Author Archives: Maurizio Sacconi

Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Agenzia delle entrate (e norma) scoraggia accordi aziendali

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La risposta 205/2019 dell’Agenzia delle entrate ripropone l’incertezza che accompagna la rigida disciplina della già poco diffusa detassazione dei premi di risultato. Non risulta chiaro infatti quale sia il criterio per stabilire il tempo congruo che deve intercorrere tra la sottoscrizione dell’accordo ed il momento della erogazione dei premi affinché il risultato aziendale che li legittima sia misurabile rispetto ad un risultato antecedente.

Nel caso oggetto dell’interpello, il contratto aziendale e’ stato firmato dalle parti alla fine del mese di novembre dell’anno di riferimento e quindi in prossimità del momento di misurazione dell’Ebitda per cui, secondo l’Agenzia, il beneficio fiscale non sarebbe stato “meritato” dacché il datore di lavoro poteva approssimatamente già conoscere il risultato aziendale. La norma viene interpretata quindi nel senso che vi debba essere una verificabile incertezza di partenza cui, a fine periodo, dovrà seguire un verificabile risultato quale frutto dello sforzo condiviso tra management e lavoratori.

Al di là della considerazione secondo cui le parti avrebbero avuto la certezza della misura dei parametri di efficienza definiti nell’accordo solo con l’assemblea di bilancio in primavera, rimane la assurdità di una normativa scioccamente occhiuta. Quando la detassazione “secca” al 10% fu introdotta nel 2008, questa comprendeva in modo semplice tutte le novità organizzative a partire dall’orario straordinario inclusi. Inoltre si applicava ad una dimensione di seimila euro, doppia rispetto alla soglia attuale. Si voleva allora, e si dovrebbe volere ancor più ora, collegare gli andamenti retributivi agli incrementi della produttività secondo una logica sussidiaria di fiducia nell’incontro tra le parti. Non conosciamo in particolare imprenditori portarti ad erogare maggiore salario nella dimensione aziendale (o interaziendale) “a prescindere”, ovvero senza una valutazione sui risultati d’impresa.

Oggi, considerato il differenziale relativo alla produttività del lavoro con i Paesi competitori, occorre ancor più incentivare gli aumenti retributivi erogati in prossimità ed estenderne la motivazione anche allo sviluppo della professionalità dei lavoratori. Non a caso, recentemente, il sottosegretario al lavoro Durigon ha ipotizzato la applicazione di una flat tax del 5% a tutti gli incrementi salariali. L’idea è positiva se si applica alla maggiore quota di reddito stabilità nell’impresa o in un sistema territoriale di piccole imprese e non anche a quella decisa dai contratti nazionali. Nel solo primo caso infatti si giustifica la rinuncia all’applicazione della aliquota marginale che paradossalmente punisce il maggiore impegno del lavoratore beneficiario. A ciò si aggiunga che un contratto nazionale potrebbe anche decidere un aumento “indipendente” del salario quale garanzia destinata a scattare se entro un certo periodo non si realizza un accordo locale di pari o maggiore valore economico.

L’incentivo allo scambio virtuoso in azienda o nel territorio sarebbe dato proprio dal differenziale dell’aliquota fiscale applicata. In ogni caso, se il Governo vuole favorire la evoluzione della produttività e delle competenze, la norma deve essere resa semplice e sussidiaria. Contente le parti contraenti, contenti tutti!

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Welfare aziendale e centralità della persona che lavora

pubblicato su Bollettino ADAPT

Strana contestazione quella che viene mossa nei confronti del welfare aziendale. Il fenomeno, fortunatamente in crescita anche se ancora embrionale, viene  già accusato (non dallo Stato) di eccessivo “tiraggio” fiscale in quanto le prestazioni sociali erogate dal datore di lavoro non costituiscono reddito per il lavoratore. In un Paese in cui il salario diretto è soggetto ad un pesante prelievo da parte dello Stato, delle Regioni e dei Comuni, almeno i benefit aziendali sono detassati perché concorrono al benessere del lavoratore e del suo nucleo familiare. Il ritorno di questa “spesa fiscale” è evidente anche dal punto di vista della fidelizzazione del dipendente che si sente parte di una comunità che lo tutela. La legge non pretende di stabilire quali siano i contenuti eticamente ammessi perché in modo certo e semplice comprende tutti i bisogni riconducibili ad una vita buona. Sarebbe infatti “costruttivista” ogni norma che pretendesse di definire le spese sociali separandole da una presunta dimensione “ludica” o “ricreativa”, come tale riprovevole. D’altra parte sono evidenti i più generali impatti positivi del welfare aziendale sulla finanza pubblica e sull’economia. Da un lato emergono spese frequentemente erogate “in nero” come quelle per ripetizioni scolastiche o badanti. Dall’altro, tutti questi benefici fiscali si traducono con certezza in consumi, per lo più a carattere interno. Sarebbe quindi assurda una campagna di contestazione che muovesse da una sorta di contrapposizione tra contratti nazionali, con i relativi enti bilaterali, e accordi aziendali. Magari incoraggiata da fornitori di servizi su larga scala. Al centro deve sempre essere il lavoratore che chiede di essere considerato nella integralità dei suoi bisogni e delle sue aspirazioni. Egli ha bisogno di grandi fondi (nazionali o territoriali) che siano in grado di assorbire i rischi per la protezione sanitaria e per l’assistenza (nel caso di non autosufficienza) fino alla morte. E questi fondi devono essere regolati e vigilati anche sotto il profilo della stabilità. Ma poi la persona può trovare nella tutela aziendale la possibilità di coprire ulteriormente le spese primarie per il benessere fisico proprio o dei familiari come quelle “secondarie” per lo stesso scopo o per coltivare esperienza e conoscenza. La qualità del lavoro dipende anche dalla somma di queste prestazioni.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Consulenti del lavoro e salario minimo

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La Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, aprendo l’usuale Festival della categoria, ha lanciato un grido di allarme sui possibili impatti negativi di un salario minimo ipotizzato dal disegno di legge in Parlamento a nove euro (in parte) lorde. In particolare, ha presentato una simulazione sui minimi tabellari dei contratti del commercio (7,63 per il livello 7) e dei metalmeccanici (7,64 per il livello 1). Nel primo caso il totale del costo orario che conseguirebbe al calcolo di tutti gli elementi diretti e indiretti sarebbe di 14,46 euro rispetto agli attuali 12,25 mentre quello annuo si incrementerebbe dagli attuali 24.699,59 ai futuri 29.146,33 euro . Nel secondo caso il costo orario totale passerebbe da 11,70 a 13,79 euro e quello annuo da 24.289,88 a 28.623,04 euro. In entrambi i casi si produrrebbe un incremento di quasi il 18%. Perfino una quota di dipendenti pubblici si collocherebbe al di sotto della nuova soglia. Il costo del lavoro corrispondente ai salari minimi arriverebbe, unico caso, all’80% di quello relativo ai salari mediani mentre in tutti i grandi Paesi industrializzati si colloca un po’ al sotto o un po’ al di sopra del 50%. La preoccupazione dei consulenti è che si determinino effetti di spiazzamento di alcuni lavori in quanto potrebbero spostarsi nella dimensione sommersa o essere cancellati da nuovi fenomeni di delocalizzazione. L’ultima tabella richiama anzi il vero problema italiano che consiste nei troppo bassi salari mediani perché definiti dai contratti nazionali e perciò tarati sulle aziende meno performanti. Ed è possibile la conseguenza di un ulteriore schiacciamento egualitario di tutti i salari, senza componenti premiali, che farebbe felici gli ultimi ideologizzati ma infelice una nazione senza mobilità sociale. Solo la diffusione degli accordi aziendali e territoriali potrebbe invece far crescere lo scambio tra produttività o professionalità e salari consentendo ai lavoratori di non essere esclusi dalla condivisione dei buoni risultati. Il salario minimo può essere definito per legge in modo da rappresentare una garanzia – minimale appunto – rispetto alle situazioni meno tutelate. Queste peraltro si ritrovano oggi soprattutto nelle libere professioni, anche quando il committente è lo Stato. Giornalisti, medici del lavoro, architetti, assistenti sociali e molti altri sono stati richiesti dalle Amministrazioni Pubbliche di collaborazioni del tutto o quasi gratuite. Avrebbe senso allora normare contestualmente quell’equo compenso che una pasticciata disposizione di fine legislatura non ha risolto. E avrebbe senso concentrare gli sforzi per la crescita dell’economia, del lavoro regolare e dei redditi detassando tutti gli incrementi salariali aziendali e territoriali.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Covip: più regole e nuovi compiti

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Nei giorni scorsi il presidente della Covip ha reso la relazione annuale sulla attività della commissione di vigilanza segnalando la urgenza di disposizioni interministeriali sugli investimenti delle Casse previdenziali e la necessità di ampliare i partecipanti ai fondi bilaterali di fonte contrattuale. Nel 2011 il governo, dopo avere più volte evidenziato come le Casse dei professionisti fossero sottratte alle garanzie prudenziali di  stabilità dei fondi pensione, inserì in un decreto legge l’attribuzione alla Covip del compito di vigilare sui loro investimenti finanziari e sulla composizione del patrimonio di ciascuna di esse. Nello stesso provvedimento si fece rinvio ad un decreto congiunto del Mef e del Ministero del Lavoro per una disciplina della asset allocation analoga a quella già vigente per i fondi pensione entro i sei mesi successivi. Da allora nulla è stato prodotto con una evidente asimmetria tra la gestione più regolata delle forme di previdenza complementare su base volontaria rispetto a quella degli enti dei professionisti su base obbligatoria. Bene quindi il richiamo della Commissione. Altrettanto condivisibile è la raccomandazione relativa ai modi con cui favorire le adesioni, soprattutto dei più giovani, ai fondi previdenziali. Toccherà in primo luogo alle parti sociali individuare reti di promotori analoghe a quelle che sollecitano, con buoni risultati, le adesioni ai Piani Individuali utilizzando anche le possibilità di dialogo a distanza. Una regolazione più flessibile dei benefici fiscali sarebbe peraltro utile. Lo sviluppo della sanità integrativa e la prospettiva di forme di sostegno monetario nel caso di non autosufficienza propongono nondimeno l’esigenza di modalità di vigilanza coerenti con i diversi criteri di gestione. Anche il metodo della ripartizione (sanità) e quello della capitalizzazione solidale (assistenza) richiedono infatti regole di stabilità e vigilanza invasiva perché la crisi anche di un solo operatore avrebbe effetti devastanti su un fenomeno ancora embrionale. Non possiamo infatti rinunciare all’obiettivo ambizioso di avvicinare all’universalità anche il welfare complementare allungandolo allo stesso tempo dalla culla (dei familiari) alla tomba. Esso rappresenta ormai la principale giustificazione di contratti nazionali che per tutto il resto dovrebbero rispettare il primato della contrattazione di prossimità.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Salari, produttività, sviluppo delle competenze

Bollettino ADAPT

Il governatore della Banca d’Italia, nelle sue Considerazioni Conclusive, ha opportunamente sottolineato come il declino demografico rappresenti causa fondamentale della bassa crescita italiana proponendo ai decisori pubblici di alzare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto per giovani e donne, e i livelli di produttività. Negli stessi giorni Altagamma, l’associazione che riunisce le imprese più rappresentative del Made in Italy, ha calcolato una significativa dimensione delle carenze professionali nei prossimi anni. Sia la partecipazione al mercato del lavoro, sia la produttività e competitività delle nostre imprese sono influenzate dai livelli di formazione (integrale) delle persone. Ma qui si ripropone la debolezza del nostro sistema educativo e formativo nel momento in cui il salto tecnologico consuma molta parte dei tradizionali mestieri ripetitivi e sollecita competenze ibride per accompagnare la trasformazione digitale delle imprese, elevarne la produttività, generare occupabilita’. Più che una riforma legislativa dell’istruzione servirebbe un radicale cambio di passo attraverso una profonda rivisitazione dei contenuti e dei metodi pedagogici. Tra questi ultimi si evidenzia, in particolare, la necessità di integrare apprendimento teorico e pratico attraverso il valore educativo del lavoro e la capacità formativa delle imprese. E qui torniamo all’importanza dei patti territoriali tripartiti per costruire ecosistemi formativi locali attraverso progetti di collaborazione tra imprese, scuole, università, servizi pubblici e privati per l’impiego, enti bilaterali. Così come lo sviluppo delle professionalità richiede una diffusa contrattazione aziendale e interaziendale tanto per declinarlo in percorsi efficaci di apprendimento quanto per incentivarlo attraverso la rivisitazione delle qualifiche e degli inquadramenti nonché il riconoscimento di incrementi retributivi collegati alle maggiori competenze acquisite. Sono tutte considerazioni che evidenziano i limiti del contratto nazionale che dovrebbe avere solo i residui contenuti per i quali i lavoratori e le imprese sono uguali: i principi generali (e generici), il salario minimo, le prestazioni sociali complementari, un eventuale clausola di salvaguardia per le imprese che non hanno provveduto ad incrementi retributivi. Per tutto il resto dovrebbero provvedere gli accordi di prossimità anche attraverso l’accompagnamento delle piccole imprese a contratti di filiera, di distretto o di territorio con organizzazioni sindacali non necessariamente presenti in ciascuna di esse. Un incoraggiamento allo spostamento del baricentro contrattuale potrebbe venire dalla ipotesi di una flat tax “secca” al 5% su tutti gli incrementi retributivi decisi in azienda o nel territorio. Il differenziale con la tassazione piena degli aumenti su base nazionale potrebbe accelerare gli scambi virtuosi tra salari, competenze, produttività.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Dopo il voto, una nazione al bivio

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Con la fine della concitata apnea elettorale riprendono le agende del Parlamento e del Governo. Incombe la legge di Bilancio con la faticosa coniugazione degli obiettivi di crescita e di stabilità. Saranno i nuovi equilibri europei e la composizione della Commissione a stabilire nel breve termine il grado di rigidità dei vincoli dellUnione come, nel medio periodo, la possibilità di una riforma degli  stessi Patti comuni in funzione di una maggiore attenzione allo sviluppo economico e sociale. Sul piano interno si tratta di comprendere se e in che misura maggioranza e governo riusciranno a sbottigliare i tanti fattori di ostruzione delle nostre capacità di crescita che si sono accumulati in lunghi anni. Anac e codice degli appalti non sono di questa legislatura. Le funzioni pubbliche e la società si sono tuttavia ancor più irrigidite a causa di una crescente penalizzazione dei comportamenti e di una conseguente fuga collettiva dalla responsabilità. Prevale la paura del decidere e del fare. Le regole sono complesse e la loro  applicazione è ancor più incerta. La propensione ad assumere è frenata dalla sfiducia nel futuro. La stessa promessa di ulteriori incentivi ai contratti permanenti poco vale in un clima negativo. Il nostro dualismo territoriale si è drammaticamente aggravato perché il Sud è la prima vittima di questo rattrappimento diffuso. Potremmo davvero essere ad un bivio tra ulteriori rigidità destinate a fare di noi un Paese capace solo di esportare merci, capitali, giovani e nuove flessibilita dedicate a rianimare la residua attitudine ad intraprendere. Riforme mirate della legislazione penale, maggiori certezze nei criteri di accertamento del danno erariale, più robuste correzioni del codice degli appalti, riduzioni della pressione fiscale si dovrebbero coniugare con  la devoluzione di funzioni alla società, un più deciso riconoscimento del ruolo dei territori, lo spostamento del baricentro contrattuale del lavoro, la detassazione “secca” di tutti gli incrementi retributivi dei lavoratori in prossimità’, il contenimento delle patrimoniali comunali sugli immobili, un regionalismo a geometria variabile unificante in quanto risulti premio all’efficienza e tutela dei cittadini dall’inefficienza. Su tutto deve prevalere l’idea di una nazione libera, vitale, responsabile rispetto a quella di una società sotto tutela perché fatta di potenziali corrotti, controllati in ogni loro atto minuto. Nel primo caso si devono applicare i principi costituzionali di sussidiarietà e di decentramento, nel secondo caso sono destinate ad affermarsi ulteriori forme di statalismo e  di centralismo. Gli stessi corpi sociali sono ad un bivio tra modelli centralizzati o neo-corporativi perché pubblisticamente regolati da un lato e la capacità, dall’altro, di rigenerare la rappresentanza nelle filiere produttive, nei territori, nelle aziende come soggetti liberi e trasparenti. Hic Rhodus, hic salta.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Gianni De Michelis, la scala mobile e le grandi ristrutturazioni industriali degli anni ‘80

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foto: La Presse

Gianni De Michelis si è spento a Venezia a 78 anni dopo una lunga malattia neurodegenerativa. I molti ricordi istituzionali, a partire da quello del presidente della Repubblica, ne hanno apprezzato le straordinarie capacità di analisi delle dinamiche geopolitiche e le importanti decisioni assunte quale ministro degli Esteri che consolidarono il ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo. Gianni De Michelis nasce però politicamente nelle fabbriche di Porto Marghera, è protagonista di una intensa stagione di relazioni industriali, diventa ministro delle Partecipazioni Statali prima e del Lavoro subito dopo compiendo scelte che risulteranno oggettivamente fertili per l’evoluzione dell’economia e della società. Nei primi anni ‘80 le nuove pressioni competitive e la maggiore consapevolezza circa l’impatto ambientale delle produzioni di base sollecitarono grandi ristrutturazioni e trasformazioni che investirono la grande industria pubblica e privata. Merito di De Michelis fu non solo una inusuale capacità di guida di questi processi ma anche la volontà di coinvolgimento dei lavoratori interessati. Non si limitò infatti al pur doveroso dialogo con le rappresentanze sindacali ma, quale ministro, affrontò direttamente le assemblee nelle fabbriche più difficili come l’Alfa di Pomigliano e, come dirigente di partito, organizzo’ diffuse conferenze di produzione attraverso le quali i lavoratori dei Nuclei Aziendali Socialisti elaboravano e proponevano originali contenuti di riorganizzazione industriale. Rimane poi nella memoria collettiva la fondamentale decisione di salvare l’Italia dalla terribile inflazione a due cifre dei primi anni ‘80 (i mutui casa al 20%!) attraverso il blocco delle diffuse indicizzazioni che alcuni avevano preteso nella illusione ottica di tutelare i più deboli. L’effetto contrario era una penalizzazione soprattutto dei salari minori e un impedimento alla crescita dell’economia e della occupazione. De Michelis realizzò, dopo una intensa trattativa, un accordo con le parti sociali per il controllo contemporaneo della dinamica dei prezzi amministrati, delle tariffe, dei salari. All’ultimo momento, per ragioni politiciste, Lama fu costretto dal suo partito (e suo malgrado) a ritirare l’adesione della Cgil cui segui’ la contrarietà anche della Fiat e della Olivetti. Carniti per la Cisl, Benvenuto per la Uil, Merloni per la Confindustria decisero di andare avanti e firmare. Ne segui’ una fase di grandi conflitti politici e sociali ed una iniziativa referendaria contro il provvedimento di attuazione del Patto. Nel 1985, mentre l’inflazione in Italia scendeva più che altrove, gli italiani seppero superare l’illusione del quesito referendario che chiedeva più soldi in busta paga con una netta vittoria dei NO. Per la prima volta l’Italia, tradizionalmente consociativa, prese una importante decisione in materia di lavoro contro la Cgil ed il più grande partito comunista dell’occidente. Ne venne un lungo periodo di elevati livelli di incremento della ricchezza, dell’occupazione, del benessere distribuito testimoniato da una grande patrimonializzazione mediana delle famiglie. Lo stesso peggioramento dei conti pubblici in quegli anni fu dovuto alla maturazione degli impegni di spesa assunti nel decennio precedente e al “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia che fece esplodere il costo di collocamento dei titoli di stato. De Michelis, fautore del controllo dei conti pubblici, tentò infruttuosamente nel 1984 una riforma delle pensioni sul modello della successiva legge Dini realizzata ben dodici anni dopo. Così come avvio’ una riforma dello stato sociale per fascie di reddito. I due maggiori partiti contrastarono e bloccarono l’una e l’altra. Tutto ciò vale la pena ricordare ai più giovani e agli smemorati perché l’accordo sulla scala mobile rimane una fondamentale lezione sull’arte di governo, sui necessari compromessi che questa implica ma nondimeno sulle ancor più necessarie decisioni quando il pericolo incombe ed alcuni si sottraggono alle loro responsabilità. Gli italiani capirono.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Sindacato unico o pluralismo territoriale?

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Il segretario della Cgil Landini ha riproposto nei giorni scorsi la prospettiva di un grande sindacato, frutto della unificazione della sua Confederazione con la Cisl e l’Uil. La sua iniziativa è invero incoraggiata dal processo di omologazione-istituzionalizzazione delle grandi organizzazioni che si è prodotto con la propensione alla ricentralizzazione della contrattazione e la connessa richiesta di darvi efficacia certa erga omnes attraverso la regolazione della maggiore rappresentatività. Anche il contratto dei metalmeccanici, sottoscritto dallo stesso Landini, potrebbe ora rifluire, in occasione del rinnovo, dalla innovativa impostazione sussidiaria nel solco centralistico a causa dei pochi contratti aziendali che ne sono derivati. Sarà paradossale ma così vanno le cose in assenza di una forte volontà di cambiamento che dovrebbe trovare interesse innanzitutto nella dimensione politica. L’Italia sembra vivere una generale stagione di rattrappimento. Sono vitali solo le esportazioni di giovani, merci e capitali. E il risveglio della sua “indigenous innovation”, così bene evocata dal premio Nobel Edmund Phelps, richiederebbe la mobilitazione dei territori nei quali soli si possono creare gli ecosistemi formativi per l’apprendimento permanente, le collaborazioni tra imprese, università, istituzioni per la ricerca, lo scambio virtuoso tra salari e incremento dei livelli di efficienza. Il che, a sua volta, solleciterebbe un approccio da società aperta, con corpi sociali vari, liberi, dinamici, e non di tipo neo-corporativo in cui poche organizzazioni si ossificano in rendite protette dallo Stato. Gli stessi enti bilaterali necessitano di grandi masse critiche, anche oltre le attuali categorie, per assorbire i rischi connessi alle prestazioni previdenziali, sanitarie e assistenziali ma devono operare in prossimità quando esprimono la domanda di formazione o garantiscono la salute e sicurezza. D’altra parte, il recente studio di Moretti ed altri sulla comparazione tra Italia e Germania a proposito dei modelli contrattuali, ci avverte della pericolosità di un salario nominale uguale in ogni territorio o azienda. Al nord sta per esplodere una questione salariale che potrebbe determinarsi a prescindere da ogni connessione con gli incrementi di professionalità o produttività. Al sud il grido di dolore per i crescenti livelli di esclusione sociale si rivelerà solo apparentemente assopito dai nuovi sussidi. Siamo insomma di fronte ad un bivio non nuovo: quello tra Stato e società. L’insicurezza del tempo che viviamo pone una richiesta di più Stato. La ripresa della vitalità economica conduce ad auspicare più società. Lo Stato serve, eccome. Ma il suo compito dovrebbe essere quello di “scatenare” e non sostituire la vitalità sociale. Anche a proposito delle regole sulla rappresentanza dei corpi sociali. Non sarebbe meglio allargare i compiti della Commissione di Garanzia (per i servizi di pubblica utilità) facendone una autorità garante delle buone relazioni collettive di lavoro ad ogni livello, a partire dalla informazione al “mercato” circa la rappresentatività di ogni associazione sul totale delle imprese o dei lavoratori di ogni territorio ( e nella dimensione nazionale ) così che possano liberamente, ma anche consapevolmente, tra loro dialogare e negoziare? Certo, la scelta della società aperta presuppone quella valoriale della antropologia positiva. Convinzione che, di questi tempi, è messa a dura prova.

Maurizio Sacconi

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In ricordo di Gianni De Michelis

Pubblicato su QN, Il Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione
Pubblicato su Corriere del Veneto
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Il mio canto libero/ Primo maggio 2019 tra guerra dei dazi e dumping sociale

Pubblicato su Bollettino ADAPT

In questo Primo Maggio l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e il suo Bureau celebrano il secolo di vita giacchè i primi atti costitutivi si collocano nei trattati di pace che hanno concluso la “grande guerra”. Si tratta quindi della prima Agenzia multilaterale che dopo la seconda guerra mondiale si colloca nell’alveo delle Nazioni Unite anche se il suo percorso è stato originale ( ogni Paese è rappresentato non solo dai governi ma anche dalle parti sociali ) e ben più concreto di quello di molte altre strutture dello stesso sistema. I suoi padri costituenti ritennero saggiamente di prevenire le ragioni di conflitti armati su larga scala attraverso uno sviluppo sociale quanto più equamente distribuito anche grazie a regole del lavoro diffusamente accettate ed applicate. Le sue convenzioni, ancorché asimmetricamente ratificate dai Paesi membri, hanno comunque orientato le moderne legislazioni sul lavoro. Alcune di esse sono diventate, attraverso la Dichiarazione solenne del 1998, impegno universale. Le materie regolate che costituiscono i core labour standards sono la proibizione del lavoro forzato e di quello minorile, il diritto alla libertà di associazione sindacale (dei lavoratori come degli imprenditori) e di contrattazione collettiva, la parità di trattamento salariale per uguale prestazione, la non discriminazione nei luoghi e nei rapporti di lavoro. Si ipotizza ora di estendere questo pavimento comune obbligatorio anche alle principali norme in materia di salute e sicurezza. Inevitabilmente, la funzione dell’Ilo si intreccia tuttavia con la guerra dei dazi e con la domanda di una migliore regolazione del processo di globalizzazione. Fino a ieri si trattava di mettere progressivamente in pari lo sviluppo economico con quello sociale secondo percorsi graduali già attraversati dai Paesi di più vecchia industrializzazione. Ora invece, la rivoluzione digitale in corso determina la possibilità di saltare molte fasi della trasformazione economica con una separazione più evidente ( e perciò meno accettata dai competitori ) rispetto alla evoluzione degli istituti di protezione e sicurezza sociale. Da anni si parla inutilmente di una più stretta collaborazione tra Ilo e Wto affinché le clausole sociali siano comprese negli accordi commerciali. E fino a ieri i sostenitori di questa sinergia erano tacciati di ostilità ottusa alla mondializzazione nel nome delle progressive sorti del libero mercato. Ora è vero il contrario. Chi rifiuta di assorbire tempestivamente almeno le forme più evidenti di dumping sociale favorisce chiusure, barriere e conflitti.

Maurizio Sacconi

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