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Contratti di lavoro, dalla omologazione alla premialità. La proposta di Sacconi

pubblicato su Formiche.net

Rinnovo dei contratti di lavoro? Transitare dalla negoziazione burocratica e ideologica dei (pochi) aumenti uguali per tutti ai (molti) incrementi funzionali a premiare la maggiore efficienza e competenza del lavoro può essere una soluzione. La proposta di Maurizio Sacconi, già ministro della Salute, del Lavoro, delle Politiche sociali


L’incontro tra Confindustria e sindacati non ha per ora chiarito la funzione dei contratti collettivi nazionali. La stessa vicenda del contratto degli alimentaristi, sottoscritto dalle sole associazioni rappresentative delle imprese maggiori, ha evidenziato la difficoltà di omologare l’intero comparto rappresentato da Federalimentare nel momento in cui la crisi dovuta al contagio ha prodotto profonde differenze nella capacità di reazione del settore.
Già qualcuno si interroga se sarà possibile evitare che l’accordo siglato diventi il necessario riferimento per tutte le aziende. Se, come ha invocato il vicepresidente di Confindustria Stirpe, fosse stata approvata una legge sulla rappresentanza, questa avrebbe irrigidito la contrattazione costringendo tutte le imprese all’unico perimetro di applicazione. Al contrario, il bravo giuslavorista Pietro Ichino ha ricordato che la Costituzione, sottolineando la libertà contrattuale, ha riservato alle sole parti sociali e non alla legge la duttile definizione degli ambiti di riferimento degli accordi collettivi.
Il mondo della produzione è sempre più diversificato e mal tollera scambi tra remunerazione e orario uguali per grandi platee. I temi della produttività e della professionalità, come rilevati dal presidente Bonomi, sollecitano intese di prossimità in modo che i salari riflettano i relativi incrementi nella dimensione aziendale o interaziendale. I sindacati oppongono a questa considerazione le molte aziende minori nelle quali non si sottoscrivono accordi virtuosi in questo senso. Diventa quindi necessaria la ricerca di soluzioni che i contratti nazionali potrebbero individuare attraverso clausole di salvaguardia per aumenti salariali destinati a scattare solo dopo che sia inutilmente decorso un certo tempo a disposizione delle imprese.
Un differenziale fiscale tra erogazioni determinate da questi accordi e quelle prodotte nelle singole imprese, incentiverebbe la virtuosa contrattazione decentrata. Nel primo caso tassazione piena, nel secondo aliquota “secca” al dieci per cento. In questo modo si genererebbe un incentivo agli accordi di prossimità. Bisognerebbe pertanto fermare l’ipotesi della detassazione degli aumenti definiti dai contratti nazionali perché utile solo ad incoraggiare la pigrizia contrattuale dei sindacati e delle singole imprese. Può sembrare un gioco esoterico ma in realtà si tratta di transitare dalla negoziazione burocratica e ideologica dei (pochi) aumenti uguali per tutti ai (molti) incrementi funzionali a premiare la maggiore efficienza e competenza del lavoro.

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Smart working, fine del lavoro o inizio dell’intelligenza aumentata? Risponde Sacconi

Pubblicato su formiche.net

Lo smart working è un modo non per accompagnare la società verso la fine del lavoro ma per aumentare l’intelligenza del lavoro nella concorrenza con le nuove macchine. Il commento di Maurizio Sacconi, già ministro della Salute, del Lavoro e delle politiche sociali

La discussione in corso sullo smart working investe il futuro del lavoro. Abbiamo impropriamente ricondotto alla modalità descritta dalla legge sul lavoro agile l’esperienza indotta dalla crisi pandemica. Come ben sappiamo, datori di lavoro pubblici e privati hanno per lo più chiesto al lavoratore prestazioni tradizionali dal domicilio coatto. Si è così prodotto una sorta di telelavoro dalla postazione domestica secondo una moderata relativizzazione dell’orario. Solo una minoranza di prestatori, già in precedenza dotati di autonomia responsabile, hanno accentuato questa caratteristica lavorando senza orario e senza disconnessione.
Il lavoro agile o “intelligente” dovrebbe invece, secondo la stessa legge che lo ha regolato, caratterizzarsi per il passaggio dall’orario al risultato quale misura della prestazione. Questo significa collocare il lavoro in nuovi modelli organizzativi di impresa che qualcuno è arrivato a definire “olocratici”, ovvero non più gerarchici ma orizzontali e a potere distribuito. In questi contesti non sarebbe quindi immaginabile una relazionalità tutta e solo virtuale. Il superamento del vincolo dell’orario elimina concetti come i permessi o lo straordinario ma non esclude, anzi implica, la presenza nella sede direzionale secondo esigenze flessibili o periodiche.
La confusione crescente tra subordinazione e autonomia dovrebbe dare luogo non alla rigida omologazione della seconda alla prima ma alla individuazione di una base comune di diritti e doveri, a partire da una disciplina della salute e sicurezza coerente con la possibilità per il prestatore di scegliere frequentemente il luogo di lavoro. Il che non significa meno regole ma, al contrario, un rafforzamento della regolazione prevenzionistica a tutela della persona nella sua integralità.
La migliore conciliazione tra tempo di lavoro e tempo di famiglia è un gradito effetto collaterale ma non può dare luogo a rigidi obblighi, soprattutto quando i contesti produttivi non si sono ancora trasformati o potuti trasformare.
Leggi e contratti dovrebbero accompagnare un progetto condiviso tra le parti sociali senza forzature o letture ideologizzate. Lo smart working è un modo non per accompagnare la società verso la fine del lavoro ma per aumentare l’intelligenza del lavoro nella concorrenza con le nuove macchine.

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Perché sul lavoro Bonomi è stato coraggioso. Lo spiega Maurizio Sacconi

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C’è tanto nelle nove pagine che il presidente di Confindustria ha voluto distribuire a tutte le imprese associate chiedendone la mobilitazione come la si chiede a un caldo movimento di persone fisiche più che a una fredda organizzazione di persone giuridiche. Di questi tempi non è poco. Il commento di Maurizio Sacconi, già ministro della Salute, del Lavoro e delle politiche sociali



E bravo Bonomi! Ha ricevuto pressioni per essere più accomodante e per tutta risposta ha alzato il livello del contenzioso con il governo. Da sindacalista degli imprenditori, non da politicante. Lo ha fatto su uno spettro ampio di temi ma con particolare attenzione alla materia da sempre più scomoda in Italia. Il lavoro. Scomoda quando se ne vogliono mettere in discussione gli assetti costituiti. Non ha chiesto solo la fine del divieto di licenziare ma si è preoccupato della efficacia degli strumenti di sostegno al reddito in funzione del ricollocamento dei disoccupati. C’è perfino piccola pignoleria nelle sue proposte come la separazione dei compiti tra i ministeri del Lavoro e delle Attività produttive, che già nei fatti si è prodotta, a proposito delle crisi aziendali.
Così come torna la illuministica idea ricorrente della razionalizzazione degli ammortizzatori sociali, sempre smentita dalle stesse imprese, una volta avviata, perché la realtà non si stanca mai di presentarsi più complessa di ogni semplificazione. Ha ragione tuttavia Bonomi di chiedere chiarezza (e riduzione) sugli oneri a carico delle imprese che dovrebbero essere più correttamente corrispondenti alle prestazioni assicurative ordinarie, lasciando alla fiscalità generale la copertura di ogni spesa indotta da cause esogene. Ma la scelta più coraggiosa riguarda la richiesta di mettere in discussione lo scambio tra remunerazione e orario e in questo modo tanto la funzione del contratto nazionale quanto le ipotesi di riduzione dell’orario a parità di salario. Bonomi va oltre la novecentesca armatura delle relazioni di lavoro, guarda a modi di produrre sempre più intelligenti e flessibili, vuole promuovere la professionalità nei dipendenti come in coloro che sono costretti a transitare ad un altro lavoro, cerca la maggiore produttività delle imprese di fronte ai dati sconfortanti di casa nostra.
Questo non significa cancellare i contratti nazionali. Magari concentrarli e dedicarli a tutto ciò che fa i lavoratori uguali come alcuni fondamentali diritti-doveri o come l’accesso a tutele sociali di tipo complementare. Ma lo scambio che sostiene il salario non può che realizzarsi in prossimità. Lì ove si possono concordare piattaforme per misurare le prestazioni lavorative e i loro risultati anche al di fuori del perimetro aziendale. O sempre lì ove, periodicamente e a seguito di percorsi formativi, si possono certificare le competenze. E ancora lì ove la produttività si può misurare non come media statistica. C’è tanto nelle nove pagine che Bonomi ha voluto distribuire a tutte le imprese associate chiedendone la mobilitazione come la si chiede ad un caldo movimento di persone fisiche più che a una fredda organizzazione di persone giuridiche. Di questi tempi non è poco.

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Dall’appello di Bonomi al fondo Sure. Ecco cosa fare sul lavoro. Scrive Sacconi

pubblicato su formiche.net

Ha ragione il presidente Carlo Bonomi a richiedere un accordo tripartito – governo, associazioni d’impresa, sindacati dei lavoratori – per il buon funzionamento delle politiche attive di accompagnamento al lavoro. L’intervento di Maurizio Sacconi, già ministro della Salute, del Lavoro e delle politiche sociali

L’ulteriore passo avanti del fondo Sure, l’approssimarsi della fase di avvio dei progetti finanziati dal Recovery Fund, l’impiego dei fondi ordinari europei impongono decisioni efficaci per il collocamento dei giovani e dei moltissimi per i quali si è esaurita la precedente occupazione.

Appare ormai evidente che a questo punto il blocco dei licenziamenti costituisce solo una causa di rinvio (e inasprimento) del problema. Gli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato non producono la propensione ad assumere. Come se l’offerta del vino per il banchetto di nozze possa indurre la decisione del matrimonio. La incapacità di preselezionare i disoccupati di lungo periodo per ragioni di disagio sociale da quelli bisognosi “solo”di riqualificazione professionale non aiuta a distinguere la conseguente offerta di servizi.

Rimane in piedi il contenzioso con la Commissione Europea per la dote lavoro della Regione Lombardia che si è esteso ad alcune attività del programma “garanzia giovani”. E pensare che la stessa fonte (uffici diversi) aveva premiato nel 2017 lo strumento lombardo come buona pratica salvo poi, nell’anno successivo, contestarlo sistemicamente bloccandone l’utilizzo in un tempo in cui sarebbe stato ancor più necessario.

Insomma, ha ragione il presidente Carlo Bonomi a richiedere un accordo tripartito – governo, associazioni d’impresa, sindacati dei lavoratori – per il buon funzionamento delle politiche attive di accompagnamento al lavoro. Queste richiedono sempre nei decisori una umile immersione nella realtà, l’ascolto delle effettive necessità delle imprese, la rinuncia ad ogni tentazione o pregiudizio di natura ideologica. In particolare, la auspicabile conferma della opzione di consegnare al lavoratore la scelta dei servizi ai quali rivolgersi, richiede il chiarimento del governo con Bruxelles sulla temeraria iniziativa del suo servizio di auditing che ha fermato il meccanismo della dote lavoro. A poco servirebbero i fondi del Sure in assenza dello scioglimento di questo nodo.

Più in generale, Carlo Bonomi ha di nuovo battuto un colpo. Da sindacalista, non da politicante. Cisl e Uil hanno espresso prime reazioni positive ai suoi richiami. Tra dieci giorni le parti sociali si incontreranno e, se convergenti, potrebbero rivendicare ruoli sussidiari. Non sarebbe poca cosa in un tempo di forte autismo politico

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Sveglia, il lavoro è già cambiato ma… La bussola di Maurizio Sacconi

pubblicato su formiche.net

Draghi ha richiamato nei giorni scorsi la affermazione di Keynes secondo il quale in presenza di cambiamenti fattuali occorrono cambiamenti del pensiero e dell’azione. Ciò appare ancor più vero nelle politiche del lavoro. L’intervento di Maurizio Sacconi, già ministro della salute, del lavoro e delle politiche sociali

Nella obbligata coabitazione con il contagio dei prossimi mesi, le politiche per la crescita e l’occupazione dovranno muovere dalla premessa della coincidenza (non del conflitto) di interessi tra imprese e lavoro. Si tratta evidentemente di una scelta culturale che nella stessa dimensione dei corpi sociali non è di tutti. Coloro che la condividono hanno quindi il dovere di stabilire un canale di comunicazione privilegiato e, pur nel contesto di un dialogo aperto, di rappresentare un punto di riferimento saldo per i decisori istituzionali.

Sostenere le imprese, tutte le imprese, significa offrire strumenti facili senza pretese “educative” affidate ad occhiute (e imponderabili) attività di vigilanza. La riduzione del costo indiretto del lavoro, per avere efficacia nella propensione ad assumere, deve essere strutturale e generalizzata per tutte le tipologie contrattuali e tutti i territori. Come è noto, sarebbe giustificata dallo squilibrio tra molte contribuzioni e le relative prestazioni, dagli infortuni alla malattia agli stessi ammortizzatori (in condizioni di normalità).

La tassazione ridotta degli aumenti salariali dovrà essere altrettanto semplice e strutturale. La progressività si deve fermare, almeno per operai, quadri e impiegati, di fronte alla ragione virtuosa della maggiore erogazione nelle imprese e nelle aggregazioni produttive territoriali. Saranno sussidiariamente le parti a stabilire se e come misurare gli incrementi di produttività o anche solo a constatarli a posteriori procedendo con atti di redistribuzione dei risultati positivi che ne sono venuti. Ma anche straordinari, lavoro notturno e allungamento della settimana lavorativa costituiscono necessità delle imprese e disponibilità dei lavoratori che devono dare luogo a remunerazioni detassate.

La stessa formazione può accedere al finanziamento dei fondi interprofessionali o del nuovo strumento di sostegno se le modalità sono semplici, senza formalismi incoerenti con la natura stessa dell’apprendimento, con verifiche al più rivolte alla sola qualità della periodica certificazione delle conoscenze e abilità acquisite dal lavoratore.

Anche per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, accanto alla dimensione pubblica, può esservi una maggiore disponibilità di determinati ambiti d’impresa a sostenere il reddito del lavoratore nel periodo di attesa della prestazione previdenziale. Ancor più ora, è bene favorire queste scelte con istruttorie rapide e concludenti perché concorrono alla coesione sociale.

Inutile infine ribadire che le regole del lavoro devono essere semplici e certe. Avere voluto estendere alle collaborazioni tutta la regolazione del lavoro subordinato, avere reso complessa e impraticabile la strumentazione per i voucher, avere reso rigida e incerta la disciplina dei contratti a termine ha solo ridotto il numero dei potenziali occupati.

Draghi ha richiamato nei giorni scorsi la affermazione di Keynes secondo il quale in presenza di cambiamenti fattuali occorrono cambiamenti del pensiero e dell’azione. Ciò appare ancor più vero nelle politiche del lavoro.

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Perché il blocco ai licenziamenti farà del male alle imprese

pubblicato su formiche.net

Continua la contrapposizione tra soluzioni conservative e stimoli dinamici nella bassa crescita della fase successiva al lockdown. Il governo, spalleggiato da sindacati prevalentemente pigri nell’esercizio della rappresentanza, sembra propendere per l’ulteriore blocco dei licenziamenti dopo la prosecuzione forzosa dei contratti a termine scaduti. Anzi, esso sembra ora orientato ad aggiungere la detassazione degli aumenti definiti dai contratti nazionali per incentivarne la sottoscrizione.

Sarebbe invece opportuna la preliminare considerazione quale termine di riferimento delle politiche pubbliche e contrattuali la moltitudine di imprese disperatamente in bilico tra la vita e la morte con le ovvie conseguenze sui loro posti di lavoro. Queste non sono state peraltro soccorse adeguatamente attraverso contributi a fondo perduto, sostegni alla liquidità e strumenti fiscali.

La generale imposizione del divieto di licenziare avrà quindi il duplice effetto di rinviare la riorganizzazione produttiva che molte sanno di dover compiere e le azioni di riqualificazione professionale per il ricollocamento dei lavoratori in esubero. Va da sé che un logica conservativa riduce anche la possibilità di creare nuove opportunità occupazionali. Nondimeno pericolosa sarebbe la scelta di incentivare i contratti nazionali. In tutti (o quasi) i perimetri contrattuali insistono imprese per le quali un aumento generalizzato potrebbe essere letale.

La detassazione di questi incrementi soddisferebbe solo l’astratta ideologia egualitaria e le burocrazie addette a negoziare. Da tempo il Presidente Bonomi ha sottolineato la diversità delle imprese nella fase di ripresa ed assegnato al contratto nazionale compiti importanti come il rafforzamento del welfare complementare e la individuazione dei modi con cui garantire il diritto-dovere all’apprendimento continuo.

Ma non la definizione, oltre a tutto in tempi di bassa inflazione, di aumenti retributivi uguali per tutti così da essere modesti per i lavoratori e onerosi per le imprese in difficoltà. La cosa strana è comunque che, in questo contesto, le parti sociali non si incontrino per tentare di offrire al governo un loro compromesso. Se è comprensibile la rinuncia a negoziare di chi pensa di avere un accesso privilegiato ai palazzi di governo, risulta davvero ingiustificabile la pigrizia degli altri.

Mai come in questo momento servirebbe infatti la supplenza dei corpi sociali più propensi a scommettere sulle libere dinamiche d’impresa e sul dialogo di prossimità tra datori e lavoratori. Questi soggetti potrebbero chiedere una generalizzata e strutturale riduzione del costo indiretto del lavoro, nonché la detassazione semplice di tutte le erogazioni aziendali e territoriali, inclusi straordinari e lavoro notturno. Come fu vigente tra il 2008 e il 2012.

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Non c’è crescita senza coesione sociale. E viceversa. Parola di Sacconi

pubblicato su Formiche.net

A prescindere dalla conclusione del negoziato europeo, possiamo uscire dalla trappola in cui siamo entrati con un disegno complessivo nel quale la crescita delle imprese e del lavoro rimangano un obiettivo primario, quanto deve esserlo una coesione sociale pragmaticamente perseguita e pazientemente negoziata. Il commento di Maurizio Sacconi, già ministro della Salute, del Lavoro e delle Politiche Sociali

In certa misura a prescindere dalla conclusione del negoziato europeo, l’Italia ha comunque di fronte a sé un corridoio stretto nel quale conciliare le esigenze della crescita con quelle della coesione sociale. Vincoli come il divieto dei licenziamenti possono solo generare illusioni ottiche perché dobbiamo consentire alle imprese di conseguire rapidamente obiettivi di efficienza e allo stesso tempo ai disoccupati di beneficiare, altrettanto rapidamente, di efficaci azioni di ricollocamento.

Scontiamo lunghi anni di fallimento delle politiche attive del lavoro di competenza regionale anche se l’unica buona pratica che avevamo, la “dote lavoro” della Lombardia, è da tempo sottoposta a contestazione dell’auditing europeo per ragioni capziose e incomprensibili. Le stesse (generose) politiche passive sono tarate sui soli redditi più bassi o sulla (spesso apparente) inattività. Operai qualificati, impiegati, quadri e lavoratori autonomi, quando disoccupati, non hanno tutele tali da avvicinarsi al loro precedente livello di vita. Si scarica quindi ancora una volta sulla protezione previdenziale la domanda di tutela delle lavoratrici e dei lavoratori più anziani.

La sostenibilità di lungo periodo dei conti previdenziali è sempre stata, e sempre sarà, un profilo fondamentale della più generale stabilità dei conti pubblici. Per questa ragione è incomprensibile come l’Europa non abbia ancora tentato un percorso di convergenza delle regolazioni pensionistiche nazionali anche in funzione della libera circolazione dei cittadini per ragioni di lavoro. L’Italia vive il paradosso della coesistenza (pro rata temporis) delle discipline più favorevoli in Europa del passato e di quelle più sfavorevoli del presente con numerose eccezioni.

Nella trascorsa legislatura sono state assunte decisioni ben più generose e inique di “quota 100” che hanno comportato impegni di spesa per circa venti miliardi. Esodati di lungo corso, precoci, “stressati” ed altri segmenti del mercato del lavoro hanno trovato la protezione che altri non hanno avuto. Per queste ragioni l’Italia dovrà in ogni caso individuare una sua strada, aperta a tutti, di flessibilità in uscita dal mercato del lavoro osservando gli altri Paesi ed utilizzando, quando possibile, i fondi bilaterali sussidiari. Ma, soprattutto, dovrà incoraggiare il lavoro riducendone gli oneri indiretti in termini strutturali e lasciando spazio alla regolazione aziendale e territoriale.

Quanto alle politiche attive, nulla risulta più utile dell’assegno di ricollocamento che incoraggia il lavoratore ad agire e a scegliere liberamente il soggetto, pubblico o privato, che più lo può aiutare remunerandolo poi, proprio con quella dote, in base al risultato.

Possiamo insomma uscire dalla trappola in cui siamo entrati con un disegno complessivo nel quale la crescita delle imprese e del lavoro rimangano un obiettivo primario, quanto deve esserlo una coesione sociale pragmaticamente perseguita e pazientemente negoziata.

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Ascolto e non insofferenza verso i sindacalisti d’impresa. L’appello di Sacconi

Carlo Bonomi ha interrotto la lunga prassi “politicista” dei suoi predecessori riprendendo la migliore tradizione dei sindacalisti d’impresa come Merloni, Lucchini, D’Amato. La novità dovrebbe essere apprezzata… Il commento di Maurizio Sacconi, già ministro della Salute, del Lavoro, delle Politiche Sociali, pubblicato su Formiche.net

È vero. Carlo Bonomi ha interrotto la lunga prassi “politicista” dei suoi predecessori riprendendo la migliore tradizione dei sindacalisti d’impresa come Merloni, Lucchini, D’Amato.

La novità dovrebbe essere apprezzata non solo dalle imprese ma anche dalle altre organizzazioni di tutela e rappresentanza e dalle istituzioni. La sua autonomia dalle dinamiche dei partiti è fuori discussione mentre chi governa ha bisogno di sensori autentici sullo stato dell’economia nei diversi territori e nelle variegate tipologie produttive di beni come di servizi. La dimensione della crisi è così pervasiva e profonda che richiede misure davvero discontinue e fortemente innovative. Così come le relazioni industriali dovrebbero adattarsi alle diverse circostanze di impresa e di territorio senza antistoriche omologazioni.

Ogni approccio tradizionale o, peggio, meramente attento ai profili della immediata comunicazione aggiungerebbe solo sfiducia e disorientamento. Bonomi ha voluto sottolineare che, prima ancora delle buone allocazioni delle risorse, occorrono un clima di favore per l’impresa e quindi semplificazioni autentiche perché sottratte alla cultura del sospetto. La sua critica è forte perché esprime sentimenti diffusi tra coloro che disperatamente cercano di conservare produzioni e occupazione.

Con lui si sono espressi molti altri imprenditori, soprattutto di quelle aree più vitali che più sono state colpite dalla pandemia. Bisogna purtroppo constatare che le reazioni istituzionali e di una parte del sindacato sono state spesso insofferenti, stizzite, polemiche.

Confermando la tesi di Bonomi per cui vivremmo una stagione in cui la crisi indotta dal contagio si mescola con la presenza di diffusi pregiudizi verso l’impresa nelle culture politiche. Le stesse minacce ripetute a Bonometti, il presidente degli imprenditori lombardi, meritano attenzione perché si inseriscono in questo contesto e si producono nell’unico Paese che ha avuto una lunghissima fase di terrorismo ideologizzato con caratteristiche carsiche.

Come se in esso, dalla guerra civile, sia rimasto un solco nel quale possono alimentarsi i germi della violenza manifestandosi periodicamente in coincidenza con le tensioni sociali. Presto, con la inevitabile conclusione degli strumenti straordinari, avvertiremo il peso della crisi sulla occupazione. E sarà solo attraverso il dialogo con le imprese che potremo affinare le azioni utili a crescere e a fare lavoro.

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Il pericolo della grande disoccupazione e una speranza. I consigli di Sacconi

pubblicato su Formiche.net

Il lavoro deve essere misura e fine ultimo della crescita. L’affermazione non è scontata perché contraddetta dalla singolare sintonia tra movimenti neoluddisti e alcune élite espresse dalla rivoluzione tecnologica. L’esclusione di molti dal lavoro sarebbe inevitabile e meritevole solo di un reddito garantito. In Italia, Paese dai tassi di occupazione cronicamente bassi, il pericolo di una grande disoccupazione aggiuntiva è accentuato da misure emergenziali confuse e lente, da un contesto regolatorio ostile all’impresa, da un sistema educativo e formativo largamente fallimentare.

L’ipotesi di prolungare la durata di strumenti come la cassa integrazione e il divieto dei licenziamenti produrrebbe solo l’effetto di ingrossare una bolla destinata presto ad esplodere. L’impresa può affrontare la faticosa ripresa se lasciata libera di riorganizzarsi anche attraverso l’impiego delle tecnologie digitali. Il lavoro, qualunque ne sia la tipologia contrattuale, può essere incoraggiato dalla riduzione strutturale (non temporanea!) degli oneri indiretti e da accordi aziendali o territoriali che ne adattino le regole alle diverse circostanze. La detassazione degli aumenti salariali deve riguardare quelli virtuosamente decisi in prossimità e non egualitariamente (e antistoricamente) deliberati dai contratti nazionali.

La formazione si colloca per definizione nell’orario di lavoro e i meccanismi per incoraggiarla devono essere semplici e automatici senza procedimenti indagatori preventivi sulla qualità dei progetti. Sono soprattutto le organizzazioni territoriali di rappresentanza e i consulenti del lavoro i soggetti più idonei a costruire con scuole e università percorsi idonei alla prima occupazione o alla riqualificazione professionale alimentati dal riconoscimento della libertà delle scelte formative.

Se le istituzioni dell’istruzione pubblica appaiono intrappolate nei loro vizi autoreferenziali e corporativi, solo impulsi esterni dalla realtà possono rovesciare la situazione generando un circolo virtuoso. Basti pensare all’indiscutibile successo dei pochi Its. Ma le imprese possono, su base territoriale, produrre anche soluzioni interamente concorrenziali con le strutture statuali per l’istruzione secondaria (di secondo grado) e universitaria. Vere e proprie academy interaziendali, inserite nel sistema pubblico ma private.

Certo, anche iniziative sussidiarie tanto coraggiose avrebbero bisogno di un contesto istituzionale favorevole o che,quanto meno, non le ostacoli ideologicamente. D’altra parte, senza una mobilitazione di energie e di volontà dal basso, soprattutto dai territori più vitali, è difficile immaginare un cambiamento di questo stesso contesto.

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Popolo ed élite nella crisi pandemica

pubblicato sulla rivista online di ForumPA

La crisi pandemica ha nei fatti esaltato le criticità del rapporto tra il popolo e le élite, considerando queste ultime, secondo il significato neutro assunto  dall’enciclopedia Treccani, come il “mero indicatore di uno stato di fatto: occupare le posizioni sovraordinate di una struttura sociale”. Se ne era occupato il libro curato dall’associazione Amici di Marco Biagi in occasione del venticinquesimo anniversario dalla nascita, quando ancora si chiamava Amici di Mario Rossi (Popolo ed Elite, AA.VV., Editore Marsilio 2019).

Nel tempo del lockdown la fiducia nelle istituzioni e nelle figure esperte, di cui si sono avvalse, è stata elevata ma al tempo stesso obbligata. Si ha la sensazione che, esaurita la situazione emergenziale, ritorni la diffidenza che aveva caratterizzato la fase precedente. C’è già una comprensibile domanda di verità sugli errori compiuti. Dobbiamo tuttavia augurarci che non siano i tribunali il luogo idoneo per giudicare ritardi e inadeguatezze. Non saremmo in grado di sostenere una nuova stagione giudiziaria estensiva e teoremica. Si aggiunga a ciò la perdita di fiducia nei confronti di un sistema giudiziario che ha rivelato distorsioni e incapacità di autogoverno. Dobbiamo invece ricostruire e riformare con rapidità le nostre strutture politiche, economiche e sociali senza sottoporle ad imponderabili e lunghe dinamiche distruttive. L’eventuale discontinuità dovrà essere decisa solo dagli elettori, ricongiungendoli auspicabilmente alle loro rappresentanze attraverso  l’ampliamento delle opzioni consentito dal metodo proporzionale. Così come la faticosa ripresa economica potrà essere incoraggiata in primo luogo da un confronto tra le diverse visioni degli attori politici e sociali. Premessa per tentativi di sintesi costruttive che li riaccrediterebbero dopo una lunga stagione di autoreferenzialita’. La nuova Confindustria ha cominciato a farlo. Soprattutto, le società chiedono un capitalismo capace di fare occupazione esaltando nelle tecnologie il potenziale di aumento della intelligenza, più che quello di sostituzione, delle persone. Questa sarà una sfida  fondamentale per le classi dirigenti. Costruire su basi nuove il rapporto tra Stati e mercati. Con la lodevole eccezione del ponte di Genova, questa fase ha esaltato la tradizionale sfiducia nei confronti della macchina pubblica. Un terribile circolo vizioso ha incrementato la durata e la complessità dei procedimenti nel momento in cui il terziario privato ha dimostrato le straordinarie economie ed efficienze che possono essere indotte dal buon uso delle nuove tecnologie. La cultura del sospetto ha preteso che gli atti si definissero attraverso concerti e pareri obbligatori tra più amministrazioni mentre in ciascuna di queste si sono moltiplicati i percorsi per giungere alla espressione di una decisione, anche quando solo parziale. In questo contesto, i migliori se ne sono andati.

Infine, mentre il mainstream culturale ci imponeva l’attesa del disastro ambientale, non abbiamo saputo attrezzarci per l’ipotesi ben più probabile della pandemia. Gli enti esperti hanno evidenziato gravi carenze soprattutto nella dimensione globale perché sono apparsi riflettere gli squilibri geopolitici di un mondo diventato disordinatamente multipolare. La “verità” scientifica, che nella cultura occidentale è fondata sulla evidenza dei fatti, è stata ulteriormente compromessa da contraddizioni espresse dalla stessa fonte e dalla diffusione di tesi insufficientemente verificate. Toccherà agli Stati dimostrare attitudine alla collaborazione tra loro e con gli operatori per regole e investimenti utili alla salute di tutti.

In Italia, la eccessiva concentrazione della spesa sanitaria su una dispersiva ed estesa spedalità pubblica e privata, trascurando i servizi territoriali, ha caratterizzato quasi tutte le Regioni e non è riconducibile al solo fenomeno del cosidetto “sottofinanziamento” del settore. Alcuni potrebbero dire di averlo detto (e fatto) ma sono pochi. Più che accusare i molti inadempienti, sarà ora utile agire diffusamente per valorizzare l’assistenza primaria dei medici di famiglia, rivalutare i medici del lavoro e i servizi di igiene pubblica, potenziare la componente sanitaria delle residenze per anziani, sostenere la cura domiciliare. E realizzare moderni ospedali modulari, tecnologicamente avanzati, dotati di tutte le competenze.

Alla base di nuove élite accettate e rispettate rimane tuttavia il loro carattere largo e plurale, quale potrà  essere garantito da un sistema educativo rivoluzionato nei metodi e nei contenuti pedagogici e non da stabilizzazioni a prescindere dai fabbisogni educativi.

Al contrario, la frattura tra il popolo e le funzioni più responsabili nelle istituzioni, nella economia e nella società può preludere solo alla tempesta perfetta, alla implosione di una nazione.

Maurizio Sacconi

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