Author Archives: Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Sindacato unico o pluralismo territoriale?

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Il segretario della Cgil Landini ha riproposto nei giorni scorsi la prospettiva di un grande sindacato, frutto della unificazione della sua Confederazione con la Cisl e l’Uil. La sua iniziativa è invero incoraggiata dal processo di omologazione-istituzionalizzazione delle grandi organizzazioni che si è prodotto con la propensione alla ricentralizzazione della contrattazione e la connessa richiesta di darvi efficacia certa erga omnes attraverso la regolazione della maggiore rappresentatività. Anche il contratto dei metalmeccanici, sottoscritto dallo stesso Landini, potrebbe ora rifluire, in occasione del rinnovo, dalla innovativa impostazione sussidiaria nel solco centralistico a causa dei pochi contratti aziendali che ne sono derivati. Sarà paradossale ma così vanno le cose in assenza di una forte volontà di cambiamento che dovrebbe trovare interesse innanzitutto nella dimensione politica. L’Italia sembra vivere una generale stagione di rattrappimento. Sono vitali solo le esportazioni di giovani, merci e capitali. E il risveglio della sua “indigenous innovation”, così bene evocata dal premio Nobel Edmund Phelps, richiederebbe la mobilitazione dei territori nei quali soli si possono creare gli ecosistemi formativi per l’apprendimento permanente, le collaborazioni tra imprese, università, istituzioni per la ricerca, lo scambio virtuoso tra salari e incremento dei livelli di efficienza. Il che, a sua volta, solleciterebbe un approccio da società aperta, con corpi sociali vari, liberi, dinamici, e non di tipo neo-corporativo in cui poche organizzazioni si ossificano in rendite protette dallo Stato. Gli stessi enti bilaterali necessitano di grandi masse critiche, anche oltre le attuali categorie, per assorbire i rischi connessi alle prestazioni previdenziali, sanitarie e assistenziali ma devono operare in prossimità quando esprimono la domanda di formazione o garantiscono la salute e sicurezza. D’altra parte, il recente studio di Moretti ed altri sulla comparazione tra Italia e Germania a proposito dei modelli contrattuali, ci avverte della pericolosità di un salario nominale uguale in ogni territorio o azienda. Al nord sta per esplodere una questione salariale che potrebbe determinarsi a prescindere da ogni connessione con gli incrementi di professionalità o produttività. Al sud il grido di dolore per i crescenti livelli di esclusione sociale si rivelerà solo apparentemente assopito dai nuovi sussidi. Siamo insomma di fronte ad un bivio non nuovo: quello tra Stato e società. L’insicurezza del tempo che viviamo pone una richiesta di più Stato. La ripresa della vitalità economica conduce ad auspicare più società. Lo Stato serve, eccome. Ma il suo compito dovrebbe essere quello di “scatenare” e non sostituire la vitalità sociale. Anche a proposito delle regole sulla rappresentanza dei corpi sociali. Non sarebbe meglio allargare i compiti della Commissione di Garanzia (per i servizi di pubblica utilità) facendone una autorità garante delle buone relazioni collettive di lavoro ad ogni livello, a partire dalla informazione al “mercato” circa la rappresentatività di ogni associazione sul totale delle imprese o dei lavoratori di ogni territorio ( e nella dimensione nazionale ) così che possano liberamente, ma anche consapevolmente, tra loro dialogare e negoziare? Certo, la scelta della società aperta presuppone quella valoriale della antropologia positiva. Convinzione che, di questi tempi, è messa a dura prova.

Maurizio Sacconi

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In ricordo di Gianni De Michelis

Pubblicato su QN, Il Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione
Pubblicato su Corriere del Veneto
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Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Primo maggio 2019 tra guerra dei dazi e dumping sociale

Pubblicato su Bollettino ADAPT

In questo Primo Maggio l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e il suo Bureau celebrano il secolo di vita giacchè i primi atti costitutivi si collocano nei trattati di pace che hanno concluso la “grande guerra”. Si tratta quindi della prima Agenzia multilaterale che dopo la seconda guerra mondiale si colloca nell’alveo delle Nazioni Unite anche se il suo percorso è stato originale ( ogni Paese è rappresentato non solo dai governi ma anche dalle parti sociali ) e ben più concreto di quello di molte altre strutture dello stesso sistema. I suoi padri costituenti ritennero saggiamente di prevenire le ragioni di conflitti armati su larga scala attraverso uno sviluppo sociale quanto più equamente distribuito anche grazie a regole del lavoro diffusamente accettate ed applicate. Le sue convenzioni, ancorché asimmetricamente ratificate dai Paesi membri, hanno comunque orientato le moderne legislazioni sul lavoro. Alcune di esse sono diventate, attraverso la Dichiarazione solenne del 1998, impegno universale. Le materie regolate che costituiscono i core labour standards sono la proibizione del lavoro forzato e di quello minorile, il diritto alla libertà di associazione sindacale (dei lavoratori come degli imprenditori) e di contrattazione collettiva, la parità di trattamento salariale per uguale prestazione, la non discriminazione nei luoghi e nei rapporti di lavoro. Si ipotizza ora di estendere questo pavimento comune obbligatorio anche alle principali norme in materia di salute e sicurezza. Inevitabilmente, la funzione dell’Ilo si intreccia tuttavia con la guerra dei dazi e con la domanda di una migliore regolazione del processo di globalizzazione. Fino a ieri si trattava di mettere progressivamente in pari lo sviluppo economico con quello sociale secondo percorsi graduali già attraversati dai Paesi di più vecchia industrializzazione. Ora invece, la rivoluzione digitale in corso determina la possibilità di saltare molte fasi della trasformazione economica con una separazione più evidente ( e perciò meno accettata dai competitori ) rispetto alla evoluzione degli istituti di protezione e sicurezza sociale. Da anni si parla inutilmente di una più stretta collaborazione tra Ilo e Wto affinché le clausole sociali siano comprese negli accordi commerciali. E fino a ieri i sostenitori di questa sinergia erano tacciati di ostilità ottusa alla mondializzazione nel nome delle progressive sorti del libero mercato. Ora è vero il contrario. Chi rifiuta di assorbire tempestivamente almeno le forme più evidenti di dumping sociale favorisce chiusure, barriere e conflitti.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Da Moretti una lezione per la nostra geografia dei lavori

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Enrico Moretti, l’economista italiano che osservando le trasformazioni in corso negli States ci ha consegnato una fondamentale ricerca sulla nuova geografia del lavoro, ha ora prodotto, in collaborazione con altri, una analisi comparata dei divari territoriali in Italia e in Germania. Ne emerge una minore propensione alla produzione di lavoro nel nostro Mezzogiorno rispetto alla parte orientale della Repubblica Federale, dovuta ad una contrattazione centralizzata che rende migliori i redditi proprio ove si registra una minore produttività. Al contrario, in Germania il collegamento tra salari e produttività garantito dalla contrattazione territoriale e aziendale favorisce lo sviluppo dell’occupazione. Nel nostro Sud, insomma, abbiamo meno occupati ma relativamente più remunerati in termini reali rispetto alle nostre aree più forti date le evidenti differenze relative al costo della vita e al potere d’acquisto. Siamo così il Paese che ha i salari minimi omogeneamente più elevati in termini nominali ma i redditi mediani più contenuti, la massa salariale inferiore, i divari territoriali più marcati in termini di sviluppo. Lo studio ipotizza che adottando il modello contrattuale tedesco l’occupazione crescerebbe al sud addirittura del 12,8% mentre l’effetto  sul Paese intero sarebbe di un aumento dell’occupazione del 5,7% e di una crescita dei salari del 7,4% con la riduzione del gap di reddito pro-capite tra nord e sud dal 28% all’11%. Il paradosso più evidente riguarda il fatto che proprio in questa fase si ipotizzi in Italia di consolidare gli invasivi contratti centralizzati con la conseguenza di mantenere marginale la negoziazione locale. Nello stesso rinnovo del contratto dei metalmeccanici – che si è configurato come una cornice leggera e perciò idonea a promuovere gli aumenti salariali in prossimità quale scambio con produttività e competenze – si manifesteranno spinte ad aumenti generalizzati “a prescindere” data la dimensione contenuta degli accordi locali registrati nel triennio. Hanno pesato le difficoltà di molte imprese e la loro diffusa dimensione piccola e piccolissima. Le parti sociali dovrebbero invece prestare attenzione a questa ricerca e ipotizzare un nuovo modello contrattuale capace di promuovere crescita distribuita e incremento del monte salari. Pochi contratti nazionali ad ampio spettro potrebbero sostenere fondi integrativi di sanità e assistenza per garantire a tutti gli iscritti una adeguata e sostenibile protezione sino alla tomba anche nel caso di non autosufficienza cronica. Toccherebbe invece ai contratti territoriali, con l’opzione alternativa di tipo aziendale o interaziendale, definire aumenti salariali coerenti con i diversi livelli di produttività o collegati all’introduzione delle nuove tecnologie e ai correlati percorsi formativi. Proprio la grande quantità di piccole imprese potrebbe incoraggiare il modello tedesco che ha nel land il principale livello negoziale. Chi vuole omogeneità produce solo differenze. Inique.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Meno orario a parità di salario è risposta vecchia a problemi nuovi

La riproposizione della riduzione dell’orario di lavoro a fini di incremento dell’occupazione nasce da un problema reale. Ove più ove meno, i governi europei faticano a governare l’impatto sui mercati del lavoro della rivoluzione digitale. Mentre le tecnologie cambiano i modi di produrre e di lavorare relativizzando il vincolo spazio-temporale, cresce ovunque il fenomeno dei working poors e si riducono le tutele in un contesto di caduta del monte ore lavorate, di segmentazione delle opportunità di lavoro, di confusione e alternanza tra prestazioni subordinate e autonome. Si manifesta così la tentazione (o la illusione) di costruire risposte forzando la realtà affinché rientri nei vecchi schemi. Si inseriscono in questa logica le proposte di minore orario a parità di salario e di attrazione di tutti i lavori nello standard della subordinazione. Ma è evidente come in questo modo le regole si pongano in contrasto con le dinamiche produttive concorrendo al loro rattrappimento o addirittura al loro regresso. E invece mai come ora i regolatori hanno il dovere di osservare la realtà in tutte le sue moltissime sfaccettature accompagnando lo sviluppo di tutte le potenzialità di incremento della ricchezza con nuove regole e attività pubbliche che la distribuiscano in salari, tutele e posti di lavoro. Paradossalmente (o meglio non a caso) le teorie sulla inesorabilità di un futuro con meno lavoro appartengono proprio a coloro che si stanno avvantaggiando smodatamente dalla polarizzazione delle competenze e dei redditi. Se è vero che ogni lavoro sarà caratterizzato da un maggiore contenuto cognitivo, il pericolo sarà piuttosto l’aumento delle ore “lavorate” a parità di salario per la continua necessità di incremento delle conoscenze e la tentazione della permanente connessione con le fonti informative. Per questo abbiamo quindi bisogno di tutelare i lavoratori nella dotazione continua di nuove competenze, nella disciplina delle dinamiche retributive affinché riflettano la maggiore professionalità, nelle tutele primarie come la salute e la sicurezza in modo che siano garantite a prescindere dalla qualificazione della prestazione, nell’accesso a prestazioni sociali complementari qualunque sia il percorso lavorativo. È il passaggio, se vogliamo, dalle protezioni passive di un mondo stabile e standardizzato a quelle attive di un tempo fatto di imprevedibili cambiamenti e di infinite variabili. E di fronte ai mutevoli assetti della produzione di beni come di servizi l’elemento stabile e continuo e’ la persona il cui empowerment diventa il vero parametro dello sviluppo sociale. D’altronde più che di intelligenza artificiale (delle macchine) dovremmo parlare di intelligenza aumentata (delle persone). Chi rimane con la testa nella vecchia dimensione protoindustriale punisce proprio i più deboli.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Garantire l’equo compenso di tutte le prestazioni professionali.

pubblicato su Bollettino Adapt

Ritorna opportunamente l’esigenza di una regolazione certa per l’equo compenso delle prestazioni professionali. Se ne era parlato molto nella fase finale della scorsa legislatura quando la Commissione Lavoro del Senato tentò infruttuosamente il varo di un provvedimento dedicato. Mentre, da un lato, si misero di traverso coloro che preferivano la libera contrattazione trattando il lavoro indipendente come le imprese, emerse in un decreto fiscale, dall’altro, la volontà dello stesso Governo di tutelare gli avvocati nel loro impari rapporto con committenti forti come banche e assicurazioni. Ne sorti’, sulla base di molte sollecitazioni esterne e interne al Parlamento, una norma estesa a tutte le professioni ordinistiche secondo la quale la remunerazione delle prestazioni avrebbe dovuto corrispondere quantomeno ai parametri già vigenti per l’orientamento del giudice chiamato a dirimere un contenzioso. Non fu subito chiaro se quella disposizione si applicasse solo ad alcuni committenti o alla generalità delle attività professionali regolate. Recentemente il tema si è riproposto a seguito della emanazione di bandi pubblici per l’acquisizione di servizi professionali a titolo gratuito. Contemporaneamente, fonti di governo e della maggioranza parlamentare hanno ipotizzato di regolare tutto il lavoro indipendente in base ad un salario minimo inderogabile su base oraria. Come al solito il pendolo italiano tende ad oscillare tra due estremi, quello della contrattazione libera del prezzo fino alla gratuità e quello della paga oraria vincolata. Nel primo caso vi sarebbe una contraddizione con la agevole constatazione secondo cui la maggior parte dei professionisti si configurano come contraenti deboli. Nel secondo caso si verrebbe a negare quella evoluzione di tutti i lavori, inclusi quelli subordinati, per cui vengono misurati e remunerati in base ai risultati che producono relativizzando il vincolo temporale. Si tratta quindi di riprendere le ipotesi già formulate nel recente passato per cui le prestazioni dei professionisti organizzati in ordini e collegi dovrebbero essere remunerate secondo i già citati parametri definiti dai ministeri competenti qualunque sia il committente. E gli altri professionisti non regolati dovrebbero invece ricevere compensi corrispondenti almeno agli usi rilevati dal Ministero dello Sviluppo Economico attraverso il sistema delle Camere di Commercio. Su queste basi inderogabili dovrebbe altresì essere possibile una contrattazione collettiva tra associazioni dei committenti e dei prestatori sul modello degli accordi economici collettivi sottoscritti dagli agenti di commercio. Una ormai solida dottrina la ammette in quanto la tutela di una giusta remunerazione di tutti i lavori costituisce un accettabile limite del principio costituzionale della libertà d’impresa. Come al solito, aiutano il buon senso e l’osservazione della realtà.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Produttività del lavoro e contratti erga omnes

Pubblicato su Bollettino Adapt

L’Istat ha prodotto nei giorni scorsi il settimo Rapporto sulla competitività dei settori produttivi. Le differenze più significative con i Paesi concorrenti riguardano la produttività del lavoro che, tra il 2000 e il 2016, è aumentata dello 0,4% in Italia, di oltre il 15% in Francia, Regno Unito e Spagna, del 18,3% in Germania. Si tratta di un valore medio che può essere fortemente influenzato dalle dimensioni di impresa che in Italia, come è noto, risultano più che altrove di taglia piccola e medio-piccola. Così come ogni statistica italiana va letta tenendo conto che secondo la stessa fonte l’economia sommersa è ancora il 12,4% del Pil. Ma in ogni caso l’anomalia è fin troppo evidente e, anche considerando il rapporto tra il lavoro e gli investimenti tecnologici, non può non rilevarsi l’influenza negativa delle tradizionali regole da leggi e contratti collettivi. Da anni peraltro tutti gli osservatori istituzionali invitano l’Italia a collegare i salari con indicatori di efficienza e produttività, inclusi gli incrementi delle competenze. E se è evidente che questi indicatori non sono ricavabili dalle medie nazionali di settore, solo in azienda le parti possono concretamente rilevarli concordando anche i modi con cui migliorarli. Nel caso delle piccolissime imprese possono al più essere i territori l’ambito idoneo per lo scambio negoziale purché anche in questo caso si superi la pigra riproposizione dei perimetri istituzionali per cercare le dimensioni più omogenee dei distretti e delle filiere così da fare vera contrattazione interaziendale. Perché, appunto, il tema è quello della sostituzione di accordi formali, burocratici, ripetitivi, leggeri con scambi veri, faticosi, intensi quali si possono generare solo in prossimità. Se è finito il tempo del contratto come risultato di un conflitto distributivo nazionale, quasi politico, “a spanne e a prescindere”, dovrebbe subentrare la stagione della trattativa sui modi con cui condividere le fatiche e i risultati di una crescita mai scontata. Per questa occorrono investimenti nelle tecnologie e nelle competenze che si declinano solo nel concreto delle singole circostanza d’impresa o di grappolo di imprese. Ha senso allora concentrare tutta l’attenzione sui contratti nazionali e sulla loro efficacia erga omnes come rischia di accadere con la legge sul salario minimo? Non è forse meglio invece favorire la contrattazione locale lasciandole spazio, riducendo ancor più il prelievo fiscale sulla sua quota di salario, garantendole sempre efficacia certa su tutti i lavoratori quando le decisioni sono condivise dalla maggioranza?

Questa è l’unica via per accordi “sensibili”, ovvero destinati a soddisfare davvero i bisogni e le aspettative dei lavoratori e delle imprese. E a ricostruire così la loro fiducia negli organismi di rappresentanza.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Salari minimi e mediani: soluzioni osservando la realtà

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Il tema dei salari minimi e mediani merita una attenzione sincera e perciò sottratta alla deformazione pre-elettorale. Nel nostro mercato del lavoro regredito si manifestano a questo proposito ben cinque ordini di patologie. Molti lavoratori subordinati sono ancora costretti in una dimensione sommersa soprattutto – ma non solo – nel mezzogiorno. Altri lavoratori dipendenti soggiaciono al ricatto di chi li costringe a restituire una parte del salario dichiarato. Molti lavoratori autonomi, inclusi taluni professionisti ordinistici, sono remunerati poco o nulla nel nome del libero mercato. Larghissima parte dei lavoratori subordinati non partecipano dei risultati aziendali attraverso premi variabili a causa di una contrattazione centralizzata invasiva che è stata sostenuta dall’ideologia dell’egualitarismo e dall’opportunismo datoriale. A tutto ciò dobbiamo aggiungere il fenomeno crescente dei lavoratori poveri in quanto involontari part-timers. In questo contesto non appaiono efficaci alcune soluzioni ipotizzate. La definizione di un salario minimo di legge per i soli lavoratori subordinati non coperti dalla contrattazione collettiva ( il 15% circa del totale) è quantomeno superflua perche’ la giurisprudenza ha sempre ritenuto il datore di lavoro obbligato ad applicare il contratto collettivo più prossimo . L’idea di un salario minimo europeo generalizzato confligge con le profonde differenze economiche e sociali tra Paesi come la Germania ed altri come la Romania. La applicazione a tutte le collaborazioni delle tutele proprie della subordinazione, a partire dalla paga oraria dei contratti collettivi, non corrisponde alle stesse esigenze dei prestatori autenticamente indipendenti e può far sommergere molti lavori. Meglio quindi lasciare alla legge innanzitutto la definizione di un equo compenso per i lavoratori indipendenti in base agli usi rilevabili dal sistema delle Camere di Commercio. Su questa base potrebbero prodursi poi accordi economici collettivi tra associazioni di committenti e di prestatori autonomi sul modello degli agenti di commercio. Meglio potenziare le capacità della contrattazione collettiva di ogni livello per i lavoratori subordinati anche attraverso l’ampliamento della quota di salario premiale detassata. Necessaria una maggiore capacità ispettiva e un migliore controllo sociale contro le illegalità. Indispensabile la ripresa della crescita della economia e la sua traduzione efficiente in ore lavorate (anche nel mezzogiorno) se vogliano riattivare il circolo virtuoso dei redditi e dei consumi che ha come presupposto un clima di fiducia e di vitalità.


Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Onorare Biagi accettando la sua scomodità

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Il rituale della pluralità di eventi attraverso i quali viene ricordato Marco Biagi, dopo diciassette anni, si è consolidato da un lato e continua a rinnovarsi dall’altro. La ragione di tanta vitalità postuma è rinvenibile nella originalità del metodo della sua ricerca e del merito di molte sue intuizioni. Comparatista fra moltissimi sciovinisti del diritto del lavoro, auspicava che l’Italia potesse così uscire dalle forti connotazioni ideologiche della sua vicenda politica e sociale per andare incontro ad un diritto europeo leggero quale pavimento inderogabile per duttili relazioni collettive sussidiarie, soprattutto di prossimità. Nel merito comprese per primo la fine della seconda rivoluzione industriale e con essa del lavoro omologato nelle produzioni seriali. Sono due elementi che lo rendono oggettivamente attuale e scomodo. Perché da noi il vecchio impianto ideologico del lavoro come condanna e, conseguentemente, delle tutele rigide e meramente difensive tende carsicamente a riproporsi ogniqualvolta il cambiamento suscita sentimenti di paura del futuro nella società. Per questo alcuni preferiscono ricordarlo solo per la vicenda della scorta negata, che pure avrebbe meritato una verità anche se non penalmente rilevante. Ed altri sono portati a collocarlo in una icona astrattamente metodologica così da evitare ogni confronto con la sua modernità. Eppure quanto scrisse nel Libro Bianco del 2001, e che segno’ la sua condanna a morte, è ancora lì a mettere in mora i protagonisti istituzionali e sociali delle politiche del lavoro. In particolare, se il mondo sta cambiando con progressione geometrica nel senso che si accentuano  le continue transizioni occupazionali e professionali, le tutele “bloccanti” rallentano l’evoluzione delle imprese e impoveriscono le competenze dei lavoratori. Non c’è santo che tenga. L’Italia deve imparare a fare bene ciò che ha sempre fatto male, la formazione, e reimparare a fare benissimo ciò che da tempo ha disimparato a fare, l’istruzione. Anche se significa mettere in discussione vecchi metodi e contenuti pedagogici scomodando corporazioni autoreferenziali. Onorarlo significa discutere quindi con sincerità delle sue straordinarie intuizioni anche se tuttora divisive.

Maurizio Sacconi

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Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Grandi manovre sulle leggi del lavoro

pubblicato su Bollettino ADAPT

La prospettiva del voto europeo ha sollecitato una serie di iniziative di Governo e Parlamento a correzione delle vigenti leggi sul lavoro. In questo modo non solo non sono accolte le richieste di una moratoria legislativa in favore della più duttile fonte contrattuale ma si starebbe per produrre una riregolazione torrenziale. Il Consiglio dei Ministri ha approvato nei giorni scorsi “in copertina”  dieci disegni di legge delega che con il nobile obiettivo della semplificazione “quantitativa” abiliterebbero il governo a riscrivere le vigenti discipline in quasi tutte le materie, incluso il lavoro, attraverso codici o testi unici innovativi. Toccherà al Presidente della Repubblica vigilare sui principi e criteri di delega affinché siano tutelate le prerogative del Parlamento rispetto alla possibile consegna di poteri “in bianco” al Governo.

Presso la Commissione Lavoro del Senato sono stati poi incardinati i disegni di legge in materia di”salario minimo” che allo stato sembrano orientati più a tutelare i settori non coperti da contratti collettivi con minimi superiori a quelli da questi stabiliti che non a recepire la disciplina vigente negli altri Paesi europei ove si prevede un pavimento retributivo inderogabile per tutti, collocato tra il quaranta e il sessanta per cento del salario di fatto.

Il Sole 24 Ore ha infine rivelato i principali contenuti di un emendamento che verrà presentato al “decretone” ora all’esame della Camera con lo scopo di tutelare i riders ma destinato ad investire più generalmente il cuore del vecchio diritto del lavoro, ovvero il confine tra autonomia e subordinazione. Si stabilirebbe con esso che ogni collaborazione, qualunque sia la disciplina fiscale applicata, in quanto si realizza con prestazioni di lavoro genericamente organizzate dal committente, dovrà essere soggetta alle disposizioni del rapporto di lavoro subordinato. Tutte le prestazioni autonome sarebbero infatti riconducili alla nuova definizione sia per l’allargamento del campo di applicazione rispetto all’art.2 del dlgs 81/15, sia per il genericissimo inquadramento di esse nella organizzazione del committente. Requisito, questo ultimo,  che si rinviene in ogni attività lavorativa per terzi, anche in quella realizzata con le modalità più genuinamente decise dal solo collaboratore. Nel testo vigente sono infatti le modalità esecutive a dover essere “organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro” perché si applichino le regole della subordinazione. Con la nuova formula  non si metterebbe formalmente in discussione la qualificazione della prestazione, che rimarrebbe autonoma, ma la si negherebbe attraverso le norme applicate. Ora da tempo è evidente la necessità di maggiori tutele per i lavoratori indipendenti, a partire dall’equo compenso delle singole prestazioni attraverso norme di legge ed accordi collettivi.  La soluzione di attrarli tutti, con la sola eccezione degli “ordinistici”e di poche altre categorie, nella dimensione della subordinazione avrà il prevalente effetto di ridurre l’occupazione e di incoraggiare il lavoro sommerso. È bene quindi che governo e parlamento, prima di adottare una norma generalizzata di questo tipo, riflettano sulla vasta gamma delle possibili collaborazioni per individuare tutele appropriate che non neghino il lavoro genuinamente indipendente ma siano coerenti con esso. Non tutte le prestazioni sono infatti riconducibili ad una paga oraria nel momento in cui lo stesso lavoro subordinato si può realizzare sempre più per obiettivi e remunerare, almeno in parte, in base ai risultati. Così come le disposizioni sulla salute e sicurezza meritano adattamenti ai casi in cui non è presente il vincolo spazio-temporale tanto nella subordinazione quanto nella autonomia.

Sarebbe bene quindi tornare a riflettere sulla intuizione di Marco Biagi a proposito di uno Statuto di tutti i lavori, tanto dipendenti quanto indipendenti, per rimodulare le tutele secondo un continuum che vada oltre la rigida separazione tra autonomia e subordinazione. Si tratta di guardare avanti al lavoro che cambia e non di tornare indietro ad un mercato del lavoro rigidamente segmentato.

Maurizio Sacconi

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