Author Archives: Maurizio Sacconi

Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Reddito di cittadinanza: due misure (inconciliabili) in una

da Bollettino ADAPT

Nel reddito di cittadinanza, ipotizzato dal contratto tra i partiti della maggioranza parlamentare ed ora dal governo nell’ambito della manovra che si avvale della legge di bilancio, convivono due istituti distinti. La necessità di una loro separazione corrisponde alle due ben diverse tipologie di bisogno che si vogliono soddisfare. Da un lato, quello indotto da uno stato di povertà assoluta che si accompagna spesso con una condizione di degrado sociale o di obbligo di cura per le quali il lavoro  non rappresenta, quantomeno nella prima fase di intervento, la possibile o sola soluzione. Dall’altro, quello determinato da uno stato di disoccupazione involontaria per il quale il lavoro costituisce invece la concreta risposta cui devono corrispondere responsabili comportamenti della persona interessata. Nel primo caso la stessa individuazione della condizione di povertà non dovrebbe essere affidata ad una algida “prova dei mezzi” realizzata a tavolino da una burocrazia centrale e tantomeno l’antidoto può consistere sempre in un assegno postale. Solo in prossimità è ragionevolmente possibile comprendere uno stato di bisogno che è frequentemente indotto non solo dalla privazione di reddito ma soprattutto da una condizione di solitudine. Così come una analoga situazione reddituale merita una diversa attenzione se si colloca in un contesto di solidarietà familiare o comunitaria. Queste considerazioni conducono a riconoscere il ruolo necessario dei comuni che possono operare direttamente o attraverso il soccorso sussidiario di opere ed associazioni non profittevoli con soluzioni tarate sui singoli casi. 

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Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Ritorno alla CIGS? Cuore e ragione per cucire vecchio e nuovo

pubblicato su Bollettino Adapt

Risultati immagini per cassa integrazioneLa ipotesi di un moderato ripristino della cassa integrazione “per cessazione di attività” ha riproposto la vecchia contrapposizione tra le correnti giacobine dei liberal e quelle pragmatiche dei popolari di destra e di sinistra. I primi, appassionati al rapporto diretto tra l’individuo e lo Stato, hanno potuto fare leva nella loro critica agli ammortizzatori sociali sugli obiettivi eccessi che si sono prodotti soprattutto per opportunismi politico-sindacali di carattere locale. I secondi, fiduciosi nei corpi intermedi, hanno rivendicato il merito non solo del sostegno al reddito di persone altrimenti condannate alla povertà ma anche della sopravvivenza di imprese grazie alla conservazione nel tempo di crisi del loro portafoglio umano. Non dimentichiamo che alla base dell’impiego delle varie forme di cassa sono sempre stati accordi tra le parti e che le risorse, a parte la stagione degli interventi “in deroga”, sono state per lo più a carico della gestione presso l’INPS finanziata con i prelievi sul salario nei soli settori beneficiari. Non meno divisive sono state poi le politiche attive. I liberal hanno sostenuto che si sarebbero prodotte solo costringendo i lavoratori alla separazione dall’impresa e i pragmatici ne hanno invece sempre preteso  la preventiva operatività per far abbandonare la “sicurezza” del rapporto di lavoro non volendo esporre i lavoratori ad un esperimento. I governi centrali hanno a loro volta scaricato sulle Regioni, non senza validi argomenti, la responsabilita’ di avere utilizzato le competenze in materia di collocamento e di formazione secondo l’interesse corporativo di collocatori e formatori. A questo punto, nel vivo di una trasformazione epocale dei modi di produrre e lavorare, è evidente la necessità di realizzare risposte nuove in termini di condizionalita’ dei sussidi e di opportunità per i disoccupati. Da un lato la natura strutturale di molte crisi aziendali induce ad accelerare i tempi della separazione dei lavoratori dal loro declino irreversibile, dall’altro ogni sostegno al reddito deve essere accompagnato da concrete e tempestive possibilità di transizione a nuove competenze e abilità quale presupposto di una occupazione. Non è certo più il tempo del mero incontro tra domanda e offerta di lavoro ne’ dei corsi professionali a catalogo costruiti sugli educatori disponibili. L’occupabilita’ si realizza nei territori attraverso reti fra scuole, università, imprese, fondi interprofessionali, centri pubblici e agenzie private per l’impiego, in una gara nobile fra tanti percorsi teorico-pratici. Non deve tuttavia menare scandalo nella fase di passaggio la reintroduzione di qualche contenuta flessibilità nelle forme di sostegno al reddito e di prepensionamento. A quest’ultimo possono concorrere regole previdenziali più duttili ma un pochino onerose e risorse delle imprese per l’accompagnamento all’età di maturazione della prestazione. Soprattutto le donne, penalizzate dall’improvviso balzo di sei anni dell’età di “vecchiaia” e da percorsi lavorativi discontinui che non le fanno accedere alla pensione di anzianità contributiva, hanno legittime attese. Ai decisori centrali e regionali il dovere di forti intese per cucire vecchio e nuovo. Unendo cuore e ragione.

Maurizio Sacconi 

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Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ La lezione di Dell’Aringa e il salario dei giovani meritevoli

 La morte improvvisa di Carlo Dell’Aringa ci ha indotto a riflettere sul suo originale contributo al buon governo del mercato del lavoro in quanto non frequente caso di economista “utile” ai decisori pubblici. Di lui ricordo con sincero affetto lo stile comportamentale e con gratitudine la partecipazione al gruppo tecnico che, guidato da Marco Biagi e me, realizzò il Libro Bianco del 2001. Memore di uno dei suoi ultimi lavori curato con i colleghi Treu e Lucifora, vorrei onorarlo riproponendo un tema che gli era caro. Esiste una questione salariale in Italia? Con lui rispondo certamente si, nella stessa misura in cui esiste da lungo tempo il nodo della bassa crescita della produttività. E le due problematiche irrisolte portano con sé inevitabilmente anche quella dell’iniquità nella distribuzione della ricchezza attraverso i redditi da lavoro. Purtroppo questi ritardi italiani si riverberano dai primi anni novanta sulla crescita complessiva di una nazione sempre più divisa nei suoi territori e punitiva verso i lavoratori competenti, soprattutto se giovani. Il persistente appiattimento retributivo, sostenuto da un salario minimo obbligatorio che secondo la giurisprudenza quasi coincide con il salario massimo praticato, penalizza infatti la dinamica retributiva che più manifestamente dovrebbe essere influenzata dagli incrementi di produttività, quella dei giovani che hanno avuto il merito di cercare percorsi educativi qualificati, di frequentarli con profitto, di entrare presto in contatto con una esperienza lavorativa. L’Italia si distingue dagli altri Paesi sviluppati proprio per la resistenza di molte imprese e delle relazioni industriali cui fanno riferimento – per non parlare degli enti pubblici – a riconoscere progressioni retributive e di carriera anche esponenziali ove oggettivamente collegate a indicatori del contributo professionale di ciascuno ai risultati aziendali. La linea dei redditi cresce invece, ancora, lentamente e irreversibilmente con l’età, “a prescindere”. E a parte i recenti incrementi dell’occupazione anziana dovuti ai rigidi criteri di pensionamento, quella linea obliqua tende a fermarsi precocemente proprio perché inefficiente. Ove i salari riflettono la produttività, la loro dinamica segue invece una curva connessa all’età che largamente coincide con l’andamento dei bisogni, risulta maggiore la massa salariale complessiva, si allunga la vita lavorativa . Ovviamente, segnalava da tempo Dell’Aringa, occorre la diffusione della contrattazione di prossimità e, aggiungo, un salario minimo da legge o da contratto nazionale, che consenta di attrarre lavoro e investimenti nelle aree più deboli e lasci spazio a incrementi tarati sulla produttività di ciascuna dimensione aziendale. Se vogliamo incoraggiare i nostri giovani alle scelte educative più faticose ed evitare la loro fuga verso Paesi più dinamici, dobbiamo immaginare che frequentemente possano guadagnare di più degli adulti per meriti oggettivamente riconosciuti ed accettati. Le differenze possono essere eque, le omologazioni sono sempre inique.

Maurizio Sacconi

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Bollettino ADAPT Scuola

Il mio canto libero/ Scuola e università: rinnovare metodi e contenuti pedagogici

La ripresa delle attività educative dopo la pausa estiva impone una riflessione sulle tradizionali inefficienze e, ancor più, sul profondo rinnovamento dei metodi e dei contenuti pedagogici in funzione della occupabilità dei nostri pochi giovani. Nel tornante della storia segnato da un salto tecnologico senza precedenti per velocità, pervasività, imprevedibilità, solo persone integralmente formate potranno affrontare il cambiamento continuo. Il che sollecita una forte cooperazione tra famiglie ed istituzioni scolastiche per una preliminare formazione morale in base ai principi depositati dalla nostra tradizione. Su questo pavimento si evidenzia sempre più la necessità di una conoscenza trasversale perche la cultura è una, non umanistica o scientifica. Le stesse modalità di apprendimento, ad ogni età, devono saper integrare teoria e pratica negli ambienti più consoni. Ma queste insopprimibili esigenze si sono già scontrate con il sedimento di forti pulsioni corporative, ben coltivate ed alimentate dalla cattiva rappresentanza politica e sindacale. L’Ocse, cui dobbiamo le due indagini che rivelano le insufficienti conoscenze dei giovani e degli adulti in Italia, ha ora prodotto una ricerca comparata sulle istituzioni educative dalla quale emerge la nostra anomalia in termini di eccesso dei docenti in proporzione agli alunni. A questa si collegano inevitabilmente quelle di una loro bassa remunerazione e della assenza di carriera. Anche recentemente, le buone intenzioni si sono tradotte solo in assunzioni di massa a prescindere dai fabbisogni educativi e territoriali con la persistenza di meccanismi che continuano a sfornare “precari” e impediscono affidabili modalità di valutazione. La situazione non migliora nella dimensione universitaria ove la proliferazione delle sedi non ha certo favorito il consolidarsi di hub dello sviluppo locale. La riforma del “tre più due” è stata gestita in funzione delle cattedre e non dell’anticipo dell’ingresso nel mercato del lavoro. La organizzazione dei dipartimenti e le stesse modalità concorsuali dei docenti sembrano funzionali alla esasperazione della segmentazione della conoscenza più che alla ricerca e all’insegnamento trasversale. Per non parlare del disorientamento delle scelte educative prodotto da una offerta con pretese di specializzazione nel momento in cui sarebbe necessaria la concentrazione su percorsi fondamentali. Auguriamoci ora che le sollecitazioni provenienti dal mercato del lavoro e la maggiore consapevolezza circa la collaborazione con le imprese inducano la fine della lunga stagione in cui l’ideologia ha generato solo autoreferenzialita’ corporativa. Qui si gioca, senza retorica, il futuro della nazione. 

Maurizio Sacconi

 

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Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Lavoro domenicale: persona solida nella società liquida

La periodica riproposizione del nodo del lavoro domenicale appare via via logorata dalle crescenti possibilità offerte ai sistemi di distribuzione dall’evoluzione tecnologica. Ogni vincolo sembra infatti destinato ad essere facilmente aggirato dalle negoziazioni online le cui infrastrutture sono sempre più affidabili e perciò autosufficienti. E nessuno può avere l’interesse ad accelerare lo spiazzamento della distribuzione “fisica” ad opera dei nuovi canali. Ciò non elimina, anzi rafforza, la necessità di una diffusa riflessione sulla vita buona e in essa dell’equilibrio tra lavoro, affetti e riposo. Tanto più “liquida” si fa la nostra società, tanto più robusta deve essere la consapevolezza circa la nostra responsabilità di saper conciliare i tempi di vita riconoscendo la priorità della comunione familiare. Questa peraltro non viene minata solo dall’orario di lavoro ma anche da quella assenza virtuale che si produce con la dipendenza dalle nuove fonti informative. Potremmo insomma rilevare con facile gioco di parole che proprio nella dimensione liquida serve una persona solida perché integralmente formata e perciò capace di affrontare rischi e opportunità del tempo che viviamo. Se abbiamo fiducia nella persona e nella sua naturale attitudine alla socialità, dobbiamo risolvere il tema della legislazione relativa al lavoro festivo attraverso la leva sussidiaria. Dopo la fase del rinvio alla volontà di Regioni ed enti locali e dopo la fase della liberalizzazione assoluta, possiamo pensare ora ad un vincolo corretto dal diverso avviso delle parti sociali. Il governo ha nuovamente l’opportunità di rispettare l’autonomia collettiva. Nel caso del decreto “dignità” questo rispetto si è prodotto nei fatti attraverso la immutata possibilità di adattamento della nuova disciplina attraverso accordi di prossimità. Anche nel caso dell’orario di lavoro qualunque scelta restrittiva dovrebbe, esplicitamente o implicitamente, consentire alle imprese e ai lavoratori, nei soli limiti del diritto comunitario, di realizzare intese con le quali contemperare le esigenze competitive con quelle inerenti la vita relazionale. Ogni soluzione centralistica e a taglia unica sarebbe antistorica.

Maurizio Sacconi

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Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ L’art. 8 è vivo e lotta insieme a noi!

Successivamente alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della legge di conversione del decreto “dignità”, Il Sole 24 Ore ha ospitato tre interventi di autorevoli rappresentanti dell’accademia, della professione forense e della consulenza del lavoro indicanti all’unisono la possibilità di adattare la nuova disciplina dei contratti a termine mediante accordi aziendali o territoriali in base all’art. 8 del DL 138/11 convertito in L. 148/11. Non è stata infatti casuale la sopravvivenza di questa norma “speciale” alle regolazioni di carattere generale prodottesi successivamente, dalla legge “Fornero” al d.lgs. 81/15, allo stesso decreto che ha reintrodotto alcune causali per i rapporti temporanei. Il legislatore è parso infatti consapevole della necessità di mantenere una valvola di sfogo per le situazioni meritevoli di una regolazione specifica. Una intesa è addirittura già stata sottoscritta dalle parti di un noto ente lirico sinfonico per spostare la data di entrata in vigore delle recentissime norme con lo scopo di salvaguardare i livelli occupazionali in un contesto in cui le nuove rigidità li avrebbero potuti compromettere. 

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Marchionne Selezione Stampa

Innovazione e conflitto, così Marchionne creò il miracolo Pomigliano

pubblicato su QN

Immagine ANSA

Ho incontrato Sergio Marchionnne per la prima volta con Roberto Maroni agli inizi del 2006. Egli aveva assunto la guida di Fiat da poco più di un anno e voleva realizzare un programma di razionalizzazione della forza lavoro del gruppo utilizzando anche una riedizione dei prepensionamenti. Noi avevamo da poco prodotto la riforma previdenziale per cui rispondemmo che non se ne parlava proprio. Pensai più tardi che egli, così estraneo alle nostre dinamiche politiche e sociali, poteva essere stato indotto a quella richiesta dai suoi collaboratori italiani secondo la migliore tradizione  delle ristrutturazioni senza conflitto anche se a carico del bilancio pubblico. Lo rividi  solo nell’aprile del 2010 in un incontro organizzato da quei due coraggiosi leader sindacali che sono stati Angeletti e Bonanni. L’approccio era radicalmente cambiato. Riteneva di avere un solido piano industriale per garantire nuovi prodotti a tutti gli stabilimenti con la sola eccezione di Termini Imerese. 

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Bollettino ADAPT Pensioni

Il mio canto libero/ Effetti disgregativi dal ricalcolo delle pensioni

da Bollettino Adapt

Risultati immagini per maurizio sacconi

L’ipotesi annunciata dal governo di ricalcolare retroattivamente le prestazioni previdenziali erogate anche da decenni merita una attenta considerazione. Gli effetti indotti potrebbero essere ben più diffusi rispetto alla platea dei diretti interessati. Già questa, peraltro, potrebbe allargarsi in misura significativa oltre le stime iniziali. Il primo annuncio fu riferito alle pensioni di importo superiore ai cinquemila euro netti. Con i successivi si è passati allo stesso importo ma “lordo” per poi giungere (per ora) ai quattromila euro lordi.

Siamo insomma già arrivati a comprendere in questa operazione le pensioni al di sotto dei tremila euro netti ed è nondimeno evidente che l’assunzione di principi equitativi non potrà che essere riferita a tutte le gestioni, a prescindere dalla loro sostenibilità. Se anche non lo proponesse il governo lo farebbe il Parlamento in una probabilissima rincorsa. Vi parteciperanno quindi tanto il pubblico impiego in tutte le sue articolazioni quanto le Casse Previdenziali private e privatizzate perché gestiscono previdenza primaria sostenuta da prelievi obbligatori.

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Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Otri vecchi e vino nuovo

Risultati immagini per sacconiLa nuova legislatura si è aperta con la pretesa del governo di garantire la stabilità del lavoro attraverso la penalizzazione dei contratti a termine, una rinnovata incentivazione di quelli a tempo indeterminato, la assistenza ai disoccupati mediante i centri pubblici per l’impiego, l’introduzione di un “reddito di attesa” rispetto all’intervento salvifico di questi ultimi. Emblematicamente, la parola apprendistato non è stata ancora pronunciata. Sembra di assistere ad un dibattito già conosciuto e tarato sulla presunzione di una economia tendenzialmente stabile e di una nazione omogenea. La stagione del job act ha evidenziato limiti oggettivi, come i dualismi territoriali, ma la reazione non può essere il ritorno ad un tempo precedente per ragioni che si riferiscono innanzitutto ai cambiamenti reali intervenuti. Eppure la scorsa legislatura si è conclusa con l’approvazione unanime di un Rapporto della Commissione Lavoro del Senato che segnalava le profonde trasformazioni avviatesi nella società con l’ingresso delle nuove tecnologie al punto da produrre un mercato del lavoro caratterizzato da transizioni professionali continue, ovvero da insicurezze immanenti in assenza di vere politiche per l’occupabilita’. A quel Rapporto è seguito il recente documento di Assolombarda che muove da analoghe considerazioni e giunge alle stesse conclusioni. 

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Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Il buon lavoratore e il buon datore di lavoro nelle PA

Nei giorni scorsi si è conclusa la ventottesima edizione del Forum PA, l’evento annuale dedicato ad una periodica osservazione e riflessione circa l’evoluzione delle pubbliche amministrazioni. L’incontro più partecipato, tra i moltissimi che si sono svolti, è stato quello dedicato al lavoro agile nella dimensione pubblica del quale si è detto insistentemente che non va confuso con il telelavoro né va costruito nel solo presupposto della migliore conciliazione tra tempi di lavoro e di vita. Mariano Corso, il docente del politecnico che da tempo monitora lo smartworking, ne ha parlato come del nuovo lavoro per risultati nel momento in cui l’organizzazione delle funzioni pubbliche può e deve radicalmente cambiare grazie alle tecnologie digitali. L’obiettivo del passaggio dalle prestazioni burocratiche, definite in base ai procedimenti e al vincolo spazio-temporale, al lavoro per fasi, cicli, obiettivi può concorrere ad accelerare il cambiamento. “Cittadinanza digitale”, smaterializzazione degli atti, servizi on line, interoperabilità e criterio ones only, big data sono gli elementi di una rivoluzione che ha già trasformato radicalmente gli istituti di credito da sempre ritenuti le attività profittevoli più simili alle amministrazioni pubbliche. 

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