Author Archives: Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Allarme occupazione: il ruolo delle politiche pubbliche tra automation e augmentation

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Nella faticosa ripresa economica le nuove macchine giocheranno un ruolo decisivo ma non scontato negli esiti. Più probabile e più veloce appare ora la loro capacità di sostituire molti lavori mentre più lenta e meno densa potrebbe rivelarsi la loro attitudine ad aumentare l’intelligenza professionale delle persone e quindi la loro occupabilità. Le politiche pubbliche sono quindi chiamate a svolgere un ruolo decisivo e per questa ragione alcuni settori già noti tra i decisori, cui altri si stanno aggiungendo, invocano più tasse. Quasi sempre queste tesi, che uniscono coloro che aspirano a rappresentare i potenziali perdenti con alcuni (benestanti) consiglieri dei nuovi ricchi, si giustificano con la necessità di una grande spesa per le politiche passive a sostegno di disoccupati ed emarginati. Non solo emergenziale ma strutturale. Questi partono infatti dalla convinzione o rassegnazione che il nuovo capitalismo debba mettere in conto la esclusione di molti e, in conseguenza, uno straordinario incremento degli assistiti. E se può essere condivisibile la necessità di più forti politiche redistributive, la contesa è tuttavia sulla loro destinazione. Non possiamo rinunciare a quella idea di società attiva che era il cuore del Libro Bianco di Marco Biagi. Deve essere il lavoro, in una accezione semmai riveduta e ampliata, il fine ultimo dell’intervento degli Stati (e delle loro comunità) o meglio del nuovo rapporto da stabilire tra questi e i mercati. La storia ci ha insegnato che quando gli Stati sostituiscono gli attori del mercato “creano” lavori non sostenibili e alla fine, per definizione, pochi e precari. Le stesse funzioni pubbliche fondamentali non possono compensare la minore occupazione di mercato attraverso assunzioni assistenziali ma hanno il dovere di essere efficienti ed efficaci per favorire la crescita con vera occupazione. Basti pensare alla importanza di un sistema di istruzione pubblica (statale e privata) che si allontani dalla tradizionale autoreferenzialita’ per innovare metodi e percorsi pedagogici. L’esatto contrario della ulteriore stabilizzazione di docenti che, come la precedente, prescinde dai nuovi fabbisogni educativi. Cosa diversa sarebbero invece politiche dedicate a premiare nel mercato, con servizi reali o tecniche di prelievo fiscale o trasferimenti pubblici, tutti coloro che si rivelano capaci di sviluppare attività remunerative con occupazione, anzi a fare imprese di successo proprio attraverso il lavoro delle persone, di molte persone. Insomma, se la automation dovesse prevalere sulla augmentation sarebbe solo colpa dei decisori che non hanno una visione e non assumono quale paradigma la centralità della persona, naturalmente vocata ad essere utile a sè e agli altri attraverso il lavoro.

Maurizio Sacconi

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Oltre il patto della fabbrica: un solo contratto nazionale per l’industria e diffusi accordi aziendali o interaziendali

pubblicato su Bollettino Adapt

Il nuovo Presidente di Confindustria Bonomi rende un omaggio formale al patto della fabbrica ma poi chiede alle organizzazioni sindacali di ripensare il modello contrattuale non tanto dal punto di vista dei due livelli quanto, piuttosto, sotto il profilo dei compiti da assegnare all’uno e all’altro. Se il contratto nazionale assume quale funzione principale lo sviluppo dei fondi dedicati alle prestazioni sociali complementari, ne dovrebbe derivare un allargamento del perimetro di applicazione in modo da assorbire i maggiori rischi connessi alla assistenza di lungo termine e alla tutela sanitaria oltre la pensione. In teoria, potremmo ipotizzare una contratto-cornice per tutta l’industria, dedicato al welfare e ai fondamentali principi come il diritto-dovere all’apprendimento continuo. Ma il cuore della contrattazione si sposterebbe alla dimensione territoriale e, ovunque possibile, aziendale. Nella faticosa ripresa, ciascuna impresa vive percorsi originali. E i territori o le filiere, o i cluster di imprese, non sono mai omologabili. Non dimentichiamo che i tradizionali divari si sono ulteriormente incrementati. In ciascuno di questi contesti, aziendale o interaziendale, le parti possono negoziare le modalità più olistiche di prevenzione e sorveglianza sanitaria,  i termini di una formazione efficace, la certificazione delle competenze, il superamento dei vecchi inquadramenti professionali, gli incrementi retributivi connessi con le competenze, la produttività, i risultati. Non hanno senso quindi aumenti salariali decisi dai vecchi contratti nazionali perché da un lato i settori disegnati dai codici Ateco non sono più attuali e, dall’altro, l’inflazione è così bassa che non si pone un problema di indifferenziata tutela del potere di acquisto. Contratti nazionali invasivi nell’industria si giustificano solo con le esigenze di sopravvivenza delle burocrazie nazionali. La necessità di rendere peraltro esigibile la negoziazione in prossimità anche per le piccole e piccolissime imprese si dovrebbe declinare con le flessibilità imposte dalla realtà. Gli ambiti di applicazione dei contratti interaziendali possono corrispondere tanto ai perimetri delle istituzioni regionali o provinciali quanto alle diverse concentrazioni territoriali o alle relazioni di filiera. Dipende. Ciò che conta è considerare le imprese e il lavoro al di fuori di schemi precostituiti, con approccio naturale e principio di osservazione. In questo modo i problemi vengono affrontati nella loro concretezza e le soluzioni risultano (relativamente) semplici.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Statuto dei Lavoratori: fu merito dei riformisti che da tempo lo vorrebbero cambiare

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In questi giorni ricorrono i 50 anni dalla approvazione dello Statuto dei Lavoratori. La legge rappresenta il coronamento di una intensa fase contrattuale prodottasi negli anni del tumultuoso sviluppo industriale. I socialisti riformisti, attraverso Brodolini e Giugni, elaborano un testo che generalizza diritti allora riconosciuti solo ai lavoratori di alcuni perimetri contrattuali e dispone norme di sostegno alla libera contrattazione. La Cisl, diffidente verso l’ingerenza della legge, ottiene che la negoziazione tra le parti sociali e i relativi accordi rimangano in un ambito privatistico. Gli articoli 39 e 40 della Costituzione non trovano attuazione perché considerati un retaggio del vecchio modello corporativo. La sinistra comunista si astiene dopo avere ottenuto modifiche come la sanzione della reintegrazione per i licenziamenti ingiustificati. Lo Statuto riflette comunque il dibattito degli anni ‘60, quando la crescita economica appare irreversibile e al più frenata da brevi congiunture negative. Le sue disposizioni sono coerenti con la fabbrica fordista nella quale vige la tendenziale omologazione del lavoro.

Non si tratta quindi di una riforma aperta agli scenari nuovi che si sarebbero manifestati con le crisi petrolifere e, più tardi, con le pressioni competitive indotte dalla progressiva liberalizzazione dei mercati. Sarà però la stessa corrente riformista dei giuslavoristi che hanno voluto lo Statuto a riaprire la discussione sulle regole fondamentali del lavoro nel momento in cui si evidenzia il cambiamento dei presupposti sui quali sono state costruite. Li aiuta la loro cultura pragmatica, la tensione ai risultati dell’azione pubblica e l’attenzione alla persona che lavora rifuggendo da ogni astratta idealizzazione del lavoro.

Il Libro Bianco del 2001 sarà il primo documento politico istituzionale a ipotizzare la fine della legge 300/70 (e delle successive integrazioni e modifiche) per sostituirla con un essenziale Statuto dei Lavori. In particolare, vi si riconosce la pluralità dei lavori con la fine progressiva delle produzioni seriali e il superamento della tradizionale dicotomia tra lavoro dipendente e indipendente perché ogni prestazione si va orientando a obiettivi e risultati. Ne discende l’idea di un nucleo di diritti inderogabili e applicabili a tutti con rinvio, per tutto il resto, alla contrattazione. Specie di prossimità. E soprattutto l’affermazione di un diritto promozionale alla occupabilita’ attraverso l’accesso di tutti a continue opportunità di apprendimento teorico e pratico.

Ora siamo al bivio tra una coerente applicazione legislativa e contrattuale di queste intuizioni, da un lato. E il regresso alla idea novecentesca di uguali tutele rigide e difensive per tutte le prestazioni allo scopo di difenderle dalle nuove insicurezze, dall’altro. I decisori istituzionali e sociali dovrebbero accettare di sottoporre le loro convinzioni (e azioni) alla prova dei numeri quali risultano dall’analisi dei big data di cui disponiamo. Non solo tassi di occupazione, ma anche reddito annuo da lavori, conto corrente contributivo, conoscenze acquisite, prestazioni sociali complementari, composizione del nucleo familiare. Si tratta di andare oltre la periodica indagine Istat sul mercato del lavoro senza scivolare su complessi indicatori di un incodificabile stato di felicità.

Ricordare oggi i riformisti che vollero lo Statuto significa quindi onorarne il metodo ed applicarlo ancor più nella faticosissima fase di ripresa che ci attende.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Lavorare meno, lavorare tutti? Meglio sostituire l’orario con i risultati

Pubblicato su Bollettino ADAPT


Lavorare meno, lavorare tutti! Così il titolo del quotidiano Lotta Continua in un giorno del 1977. L’utopia aveva allora almeno la giustificazione di una organizzazione fordista della produzione e il precedente della storica battaglia per la conquista (internazionale) di un orario massimo di lavoro. Ma ora, la ipotesi di una norma rivolta ad incentivare la riduzione di orario a parità di salario conferma solo l’attitudine a cercare negli strumenti del ‘900 le chiavi per rispondere a bisogni straordinariamente nuovi.

Siamo consapevoli di dover affrontare l’impatto sul mercato del lavoro della combinazione tra nuove tecnologie e faticosa ripresa delle attività dopo il periodo della forzata chiusura di molte imprese, della tutela passiva di molti lavoratori, del diffuso ricorso alle prestazioni da remoto. Soprattutto le piccole e piccolissime imprese non possono tollerare in questa fase aumenti contrattuali centralizzati e perciò applicabili indistintamente a tutte. Non a caso, perfino l’accordo di breve periodo degli alimentaristi non è stato sottoscritto da tutte le federazioni imprenditoriali del settore. Possono invece rivelarsi utili gli accordi territoriali per definire aumenti retributivi in piccoli cluster omogenei, scambiandoli con flessibilità organizzative. O, meglio ancora, soccorrono i contratti aziendali nelle imprese strutturate e sindacalizzate per affrontare insieme, caso per caso, i complessi percorsi della ripresa. Gli strumenti normativi non mancano perché nella dimensione aziendale o territoriale sono possibili accordi in deroga alle leggi e ai contratti nazionali in materia di orario, di adattamento delle tipologie contrattuali, di modalità della prestazione, di inquadramenti e declaratorie professionali, di impiego delle tecnologie di controllo ed altro ancora. Purtroppo, per lunghi anni, Confindustria ha assistito passivamente al ridimensionamento della detassazione del salario di produttività avviata nel 2008. Ora sarebbe bene ripristinare quella normativa semplice e allargarne la platea dei beneficiari.

La formazione è il più naturale contenuto dei contratti di prossimità e, costituendo un diritto-dovere per il lavoratore, non può che collocarsi nel tempo di lavoro e non al di fuori di esso. Più in generale, dopo la disordinata esperienza del lavoro da casa, proprio le intese individuali e aziendali possono progressivamente relativizzare l’orario di lavoro man mano che si definiscono modalità efficienti di assegnazione al collaboratore di obiettivi e di controllo del loro conseguimento. L’agilità è implicita nel lavoro moderno nel senso che il vincolo spazio-temporale viene sostituito da quello del risultato, qualunque sia la tipologia contrattuale. Lo stesso salario cambierà struttura al punto da perdere la componente dello straordinario sostituendola con un più marcato collegamento con indicatori di risultato, di produttività, di professionalità.

Il Presidente designato non ha però chiarito se accetterà una legge che disciplini il salario minimo e la rappresentatività dei corpi sociali. Questa sarebbe in aperta contraddizione con lo spostamento della contrattazione nelle aziende e nei territori perché rafforzerebbe solo la dimensione centralizzata degli accordi. Insomma, questo è il bivio. O la riproposizione dei contratti nazionali rigidi e omologanti il lavoro o lo sviluppo delle intese su misura.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Primo maggio e 70 anni della Cisl: le nuove sfide del lavoro nella ripartenza

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Nei giorni scorsi abbiamo celebrato in successione i 70 anni della Cisl e la festa internazionale del lavoro. La cultura della organizzazione sindacale di ispirazione cristiana appare ancor più utile nel momento in cui affrontiamo una faticosa e incerta ripartenza dell’economia dopo il blocco delle attività imposto dal contagio. Dalla sua nascita, la Cisl ha coerentemente rifiutato la omologazione dei lavoratori in una indistinta classe votata al conflitto sociale, considerato quale fine ultimo della sua azione il benessere di ciascuna persona nella sua originalità, ritenuto l’impresa una comunità nella quale promuovere relazioni collaborative. La Cisl ha sempre difeso l’autonomia dei corpi sociali diffidando delle ingerenze del legislatore perché il contratto è per definizione flessibile, adattivo tra le parti, tanto quanto la legge è omologa, rigida e dipendente dai mutevoli equilibri politici. Per questa ragione si è opposta ad una regolazione legislativa del salario minimo e della rappresentatività sindacale che porterebbe le organizzazioni tutte nella dimensione pubblicistica. Sarebbe la vittoria postuma del corporativismo contro l’idea di società aperta che ha informato tutta la storia repubblicana dei corpi intermedi. Liberi e responsabili loro e gli accordi che reciprocamente stabiliscono.

Ci interroghiamo ora, con preoccupazione, sulle conseguenze occupazionali della combinazione tra rivoluzione tecnologica e recessione globale di origine pandemica. La ripresa vedrà probabilmente la morte di molte imprese marginali, la sopravvivenza in dimensione più contenuta di altre e la accelerazione diffusa dei processi di digitalizzazione con il risultato della scomparsa di molti posti di lavoro tradizionali. Sarà difficile per un sindacato partecipativo concorrere a gestire questi processi in modo che si traducano in posti di lavoro e in occupabilita delle persone. Vi sarà da un lato la propensione ideologica ad agire centralisticamente con illusori vincoli legislativi come quello collegato ai benefici della liquidità. E, dall’altro, la tentazione di molte imprese di sostituire quanto più possibile il lavoro con la tecnologia senza dialogo sociale. La stessa esperienza del lavoro da remoto potrebbe sollecitare questo convincimento.

Si accentueranno quindi i problemi della transizione ad altre professionalità per molti lavoratori e l’esigenza di politiche attive che li accompagnino efficacemente. Avevamo in Italia la buona pratica lombarda della “dote lavoro”, che consegnava al disoccupato la scelta del servizio cui rivolgersi, ma è stata fermata da una capziosa indagine europea sull’uso dei fondi relativi. Toccherebbe alle parti sociali difenderla e riproporla su scala nazionale per stimolare la competizione tra soggetti pubblici e privati in funzione del migliore accompagnamento al lavoro. Inoltre, è giunto davvero il momento di utilizzare con procedure semplificate le risorse del Fondo Sociale Europeo e dei fondi bilaterali per un piano nazionale di alfabetizzazione digitale. Soprattutto, solo un’azione sindacale moderna e duttile potrebbe conquistare le condizioni per la condivisione. Occorrono flessibilita regolatorie che, tuttavia, difficilmente governo e parlamento potranno garantire anche perché serviranno diverse nelle varie circostanze. Solo accordi aziendali e territoriali in deroga alle leggi e ai contratti nazionali potranno definire nuovi moduli di orario, rendere produttivo il lavoro a distanza, semplificare l’uso dei contratti a termine, conservare le collaborazioni senza la rigidità che le ha assimilate tutte a lavoro subordinato. La Cisl sarà certamente pronta a condividere soluzioni pragmatiche. Gli imprenditori, le loro associazioni, i consulenti del lavoro saranno disponibili anche ad accordi “separati”, ove inevitabili, o preferiranno approfittare della chiusura ideologica di altri sindacati per fare da soli? Come ha detto il vicesegretario della Cisl Luigi Sbarra, in una recente intervista, tocca soprattutto al sindacato proporre le giuste flessibilita’ se si vogliono salvare e produrre posti di lavoro.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Buon lavoro Bonomi!

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Il presidente designato di Confindustria assumerà con la funzione una parte importante della responsabilità politica nel percorso di ricostruzione economica e sociale. Nonostante tutto, la antica confederazione degli imprenditori è ancora in grado di catalizzare settori significativi della pubblica opinione se riprende la sua autonoma capacità sindacale, ovvero di tutela e rappresentanza degli interessi dell’impresa, senza timori reverenziali verso istituzioni e sindacati. I nodi immediati sono la liquidità delle imprese, il lavoro, la burocrazia, la giustizia.

Le imprese hanno bisogno di risarcimenti a fondo perduto per un blocco imposto dalle autorità. La liquidità attraverso le garanzie pubbliche non funziona né funzionerà perché non aumenta il merito di credito e, in ogni caso, produrrebbe un indebitamento insostenibile.

Il lavoro va sostenuto attraverso l’applicazione dei protocolli di sicurezza, la tempestiva erogazione di ammortizzatori, finanziamenti rapidi di progetti formativi dai fondi bilaterali. Ma, ora più che mai, anche attraverso regole più flessibili e accordi aziendali o territoriali. La ripresa del percorso legislativo per il salario minimo e le regole sulla rappresentanza per potenziare i contratti nazionali spaccherebbe il Parlamento (centrodestra contrario) e lo stesso sindacato (Cisl fieramente ostile). Sarebbe davvero paradossale portare ora i corpi sociali nella dimensione pubblicistica.

La burocrazia si è fatta “difensiva”, ha paura di assumere responsabilità, non decide. Va tutelata con decisioni e polizze assicurative. Possiede big data ma non li usa. Un vero commissario nazionale di tutti i sistemi informativi e digitali nelle pubbliche amministrazioni dovrebbe avere la esplicita missione della loro totale interoperabilità.

Last but not least, la giustizia. Bonomi sa bene che dopo la crisi economica da lockdown e ancora in presenza di pericoli pandemici potremmo avere una nuova stagione di diffuse iniziative giudiziarie con effetti di ulteriore paralisi e insicurezza per gli operatori. Occorre “scudare”esplicitamente le responsabilità istituzionali e imprenditoriali rispetto al contagio. Ovviamente nel rispetto dei protocolli di sicurezza del lavoro. Chi avrà il coraggio di una iniziativa in questo senso, proporrà per primo ciò che molti in cuor loro sanno essere giusto e ne avrà merito.

Buon lavoro Presidente!

Maurizio Sacconi

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Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Bonomi: presidente della discontinuità e sindacalista d’impresa

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Carlo Bonomi sarà il futuro presidente di Confindustria nel nome della discontinuità. Le sue prime dichiarazioni evidenziano un cambio di linea rispetto al lockdown e alla liquidità delle imprese. I suoi predecessori avevano negoziato la continuità di alcune attività  in base ai codici Ateco e lui ne ha sottolineato l’inadeguatezza a rappresentare le filiere perché espressione di un tempo della segmentazione oggi superato dalla diffusa trasversalità delle logiche produttive. Dovrà por mano alla stessa articolazione delle categorie confindustriali affidata a quei codici per antica consuetudine. Bonomi ora parla di riaperture fondate più sulla oggettiva capacità di garantire la sicurezza dal contagio che non su aprioristiche astrazioni. E chiede al governo di garantire dispositivi e test per proteggere e monitorare la popolazione attiva. 

Analogamente per la liquidità, mentre l’attuale organizzazione degli imprenditori ha dettato le linee di un sostegno alle imprese attraverso l’indebitamento bancario parzialmente garantito dallo Stato, il futuro presidente rifiuta in radice questa impostazione e sembra privilegiare la tesi di Tria e Parisi secondo i quali la caduta del valore aggiunto, causata da una paralisi imposta per ragioni di pubblica utilità, dovrebbe essere risarcita con trasferimenti pubblici a fondo perduto. 

Ancor più, dopo la stagione consociativa del “patto della fabbrica”, Bonomi ha apertamente polemizzato con i settori sindacali (e politici) portatori di pregiudizi ostili alle imprese. A che serve l’abbraccio tra confederazioni se poi quella più influente sul governo pretende l’irrigidimento delle regole come nel caso dei contratti a termine o addirittura  l’estensione della intera disciplina del lavoro subordinato a tutte le prestazioni verso terzi? Oppure si oppone alle riaperture sulla base del sospetto che i datori di lavoro non vogliano garantire sufficiente sicurezza ai lavoratori. La ricostruzione dopo la guerra fu favorita da una deregolazione di fatto ed oggi la faticosa crescita in costanza del contagio richiederebbe una flessibilita’ adattiva alle diverse situazioni affidata alla contrattazione di ogni livello.  

Il sindacalista degli imprenditori potrà dimostrare quindi il ritorno ad una genuina rappresentanza degli interessi in luogo della autoreferenzialita’ delle burocrazie centrali. 

Maurizio Sacconi

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Formiche

Bonomi, ritratto di un sindacalista d’impresa (al tempo del coronavirus). Scrive Sacconi

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Con Bonomi alla guida di Confindustria gli imprenditori sembrano avere trovato un vero sindacalista delle loro buone ragioni nel momento difficile in cui si sommano i pericoli pandemici con quelli delle culture politiche ostili al mercato. Il commento di Maurizio Sacconi, già ministro della Salute, del lavoro, delle politiche sociali e Chairman della Steering Committee di Adapt



Carlo Bonomi, confermando le previsioni, sarà il futuro presidente di Confindustria. Il suo successo è stato tuttavia così ampio da consentirgli di formare una squadra nuova ed efficiente senza i condizionamenti che sono determinati dalle vittorie su misura.

Egli ha già enunciato due ragioni fondamentali del suo impegno. In primo luogo, la riapertura in sicurezza delle attività perché lavoro e salute sono entrambe bisogni primari e insopprimibili della persona. L’Italia ha le capacità per coniugare la tutela dei lavoratori e la ripresa delle attività come stanno già facendo i nostri principali competitori. D’altronde, in questi mesi, alcune filiere hanno continuato a produrre in quanto considerate essenziali per l’interesse nazionale e i loro protocolli di sicurezza hanno dato buona prova.

Il governo e la sua task force farebbero bene a mutuare da queste esperienze concrete la regolazione speciale per l’attività produttiva al tempo del contagio. E soprattutto dovrebbero finalmente garantire la effettiva disponibilità di dispositivi di protezione individuale e di test diagnostici per monitorare tutti coloro che hanno relazionalità.

Certo, con le maggiori aperture, si porrà anche l’esigenza di correlare la rarefazione delle presenze nei mezzi pubblici di trasporto con gli orari di lavoro, ferma restando la possibilità delle prestazioni da remoto quando se ne confermi la oggettiva efficienza.

Connessa con la ripartenza è la esplicita polemica del futuro presidente verso quei settori sindacali che alimentano il pregiudizio nei confronti dell’impresa, a partire dall’accusa di una presunta insensibilità alla tutela della salute dei collaboratori. Sarebbe anzi necessaria una esplicita norma per esimere l’imprenditore da ogni responsabilità penale, civile o amministrativa quando le regole sono correttamente adottate ed efficacemente attuate. Questa favorirebbe solo un clima di attenzione sostanziale alla sicurezza in luogo dei tradizionali adempimenti formali.

Significativa infine è la richiesta che Bonomi rivolge al governo per una politica della liquidità delle imprese non affidata al loro ulteriore indebitamento. Come suggeriscono l’ex ministro Tria e l’ex direttore di Confindustria Parisi con il manifesto lanciato oggi, la soluzione potrebbe consistere nella compensazione da parte dello Stato, a fondo perduto, del minore valore aggiunto determinato dall’obbligo del blocco della produzione per ragioni di pubblica utilità. Una sorta di risarcimento come nel caso di un esproprio.

Insomma, gli imprenditori sembrano avere trovato un vero sindacalista delle loro buone ragioni nel momento difficile in cui si sommano i pericoli pandemici con quelli delle culture politiche ostili al mercato.

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Il mio canto libero/ Il lockdown non può sostituire l’incapacità di fornire dispositivi e test

Pubblicato su Bollettino ADAPT

La compatibilità tra lavoro e salute, nella consapevolezza che non esiste il rischio zero, deve essere perseguita alzando diffusamente i livelli di prevenzione con l’obbligo per tutti i datori di lavoro di avvalersi dei medici competenti, anche con modalità consortili. Nel mezzogiorno la chiusura delle attività e’ paradossalmente ancor più pericolosa perché le espone alla penetrazione della criminalità organizzata che certo non manca di liquidità.

Se da un lato è stato doveroso proteggere la capacità produttiva costretta alla chiusura, dall’altro è necessario avere consapevolezza dei danni geometricamente crescenti che si producono se gli altri riaprono e noi no. Ogni giorno le nostre imprese perdono clienti a favore dei concorrenti operosi. E per molte le misure dedicate alla liquidità arriveranno troppo tardi rispetto alla soglia di sopravvivenza. Si ha la sensazione che in Italia il lockdown serva a sostituire l’incapacità di monitorare e gestire i pericoli di contagio per assenza di dispositivi e di device utili a testare e controllare. La politica deve assumere su di se’ la responsabilità di decisioni fondate su un approccio olistico ai problemi della nazione. Noi rischiamo di cumulare i tragici, elevati, indicatori di mortalità con altrettanto elevati livelli di recessione, disoccupazione e impoverimento. E con ogni probabilità, se non si modificano i processi seguiti, nemmeno nel prossimo 3 maggio saremo in grado di gestire la prevenzione del contagio in condizioni di regolata attività perché privi degli strumenti per farlo.

Per quanto riguarda i lavoratori, ciò che conta è comunque la rapida trasmissione delle risorse finanziarie dallo Stato alle Regioni e da queste, attraverso l’Inps, alle persone e alle famiglie. La società italiana era già affaticata prima del contagio ed oggi appare diffusamente priva di quegli ammortizzatori naturali, familiari o comunitari, che in passato l’avevano sostenuta nelle transizioni. Entro aprile tutti devono percepire la cassa in deroga. L’Inps è chiamata a dimostrare efficienza con la gestione di grandi flussi. Insieme, Inps e Regioni, devono rendere superflua la disponibilità bancaria alle anticipazioni (onerose). È necessario, peraltro, da un lato garantire trasferimenti adeguati alle Regioni in quanto queste possono emettere decreti di autorizzazione nei limiti di essi e, dall’altro, ottenere dalle Regioni stesse processi elementari e veloci di valutazione delle domande. A questo proposito è emblematica la polemica circa il ruolo delle organizzazioni di rappresentanza. Queste possono svolgere una insostituibile funzione di controllo sociale ma non fino al punto di essere dotate di un potere di veto. Una cosa è coinvolgerle in tavoli di monitoraggio regionale ove possano essere segnalate le situazioni che presentano criticità di vario genere. Altra cosa è pretendere il loro assenso, anche silenzioso, per una platea così vasta di richiedenti, molti dei quali non hanno mai conosciuto ne’ le associazioni datoriali ne’ i sindacati dei lavoratori.

Ritorna, ancor più in una emergenza così straordinaria, la differenza tra una funzione istituzionalizzata dei corpi sociali in quanto garantita dalla legge ed invece lo sviluppo del loro ruolo in quanto conseguenza di capacità liberamente riconosciute e apprezzate. Il potere di veto non induce mai virtù ma vizi. E’ stata saggia poi la decisione di coprire con le casse in deroga anche i lavoratori di aziende artigiane o commerciali non iscritte ai fondi bilaterali. E questo non significa sottovalutare la utilissima funzione della bilateralità che e’ stata anzi sostenuta da una nota circolare ministeriale e deve essere ora preservata da impegni di spesa insostenibili. Insomma, soldi subito e riaprire presto. Con test e mascherine!

Maurizio Sacconi

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Formiche

Quale governance a sostegno del lavoro (e lavoratori). I consigli di Sacconi

Pubblicato su Formiche.net

Il governo, il Parlamento, le forze politiche tutte hanno in linea teorica condiviso la tesi di Mario Draghi secondo la quale, nella emergenza pandemica, è necessario conservare la capacità produttiva della nazione a partire dalle risorse umane. Il che significa proteggere non solo il reddito ma, quanto più, anche i rapporti di lavoro in essere attraverso lo strumento delle casse integrazioni in deroga.

L’Italia ha già sperimentato l’impiego esteso di un analogo sussidio in costanza di rapporto di lavoro durante la crisi finanziaria tra il 2008 e il 2011 utilizzando allora il Fondo Sociale Europeo con la giustificazione di contestuali programmi di formazione. Oggi, in presenza di esigenze ancor maggiori, l’Europa mette a disposizione anche un fondo esplicitamente rivolto alla politica passiva del solo sostegno al reddito anche se non può escludere un rinnovato impiego del Fondo Sociale magari in connessione con un piano nazionale di alfabetizzazione digitale.

Ciò che conta è comunque la rapida trasmissione di queste risorse dallo Stato alle Regioni e da queste, attraverso l’Inps, alle persone e alle famiglie. La società italiana era già affaticata prima del contagio ed oggi appare diffusamente priva di quegli ammortizzatori naturali, familiari o comunitari, che in passato l’avevano sostenuta nelle transizioni. Entro aprile tutti devono percepire quel salario ancorché ridotto. L’Inps è chiamata a dimostrare efficienza con la gestione di grandi flussi. Insieme, Inps e Regioni, devono rendere superflua la disponibilità bancaria alle anticipazioni (onerose). È necessario, peraltro, da un lato garantire risorse adeguate alle Regioni in quanto queste possono emettere decreti di autorizzazione nei limiti di esse e, dall’altro, ottenere dalle Regioni stesse processi elementari e veloci di valutazione delle domande.

A questo proposito è emblematica la polemica circa il ruolo delle organizzazioni di rappresentanza. Queste possono svolgere una insostituibile funzione di controllo sociale ma non fino al punto di essere dotate di un potere di veto. Nel caso del sindacato, questo potere si esercita perfino nel caso di ammissione dell’impresa ai provvedimenti per la liquidità perché deve prendere l’“impegno a gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali”. Una cosa è coinvolgere le parti in tavoli di monitoraggio regionale ove possano essere segnalate le situazioni che presentano criticità di vario genere. Altra cosa è pretendere il loro assenso, anche silenzioso, per una platea così vasta di richiedenti, molti dei quali non hanno mai conosciuto né le associazioni datoriali né i sindacati dei lavoratori.

Ritorna, ancor più in una emergenza così straordinaria, la differenza tra una funzione istituzionalizzata dei corpi sociali in quanto garantita dalla legge ed invece lo sviluppo del loro ruolo in quanto conseguenza di capacità liberamente riconosciute e apprezzate. Il potere di veto non induce mai virtù ma vizi. È stata saggia poi la decisione di coprire con le casse in deroga anche i lavoratori di aziende artigiane o commerciali non iscritte ai fondi bilaterali. E questo non significa sottovalutare la utilissima funzione della bilateralità che è stata anzi sostenuta da una nota circolare ministeriale e deve essere ora preservata da impegni di spesa insostenibili.

Insomma, questo è il tempo in cui privilegiare il risultato nei tempi compatibili con i bisogni primari delle famiglie.

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