Author Archives: Maurizio Sacconi

Blog

Il mio canto libero/ Primo maggio e 70 anni della Cisl: le nuove sfide del lavoro nella ripartenza

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Nei giorni scorsi abbiamo celebrato in successione i 70 anni della Cisl e la festa internazionale del lavoro. La cultura della organizzazione sindacale di ispirazione cristiana appare ancor più utile nel momento in cui affrontiamo una faticosa e incerta ripartenza dell’economia dopo il blocco delle attività imposto dal contagio. Dalla sua nascita, la Cisl ha coerentemente rifiutato la omologazione dei lavoratori in una indistinta classe votata al conflitto sociale, considerato quale fine ultimo della sua azione il benessere di ciascuna persona nella sua originalità, ritenuto l’impresa una comunità nella quale promuovere relazioni collaborative. La Cisl ha sempre difeso l’autonomia dei corpi sociali diffidando delle ingerenze del legislatore perché il contratto è per definizione flessibile, adattivo tra le parti, tanto quanto la legge è omologa, rigida e dipendente dai mutevoli equilibri politici. Per questa ragione si è opposta ad una regolazione legislativa del salario minimo e della rappresentatività sindacale che porterebbe le organizzazioni tutte nella dimensione pubblicistica. Sarebbe la vittoria postuma del corporativismo contro l’idea di società aperta che ha informato tutta la storia repubblicana dei corpi intermedi. Liberi e responsabili loro e gli accordi che reciprocamente stabiliscono.

Ci interroghiamo ora, con preoccupazione, sulle conseguenze occupazionali della combinazione tra rivoluzione tecnologica e recessione globale di origine pandemica. La ripresa vedrà probabilmente la morte di molte imprese marginali, la sopravvivenza in dimensione più contenuta di altre e la accelerazione diffusa dei processi di digitalizzazione con il risultato della scomparsa di molti posti di lavoro tradizionali. Sarà difficile per un sindacato partecipativo concorrere a gestire questi processi in modo che si traducano in posti di lavoro e in occupabilita delle persone. Vi sarà da un lato la propensione ideologica ad agire centralisticamente con illusori vincoli legislativi come quello collegato ai benefici della liquidità. E, dall’altro, la tentazione di molte imprese di sostituire quanto più possibile il lavoro con la tecnologia senza dialogo sociale. La stessa esperienza del lavoro da remoto potrebbe sollecitare questo convincimento.

Si accentueranno quindi i problemi della transizione ad altre professionalità per molti lavoratori e l’esigenza di politiche attive che li accompagnino efficacemente. Avevamo in Italia la buona pratica lombarda della “dote lavoro”, che consegnava al disoccupato la scelta del servizio cui rivolgersi, ma è stata fermata da una capziosa indagine europea sull’uso dei fondi relativi. Toccherebbe alle parti sociali difenderla e riproporla su scala nazionale per stimolare la competizione tra soggetti pubblici e privati in funzione del migliore accompagnamento al lavoro. Inoltre, è giunto davvero il momento di utilizzare con procedure semplificate le risorse del Fondo Sociale Europeo e dei fondi bilaterali per un piano nazionale di alfabetizzazione digitale. Soprattutto, solo un’azione sindacale moderna e duttile potrebbe conquistare le condizioni per la condivisione. Occorrono flessibilita regolatorie che, tuttavia, difficilmente governo e parlamento potranno garantire anche perché serviranno diverse nelle varie circostanze. Solo accordi aziendali e territoriali in deroga alle leggi e ai contratti nazionali potranno definire nuovi moduli di orario, rendere produttivo il lavoro a distanza, semplificare l’uso dei contratti a termine, conservare le collaborazioni senza la rigidità che le ha assimilate tutte a lavoro subordinato. La Cisl sarà certamente pronta a condividere soluzioni pragmatiche. Gli imprenditori, le loro associazioni, i consulenti del lavoro saranno disponibili anche ad accordi “separati”, ove inevitabili, o preferiranno approfittare della chiusura ideologica di altri sindacati per fare da soli? Come ha detto il vicesegretario della Cisl Luigi Sbarra, in una recente intervista, tocca soprattutto al sindacato proporre le giuste flessibilita’ se si vogliono salvare e produrre posti di lavoro.

Maurizio Sacconi

Continua a leggere
Blog

Il mio canto libero/ Buon lavoro Bonomi!

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Il presidente designato di Confindustria assumerà con la funzione una parte importante della responsabilità politica nel percorso di ricostruzione economica e sociale. Nonostante tutto, la antica confederazione degli imprenditori è ancora in grado di catalizzare settori significativi della pubblica opinione se riprende la sua autonoma capacità sindacale, ovvero di tutela e rappresentanza degli interessi dell’impresa, senza timori reverenziali verso istituzioni e sindacati. I nodi immediati sono la liquidità delle imprese, il lavoro, la burocrazia, la giustizia.

Le imprese hanno bisogno di risarcimenti a fondo perduto per un blocco imposto dalle autorità. La liquidità attraverso le garanzie pubbliche non funziona né funzionerà perché non aumenta il merito di credito e, in ogni caso, produrrebbe un indebitamento insostenibile.

Il lavoro va sostenuto attraverso l’applicazione dei protocolli di sicurezza, la tempestiva erogazione di ammortizzatori, finanziamenti rapidi di progetti formativi dai fondi bilaterali. Ma, ora più che mai, anche attraverso regole più flessibili e accordi aziendali o territoriali. La ripresa del percorso legislativo per il salario minimo e le regole sulla rappresentanza per potenziare i contratti nazionali spaccherebbe il Parlamento (centrodestra contrario) e lo stesso sindacato (Cisl fieramente ostile). Sarebbe davvero paradossale portare ora i corpi sociali nella dimensione pubblicistica.

La burocrazia si è fatta “difensiva”, ha paura di assumere responsabilità, non decide. Va tutelata con decisioni e polizze assicurative. Possiede big data ma non li usa. Un vero commissario nazionale di tutti i sistemi informativi e digitali nelle pubbliche amministrazioni dovrebbe avere la esplicita missione della loro totale interoperabilità.

Last but not least, la giustizia. Bonomi sa bene che dopo la crisi economica da lockdown e ancora in presenza di pericoli pandemici potremmo avere una nuova stagione di diffuse iniziative giudiziarie con effetti di ulteriore paralisi e insicurezza per gli operatori. Occorre “scudare”esplicitamente le responsabilità istituzionali e imprenditoriali rispetto al contagio. Ovviamente nel rispetto dei protocolli di sicurezza del lavoro. Chi avrà il coraggio di una iniziativa in questo senso, proporrà per primo ciò che molti in cuor loro sanno essere giusto e ne avrà merito.

Buon lavoro Presidente!

Maurizio Sacconi

Continua a leggere
Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Bonomi: presidente della discontinuità e sindacalista d’impresa

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Carlo Bonomi sarà il futuro presidente di Confindustria nel nome della discontinuità. Le sue prime dichiarazioni evidenziano un cambio di linea rispetto al lockdown e alla liquidità delle imprese. I suoi predecessori avevano negoziato la continuità di alcune attività  in base ai codici Ateco e lui ne ha sottolineato l’inadeguatezza a rappresentare le filiere perché espressione di un tempo della segmentazione oggi superato dalla diffusa trasversalità delle logiche produttive. Dovrà por mano alla stessa articolazione delle categorie confindustriali affidata a quei codici per antica consuetudine. Bonomi ora parla di riaperture fondate più sulla oggettiva capacità di garantire la sicurezza dal contagio che non su aprioristiche astrazioni. E chiede al governo di garantire dispositivi e test per proteggere e monitorare la popolazione attiva. 

Analogamente per la liquidità, mentre l’attuale organizzazione degli imprenditori ha dettato le linee di un sostegno alle imprese attraverso l’indebitamento bancario parzialmente garantito dallo Stato, il futuro presidente rifiuta in radice questa impostazione e sembra privilegiare la tesi di Tria e Parisi secondo i quali la caduta del valore aggiunto, causata da una paralisi imposta per ragioni di pubblica utilità, dovrebbe essere risarcita con trasferimenti pubblici a fondo perduto. 

Ancor più, dopo la stagione consociativa del “patto della fabbrica”, Bonomi ha apertamente polemizzato con i settori sindacali (e politici) portatori di pregiudizi ostili alle imprese. A che serve l’abbraccio tra confederazioni se poi quella più influente sul governo pretende l’irrigidimento delle regole come nel caso dei contratti a termine o addirittura  l’estensione della intera disciplina del lavoro subordinato a tutte le prestazioni verso terzi? Oppure si oppone alle riaperture sulla base del sospetto che i datori di lavoro non vogliano garantire sufficiente sicurezza ai lavoratori. La ricostruzione dopo la guerra fu favorita da una deregolazione di fatto ed oggi la faticosa crescita in costanza del contagio richiederebbe una flessibilita’ adattiva alle diverse situazioni affidata alla contrattazione di ogni livello.  

Il sindacalista degli imprenditori potrà dimostrare quindi il ritorno ad una genuina rappresentanza degli interessi in luogo della autoreferenzialita’ delle burocrazie centrali. 

Maurizio Sacconi

Continua a leggere
Formiche

Bonomi, ritratto di un sindacalista d’impresa (al tempo del coronavirus). Scrive Sacconi

Pubblicato su Formiche.net

Con Bonomi alla guida di Confindustria gli imprenditori sembrano avere trovato un vero sindacalista delle loro buone ragioni nel momento difficile in cui si sommano i pericoli pandemici con quelli delle culture politiche ostili al mercato. Il commento di Maurizio Sacconi, già ministro della Salute, del lavoro, delle politiche sociali e Chairman della Steering Committee di Adapt



Carlo Bonomi, confermando le previsioni, sarà il futuro presidente di Confindustria. Il suo successo è stato tuttavia così ampio da consentirgli di formare una squadra nuova ed efficiente senza i condizionamenti che sono determinati dalle vittorie su misura.

Egli ha già enunciato due ragioni fondamentali del suo impegno. In primo luogo, la riapertura in sicurezza delle attività perché lavoro e salute sono entrambe bisogni primari e insopprimibili della persona. L’Italia ha le capacità per coniugare la tutela dei lavoratori e la ripresa delle attività come stanno già facendo i nostri principali competitori. D’altronde, in questi mesi, alcune filiere hanno continuato a produrre in quanto considerate essenziali per l’interesse nazionale e i loro protocolli di sicurezza hanno dato buona prova.

Il governo e la sua task force farebbero bene a mutuare da queste esperienze concrete la regolazione speciale per l’attività produttiva al tempo del contagio. E soprattutto dovrebbero finalmente garantire la effettiva disponibilità di dispositivi di protezione individuale e di test diagnostici per monitorare tutti coloro che hanno relazionalità.

Certo, con le maggiori aperture, si porrà anche l’esigenza di correlare la rarefazione delle presenze nei mezzi pubblici di trasporto con gli orari di lavoro, ferma restando la possibilità delle prestazioni da remoto quando se ne confermi la oggettiva efficienza.

Connessa con la ripartenza è la esplicita polemica del futuro presidente verso quei settori sindacali che alimentano il pregiudizio nei confronti dell’impresa, a partire dall’accusa di una presunta insensibilità alla tutela della salute dei collaboratori. Sarebbe anzi necessaria una esplicita norma per esimere l’imprenditore da ogni responsabilità penale, civile o amministrativa quando le regole sono correttamente adottate ed efficacemente attuate. Questa favorirebbe solo un clima di attenzione sostanziale alla sicurezza in luogo dei tradizionali adempimenti formali.

Significativa infine è la richiesta che Bonomi rivolge al governo per una politica della liquidità delle imprese non affidata al loro ulteriore indebitamento. Come suggeriscono l’ex ministro Tria e l’ex direttore di Confindustria Parisi con il manifesto lanciato oggi, la soluzione potrebbe consistere nella compensazione da parte dello Stato, a fondo perduto, del minore valore aggiunto determinato dall’obbligo del blocco della produzione per ragioni di pubblica utilità. Una sorta di risarcimento come nel caso di un esproprio.

Insomma, gli imprenditori sembrano avere trovato un vero sindacalista delle loro buone ragioni nel momento difficile in cui si sommano i pericoli pandemici con quelli delle culture politiche ostili al mercato.

Continua a leggere
Blog

Il mio canto libero/ Il lockdown non può sostituire l’incapacità di fornire dispositivi e test

Pubblicato su Bollettino ADAPT

La compatibilità tra lavoro e salute, nella consapevolezza che non esiste il rischio zero, deve essere perseguita alzando diffusamente i livelli di prevenzione con l’obbligo per tutti i datori di lavoro di avvalersi dei medici competenti, anche con modalità consortili. Nel mezzogiorno la chiusura delle attività e’ paradossalmente ancor più pericolosa perché le espone alla penetrazione della criminalità organizzata che certo non manca di liquidità.

Se da un lato è stato doveroso proteggere la capacità produttiva costretta alla chiusura, dall’altro è necessario avere consapevolezza dei danni geometricamente crescenti che si producono se gli altri riaprono e noi no. Ogni giorno le nostre imprese perdono clienti a favore dei concorrenti operosi. E per molte le misure dedicate alla liquidità arriveranno troppo tardi rispetto alla soglia di sopravvivenza. Si ha la sensazione che in Italia il lockdown serva a sostituire l’incapacità di monitorare e gestire i pericoli di contagio per assenza di dispositivi e di device utili a testare e controllare. La politica deve assumere su di se’ la responsabilità di decisioni fondate su un approccio olistico ai problemi della nazione. Noi rischiamo di cumulare i tragici, elevati, indicatori di mortalità con altrettanto elevati livelli di recessione, disoccupazione e impoverimento. E con ogni probabilità, se non si modificano i processi seguiti, nemmeno nel prossimo 3 maggio saremo in grado di gestire la prevenzione del contagio in condizioni di regolata attività perché privi degli strumenti per farlo.

Per quanto riguarda i lavoratori, ciò che conta è comunque la rapida trasmissione delle risorse finanziarie dallo Stato alle Regioni e da queste, attraverso l’Inps, alle persone e alle famiglie. La società italiana era già affaticata prima del contagio ed oggi appare diffusamente priva di quegli ammortizzatori naturali, familiari o comunitari, che in passato l’avevano sostenuta nelle transizioni. Entro aprile tutti devono percepire la cassa in deroga. L’Inps è chiamata a dimostrare efficienza con la gestione di grandi flussi. Insieme, Inps e Regioni, devono rendere superflua la disponibilità bancaria alle anticipazioni (onerose). È necessario, peraltro, da un lato garantire trasferimenti adeguati alle Regioni in quanto queste possono emettere decreti di autorizzazione nei limiti di essi e, dall’altro, ottenere dalle Regioni stesse processi elementari e veloci di valutazione delle domande. A questo proposito è emblematica la polemica circa il ruolo delle organizzazioni di rappresentanza. Queste possono svolgere una insostituibile funzione di controllo sociale ma non fino al punto di essere dotate di un potere di veto. Una cosa è coinvolgerle in tavoli di monitoraggio regionale ove possano essere segnalate le situazioni che presentano criticità di vario genere. Altra cosa è pretendere il loro assenso, anche silenzioso, per una platea così vasta di richiedenti, molti dei quali non hanno mai conosciuto ne’ le associazioni datoriali ne’ i sindacati dei lavoratori.

Ritorna, ancor più in una emergenza così straordinaria, la differenza tra una funzione istituzionalizzata dei corpi sociali in quanto garantita dalla legge ed invece lo sviluppo del loro ruolo in quanto conseguenza di capacità liberamente riconosciute e apprezzate. Il potere di veto non induce mai virtù ma vizi. E’ stata saggia poi la decisione di coprire con le casse in deroga anche i lavoratori di aziende artigiane o commerciali non iscritte ai fondi bilaterali. E questo non significa sottovalutare la utilissima funzione della bilateralità che e’ stata anzi sostenuta da una nota circolare ministeriale e deve essere ora preservata da impegni di spesa insostenibili. Insomma, soldi subito e riaprire presto. Con test e mascherine!

Maurizio Sacconi

Continua a leggere
Formiche

Quale governance a sostegno del lavoro (e lavoratori). I consigli di Sacconi

Pubblicato su Formiche.net

Il governo, il Parlamento, le forze politiche tutte hanno in linea teorica condiviso la tesi di Mario Draghi secondo la quale, nella emergenza pandemica, è necessario conservare la capacità produttiva della nazione a partire dalle risorse umane. Il che significa proteggere non solo il reddito ma, quanto più, anche i rapporti di lavoro in essere attraverso lo strumento delle casse integrazioni in deroga.

L’Italia ha già sperimentato l’impiego esteso di un analogo sussidio in costanza di rapporto di lavoro durante la crisi finanziaria tra il 2008 e il 2011 utilizzando allora il Fondo Sociale Europeo con la giustificazione di contestuali programmi di formazione. Oggi, in presenza di esigenze ancor maggiori, l’Europa mette a disposizione anche un fondo esplicitamente rivolto alla politica passiva del solo sostegno al reddito anche se non può escludere un rinnovato impiego del Fondo Sociale magari in connessione con un piano nazionale di alfabetizzazione digitale.

Ciò che conta è comunque la rapida trasmissione di queste risorse dallo Stato alle Regioni e da queste, attraverso l’Inps, alle persone e alle famiglie. La società italiana era già affaticata prima del contagio ed oggi appare diffusamente priva di quegli ammortizzatori naturali, familiari o comunitari, che in passato l’avevano sostenuta nelle transizioni. Entro aprile tutti devono percepire quel salario ancorché ridotto. L’Inps è chiamata a dimostrare efficienza con la gestione di grandi flussi. Insieme, Inps e Regioni, devono rendere superflua la disponibilità bancaria alle anticipazioni (onerose). È necessario, peraltro, da un lato garantire risorse adeguate alle Regioni in quanto queste possono emettere decreti di autorizzazione nei limiti di esse e, dall’altro, ottenere dalle Regioni stesse processi elementari e veloci di valutazione delle domande.

A questo proposito è emblematica la polemica circa il ruolo delle organizzazioni di rappresentanza. Queste possono svolgere una insostituibile funzione di controllo sociale ma non fino al punto di essere dotate di un potere di veto. Nel caso del sindacato, questo potere si esercita perfino nel caso di ammissione dell’impresa ai provvedimenti per la liquidità perché deve prendere l’“impegno a gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali”. Una cosa è coinvolgere le parti in tavoli di monitoraggio regionale ove possano essere segnalate le situazioni che presentano criticità di vario genere. Altra cosa è pretendere il loro assenso, anche silenzioso, per una platea così vasta di richiedenti, molti dei quali non hanno mai conosciuto né le associazioni datoriali né i sindacati dei lavoratori.

Ritorna, ancor più in una emergenza così straordinaria, la differenza tra una funzione istituzionalizzata dei corpi sociali in quanto garantita dalla legge ed invece lo sviluppo del loro ruolo in quanto conseguenza di capacità liberamente riconosciute e apprezzate. Il potere di veto non induce mai virtù ma vizi. È stata saggia poi la decisione di coprire con le casse in deroga anche i lavoratori di aziende artigiane o commerciali non iscritte ai fondi bilaterali. E questo non significa sottovalutare la utilissima funzione della bilateralità che è stata anzi sostenuta da una nota circolare ministeriale e deve essere ora preservata da impegni di spesa insostenibili.

Insomma, questo è il tempo in cui privilegiare il risultato nei tempi compatibili con i bisogni primari delle famiglie.

Continua a leggere
Bollettino ADAPT

Il mio canto libero – Emergenza pandemica, ripresa delle attività e tutela della salute nel lavoro

Pubblicato su Bollettino ADAPT

In attesa della possibilità di una più ampia e progressiva ripresa delle attività, appare necessario predisporre un modello di regole semplici ed effettive a tutela della salute dei lavoratori, tanto nello spostamento da e per il luogo di lavoro quanto nell’ambito di esso. Un pacchetto normativo organico che, ove correttamente adottato ed efficacemente attuato, abbia anche la forza di esimere da responsabilità penale, civile e amministrativa il datore di lavoro perché ha approntato ogni mezzo idoneo a prevenire il contagio. La seconda motivazione può solo rafforzare la prima.

Nei mezzi di trasporto collettivo occorrono evidentemente normative per il numero massimo delle persone in rapporto al volume e per il distanziamento tra loro. Oltre a insistiti processi di sanificazione. Nelle aziende può innanzitutto rimanere ferma la possibilità di lavoro a distanza facendo evolvere la capacità tecnologica e organizzativa per indicare ai dipendenti gli obiettivi periodici e verificare i risultati relativi. L’attesa può inoltre essere riempita con la accelerazione del percorso di digitalizzazione e con attività di formazione finanziate dai fondi interprofessionali secondo modalità agili che devono essere autorizzate agli enti bilaterali che li gestiscono.

Nei casi in cui, soprattutto nella produzione, la presenza fisica si rende necessaria il regolatore dovrebbe stabilire rapidamente, andando oltre le poche norme emergenziali già introdotte, una disciplina speciale in parte sostitutiva e in parte integrativa del Testo Unico sulla salute e sicurezza nel lavoro. Questa dovrebbe ridimensionare con certezza gli obblighi formali, come l’aggiornamento del documento di valutazione del rischio, per concentrarsi sui profili sostanziali. Quanto meno nella prima fase sarà necessaria la rinuncia alla mensa aziendale in quanto luogo di promiscuità pericolosa.  Dovranno inoltre disporsi il distanziamento effettivo e il conseguente ridisegno del lay out aziendale, l’impiego dei dispositivi di protezione individuale, il ricorso a test periodici sull’infezione, la frequente sanificazione dei locali, l’obbligo generalizzato del medico competente attraverso la possibilità per le imprese che non vi sono già tenute di organizzarsi in consorzi per ridurre i costi e deducendoli comunque per intero.

Possiamo insomma immaginare di accompagnare gradualmente tutto il sistema produttivo ad una sorveglianza olistica sulla salute dei dipendenti, a partire dalla infezione virale in corso. E per le stesse mascherine l’Italia deve porsi gradualmente l’obiettivo di un ritorno agli obblighi della legge ordinaria per quanto riguarda le loro caratteristiche filtranti, superando le meno stringenti disposizioni quando ne fosse garantita la loro effettiva disponibilità. Potremmo imparare dalla crisi a rendere più effettiva e sostanziale la salute nel lavoro liberando i datori di lavoro dal formalismo non necessario e da responsabilità imponderabili.

Continua a leggere
Blog Formiche

Ripartire e tutelare la sicurezza dei lavoratori, si può. Sacconi spiega come

Pubblicato su Formiche.net

Possiamo immaginare di accompagnare gradualmente tutto il sistema produttivo ad una sorveglianza olistica sulla salute dei dipendenti, a partire dalla infezione virale in corso. Il commento di Maurizio Sacconi, ex ministro della Salute, del Lavoro e delle Politiche sociali e chairman della Steering Committee di Adapt

È bene cominciare a preparare i termini corretti di una più ampia e progressiva ripresa delle attività nella speranza che, grazie agli strumenti per la liquidità e per la sopravvivenza dei rapporti di lavoro, quante più imprese possano sopravvivere. Siamo ben consapevoli che da un lato le precauzioni contro il contagio dovranno essere praticate a lungo e che, dall’altro, la paralisi dell’economia non ci è consentita oltre una certa soglia temporale.

Il che ci porta a ipotizzare un modello di regole semplici ed effettive a tutela della salute dei lavoratori, tanto nello spostamento da e per il luogo di lavoro quanto nell’ambito di esso. E, si aggiunga, un set di regole che ove correttamente adottate ed efficacemente attuate abbia anche la forza di esimere da responsabilità penale, civile e amministrativa il datore di lavoro perché ha approntato ogni mezzo idoneo a prevenire il contagio.

La seconda motivazione può solo rafforzare la prima. Nei mezzi di trasporto collettivo occorrono evidentemente normative per il numero massimo delle persone in rapporto al volume e per il distanziamento tra loro. Oltre a insistiti processi di sanificazione. Nelle aziende può innanzitutto rimanere ferma la possibilità di lavoro a distanza facendo evolvere la capacità tecnologica e organizzativa per indicare ai dipendenti gli obiettivi periodici e verificare i risultati relativi.

L’attesa può inoltre essere riempita con la accelerazione del percorso di digitalizzazione e con attività di formazione finanziate dai fondi interprofessionali secondo modalità agili che devono essere autorizzate agli enti bilaterali che li gestiscono. Nei casi in cui, soprattutto nella produzione, la presenza fisica si rende necessaria il regolatore dovrebbe stabilire rapidamente, andando oltre le poche norme emergenziali già introdotte, una normativa speciale in parte sostitutiva e in parte integrativa del Testo Unico sulla salute e sicurezza nel lavoro. Questa, auspicabilmente, dovrebbe ridimensionare con certezza gli obblighi formali come l’aggiornamento del documento di valutazione del rischio per concentrarsi sui profili sostanziali come il distanziamento effettivo e il conseguente ridisegno del lay out aziendale, l’impiego dei dispositivi di protezione individuale, il ricorso a test periodici sull’infezione, l’obbligo generalizzato del medico competente attraverso la possibilità per le imprese che non vi sono già tenute di organizzarsi in consorzi per ridurre i costi e deducendoli comunque per intero.

Possiamo insomma immaginare di accompagnare gradualmente tutto il sistema produttivo ad una sorveglianza olistica sulla salute dei dipendenti, a partire dalla infezione virale in corso.

E per le stesse mascherine l’Italia deve porsi gradualmente l’obiettivo di un ritorno agli obblighi della legge ordinaria per quanto riguarda le loro caratteristiche filtranti, superando le meno stringenti disposizioni emergenziali in presenza della loro effettiva disponibilità. Abbiamo quindi l’opportunità di far evolvere la salute nel lavoro sulla base della pressione contingente per arrivare ad un approccio molto più sostanziale rispetto al tradizionale formalismo.

Continua a leggere
Blog

Il mio canto libero/ Draghi: ad ogni costo conservare capacità produttiva e rapporti di lavoro

pubblicato su Bollettino ADAPT

La proposta di Mario Draghi lascia sullo sfondo le modalità con cui garantire solidalmente la stabilità finanziaria e bancaria europea nel contesto di un forte incremento del debito pubblico ma indica con molta puntualità le finalità della maggiore spesa degli Stati. Altro che Green Deal o altre costruttivistiche politiche della domanda pubblica. Gli Stati e, con il loro sostegno, le banche devono garantire la sopravvivenza delle attività produttive (di beni come di servizi) e dei rapporti di lavoro per come sono, senza occhiute selezioni tra buoni e cattivi, senza dirigistiche valutazioni sul loro impatto ambientale o sulla qualità delle loro relazioni industriali. Primum vivere! Gli effetti economici della crisi pandemica, paragonati a quelli di un conflitto armato su larga scala, sono così pervasivi e devastanti che innanzitutto è necessario mettere l’economia reale in condizione di resistere. Senza esitazione, perché la posta in gioco è la capacità di ripartire delle economie dell’Unione nel momento in cui gli scambi e la domanda globale riprenderanno a muoversi con la possibile conseguenza di nuovi assetti geoeconomici e geopolitici. Un uomo di solida cultura liberale come Draghi arriva quindi a chiarire che non basta sostenere il reddito delle persone costrette alla inattività ma che si devono conservare i rapporti di lavoro in essere. Wathever it takes. Quindi, traducendo negli strumenti nazionali, cassa integrazione in deroga a qualunque lavoratrice o lavoratore anche delle più microscopiche attività perché la continuità delle imprese si realizza attraverso la conservazione di tutti i fattori produttivi, a partire dalle persone con le loro competenze ed esperienze. E a questo proposito l’unico indirizzo di politica pubblica potrebbero essere piani nazionali straordinari di alfabetizzazione digitale e di incremento delle professionalita’ innanzitutto concentrando in questa fase tutte le risorse dei fondi bilaterali ed erogandole con modalità semplici. La giustificazione “liberale” è nel fatto che questa crisi dipende non dalla inefficienza dell’offerta ma da un fattore straordinario ed estraneo alle logiche di mercato. E’ in fondo la stessa ragione che motivo’ il governo italiano nel 2008, in presenza di un crollo improvviso della domanda globale dovuto alla crisi finanziaria, a chiedere all’Unione di poter utilizzare il Fondo Sociale, usualmente così mirato a “buoni” progetti, per un generalizzato sostegno al reddito in costanza di rapporto di lavoro. Le casse in deroga funzionarono perché furono erogate con semplicità e in prossimità attraverso la stretta collaborazione tra direzioni regionali Inps e Regioni. Quella esperienza, invero allora criticata da qualche ambiente elitario con la conseguente rigida riforma degli ammortizzatori, può ancora oggi essere utile per raggiungere presto tutti i beneficiari.

Maurizio Sacconi

Continua a leggere
Blog Formiche

Conservare i rapporti di lavoro, whatever it takes. Sacconi legge Draghi

Pubblicato su Formiche.net

Un uomo di solida cultura liberale come Mario Draghi chiarisce nel suo editoriale al Financial Times che non basta sostenere il reddito delle persone, ma si devono conservare i rapporti di lavoro in essere. L’intervento di Maurizio Sacconi, già ministro della Salute, del lavoro, delle politiche sociali e chairman della steering committee di Adapt

L’intervento di Mario Draghi su FT è già stato variamente commentato con accenti unanimemente positivi. Se per ora la sua proposta lascia sullo sfondo le modalità con cui garantire solidalmente la stabilità finanziaria e bancaria europea nel contesto di un forte incremento del debito pubblico, molto puntuale è invece l’indicazione delle finalità della maggiore spesa degli Stati.

Altro che Green Deal o altre costruttivistiche politiche della domanda pubblica. Gli Stati e, con il loro sostegno, le banche devono garantire la sopravvivenza delle attività produttive (di beni come di servizi) e dei rapporti di lavoro per come sono, senza occhiute selezioni tra buoni e cattivi, senza dirigistiche valutazioni sul loro impatto ambientale o sulla qualità delle loro relazioni industriali. Primum vivere! Gli effetti economici della crisi pandemica, paragonati a quelli di un conflitto armato su larga scala, sono così pervasivi e devastanti che innanzitutto è necessario mettere l’economia reale in condizione di resistere. Senza esitazione, perché la posta in gioco è la capacità di ripartire delle economie dell’Unione nel momento in cui gli scambi e la domanda globale riprenderanno a muoversi con la possibile conseguenza di nuovi assetti geoeconomici e geopolitici.

Un uomo di solida cultura liberale come Draghi arriva quindi a chiarire che non basta sostenere il reddito delle persone costrette alla inattività ma che si devono conservare i rapporti di lavoro in essere. Wathever it takes. Quindi, traducendo negli strumenti nazionali, cassa integrazione in deroga a qualunque lavoratrice o lavoratore anche delle più microscopiche attività perché la continuità delle imprese si realizza attraverso la conservazione di tutti i fattori produttivi, a partire dalle persone con le loro competenze ed esperienze. E a questo proposito l’unico indirizzo di politica pubblica potrebbero essere piani nazionali straordinari di alfabetizzazione digitale e di incremento delle professionalità innanzitutto concentrando in questa fase tutte le risorse dei fondi bilaterali ed erogandole con modalità semplici.

La giustificazione “liberale” è nel fatto che questa crisi dipende non dalla inefficienza dell’offerta ma da un fattore straordinario ed estraneo alle logiche di mercato. È in fondo la stessa ragione che motivò il governo italiano nel 2008, in presenza di un crollo improvviso della domanda globale dovuto alla crisi finanziaria, a chiedere all’Unione di poter utilizzare il Fondo Sociale, usualmente così mirato a “buoni” progetti, per un generalizzato sostegno al reddito in costanza di rapporto di lavoro.

Le casse in deroga funzionarono perché furono erogate con semplicità e in prossimità attraverso la stretta collaborazione tra direzioni regionali Inps e Regioni. Quella esperienza, invero allora criticata da qualche élite, può oggi orientare analoghe modalità per raggiungere presto tutti i beneficiari. In fondo Draghi ci dice che più la recessione è grave ed estesa, più essenziale e generalizzata deve essere la risposta. Con buona pace dei dirigisti.>

Continua a leggere
1 2 3 4 96