Author Archives: Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Cento unità di crisi (virtuali) per la tutela del lavoro

pubblicato su Bollettino ADAPT

Nei giorni in cui si accentuano le difficoltà di sopravvivenza delle imprese con la chiusura di molte attivita non “essenziali”, Confindustria ha proposto un Comitato Nazionale per la Tutela del Lavoro, una sorta di unità di crisi tra le parti sociali dedicata a prevenire e, per quanto possibile, risolvere le criticità aziendali attraverso gli strumenti messi a disposizione dal governo e, ci si augura, gli altri che potranno aggiungersi soprattutto a sostegno della liquidità e dell’indebitamento delle singole attività produttive. Tutto ciò che induce a cooperare è certamente cosa buona e giusta ma le prospettive temporali della crisi e la sua natura globale inducono a temere che assuma (o abbia già assunto) un carattere così diffuso da non potere essere governata solo dalla dimensione centrale.

Molte lavoratrici, molti lavoratori sono chiusi in casa e non sempre il datore di lavoro è organizzato per farli operare a distanza o per utilizzare questo tempo di attesa attraverso una buona formazione. Le attività educative vivono la ben nota condizione asimmetrica dal punto di vista delle capacità di generare un efficiente apprendimento da remoto. Il tessuto delle medio-piccole, piccole e piccolissime imprese è largamente dominante e più esposto alla crisi di liquidità e alla cancellazione di posti di lavoro.

È nei territori quindi che, anche grazie ai prefetti come nel 2008, occorre promuovere unità di crisi (virtualmente) partecipate dalle istituzioni, dalle parti sociali, dai professionisti ordinistici, dalle aziende di credito e, perché no, dalle stesse entità educative o formative e dai fondi bilaterali.

Si tratterà di evitare ogni approccio burocratico, che talora ha caratterizzato analoghe esperienze del passato, per privilegiare comportamenti orientati a risultati che consentano la sopravvivenza finanziaria delle imprese, la continuità dei rapporti di lavoro anche con l’uso veloce degli ammortizzatori in deroga, la promozione della digitalizzazione e di concrete attività di lavoro e di apprendimento a distanza. Insomma, questo tempo terribile può e deve essere attraversato operosamente non solo in termini di resilienza ma anche di costruzione di alcuni degli strumenti che ci consentiranno di ripartire più velocemente nel dopo crisi. Nei territori si possono mobilitare straordinarie energie per le emergenze del presente e per i progetti del futuro. Nei giorni scorsi, ad esempio, un segnale importante è giunto dalle fondazioni bancarie locali in favore del terzo settore.

Nella stessa gestione della pandemia, i servizi territoriali come la medicina di base ed anche i sindaci hanno fatto la differenza perché hanno rappresentato, ove hanno funzionato, un filtro indispensabile alla spedalizzazione. La crisi chiede quindi autorità, autorevolezza, capacità operativa per alcune essenziali funzioni centrali ma la ricostruzione dipenderà per un verso dal risveglio solidaristico europeo ed occidentale e, per l’altro, dalla vitalità diffusa dei nostri campanili.

Maurizio Sacconi

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Formiche Marco Biagi

Dalla memoria di Marco Biagi la lezione per il dopo crisi. Il commento di Sacconi

Articolo pubblicato su Formiche.net

A diciotto anni dalla prematura scomparsa del giuslavorista Marco Biagi, la costrizione del lavoro e della formazione a distanza può offrire l’opportunità di nuovi metodi e contenuti pedagogici, di modalità lavorative disegnate sulla fiducia, sulla responsabilità, sui risultati. Ricordare Biagi ci aiuta ad entrare con convinzione nel mondo nuovo. La riflessione di Maurizio Sacconi, presidente dell’associazione Amici di Marco Biagi

A diciotto anni dalla tragica morte, la lezione di Marco Biagi si conferma ancor più attuale nella prospettiva di una grande depressione economica dopo la terribile crisi sanitaria.

Egli fu capace di un pensiero discontinuo di fronte ai primi segnali della conclusione della seconda rivoluzione industriale. Non pretese di immaginare un mondo nuovo ben definito ma comprese che sarebbe stato imprevedibilmente mutevole. In quanto tale non avrebbe tollerato leggi rigide e uguali per tutti se non per i contenuti applicativi dei principi fondamentali.

Per tutto il resto, avremmo avuto bisogno di regolazioni duttili e adattate alle diverse circostanze di impresa, di territorio, di persona come solo la contrattazione di prossimità (collettiva e individuale) può produrre. Nei nuovi mercati transizionali del lavoro la prima tutela del lavoratore avrebbe potuto essere solo la sua professionalità, conseguenza di ecosistemi formativi nei diversi territori, generati dalla collaborazione tra scuole, università, istituti e centri di formazione, imprese. Al contrario, le tradizionali tutele rigide e omologhe avrebbero soltanto penalizzato proprio i lavoratori più fragili esponendoli alla esclusione da sistemi produttivi rattrappiti dalla regolazione nella loro componente occupazionale.

Intuì il bisogno di una formazione integrale, utile al “saper essere” prima che al “saper fare”, affinché ciascuno fosse capace di affrontare il quotidiano cambiamento. Implicitamente, evocando la responsabilità della persona in ogni circostanza, collegò i diritti ai doveri. Il diritto-dovere all’apprendimento continuo, al salario connesso a obiettivi, alla disoccupazione assistita da sussidio e ricerca di lavoro, alla salute e sicurezza cooperando con gli obblighi del datore di lavoro. I diritti ne sarebbero usciti rafforzati e più effettivi.

Nel dopo crisi tutto ciò sarà indispensabile. La ripresa sarà faticosa dopo una grande caduta della offerta prima ancora che della domanda. Con la regolazione novecentesca sul lavoro avremo solo un freno a mano tirato e la condanna di molti al sussidio di sopravvivenza.

La lezione di Biagi, al contrario, ove assunta compiutamente, ci potrà condurre a fondare la nuova stagione di crescita proprio sulle persone, sulle loro capacità accresciute da una rivoluzione educativa, sulla attitudine a perseguire obiettivi. La costrizione del lavoro e della formazione a distanza può offrire l’opportunità di nuovi metodi e contenuti pedagogici, di modalità lavorative disegnate sulla fiducia, sulla responsabilità, sui risultati. Ricordare Biagi ci aiuta quindi ad entrare con convinzione nel mondo nuovo.

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Amici Marco Biagi anniversario Blog Marco Biagi

Il mio canto libero/ Da Biagi le intuizioni per uno Statuto dei diritti e dei doveri della persona attiva

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Nel 2001 Marco Biagi scriveva nel suo Libro Bianco che “non può certo essere condiviso l’approccio ….. di estendere rigidamente l’area delle tutele senza prevedere alcuna forma di rimodulazione all’interno del lavoro dipendente”. Nel momento in cui prevedeva il progressivo superamento della tradizionale separazione tra autonomia e subordinazione della prestazione, egli infatti immaginava “un nucleo minimo di norme inderogabili”, soprattutto di specificazione del dettato costituzionale, al di sopra del quale riteneva “opportuno lasciare ampio spazio all’autonomia collettiva e individuale” per declinare in prossimità le nuove tutele reali come la formazione. Con l’aggiunta di un avvicinamento dei regimi previdenziali. Impostazione, la sua, largamente disattesa da chi oggi, di fronte alla necessità di ripensare il sistema di protezioni nella rivoluzione cognitiva, decide la secca estensione della disciplina del lavoro subordinato a tutte le attivita prestate in favore di terzi. Si tratta di una prima attuazione della “Carta dei diritti universali” proposta dalla Cgil che implica l’applicazione di tutte le tutele previste dall’ordinamento a tutti. A partire dal ben noto art.18 che, in effetti, se dovesse essere riconosciuto come un diritto (e non come una tutela), dovrebbe estendersi anche a quella metà circa di lavoratori cui oggi non si applica. La tesi ha una sua popolarità corrispondente alla crescente insicurezza generata dai profondi cambiamenti nei modi di produrre e lavorare. Eppure non è difficile immaginare, anche alla luce di recenti sperimentazioni, come una tale rigidità avrebbe il solo effetto di ridurre ulteriormente il monte ore lavorate e di incoraggiare l’effetto sostitutivo delle macchine. La grande depressione economica, che potrebbe seguire la terribile diffusione virale, accentuerebbe la portata negativa di questo tipo di decisioni. Marco Biagi fu probabilmente il primo giurista italiano (e non solo) a dedurre dai primi segnali della fine del fordismo la necessità di una nuova architettura regolatoria del lavoro. Non pretendeva di conoscere il mondo nuovo ma, intuendo che sarebbe stato denso di incognite e di variabili, immaginò il passaggio a quella disciplina duttile e mutevole dei rapporti di lavoro che solo la contrattazione di prossimità avrebbe potuto consentire. Parlo’ quindi di Statuto dei Lavori per sottolineare la fine della omologazione del lavoro. Egli, ancor più, ci ha però avvicinato all’idea di coniugare i diritti e i doveri di ciascuna persona attiva, che lavora o vuole lavorare, evidenziando la inevitabile connessione tra le tutele pubbliche o collettive e la responsabilità di ciascuno. Basti pensare al primario obiettivo della autosufficienza nel mercato del lavoro quale si realizza attraverso la buona formazione. Questa è qualificabile non solo come un diritto ma anche come un dovere perche’ rappresenta la più efficace tutela per la occupabilita’ della persona ed insieme come il migliore contributo alla competitivita’ dell’impresa e dell’economia nazionale. Dovere verso se’ stessi e verso il proprio contesto relazionale. Nondimeno evidente e’ la connessione tra diritto e dovere nel caso di sussidi che devono rappresentare una tutela transitoria giustificata dal contestuale impegno per una nuova occupazione. Perfino nel caso della salute e sicurezza la Cassazione ha affermato che “il sistema della normativa antinfortunistica si è evoluto, passando da un modello “iperprotettivo”, interamente incentrato sulla figura del datore di lavoro, quale soggetto garante investito di un obbligo di vigilanza assoluta sui lavoratori, ad un modello “collaborativo”, in cui gli obblighi sono ripartiti tra più soggetti, compresi i lavoratori”. Insomma, ogni diritto diventa sostenibile ed effettivo grazie ad un corrispondente dovere.

Più il mondo cambia, più troviamo ancora ispirazione nel suo spirito di “rottura” degli schemi tradizionali cui si aggrappano invece i suoi (culturalmente) fragili avversari.

Maurizio Sacconi



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Il mio canto libero/ Coronavirus: potremo uscirne migliori perché più consapevoli.

Pubblicato su Bollettino Adapt

La pandemia del Coronavirus ha messo in evidenza la diffusa propensione a leggere le nuove problematiche con le vecchie categorie. E soprattutto a volerle risolvere con le vecchie metodologie. Consoliamoci tuttavia almeno per un profilo. Usciremo cambiati, diversi,rispetto al modo con cui siamo entrati in questo tunnel. Anche se molti continuano a considerare il contagio virale un evento straordinario, sono forse già più numerosi coloro che cominciano a realizzare quanto si tratti di un evento “normale” in un mondo interconnesso. Da domani dovremo predisporre piani di emergenza nella dimensione globale come in quella europea. E gli accordi multilaterali dovranno contemporaneamente riguardare il libero scambio, la salute pubblica, i diritti basici e l’ambiente. La variabile sanitaria non potrà che essere parte delle nostre scelte di vita e di produzione. La scienza si conferma necessaria ma non sufficiente perché è nondimeno importante la responsabilità delle persone. È evidente la rivalutazione dei prodotti monouso la cui sicurezza è infinitamente superiore alle borracce non sempre lavate quanto necessario. E questo non significherebbe trascurare i parametri ambientali ma affrontarli sulla base di un bilancio equilibrato di tutti i parametri del benessere comune. Le opere pubbliche, tanto necessarie per lo sviluppo anche in costanza di criticità, si devono realizzare ovunque e sempre con le modalità semplificate del ponte Morandi.  Così come le catene globali del valore dovranno essere ripensate per evitare le possibili crisi di produzione per carenza di materie prime o semilavorati a seguito di eventi pandemici. Gli stessi processi di concentrazione della distribuzione online, come testimoniano i prezzi dei gel disinfettanti, non possono essere lasciati a se stessi e richiedono regole globali. Più in generale, viene messa in discussione quella razionalità assoluta che avrebbe potuto condurre alla sostituzione dell’intelligenza umana con gli algoritmi rigidi. La brava dottoressa di Codogno ha diagnosticato il paziente 1 perché è uscita dal protocollo seguendo l’intuito. Le tecnologie rimangono importanti ma ne escono relativizzate mentre si rivaluta il fattore umano. La vocazione giacobina al pilota automatico viene sostituita dal comando diretto degli strumenti di governo. Riprendono vigore in questo contesto le parole di Chesterton: “folle non è colui che perde la ragione ma colui che perde tutto tranne la ragione”. In sintesi, potremo uscirne migliori perché più consapevoli.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Coronavirus: sostenere la ripresa economica con la deregolazione

Pubblicato su Bollettino Adapt

Il compito dei decisori pubblici non è obiettivamente semplice. Essi devono contenere la diffusione virale con adeguate misure di prevenzione e insieme evitare la recessione che potrebbe conseguire a quelle stesse misure in un contesto globale di rallentamento di tutte le economie.

Si tratta innanzitutto di favorire la continuità produttiva anche riducendo le relazioni dirette tra le persone. Ad esempio, appare opportuno contenere i pericoli di contagio nelle aree a rischio (e non solo) evitando la commistione fisica tra addetti alla produzione, necessariamente costretti alle prestazioni negli impianti, e il personale dei servizi che può lavorare a distanza. In questo caso, al di là dei profili formali, possono essere utili accordi aziendali o territoriali per sostituire l’orario con criteri di misurazione dei risultati in modo che questi ultimi corrispondano (all’incirca) a quelli in precedenza realizzati nella sede delle unità produttive. Le stesse organizzazioni di rappresentanza sono chiamate a favorire uno spirito collaborativo che conferisca alle modalità di lavoro agile una adeguata produttività.

Il sostegno alla crescita impone contemporaneamente un pacchetto di misure che fungano da volano e non da sostituzione dell’intrapresa privata. Alcuni annunci sono invero preoccupanti. Se può essere comprensibile il richiamo al primo New Deal degli anni ‘30, non altrettanto condivisibile sarebbe una manovra pubblica costruttivista, ovvero viziata dalla pretesa di orientare e sostituire molte produzioni nel nome di una superficiale strategia verde. Magari riproponendo lo Stato imprenditore o comunque azionista rilevante. La valutazione di impatto degli investimenti non può dipendere da letture ideologiche o parziali. La stessa crisi sanitaria che stiamo vivendo, che Nouriel Roubini considera ordinaria nella globalizzazione, induce a considerare ai fini della sostenibilità dello sviluppo un approccio olistico e quindi una ampia gamma di parametri. Si pensi solo ai diversi modi di considerare i prodotti monouso. Si evitino quindi frettolose pianificazioni rigide di triste memoria e si adottino nell’immediato provvedimenti di deregolazione che riducano oneri, tempi e modi di attuazione di progetti industriali e infrastrutturali. La stessa economia turistica avrà bisogno di tagli fiscali generalizzati per ripartire. Nella tempesta quasi perfetta che stiamo vivendo la libertà economica sembra essere il migliore antidoto al rattrappimento e il modo più efficace per risvegliare la vitalità diffusa.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Coronavirus: equilibrio tra esigenze prevenzionistiche e continuità della vita attiva

Bollettino ADAPT 24 febbraio 2020, n. 8

Il governo della preoccupante diffusione virale richiede un costante equilibrio tra le esigenze prevenzionistiche e quelle relative alla continuità della vita attiva di una nazione, a partire dalle produzioni e dai servizi che ineriscono alla pubblica utilità. Per definizione, in certa misura al di là del grado di valutazione del pericolo, la paralisi di una intera società esalta e non contiene il danno. Il panico induce accaparramenti di alimenti e di farmaci come intasa e perciò rende ingestibile lo stesso servizio sanitario nazionale. Questo va anzi sollecitato a garantire tutte le prestazioni territoriali (extraospedaliere), a partire da una piena disponibilità dei medici di medicina generale.

In queste ore i consigli si sprecano ma per tutti dovrebbe parlare una sola autorità’ centralizzata verso la quale far affluire tutte le informazioni e le valutazioni tecniche. E ogni tentazione formalistica, tipica di un Paese con un impianto regolatorio pesante, dovrebbe cedere il passo alla indicazione di comportamenti responsabili e sostanzialisticamente utili. Stupisce, ad esempio, chi in questo momento sottolinea il prioritario dovere del datore di lavoro di aggiornare il documento di valutazione del rischio di cui al testo unico sulla salute e sicurezza nel lavoro. Si tratta infatti di un atto nel quale si è tenuti a descrivere il rischio residuo in un contesto ordinario e non certo ad inseguire l’evoluzione continua di una situazione eccezionale. Piuttosto, valuti il datore di lavoro l’adeguamento del sistemale aziendale di emergenza e dei dispositivi di protezione individuale in relazione alle effettive caratteristiche relazionali del lavoro e del territorio. Questo è il momento di utilizzare ancor più i medici del lavoro piuttosto che i consulenti legali.

Analogamente, la situazione straordinaria fa emergere i limiti della legge sul lavoro agile dovuti alle resistenze opposte dal governo di allora alla adozione di una normativa più ampia e flessibile. Il decreto legge varato dal consiglio dei ministri lo rende fortunatamente applicabile in via automatica nelle aree considerate a rischio.

Auguriamoci comunque che nessun ispettore del lavoro voglia contestare in questa fase profili formali per prestazioni che repentinamente si spostano dal luogo ordinario di lavoro alla abitazione del lavoratore o ad altro contesto da lui prescelto in accordo con l’azienda. Anche se il governo ha opportunamente rafforzato gli strumenti di sostegno al reddito nel caso di interruzione della produzione, dobbiamo favorire per quanto possibile la continuità delle attività economiche rendendole compatibili con il necessario isolamento delle situazioni di rischio. Questa difficile esperienza deve essere insomma motivo per risvegliare tutte le migliori energie della nazione che non sono certo quelle degli azzeccagarbugli.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Sindacato unico? No, grazie!

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Dopo il segretario generale della Cgil Landini, il prof. Romano Prodi ha riproposto nei giorni scorsi in una sede confindustriale l’utilità di un sindacato unico (o unificato), giustificandola con la necessità di evitare una rincorsa rivendicativa. Contemporaneamente, il governo sembra voler procedere verso l’obiettivo di una regolazione pubblicistica del salario minimo in cifra fissa e prossima al livello dei salari mediani, della efficacia erga omnes dei contratti nazionali sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, della stessa loro rappresentatività. Si tratta di posizioni tra loro convergenti e rivolte a definire forzosamente con lo strumento legislativo, un modello neo-corporativo in base al quale alcuni corpi sociali, più rappresentativi di altri ma pur sempre espressione di minoranze rispetto al totale delle imprese e dei lavoratori, avrebbero il monopolio della regolazione contrattuale del lavoro. Anzi, secondo la proprietà transitiva, quelle relativamente più rappresentative avrebbero la forza di imporre i propri contenuti anche a quelle che con loro superano le soglie minime della rappresentanza. Il prof. Prodi ha motivato questo auspicio con ciò che accade in Germania ove da sempre esiste un sistema ordinato di relazioni collettive di lavoro e i sindacati si esprimono unitariamente. Il ragionamento potrebbe apparire coerente e interessante solo se si prescindesse non solo dalla storia politica e sindacale del Paese che ha avuto il più grande partito comunista dell’Occidente, ma soprattutto dalle grandi trasformazioni dei modi di produrre e di lavorare indotte dalla rivoluzione cognitiva. Ne’ si può dire che il mercato del lavoro italiano rappresenti il migliore dei mondi possibili, e come tale meriti di essere solo consolidato, perché abbiamo i tristi primati negativi ( nel confronto con i competitori ) dei tassi di occupazione e di partecipazione, dei salari e della produttività. D’altronde il lavoro sta progressivamente abbandonando la omologazione fordista e i divari territoriali sono drammaticamente aumentati per cui viene sempre più messa in discussione la rigida centralizzazione contrattuale che il sindacato unico “ di Stato” dovrebbe nei fatti confermare. Significativo è lo smarcamento esplicito da questa prospettiva non solo di organizzazioni minori come USB e Ugl ma soprattutto della  Cisl che da sempre rifiuta le astrazioni ideologiche ed opera in base al criterio della osservazione della persona attiva, che lavora o vuole lavorare, volendone promuovere la continua occupabilita’. Ciò conduce lo storico sindacato di Giulio Pastore, promotore in tempi lontani della contrattazione articolata, a preferire modi radicalmente nuovi di interpretare e rappresentare i bisogni delle persone nel lavoro attraverso, in primo luogo, l’affermazione del diritto alle conoscenze e competenze. Diventa così necessario il primato dei contratti sulla legge e, tra i contratti, di quelli aziendali e territoriali ove la formazione, le mansioni, il salario evolvono  in un clima partecipativo. Questi percorsi innovativi conducono la Cisl, in coerenza con la sua storia, a rifiutare l’invasione della legge nel campo della autonomia contrattuale ove le parti si riconoscono in base a regole che possono da se’, liberamente, definire. La eventuale ripresa dell’iter legislativo sulla rappresentanza diventerebbe quindi l’occasione per una sincera battaglia culturale prima ancora che politica. A contrapporsi,con schieramenti auspicabilmente trasversali, sarebbero i fautori di una società aperta che valorizzano la sussidiarietà dei corpi sociali e quelli di una società bloccata e controllata da poteri centrali pubblici o comunque istituzionalizzati. Sono in gioco le dinamiche della crescita che ha come inevitabile presupposto la libera autoregolazione dei territori e delle comunità d’impresa.

Maurizio Sacconi

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Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Il pericolo del massimo ribasso nei rapporti commerciali

pubblicato su Bollettino ADAPT

L’osservazione della realtà, criterio fondamentale per il disegno delle politiche pubbliche, dovrebbe condurre i decisori a constatare l’ulteriore accelerazione nel tempo recente del circolo vizioso che conduce al “massimo ribasso” nelle relazioni commerciali tra pubblico e privato come tra privato e privato. L’apice è stato raggiunto da quegli enti pubblici che hanno preteso nei bandi di gara prestazioni gratuite da parte di professionisti ordinistici. Ne conseguono il peggioramento della qualità dei beni e servizi prodotti  ed il deterioramento dello stesso mercato del lavoro. Ciò si pone in aperta, ma largamente accettata, contraddizione con la retorica del BES (benessere equo e sostenibile), con la diffusione dei codici CSR (corporate social responsability) nell’impresa, con la rivalutazione politica dello Stato quale garante di buoni servizi di pubblico interesse, con la pretesa difesa degli utenti e dei consumatori. Questo “ribassismo” diffuso potrebbe originare non tanto dalle pressioni competitive o dai vincoli di finanza pubblica quanto dalla incapacità, nel pubblico come nel privato, di reagire ai grandi cambiamenti rimettendo in discussione i consolidati modelli organizzativi. Basti pensare a quelle aziende socio-sanitarie che continuano a mantenere in vita ospedali marginali che offrono standard qualitativi al di sotto dei minimi definiti dallo stesso decreto ministeriale in materia e rappresentano un pericolo immanente per i malati acuti che vi vengono ricoverati. In un sistema complessivamente irrigidito ciascuno abusa del rapporto di forza favorevole con il suo  interlocutore commerciale per strozzarlo,  questi accetta condizioni capestro nella illusione di sopravvivere un minuto in più dei concorrenti, gli uni e gli altri  rinunciano alla ricerca dell’efficienza perché richiede un faticoso ( e impopolare) lavoro di scomposizione e ricomposizione dei fattori della propria organizzazione. Insomma, nel Paese della “grande bellezza”, si sta affermando la prassi del “bruttezza conveniente”. Vittima sacrificale specifica di questa assenza di prospettiva e delle economie di giornata è in particolare la manutenzione come possiamo spesso constatare. Tutto ciò si riverbera sulla qualità e sulla remunerazione di molti rapporti di lavoro in una discesa continua verso il lavoro povero. Ovviamente ci si lamenta di questo esito ma senza invocare quel cambiamento a monte che potrebbe generare il circolo virtuoso della crescita da distribuire equamente.

Maurizio Sacconi

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Popolo ed Élite: gli Amici di Marco Biagi chiedono il funzionamento dell’ascensore sociale

pubblicato su Bollettino ADAPT

È uscito in libreria il volume edito da Marsilio con cui gli Amici di Marco Biagi (già Amici di Mario Rossi) celebrano i 25 anni di attività di autoformazione. Il tema trattato dai numerosi autori è il rapporto critico tra popolo ed élite (alle quali gli autori stessi non negano di appartenere), quale si è prodotto a seguito della crescente insicurezza che molte persone avvertono per la salute, l’ambiente, il lavoro, il reddito, il risparmio, il patrimonio, la stessa incolumità fisica. Ne conseguono diffusi sentimenti di sfiducia e diffidenza nei confronti delle figure esperte che hanno ruoli apicali nella dimensione pubblica come in quella privata. Eppure il governo di società sempre più complesse necessita di competenze ed esperienze affidabili, alle quali si rivolge soprattutto una domanda non solo di amplificazione del malessere ma anche e soprattutto di decisioni efficaci e tempestive che sappiano generare sicurezza. Ma proprio nel momento in cui questa domanda si è fatta più forte, le élite si sono rivelate più ristrette per accesso, più chiuse in atteggiamenti egoisti ed autoreferenziali, più omologate in un pensiero unico addirittura globale, più separate dal senso comune del popolo. Nei momenti migliori della nostra vita repubblicana abbiamo avuto invece élite larghe, formatesi attraverso una pluralità di canali accessibili anche ai ceti meno abbienti, in concorrenza tra di loro, per lo più attente a non allontanarsi dai sentimenti diffusi nella nazione. Il libro degli Amici di Marco Biagi, ricco di analisi e indicazioni per i diversi profili della questione, concentra tuttavia la sua attenzione sul sistema educativo invocando il suo ancoraggio ai principi della tradizione, un modello plurale che corrisponda alle molte vocazioni dei nostri giovani, la effettiva libertà delle scelte educative, la doverosa collaborazione con le famiglie, il rinnovamento dei contenuti e dei metodi pedagogici a partire dalla integrazione con il lavoro. Parità delle opportunità e formazione integrale sono i cardini di un sistema che dovrebbe avvicinare le conoscenze di larghi strati della popolazione ai livelli superiori sprigionando élite plurali che accettano di essere misurate nei risultati che producono in relazione alle responsabilità affidate. La rivoluzione educativa, secondo gli autori, si realizza anche attraverso il superamento o lo svilimento del valore legale del titolo di studio, feticcio che nasconde spesso le massime incompetenze e che costituisce lo scudo dei vizi della classe docente. Si ipotizza quindi il passaggio dal titolo formale, che al più identifica un esecutore dell’epoca fordista, alla certificazione che definisce, almeno in un momento dato, il professionista che sa affrontare i cambiamenti continui nel mercato del lavoro, propri della nuova dimensione tecnologica. L’ascensore sociale va rimesso in moto, è la sintesi del libro, così che il popolo possa avvertire l’accessibilità e la mobilità delle classi dirigenti.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Cuneo fiscale: premiare i meriti senza ideologie egualitarie

pubblicato da Bollettino Adapt

Il governo ha varato il provvedimento che riduce il prelievo fiscale su alcune fasce di lavoratori dipendenti definendolo come l’anticipazione di una più ampia riforma dell’Irpef. Riforma che, peraltro, secondo le intenzioni, richiederebbe una crescita più significativa dell’economia italiana ed una redistribuzione della tassazione sui redditi che accentuerebbe la sua progressività. La correzione immediata sembra comunque destinata a non soddisfare sensibilmente ne’ i lavoratori ne’ le imprese sia per le esigue coperture di bilancio, sia per il carattere egualitario dell’intervento. Sarebbe stata più opportuna la scelta di concentrare le poche risorse su una più marcata (e più semplice) detassazione dei premi aziendali. In un Paese viziato dal persistere di insufficienti livelli di produttività del lavoro e dall’appiattimento retributivo indotto dalla invasivita’ dei contratti nazionali, si sarebbe potuta alzare la soglia del salario variabile incentivato e abbassare l’aliquota applicata. Da tempo tutte le istituzioni sovranazionali sollecitano l’Italia a collegare più strettamente gli incrementi retributivi con la maggiore efficienza aziendale. Più recentemente si è considerata anche la necessità di premiare lo sviluppo professionale del lavoratore che rappresenta un valore anche per l’impresa e per l’intera società. L’esasperata progressività del nostro modello tributario penalizza invece proprio coloro che più si impegnano e che conseguentemente meritano maggiore salario. Non a caso, soprattutto nelle piccole imprese, si sono spesso praticati i “fuori busta” per sottrarre alla aliquota marginale i premi aziendali. Si tratta ovviamente di una pratica disdicevole che determina la costituzione di risorse non contabilizzate. Ma proprio anche per questo motivo la progressività del prelievo si deve interrompere di fronte a trasferimenti dall’azienda al lavoratore che hanno una ragione virtuosa. Si aggiunga poi che negli anni più recenti la semplicissima disposizione che introdusse la detassazione del salario variabile nel 2008 è stata complicata con norme ed atti interpretativi che non danno per implicita la maggiore produttività aziendale in presenza di una erogazione aggiuntiva al lavoratore. Anzi, gli accordi collettivi devono essere tali da non scontare mai risultati positivi già prodottisi ma da produrre incrementi salariali variabilmente collegati ad esiti futuri e incerti. Questo atteggiamento “costruttivista” ha di fatto ulteriormente limitato lo scambio virtuoso tanto auspicato. È paradossale che le organizzazioni rappresentative delle imprese non abbiano segnalato con decisione queste anomalie.

Si deve considerare infine la pesantezza del prelievo sul reddito dei lavoratori autonomi nel momento in cui le oggettive difficoltà di moltissime attività indipendenti incoraggia l’evasione dell’IVA o determina la loro cessazione. Questi lavoratori sono sempre più i veri contraenti deboli nel mercato del lavoro e in quanto tali non sono certamente in grado di negoziare il netto della loro legittima remunerazione trasferendo sul committente gli oneri fiscali.

La ripresa della crescita interna passa quindi per una coraggiosa rimodulazione del nostro sistema tributario secondo criteri fondati sulla osservazione della realtà e non sulle ideologie egualitarie.

Maurizio Sacconi

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