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Il mio canto libero/ Allarme occupazione: il ruolo delle politiche pubbliche tra automation e augmentation

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Nella faticosa ripresa economica le nuove macchine giocheranno un ruolo decisivo ma non scontato negli esiti. Più probabile e più veloce appare ora la loro capacità di sostituire molti lavori mentre più lenta e meno densa potrebbe rivelarsi la loro attitudine ad aumentare l’intelligenza professionale delle persone e quindi la loro occupabilità. Le politiche pubbliche sono quindi chiamate a svolgere un ruolo decisivo e per questa ragione alcuni settori già noti tra i decisori, cui altri si stanno aggiungendo, invocano più tasse. Quasi sempre queste tesi, che uniscono coloro che aspirano a rappresentare i potenziali perdenti con alcuni (benestanti) consiglieri dei nuovi ricchi, si giustificano con la necessità di una grande spesa per le politiche passive a sostegno di disoccupati ed emarginati. Non solo emergenziale ma strutturale. Questi partono infatti dalla convinzione o rassegnazione che il nuovo capitalismo debba mettere in conto la esclusione di molti e, in conseguenza, uno straordinario incremento degli assistiti. E se può essere condivisibile la necessità di più forti politiche redistributive, la contesa è tuttavia sulla loro destinazione. Non possiamo rinunciare a quella idea di società attiva che era il cuore del Libro Bianco di Marco Biagi. Deve essere il lavoro, in una accezione semmai riveduta e ampliata, il fine ultimo dell’intervento degli Stati (e delle loro comunità) o meglio del nuovo rapporto da stabilire tra questi e i mercati. La storia ci ha insegnato che quando gli Stati sostituiscono gli attori del mercato “creano” lavori non sostenibili e alla fine, per definizione, pochi e precari. Le stesse funzioni pubbliche fondamentali non possono compensare la minore occupazione di mercato attraverso assunzioni assistenziali ma hanno il dovere di essere efficienti ed efficaci per favorire la crescita con vera occupazione. Basti pensare alla importanza di un sistema di istruzione pubblica (statale e privata) che si allontani dalla tradizionale autoreferenzialita’ per innovare metodi e percorsi pedagogici. L’esatto contrario della ulteriore stabilizzazione di docenti che, come la precedente, prescinde dai nuovi fabbisogni educativi. Cosa diversa sarebbero invece politiche dedicate a premiare nel mercato, con servizi reali o tecniche di prelievo fiscale o trasferimenti pubblici, tutti coloro che si rivelano capaci di sviluppare attività remunerative con occupazione, anzi a fare imprese di successo proprio attraverso il lavoro delle persone, di molte persone. Insomma, se la automation dovesse prevalere sulla augmentation sarebbe solo colpa dei decisori che non hanno una visione e non assumono quale paradigma la centralità della persona, naturalmente vocata ad essere utile a sè e agli altri attraverso il lavoro.

Maurizio Sacconi

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Oltre il patto della fabbrica: un solo contratto nazionale per l’industria e diffusi accordi aziendali o interaziendali

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Il nuovo Presidente di Confindustria Bonomi rende un omaggio formale al patto della fabbrica ma poi chiede alle organizzazioni sindacali di ripensare il modello contrattuale non tanto dal punto di vista dei due livelli quanto, piuttosto, sotto il profilo dei compiti da assegnare all’uno e all’altro. Se il contratto nazionale assume quale funzione principale lo sviluppo dei fondi dedicati alle prestazioni sociali complementari, ne dovrebbe derivare un allargamento del perimetro di applicazione in modo da assorbire i maggiori rischi connessi alla assistenza di lungo termine e alla tutela sanitaria oltre la pensione. In teoria, potremmo ipotizzare una contratto-cornice per tutta l’industria, dedicato al welfare e ai fondamentali principi come il diritto-dovere all’apprendimento continuo. Ma il cuore della contrattazione si sposterebbe alla dimensione territoriale e, ovunque possibile, aziendale. Nella faticosa ripresa, ciascuna impresa vive percorsi originali. E i territori o le filiere, o i cluster di imprese, non sono mai omologabili. Non dimentichiamo che i tradizionali divari si sono ulteriormente incrementati. In ciascuno di questi contesti, aziendale o interaziendale, le parti possono negoziare le modalità più olistiche di prevenzione e sorveglianza sanitaria,  i termini di una formazione efficace, la certificazione delle competenze, il superamento dei vecchi inquadramenti professionali, gli incrementi retributivi connessi con le competenze, la produttività, i risultati. Non hanno senso quindi aumenti salariali decisi dai vecchi contratti nazionali perché da un lato i settori disegnati dai codici Ateco non sono più attuali e, dall’altro, l’inflazione è così bassa che non si pone un problema di indifferenziata tutela del potere di acquisto. Contratti nazionali invasivi nell’industria si giustificano solo con le esigenze di sopravvivenza delle burocrazie nazionali. La necessità di rendere peraltro esigibile la negoziazione in prossimità anche per le piccole e piccolissime imprese si dovrebbe declinare con le flessibilità imposte dalla realtà. Gli ambiti di applicazione dei contratti interaziendali possono corrispondere tanto ai perimetri delle istituzioni regionali o provinciali quanto alle diverse concentrazioni territoriali o alle relazioni di filiera. Dipende. Ciò che conta è considerare le imprese e il lavoro al di fuori di schemi precostituiti, con approccio naturale e principio di osservazione. In questo modo i problemi vengono affrontati nella loro concretezza e le soluzioni risultano (relativamente) semplici.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Bonomi: presidente della discontinuità e sindacalista d’impresa

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Carlo Bonomi sarà il futuro presidente di Confindustria nel nome della discontinuità. Le sue prime dichiarazioni evidenziano un cambio di linea rispetto al lockdown e alla liquidità delle imprese. I suoi predecessori avevano negoziato la continuità di alcune attività  in base ai codici Ateco e lui ne ha sottolineato l’inadeguatezza a rappresentare le filiere perché espressione di un tempo della segmentazione oggi superato dalla diffusa trasversalità delle logiche produttive. Dovrà por mano alla stessa articolazione delle categorie confindustriali affidata a quei codici per antica consuetudine. Bonomi ora parla di riaperture fondate più sulla oggettiva capacità di garantire la sicurezza dal contagio che non su aprioristiche astrazioni. E chiede al governo di garantire dispositivi e test per proteggere e monitorare la popolazione attiva. 

Analogamente per la liquidità, mentre l’attuale organizzazione degli imprenditori ha dettato le linee di un sostegno alle imprese attraverso l’indebitamento bancario parzialmente garantito dallo Stato, il futuro presidente rifiuta in radice questa impostazione e sembra privilegiare la tesi di Tria e Parisi secondo i quali la caduta del valore aggiunto, causata da una paralisi imposta per ragioni di pubblica utilità, dovrebbe essere risarcita con trasferimenti pubblici a fondo perduto. 

Ancor più, dopo la stagione consociativa del “patto della fabbrica”, Bonomi ha apertamente polemizzato con i settori sindacali (e politici) portatori di pregiudizi ostili alle imprese. A che serve l’abbraccio tra confederazioni se poi quella più influente sul governo pretende l’irrigidimento delle regole come nel caso dei contratti a termine o addirittura  l’estensione della intera disciplina del lavoro subordinato a tutte le prestazioni verso terzi? Oppure si oppone alle riaperture sulla base del sospetto che i datori di lavoro non vogliano garantire sufficiente sicurezza ai lavoratori. La ricostruzione dopo la guerra fu favorita da una deregolazione di fatto ed oggi la faticosa crescita in costanza del contagio richiederebbe una flessibilita’ adattiva alle diverse situazioni affidata alla contrattazione di ogni livello.  

Il sindacalista degli imprenditori potrà dimostrare quindi il ritorno ad una genuina rappresentanza degli interessi in luogo della autoreferenzialita’ delle burocrazie centrali. 

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero – Emergenza pandemica, ripresa delle attività e tutela della salute nel lavoro

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In attesa della possibilità di una più ampia e progressiva ripresa delle attività, appare necessario predisporre un modello di regole semplici ed effettive a tutela della salute dei lavoratori, tanto nello spostamento da e per il luogo di lavoro quanto nell’ambito di esso. Un pacchetto normativo organico che, ove correttamente adottato ed efficacemente attuato, abbia anche la forza di esimere da responsabilità penale, civile e amministrativa il datore di lavoro perché ha approntato ogni mezzo idoneo a prevenire il contagio. La seconda motivazione può solo rafforzare la prima.

Nei mezzi di trasporto collettivo occorrono evidentemente normative per il numero massimo delle persone in rapporto al volume e per il distanziamento tra loro. Oltre a insistiti processi di sanificazione. Nelle aziende può innanzitutto rimanere ferma la possibilità di lavoro a distanza facendo evolvere la capacità tecnologica e organizzativa per indicare ai dipendenti gli obiettivi periodici e verificare i risultati relativi. L’attesa può inoltre essere riempita con la accelerazione del percorso di digitalizzazione e con attività di formazione finanziate dai fondi interprofessionali secondo modalità agili che devono essere autorizzate agli enti bilaterali che li gestiscono.

Nei casi in cui, soprattutto nella produzione, la presenza fisica si rende necessaria il regolatore dovrebbe stabilire rapidamente, andando oltre le poche norme emergenziali già introdotte, una disciplina speciale in parte sostitutiva e in parte integrativa del Testo Unico sulla salute e sicurezza nel lavoro. Questa dovrebbe ridimensionare con certezza gli obblighi formali, come l’aggiornamento del documento di valutazione del rischio, per concentrarsi sui profili sostanziali. Quanto meno nella prima fase sarà necessaria la rinuncia alla mensa aziendale in quanto luogo di promiscuità pericolosa.  Dovranno inoltre disporsi il distanziamento effettivo e il conseguente ridisegno del lay out aziendale, l’impiego dei dispositivi di protezione individuale, il ricorso a test periodici sull’infezione, la frequente sanificazione dei locali, l’obbligo generalizzato del medico competente attraverso la possibilità per le imprese che non vi sono già tenute di organizzarsi in consorzi per ridurre i costi e deducendoli comunque per intero.

Possiamo insomma immaginare di accompagnare gradualmente tutto il sistema produttivo ad una sorveglianza olistica sulla salute dei dipendenti, a partire dalla infezione virale in corso. E per le stesse mascherine l’Italia deve porsi gradualmente l’obiettivo di un ritorno agli obblighi della legge ordinaria per quanto riguarda le loro caratteristiche filtranti, superando le meno stringenti disposizioni quando ne fosse garantita la loro effettiva disponibilità. Potremmo imparare dalla crisi a rendere più effettiva e sostanziale la salute nel lavoro liberando i datori di lavoro dal formalismo non necessario e da responsabilità imponderabili.

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Il mio canto libero/ Cento unità di crisi (virtuali) per la tutela del lavoro

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Nei giorni in cui si accentuano le difficoltà di sopravvivenza delle imprese con la chiusura di molte attivita non “essenziali”, Confindustria ha proposto un Comitato Nazionale per la Tutela del Lavoro, una sorta di unità di crisi tra le parti sociali dedicata a prevenire e, per quanto possibile, risolvere le criticità aziendali attraverso gli strumenti messi a disposizione dal governo e, ci si augura, gli altri che potranno aggiungersi soprattutto a sostegno della liquidità e dell’indebitamento delle singole attività produttive. Tutto ciò che induce a cooperare è certamente cosa buona e giusta ma le prospettive temporali della crisi e la sua natura globale inducono a temere che assuma (o abbia già assunto) un carattere così diffuso da non potere essere governata solo dalla dimensione centrale.

Molte lavoratrici, molti lavoratori sono chiusi in casa e non sempre il datore di lavoro è organizzato per farli operare a distanza o per utilizzare questo tempo di attesa attraverso una buona formazione. Le attività educative vivono la ben nota condizione asimmetrica dal punto di vista delle capacità di generare un efficiente apprendimento da remoto. Il tessuto delle medio-piccole, piccole e piccolissime imprese è largamente dominante e più esposto alla crisi di liquidità e alla cancellazione di posti di lavoro.

È nei territori quindi che, anche grazie ai prefetti come nel 2008, occorre promuovere unità di crisi (virtualmente) partecipate dalle istituzioni, dalle parti sociali, dai professionisti ordinistici, dalle aziende di credito e, perché no, dalle stesse entità educative o formative e dai fondi bilaterali.

Si tratterà di evitare ogni approccio burocratico, che talora ha caratterizzato analoghe esperienze del passato, per privilegiare comportamenti orientati a risultati che consentano la sopravvivenza finanziaria delle imprese, la continuità dei rapporti di lavoro anche con l’uso veloce degli ammortizzatori in deroga, la promozione della digitalizzazione e di concrete attività di lavoro e di apprendimento a distanza. Insomma, questo tempo terribile può e deve essere attraversato operosamente non solo in termini di resilienza ma anche di costruzione di alcuni degli strumenti che ci consentiranno di ripartire più velocemente nel dopo crisi. Nei territori si possono mobilitare straordinarie energie per le emergenze del presente e per i progetti del futuro. Nei giorni scorsi, ad esempio, un segnale importante è giunto dalle fondazioni bancarie locali in favore del terzo settore.

Nella stessa gestione della pandemia, i servizi territoriali come la medicina di base ed anche i sindaci hanno fatto la differenza perché hanno rappresentato, ove hanno funzionato, un filtro indispensabile alla spedalizzazione. La crisi chiede quindi autorità, autorevolezza, capacità operativa per alcune essenziali funzioni centrali ma la ricostruzione dipenderà per un verso dal risveglio solidaristico europeo ed occidentale e, per l’altro, dalla vitalità diffusa dei nostri campanili.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Coronavirus: potremo uscirne migliori perché più consapevoli.

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La pandemia del Coronavirus ha messo in evidenza la diffusa propensione a leggere le nuove problematiche con le vecchie categorie. E soprattutto a volerle risolvere con le vecchie metodologie. Consoliamoci tuttavia almeno per un profilo. Usciremo cambiati, diversi,rispetto al modo con cui siamo entrati in questo tunnel. Anche se molti continuano a considerare il contagio virale un evento straordinario, sono forse già più numerosi coloro che cominciano a realizzare quanto si tratti di un evento “normale” in un mondo interconnesso. Da domani dovremo predisporre piani di emergenza nella dimensione globale come in quella europea. E gli accordi multilaterali dovranno contemporaneamente riguardare il libero scambio, la salute pubblica, i diritti basici e l’ambiente. La variabile sanitaria non potrà che essere parte delle nostre scelte di vita e di produzione. La scienza si conferma necessaria ma non sufficiente perché è nondimeno importante la responsabilità delle persone. È evidente la rivalutazione dei prodotti monouso la cui sicurezza è infinitamente superiore alle borracce non sempre lavate quanto necessario. E questo non significherebbe trascurare i parametri ambientali ma affrontarli sulla base di un bilancio equilibrato di tutti i parametri del benessere comune. Le opere pubbliche, tanto necessarie per lo sviluppo anche in costanza di criticità, si devono realizzare ovunque e sempre con le modalità semplificate del ponte Morandi.  Così come le catene globali del valore dovranno essere ripensate per evitare le possibili crisi di produzione per carenza di materie prime o semilavorati a seguito di eventi pandemici. Gli stessi processi di concentrazione della distribuzione online, come testimoniano i prezzi dei gel disinfettanti, non possono essere lasciati a se stessi e richiedono regole globali. Più in generale, viene messa in discussione quella razionalità assoluta che avrebbe potuto condurre alla sostituzione dell’intelligenza umana con gli algoritmi rigidi. La brava dottoressa di Codogno ha diagnosticato il paziente 1 perché è uscita dal protocollo seguendo l’intuito. Le tecnologie rimangono importanti ma ne escono relativizzate mentre si rivaluta il fattore umano. La vocazione giacobina al pilota automatico viene sostituita dal comando diretto degli strumenti di governo. Riprendono vigore in questo contesto le parole di Chesterton: “folle non è colui che perde la ragione ma colui che perde tutto tranne la ragione”. In sintesi, potremo uscirne migliori perché più consapevoli.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Coronavirus: sostenere la ripresa economica con la deregolazione

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Il compito dei decisori pubblici non è obiettivamente semplice. Essi devono contenere la diffusione virale con adeguate misure di prevenzione e insieme evitare la recessione che potrebbe conseguire a quelle stesse misure in un contesto globale di rallentamento di tutte le economie.

Si tratta innanzitutto di favorire la continuità produttiva anche riducendo le relazioni dirette tra le persone. Ad esempio, appare opportuno contenere i pericoli di contagio nelle aree a rischio (e non solo) evitando la commistione fisica tra addetti alla produzione, necessariamente costretti alle prestazioni negli impianti, e il personale dei servizi che può lavorare a distanza. In questo caso, al di là dei profili formali, possono essere utili accordi aziendali o territoriali per sostituire l’orario con criteri di misurazione dei risultati in modo che questi ultimi corrispondano (all’incirca) a quelli in precedenza realizzati nella sede delle unità produttive. Le stesse organizzazioni di rappresentanza sono chiamate a favorire uno spirito collaborativo che conferisca alle modalità di lavoro agile una adeguata produttività.

Il sostegno alla crescita impone contemporaneamente un pacchetto di misure che fungano da volano e non da sostituzione dell’intrapresa privata. Alcuni annunci sono invero preoccupanti. Se può essere comprensibile il richiamo al primo New Deal degli anni ‘30, non altrettanto condivisibile sarebbe una manovra pubblica costruttivista, ovvero viziata dalla pretesa di orientare e sostituire molte produzioni nel nome di una superficiale strategia verde. Magari riproponendo lo Stato imprenditore o comunque azionista rilevante. La valutazione di impatto degli investimenti non può dipendere da letture ideologiche o parziali. La stessa crisi sanitaria che stiamo vivendo, che Nouriel Roubini considera ordinaria nella globalizzazione, induce a considerare ai fini della sostenibilità dello sviluppo un approccio olistico e quindi una ampia gamma di parametri. Si pensi solo ai diversi modi di considerare i prodotti monouso. Si evitino quindi frettolose pianificazioni rigide di triste memoria e si adottino nell’immediato provvedimenti di deregolazione che riducano oneri, tempi e modi di attuazione di progetti industriali e infrastrutturali. La stessa economia turistica avrà bisogno di tagli fiscali generalizzati per ripartire. Nella tempesta quasi perfetta che stiamo vivendo la libertà economica sembra essere il migliore antidoto al rattrappimento e il modo più efficace per risvegliare la vitalità diffusa.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Il pericolo del massimo ribasso nei rapporti commerciali

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L’osservazione della realtà, criterio fondamentale per il disegno delle politiche pubbliche, dovrebbe condurre i decisori a constatare l’ulteriore accelerazione nel tempo recente del circolo vizioso che conduce al “massimo ribasso” nelle relazioni commerciali tra pubblico e privato come tra privato e privato. L’apice è stato raggiunto da quegli enti pubblici che hanno preteso nei bandi di gara prestazioni gratuite da parte di professionisti ordinistici. Ne conseguono il peggioramento della qualità dei beni e servizi prodotti  ed il deterioramento dello stesso mercato del lavoro. Ciò si pone in aperta, ma largamente accettata, contraddizione con la retorica del BES (benessere equo e sostenibile), con la diffusione dei codici CSR (corporate social responsability) nell’impresa, con la rivalutazione politica dello Stato quale garante di buoni servizi di pubblico interesse, con la pretesa difesa degli utenti e dei consumatori. Questo “ribassismo” diffuso potrebbe originare non tanto dalle pressioni competitive o dai vincoli di finanza pubblica quanto dalla incapacità, nel pubblico come nel privato, di reagire ai grandi cambiamenti rimettendo in discussione i consolidati modelli organizzativi. Basti pensare a quelle aziende socio-sanitarie che continuano a mantenere in vita ospedali marginali che offrono standard qualitativi al di sotto dei minimi definiti dallo stesso decreto ministeriale in materia e rappresentano un pericolo immanente per i malati acuti che vi vengono ricoverati. In un sistema complessivamente irrigidito ciascuno abusa del rapporto di forza favorevole con il suo  interlocutore commerciale per strozzarlo,  questi accetta condizioni capestro nella illusione di sopravvivere un minuto in più dei concorrenti, gli uni e gli altri  rinunciano alla ricerca dell’efficienza perché richiede un faticoso ( e impopolare) lavoro di scomposizione e ricomposizione dei fattori della propria organizzazione. Insomma, nel Paese della “grande bellezza”, si sta affermando la prassi del “bruttezza conveniente”. Vittima sacrificale specifica di questa assenza di prospettiva e delle economie di giornata è in particolare la manutenzione come possiamo spesso constatare. Tutto ciò si riverbera sulla qualità e sulla remunerazione di molti rapporti di lavoro in una discesa continua verso il lavoro povero. Ovviamente ci si lamenta di questo esito ma senza invocare quel cambiamento a monte che potrebbe generare il circolo virtuoso della crescita da distribuire equamente.

Maurizio Sacconi

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Popolo ed Élite: gli Amici di Marco Biagi chiedono il funzionamento dell’ascensore sociale

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È uscito in libreria il volume edito da Marsilio con cui gli Amici di Marco Biagi (già Amici di Mario Rossi) celebrano i 25 anni di attività di autoformazione. Il tema trattato dai numerosi autori è il rapporto critico tra popolo ed élite (alle quali gli autori stessi non negano di appartenere), quale si è prodotto a seguito della crescente insicurezza che molte persone avvertono per la salute, l’ambiente, il lavoro, il reddito, il risparmio, il patrimonio, la stessa incolumità fisica. Ne conseguono diffusi sentimenti di sfiducia e diffidenza nei confronti delle figure esperte che hanno ruoli apicali nella dimensione pubblica come in quella privata. Eppure il governo di società sempre più complesse necessita di competenze ed esperienze affidabili, alle quali si rivolge soprattutto una domanda non solo di amplificazione del malessere ma anche e soprattutto di decisioni efficaci e tempestive che sappiano generare sicurezza. Ma proprio nel momento in cui questa domanda si è fatta più forte, le élite si sono rivelate più ristrette per accesso, più chiuse in atteggiamenti egoisti ed autoreferenziali, più omologate in un pensiero unico addirittura globale, più separate dal senso comune del popolo. Nei momenti migliori della nostra vita repubblicana abbiamo avuto invece élite larghe, formatesi attraverso una pluralità di canali accessibili anche ai ceti meno abbienti, in concorrenza tra di loro, per lo più attente a non allontanarsi dai sentimenti diffusi nella nazione. Il libro degli Amici di Marco Biagi, ricco di analisi e indicazioni per i diversi profili della questione, concentra tuttavia la sua attenzione sul sistema educativo invocando il suo ancoraggio ai principi della tradizione, un modello plurale che corrisponda alle molte vocazioni dei nostri giovani, la effettiva libertà delle scelte educative, la doverosa collaborazione con le famiglie, il rinnovamento dei contenuti e dei metodi pedagogici a partire dalla integrazione con il lavoro. Parità delle opportunità e formazione integrale sono i cardini di un sistema che dovrebbe avvicinare le conoscenze di larghi strati della popolazione ai livelli superiori sprigionando élite plurali che accettano di essere misurate nei risultati che producono in relazione alle responsabilità affidate. La rivoluzione educativa, secondo gli autori, si realizza anche attraverso il superamento o lo svilimento del valore legale del titolo di studio, feticcio che nasconde spesso le massime incompetenze e che costituisce lo scudo dei vizi della classe docente. Si ipotizza quindi il passaggio dal titolo formale, che al più identifica un esecutore dell’epoca fordista, alla certificazione che definisce, almeno in un momento dato, il professionista che sa affrontare i cambiamenti continui nel mercato del lavoro, propri della nuova dimensione tecnologica. L’ascensore sociale va rimesso in moto, è la sintesi del libro, così che il popolo possa avvertire l’accessibilità e la mobilità delle classi dirigenti.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Procreazione: dalla diffidenza alla complicità tra azienda e lavoratrice

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Cresce, fortunatamente, la consapevolezza del declino demografico e dei suoi effetti devastanti sul destino di una nazione. Non cresce ancora, sfortunatamente, la volontà di produrre un clima culturale favorevole alla natalità. Le stesse politiche pubbliche francesi, pur onerose in termini di spesa pubblica, hanno determinato un incremento modesto della procreazione che rimane ben al di sotto del tasso di equilibrio. A conferma, che il fare figli non è tuttora tra i contenuti e i valori del pensiero politicamente corretto tutto concentrato sui diritti e i desideri dell’individuo isolato. I rapporti di lavoro costituiscono peraltro l’ambito delle relazioni sociali più rilevante ai fini di questa rivoluzione culturale. Qualche timido segnale si è manifestato, anche in questi giorni a proposito della estensione per via contrattuale o normativa dei congedi di paternità. Si tratta di cosa buona e giusta ma che non affronta il nodo principale. Quello della maternità, il cui ruolo può essere integrato ma mai sostituito. Come sappiamo, la procreazione costituisce spessissimo per la madre la ragione della rinuncia alla carriera o addirittura al rapporto di lavoro come dimostrano, nel caso delle donne, i percorsi lavorativi discontinui e la tendenziale coincidenza tra età di vecchiaia ed età di anzianità contributiva. La natalità è certamente dipendente dalla propensione di una coppia a progettare un futuro comune ma ancor più dalla disponibilità della donna a svolgere  il ruolo di madre. Nel momento in cui questa attitudine va riducendosi, occorrono tanto politiche pubbliche quanto prassi aziendali e ciò non solo al fine di specifiche misure di sostegno ma, ancor più, di un contesto che riconosca la maternità come compimento della persona in quanto la rende più matura e quindi professionalmente più capace. Se è vero che la domanda di lavoro si rivolge non solo al “saper fare” ma, ancor più, al “saper essere”, ne dovrebbe conseguire un esplicito apprezzamento nel mercato del lavoro del ruolo di moglie e madre. Diventa quindi necessario il superamento, nella dimensione aziendale, di quella reciproca diffidenza che spesso si produce con l’annuncio della gravidanza e che da luogo, da un lato, alla ricerca dei periodi più lunghi di assenza dal lavoro e, dall’altro, alla collocazione della lavoratrice in un binario secondario del percorso professionale. Questo circolo vizioso deve essere sostituito da un vero proprio clima di complicità tra le parti in favore di un obiettivo socialmente e personalmente così rilevante come la procreazione. Oggi le imprese si preoccupano di offrire al mercato garanzie sulla propria identità valoriale per cui codici di comportamento e accordi di prossimità possono dare forma agli impegni nei confronti della lavoratrice madre la quale, a sua volta, può dare continuità alla sua relazione con l’ambiente di lavoro anche da remoto e al di là degli obblighi formali. In questo scambio virtuoso si possono collocare un progetto condiviso di sviluppo professionale, investimenti mirati nella formazione, modalità agili di realizzazione della prestazione, contenimento dei tempi di estraneità alla vita aziendale, voucher per i servizi di cura, rimborso delle maggiori spese per la gravidanza, il parto e la prima infanzia. Insieme, le parti, possono fare molto per il futuro di tutti.

Maurizio Sacconi

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