Author Archives: Maurizio Sacconi

Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Infortuni in ambienti confinati: norme rigorose ma talora ineffettive.

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Nei giorni scorsi l’ennesimo infortunio mortale plurimo in un ambiente confinato (silos, cisterne, pozzi e simili) ha giustamente suscitato compassione e indignazione. Due lavoratori sono deceduti  con i loro due datori di lavoro. Tutti immigrati. Come al solito, l’informazione prevalente non è stata densa di notizie oltre i fatti nudi e crudi. Sarebbe stato utile ricordare che nell’agosto 2011, su proposta del Ministro del Lavoro e a seguito di molte vere e proprie stragi ( tra le quali quelle di Ravenna, Mineo, Molfetta, Sarroch, Capua, Emo di Adria, Messina ), fu prodotto il Decreto del Presidente della Repubblica (DpR n. 177/11) che ha introdotto misure di maggior tutela della salute e sicurezza dei lavoratori operanti in luoghi di lavoro nei quali vi siano rischi di sviluppo di sostanze altamente nocive o di gas. Il provvedimento dispone che in tali contesti possano operare unicamente imprese e lavoratori in possesso di competenze professionali e addestramento adeguati al rischio delle attività da realizzare, oltre che a conoscenza delle procedure di sicurezza da applicare. In particolare, le norme prevedono (anche per il datore di lavoro), in aggiunta agli obblighi generali di formazione, specifico addestramento periodicamente aggiornato, l’obbligo di dotazione di dispositivi di protezione individuale (es.: maschere protettive, imbracature di sicurezza, etc.) e di strumentazioni-attrezzature di lavoro (es.: rilevatori di gas, respiratori, etc.) idonee a prevenire i rischi. È necessaria la presenza di personale esperto, in percentuale non inferiore al 30% della forza lavoro, con esperienza almeno triennale in “ambienti confinati”. Il preposto, che sovrintende al gruppo di lavoro, deve avere in ogni caso tale esperienza in modo che alla formazione e all’addestramento il “capo-gruppo” affianchi l’esperienza maturata in concreto. Obbligatori infine il rispetto del DURC e l’applicazione delle regole della qualificazione nei confronti di qualunque soggetto della “filiera”, incluse le eventuali imprese subappaltatici. In caso di appalto, si deve garantire che, prima dell’accesso, tutti i lavoratori e il datore di lavoro siano puntualmente e dettagliatamente informati dal committente di tutti i rischi che possono essere presenti nell’area di lavoro (compresi quelli legati ai precedenti utilizzi). E’ previsto che tale attività debba essere svolta per un periodo sufficiente e adeguato allo scopo e, comunque, non inferiore ad un giorno. Il committente deve individuare un proprio rappresentante, adeguatamente addestrato ed edotto di tutti i rischi dell’ambiente in cui debba svolgersi l’attivita dell’impresa appaltatrice e vigilare conseguentemente. Durante tutte le fasi delle lavorazioni in ambienti sospetti di inquinamento o “confinati” deve essere adottata una procedura di lavoro specificamente diretta a eliminare o ridurre al minimo i rischi.

Come si è visto le norme sono puntigliose ma evidentemente inapplicate o solo formalisticamente applicate. Il Direttore dell’Inail ha in questi giorni ipotizzato che talora si faccia una formazione inutile i cui esiti concreti dovrebbero invece essere verificati con un metodo sostanziale. E l’attenzione dovrebbe essere ancor maggiore per i lavoratori immigrati che spesso non hanno adeguato background. Essi ci ricordano il repentino passaggio negli anni ‘60 di molti connazionali dalla terra alla fabbrica senza preparazione adeguata per cui registrammo il terribile picco degli infortuni mortali. In effetti l’empowerment delle persone al lavoro, imprenditori e lavoratori, risulta sempre più necessario. Si pensi ancor più al lavoro agile o ai lavori organizzati da piattaforme digitali. Ha senso chiedere un impossibile obbligo di vigilanza del datore di lavoro/committente su ambienti non prevedibili o non è meglio operare per soluzioni effettivamente prevenzionistiche come l’addestramento in situazione di compito (non formazione d’aula) e una vera sorveglianza sanitaria che spazi dall’educazione agli stili di vita fino agli screening periodici? Ciò non significa deresponsabilizzare l’impresa ma, al contrario, sollecitarla a organizzare vera sicurezza a partire dall’investimento formativo in modo che ciascuno sia più attrezzato a tutelarsi. 

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Piattaforma metalmeccanici e propensioni centraliste

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In questi giorni le organizzazioni sindacali più rappresentative dei lavoratori metalmeccanici hanno presentato una piattaforma unitaria per il rinnovo contrattuale. Da più parti il contratto della maggiore categoria produttiva, ora prossimo a scadenza, è stato considerato particolarmente innovativo perché ha stabilito una netta separazione tra ciò che fa i lavoratori uguali (diritto alla conoscenza, welfare integrativo, recupero dell’inflazione) e ciò che li differenzia in relazione agli andamenti aziendali, allo specifico contributo ai risultati dell’impresa, allo sviluppo delle capacità personali. L’impostazione fortemente sussidiaria avrebbe dovuto quindi essere accompagnata da una diffusione della contrattazione aziendale che si è invece prodotta in misura inferiore alle attese, soprattutto nelle piccole imprese. Questo esito ha legittimato la richiesta di un robusto aumento generalizzato dei salari in un sistema produttivo fortemente differenziato al suo interno e non a caso ridimensionato per la cessazione di molte attività marginali. Nondimeno, l’insufficiente ridisegno degli inquadramenti attraverso la contrattazione di prossimità ha indotto la richiesta sindacale di nuove regole nazionali, incluse procedure di tutela del salario dei lavoratori in presenza di incrementi professionali. Insomma, anche nel settore che era parso più innovativo, si manifestano spinte al riaccentramento delle relazioni collettive di lavoro. Non a caso il segretario della Cgil ha recentemente chiesto la detassazione degli aumenti retributivi disposti dai contratti nazionali a dispetto di quel differenziale nelle aliquote che avrebbe dovuto incoraggiare le erogazioni premiali in azienda. Peccato che l’accentramento, ovviamente più semplice, mortifica quella attitudine (più faticosa ma più redditizia) a gestire il cambiamento nelle diverse circostanze di impresa, di merceologia, di territorio e a dare valore a ciascuna persona al lavoro. L’ideologia egualitarista combinata con la difesa corporativa di alcuni ruoli confederali fa trascurare le moderne tutele dei lavoratori e la competitività delle imprese. E nella stessa dimensione sociale e politica, l’insicurezza del tempo che viviamo conduce spesso alla illusione dei vecchi meccanismi generalizzati di difesa. Cassa integrazione, reddito garantito, prepensionamenti, regole rigide per licenziamenti collettivi e individuali, protezioni dal sottoinquadramento formale, aumenti salariali uguali e modesti, scala mobile, sono attrezzi che abbiamo conosciuto e utilizzato in un tempo stabile di produzioni seriali. Ora la crescita collettiva e individuale sollecitano adattivita’ tra le parti nelle diverse situazioni e impegno per innovare. Le macchine, le persone e la loro migliore interazione.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Nuovo governo e lavoro: contare occupati e unità di lavoro a fine mandato

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Il cambio radicale di governo sembra nascere con grandi apprezzamenti esterni e minori consensi interni, soprattutto al nord. Le politiche del lavoro, che costituiscono uno degli elementi più distintivi di ogni maggioranza politica, si dovranno misurare con la leale collaborazione tra Stato e Regioni, molte delle quali ora ostili. Appare quindi auspicabile una paziente intesa su tutto, su ciò che compete allo Stato e ciò che compete alle Regioni nel nome di obiettivi condivisi. La recente fotografia dell’Istat consegna ai “nuovi” decisori un mercato del lavoro in regresso rispetto alla già modesta dimensione degli occupati. Vi hanno concorso la stagnazione economica, gli effetti delle rigidità introdotte e le insufficienti politiche per lo sviluppo delle capacità delle persone. Gli annunci programmatici sembrano ancora espressione della volontà di inseguire la pur comprensibile domanda di tutele passive e l’antica illusione che la regola faccia da se’ lavoro di qualità. È certamente più facile promettere una norma, un reddito o un sussidio che un posto di lavoro. Una coalizione parlamentare che voglia percorrere l’intero arco della legislatura ha invece l’opportunità di andare oltre le immediate pulsioni difensive per misurarsi con gli oggettivi risultati di incremento dell’occupazione, tanto in termini di teste quanto di unità di lavoro (numero di posizioni lavorative ricondotte a misure standard a tempo pieno). Il modesto punto di partenza potrà  favorire il confronto con i dati riscontrabili a fine mandato. È evidente che l’esito dipenderà in parte dall’andamento dell’economia europea e internazionale ma, per altra parte, risulteranno influenti le azioni rivolte a potenziare la domanda interna, la quota italiana di partecipazione al commercio globale, la massimizzazione degli effetti occupazionali. Ad esempio, una politica che può avere effetti significativi sulla occupazione riguarda il settore delle costruzioni che in questi anni è stato penalizzato dalla paralisi del mercato immobiliare, a sua volta condizionato dalla pesante tassazione patrimoniale dei comuni, e dall’impatto del codice degli appalti sulle opere pubbliche. Così come una decisa azione sulle competenze dei giovani e degli adulti può rimuovere quella dispersione di posti di lavoro che ancora oggi è generata dal fenomeno del mismatching tra domanda e offerta di professionalità. Si riproporrà il nodo della alternanza tra scuola e lavoro recentemente ridimensionata dalle pressioni corporative e il bisogno sinora insoddisfatto di un piano nazionale di alfabetizzazione digitale dei lavoratori. Lo stesso rapporto tra leggi e contratti in materia di regolazione sarà sottoposto alla prova di fiducia nella funzione sussidiaria dei corpi sociali, soprattutto nella modalità  aziendale o territoriale. Sono sostenibili le norme rigide che indicano le preferenze del legislatore se risultano cedevoli in favore degli accordi tra le parti. L’eccessivo costo indiretto del lavoro sembra ancora suggerire azioni di contenimento delle tasse e dei contributi che gravano sugli occupati. Ma l’esperienza dovrebbe indurre a diffidare degli incentivi e a preferire tagli strutturali, a partire dalla detassazione degli incrementi retributivi decisi in azienda. Senza dimenticare il doveroso privilegio dell’apprendistato che tutti vogliono ma nessuno favorisce in termini di costo e di adempimenti formali. Un metro certo dell’azione di governo sarà il nostro Mezzogiorno ove questa coalizione sembra avere più consensi in partenza. Avrebbe senso una vera vertenza con Bruxelles per chiedere ampie zone franche da oneri burocratici e tasse ordinarie. Mentre un salario uguale in Italia (non solo minimo) per obbligo di legge farebbe contenti solo i pochi occupati ma non aiuterebbe i molti esclusi.

PS: giace in parlamento un recente ddl governativo con amplissime e indefinite deleghe a riscrivere tutto il diritto del lavoro con la buona intenzione di semplificarlo; si dice sempre così ma poi, quando si mettono le mani, prevalgono complessità che scoraggiano la propensione ad assumere; e allora, a fine mandato, non torneranno i conti.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Giorni caldi per trasporti e manovra. Marchionne non si dimentica.

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Settimana calda segnata, quanto ai temi del lavoro, dall’anniversario della morte di Marchionne, da discutibili scioperi nei settori del trasporto, dal confronto interno alla maggioranza sulla prossima manovra di bilancio.

Sergio Marchionne ebbe una visione circa il mercato globale dell’auto e la collocazione in esso del gruppo Fiat. Ma soprattutto ebbe il coraggio di prendere decisioni conseguenti. Anche nelle relazioni industriali. Fu tra i pochi che nel dopoguerra tra il quieto vivere subendo il veto del sindacato conservatore e il faticoso scontro pur di cogliere le opportunità, scelse la seconda strada. Non ci sono accordi separati dei quali avere pentimento. Tanto ciò è vero quanto più se ne considerano gli esiti rivelatisi sempre altamente positivi e irreversibili. Dopo il rifiuto di Confindustria dell’art.8, uscì dalla Confederazione.

Le fermate nei trasporti dei giorni scorsi ripropongono un nodo essenziale per l’equilibrio tra diritto allo sciopero e diritto alla mobilità. Si tratta di prendere una decisione su tutte come ipotizzo’ un ddl governativo del 2011 e come ha riproposto il presidente della “Commissione di Garanzia”. I lavoratori di questo settore dovrebbero comunicare con un congruo anticipo l’adesione allo sciopero così da consentire una informazione affidabile agli utenti sui vettori operativi. Certo, verrebbe meno il danno improprio ai cittadini determinato dall’incertezza e si verificherebbe in modo inconfutabile l’effettiva percentuale di adesione.

Continuano le schermaglie sulla manovra senza un solido impegno per la crescita dei salari mediani, ovvero quelli largamente erogati. L’importante è fare scelte strutturali perché, ancor più in un tempo nel quale gli equilibri politici appaiono molto precari, ogni misura congiunturale non incentiva comportamenti duraturi e non produce gli effetti attesi sui redditi.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Manovra economica: priorità a produttività, professionalità, salari

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Nelle quotidiane turbolenze della attività di governo compaiono carsicamente i temi del lavoro. Legittimamente tutti ascoltano tutti ma dai due lati dei tavoli si ripropongono posizioni diversificate, spesso segnate da approcci astratti o autoreferenziali. Cerchiamo di mettere un po’ di ordine. L’esperienza insegna che la riduzione del costo indiretto del lavoro può dare risultati duraturi solo se strutturale. La politica degli incentivi smodati avviata nella trascorsa legislatura, e in parte riprodotta in quella corrente, da luogo invece ad effetti temporanei. Vi sono evidenti margini per avvicinare alcune forme di prelievo alle prestazioni attese. Così è per le tariffe Inail, per la malattia, per gli ammortizzatori sociali. Questa riduzione è giusta e necessaria in se’ e non solo per accompagnare l’introduzione legislativa del salario minimo. A questo proposito, governo e maggioranza dovranno definire più esattamente cosa comprendere nei nove euro ipotizzati ( e per ragioni politiche non più modificabili ) in modo da non discostarsi troppo dalla misura identificata dai grandi contratti collettivi. Ma i problemi più rilevanti continuano a riguardare la crescita della produttività, della professionalità e dei salari mediani. E questo esito auspicabile passa inevitabilmente per la contrattazione di prossimità, li ove lo scambio è effettivamente praticabile. Il che ci riporta alla detassazione di tutti gli incrementi retributivi virtuosamente convenuti nella dimensione aziendale e territoriale. Ne hanno parlato Ugl e Cisl per superare le complessità ed i limiti della attuale disciplina. Una flat tax minima generalizzata determinerebbe infatti la convenienza di rimettere a questi accordi la definizione dei livelli salariali e, nondimeno, il superamento delle mansioni e degli inquadramenti (di cui ai contratti nazionali) in un contesto di trasformazione della organizzazione delle produzioni che non tollera più le vecchie segmentazioni legate ai modelli fondisti. Ciascuna impresa peraltro presenta caratteristiche originali che richiedono soluzioni coerenti con esse e in ogni caso non più statiche ma dinamiche. Questo tema si lega a quello dello sviluppo della professionalità che richiederebbe in primo luogo un piano straordinario di alfabetizzazione digitale. Quanto alla efficacia erga omnes dei contratti, il nodo vero dovrebbe essere quello di garantirla agli accordi di prossimità che ora ne godono solo quando sono realizzati secondo le disposizioni dell’art.8 della L. 248/11. Non sembra infine esaurita la voglia ideologica, partendo dai riders e andando ben oltre, di applicare a tutte, dicesi tutte, le prestazioni lavorative le regole della subordinazione perché tutte organizzate dal committente. Insomma, se il governo sopravviverà, è auspicabile che la manovra non costituisca strumento per soddisfare pulsioni ideologiche o corporative perché in gioco è la ripresa di vitalità della nazione.

Maurizio Sacconi
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Il mio canto libero/ Agenzia delle entrate (e norma) scoraggia accordi aziendali

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La risposta 205/2019 dell’Agenzia delle entrate ripropone l’incertezza che accompagna la rigida disciplina della già poco diffusa detassazione dei premi di risultato. Non risulta chiaro infatti quale sia il criterio per stabilire il tempo congruo che deve intercorrere tra la sottoscrizione dell’accordo ed il momento della erogazione dei premi affinché il risultato aziendale che li legittima sia misurabile rispetto ad un risultato antecedente.

Nel caso oggetto dell’interpello, il contratto aziendale e’ stato firmato dalle parti alla fine del mese di novembre dell’anno di riferimento e quindi in prossimità del momento di misurazione dell’Ebitda per cui, secondo l’Agenzia, il beneficio fiscale non sarebbe stato “meritato” dacché il datore di lavoro poteva approssimatamente già conoscere il risultato aziendale. La norma viene interpretata quindi nel senso che vi debba essere una verificabile incertezza di partenza cui, a fine periodo, dovrà seguire un verificabile risultato quale frutto dello sforzo condiviso tra management e lavoratori.

Al di là della considerazione secondo cui le parti avrebbero avuto la certezza della misura dei parametri di efficienza definiti nell’accordo solo con l’assemblea di bilancio in primavera, rimane la assurdità di una normativa scioccamente occhiuta. Quando la detassazione “secca” al 10% fu introdotta nel 2008, questa comprendeva in modo semplice tutte le novità organizzative a partire dall’orario straordinario inclusi. Inoltre si applicava ad una dimensione di seimila euro, doppia rispetto alla soglia attuale. Si voleva allora, e si dovrebbe volere ancor più ora, collegare gli andamenti retributivi agli incrementi della produttività secondo una logica sussidiaria di fiducia nell’incontro tra le parti. Non conosciamo in particolare imprenditori portarti ad erogare maggiore salario nella dimensione aziendale (o interaziendale) “a prescindere”, ovvero senza una valutazione sui risultati d’impresa.

Oggi, considerato il differenziale relativo alla produttività del lavoro con i Paesi competitori, occorre ancor più incentivare gli aumenti retributivi erogati in prossimità ed estenderne la motivazione anche allo sviluppo della professionalità dei lavoratori. Non a caso, recentemente, il sottosegretario al lavoro Durigon ha ipotizzato la applicazione di una flat tax del 5% a tutti gli incrementi salariali. L’idea è positiva se si applica alla maggiore quota di reddito stabilità nell’impresa o in un sistema territoriale di piccole imprese e non anche a quella decisa dai contratti nazionali. Nel solo primo caso infatti si giustifica la rinuncia all’applicazione della aliquota marginale che paradossalmente punisce il maggiore impegno del lavoratore beneficiario. A ciò si aggiunga che un contratto nazionale potrebbe anche decidere un aumento “indipendente” del salario quale garanzia destinata a scattare se entro un certo periodo non si realizza un accordo locale di pari o maggiore valore economico.

L’incentivo allo scambio virtuoso in azienda o nel territorio sarebbe dato proprio dal differenziale dell’aliquota fiscale applicata. In ogni caso, se il Governo vuole favorire la evoluzione della produttività e delle competenze, la norma deve essere resa semplice e sussidiaria. Contente le parti contraenti, contenti tutti!

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Welfare aziendale e centralità della persona che lavora

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Strana contestazione quella che viene mossa nei confronti del welfare aziendale. Il fenomeno, fortunatamente in crescita anche se ancora embrionale, viene  già accusato (non dallo Stato) di eccessivo “tiraggio” fiscale in quanto le prestazioni sociali erogate dal datore di lavoro non costituiscono reddito per il lavoratore. In un Paese in cui il salario diretto è soggetto ad un pesante prelievo da parte dello Stato, delle Regioni e dei Comuni, almeno i benefit aziendali sono detassati perché concorrono al benessere del lavoratore e del suo nucleo familiare. Il ritorno di questa “spesa fiscale” è evidente anche dal punto di vista della fidelizzazione del dipendente che si sente parte di una comunità che lo tutela. La legge non pretende di stabilire quali siano i contenuti eticamente ammessi perché in modo certo e semplice comprende tutti i bisogni riconducibili ad una vita buona. Sarebbe infatti “costruttivista” ogni norma che pretendesse di definire le spese sociali separandole da una presunta dimensione “ludica” o “ricreativa”, come tale riprovevole. D’altra parte sono evidenti i più generali impatti positivi del welfare aziendale sulla finanza pubblica e sull’economia. Da un lato emergono spese frequentemente erogate “in nero” come quelle per ripetizioni scolastiche o badanti. Dall’altro, tutti questi benefici fiscali si traducono con certezza in consumi, per lo più a carattere interno. Sarebbe quindi assurda una campagna di contestazione che muovesse da una sorta di contrapposizione tra contratti nazionali, con i relativi enti bilaterali, e accordi aziendali. Magari incoraggiata da fornitori di servizi su larga scala. Al centro deve sempre essere il lavoratore che chiede di essere considerato nella integralità dei suoi bisogni e delle sue aspirazioni. Egli ha bisogno di grandi fondi (nazionali o territoriali) che siano in grado di assorbire i rischi per la protezione sanitaria e per l’assistenza (nel caso di non autosufficienza) fino alla morte. E questi fondi devono essere regolati e vigilati anche sotto il profilo della stabilità. Ma poi la persona può trovare nella tutela aziendale la possibilità di coprire ulteriormente le spese primarie per il benessere fisico proprio o dei familiari come quelle “secondarie” per lo stesso scopo o per coltivare esperienza e conoscenza. La qualità del lavoro dipende anche dalla somma di queste prestazioni.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Consulenti del lavoro e salario minimo

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La Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, aprendo l’usuale Festival della categoria, ha lanciato un grido di allarme sui possibili impatti negativi di un salario minimo ipotizzato dal disegno di legge in Parlamento a nove euro (in parte) lorde. In particolare, ha presentato una simulazione sui minimi tabellari dei contratti del commercio (7,63 per il livello 7) e dei metalmeccanici (7,64 per il livello 1). Nel primo caso il totale del costo orario che conseguirebbe al calcolo di tutti gli elementi diretti e indiretti sarebbe di 14,46 euro rispetto agli attuali 12,25 mentre quello annuo si incrementerebbe dagli attuali 24.699,59 ai futuri 29.146,33 euro . Nel secondo caso il costo orario totale passerebbe da 11,70 a 13,79 euro e quello annuo da 24.289,88 a 28.623,04 euro. In entrambi i casi si produrrebbe un incremento di quasi il 18%. Perfino una quota di dipendenti pubblici si collocherebbe al di sotto della nuova soglia. Il costo del lavoro corrispondente ai salari minimi arriverebbe, unico caso, all’80% di quello relativo ai salari mediani mentre in tutti i grandi Paesi industrializzati si colloca un po’ al sotto o un po’ al di sopra del 50%. La preoccupazione dei consulenti è che si determinino effetti di spiazzamento di alcuni lavori in quanto potrebbero spostarsi nella dimensione sommersa o essere cancellati da nuovi fenomeni di delocalizzazione. L’ultima tabella richiama anzi il vero problema italiano che consiste nei troppo bassi salari mediani perché definiti dai contratti nazionali e perciò tarati sulle aziende meno performanti. Ed è possibile la conseguenza di un ulteriore schiacciamento egualitario di tutti i salari, senza componenti premiali, che farebbe felici gli ultimi ideologizzati ma infelice una nazione senza mobilità sociale. Solo la diffusione degli accordi aziendali e territoriali potrebbe invece far crescere lo scambio tra produttività o professionalità e salari consentendo ai lavoratori di non essere esclusi dalla condivisione dei buoni risultati. Il salario minimo può essere definito per legge in modo da rappresentare una garanzia – minimale appunto – rispetto alle situazioni meno tutelate. Queste peraltro si ritrovano oggi soprattutto nelle libere professioni, anche quando il committente è lo Stato. Giornalisti, medici del lavoro, architetti, assistenti sociali e molti altri sono stati richiesti dalle Amministrazioni Pubbliche di collaborazioni del tutto o quasi gratuite. Avrebbe senso allora normare contestualmente quell’equo compenso che una pasticciata disposizione di fine legislatura non ha risolto. E avrebbe senso concentrare gli sforzi per la crescita dell’economia, del lavoro regolare e dei redditi detassando tutti gli incrementi salariali aziendali e territoriali.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Covip: più regole e nuovi compiti

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Nei giorni scorsi il presidente della Covip ha reso la relazione annuale sulla attività della commissione di vigilanza segnalando la urgenza di disposizioni interministeriali sugli investimenti delle Casse previdenziali e la necessità di ampliare i partecipanti ai fondi bilaterali di fonte contrattuale. Nel 2011 il governo, dopo avere più volte evidenziato come le Casse dei professionisti fossero sottratte alle garanzie prudenziali di  stabilità dei fondi pensione, inserì in un decreto legge l’attribuzione alla Covip del compito di vigilare sui loro investimenti finanziari e sulla composizione del patrimonio di ciascuna di esse. Nello stesso provvedimento si fece rinvio ad un decreto congiunto del Mef e del Ministero del Lavoro per una disciplina della asset allocation analoga a quella già vigente per i fondi pensione entro i sei mesi successivi. Da allora nulla è stato prodotto con una evidente asimmetria tra la gestione più regolata delle forme di previdenza complementare su base volontaria rispetto a quella degli enti dei professionisti su base obbligatoria. Bene quindi il richiamo della Commissione. Altrettanto condivisibile è la raccomandazione relativa ai modi con cui favorire le adesioni, soprattutto dei più giovani, ai fondi previdenziali. Toccherà in primo luogo alle parti sociali individuare reti di promotori analoghe a quelle che sollecitano, con buoni risultati, le adesioni ai Piani Individuali utilizzando anche le possibilità di dialogo a distanza. Una regolazione più flessibile dei benefici fiscali sarebbe peraltro utile. Lo sviluppo della sanità integrativa e la prospettiva di forme di sostegno monetario nel caso di non autosufficienza propongono nondimeno l’esigenza di modalità di vigilanza coerenti con i diversi criteri di gestione. Anche il metodo della ripartizione (sanità) e quello della capitalizzazione solidale (assistenza) richiedono infatti regole di stabilità e vigilanza invasiva perché la crisi anche di un solo operatore avrebbe effetti devastanti su un fenomeno ancora embrionale. Non possiamo infatti rinunciare all’obiettivo ambizioso di avvicinare all’universalità anche il welfare complementare allungandolo allo stesso tempo dalla culla (dei familiari) alla tomba. Esso rappresenta ormai la principale giustificazione di contratti nazionali che per tutto il resto dovrebbero rispettare il primato della contrattazione di prossimità.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Salari, produttività, sviluppo delle competenze

Bollettino ADAPT

Il governatore della Banca d’Italia, nelle sue Considerazioni Conclusive, ha opportunamente sottolineato come il declino demografico rappresenti causa fondamentale della bassa crescita italiana proponendo ai decisori pubblici di alzare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto per giovani e donne, e i livelli di produttività. Negli stessi giorni Altagamma, l’associazione che riunisce le imprese più rappresentative del Made in Italy, ha calcolato una significativa dimensione delle carenze professionali nei prossimi anni. Sia la partecipazione al mercato del lavoro, sia la produttività e competitività delle nostre imprese sono influenzate dai livelli di formazione (integrale) delle persone. Ma qui si ripropone la debolezza del nostro sistema educativo e formativo nel momento in cui il salto tecnologico consuma molta parte dei tradizionali mestieri ripetitivi e sollecita competenze ibride per accompagnare la trasformazione digitale delle imprese, elevarne la produttività, generare occupabilita’. Più che una riforma legislativa dell’istruzione servirebbe un radicale cambio di passo attraverso una profonda rivisitazione dei contenuti e dei metodi pedagogici. Tra questi ultimi si evidenzia, in particolare, la necessità di integrare apprendimento teorico e pratico attraverso il valore educativo del lavoro e la capacità formativa delle imprese. E qui torniamo all’importanza dei patti territoriali tripartiti per costruire ecosistemi formativi locali attraverso progetti di collaborazione tra imprese, scuole, università, servizi pubblici e privati per l’impiego, enti bilaterali. Così come lo sviluppo delle professionalità richiede una diffusa contrattazione aziendale e interaziendale tanto per declinarlo in percorsi efficaci di apprendimento quanto per incentivarlo attraverso la rivisitazione delle qualifiche e degli inquadramenti nonché il riconoscimento di incrementi retributivi collegati alle maggiori competenze acquisite. Sono tutte considerazioni che evidenziano i limiti del contratto nazionale che dovrebbe avere solo i residui contenuti per i quali i lavoratori e le imprese sono uguali: i principi generali (e generici), il salario minimo, le prestazioni sociali complementari, un eventuale clausola di salvaguardia per le imprese che non hanno provveduto ad incrementi retributivi. Per tutto il resto dovrebbero provvedere gli accordi di prossimità anche attraverso l’accompagnamento delle piccole imprese a contratti di filiera, di distretto o di territorio con organizzazioni sindacali non necessariamente presenti in ciascuna di esse. Un incoraggiamento allo spostamento del baricentro contrattuale potrebbe venire dalla ipotesi di una flat tax “secca” al 5% su tutti gli incrementi retributivi decisi in azienda o nel territorio. Il differenziale con la tassazione piena degli aumenti su base nazionale potrebbe accelerare gli scambi virtuosi tra salari, competenze, produttività.

Maurizio Sacconi

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