuano ad essere negative anche in ragione delle difficoltà istituzionali rispetto alle politiche anticicliche con particolare riguardo agli investimenti pubblici. Si carica in conseguenza sui corpi sociali la responsabilità sussidiaria di agire autonomamente per incoraggiare lo sviluppo e l’occupazione. La Confindustria ha proposto al sindacato un patto per il lavoro che tuttavia, nella dimensione nazionale, può rappresentare al più una cornice utile a sollecitare la ripresa della vitalità diffusa nei territori con modalità che non potranno che essere definite secondo le diverse condizioni di contesto. Ogni illusione centralistica si risolverebbe infatti in una inutile operazione burocratica. La ricerca della mera legittimazione reciproca concorrerebbe solo al declino della rappresentanza e alla sua emarginazione politica in una società già diffidente verso gli intermediari. Al contrario, la capacità dei sindacati e delle associazioni d’impresa locali di realizzare ovunque accordi tra loro – e tripartiti con le istituzioni – può rigenerare la voglia di intraprendere, di rischiare e di assumere attenuando le incertezze implicite in questa fase. Le parti contraenti possono concordare sulle spese da tagliare e sui livelli massimi di tassazione locale, o sulle infrastrutture da accelerare o sul ciclo dei rifiuti da organizzare o sulle azioni per l’occupabilita’ da produrre attraverso la collaborazione tra scuole, università e imprese o, ancora, sulla integrazione tra servizi sociali e sanitari. I sindacati dei dipendenti pubblici hanno molto da offrire alla efficienza di Regioni, comuni, Asl, municipalizzate ricevendone in cambio percorsi di rivalutazione professionale ed economica. E nelle aziende private un nuovo clima locale può generare intese che facciano lievitare investimenti tecnologici, salari e produttività anche attraverso l’adattamento condiviso delle regole stabilite da leggi e contratti nazionali. Un impegno più intenso deve riguardare le molte aree depresse nelle quali il risveglio richiede concessioni straordinarie da parte di tutti nel nome di obiettivi concordemente stabiliti e verificati. Non si tratta quindi di ripetere le formule fallimentari già sperimentate, soprattutto nel Mezzogiorno, perché fondate solo sulla comune rivendicazione verso lo Stato centrale o sulla distribuzione di risorse straordinarie. I contratti sono autenticamente utili se faticosi, ovvero se ciascuno dei contraenti rinuncia a una parte, o offre qualcosa, di se’ per produrre risultati da distribuire equamente. Non si aspettino insomma le soluzioni dall’alto ma si creino le condizioni dal basso per crescere.

Maurizio Sacconi

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