Author Archives: Francesco Verbaro

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Dopo il Ptfp e il Pdp arriva il «Pola»: tanti piani, niente strategia

pubblicato su Il Sole 24 Ore del 14 luglio 2020

Il 2020 sarà ricordato come l’anno del lavoro agile nella Pa. Ma per non avere una (ulteriore) caduta della produttività e della qualità dei servizi, occorre che questo strumento di flessibilità venga introdotto sulla base di una conoscenza dell’amministrazione e di una moderna organizzazione del lavoro. La nuova normativa introdotta in conversione nel decreto 34/2020 prevede che le amministrazioni organizzino il lavoro e i servizi con la flessibilità dell’orario, rivedendone l’articolazione giornaliera e settimanale, introducendo modalità di interlocuzione programmata, anche attraverso soluzioni digitali e non in presenza, con l’utenza, applicando il lavoro agile in maniera semplificata al 50% del personale nelle attività che possono essere svolte in questa modalità fino a fine 2020. A regime le Pa redigono, sentiti i sindacati, il Piano organizzativo del lavoro agile (Pola), quale sezione del Piano della Performance. Si aggiunge, secondo una consolidata logica add on, un Piano in più. Pur apprezzando lo sforzo del legislatore, le Pa dovrebbero prima valutare bene quali strumenti di flessibilità hanno a disposizione e come, quando e quanto utilizzarli. Non esiste solo il lavoro agile e nel nostro caso le amministrazioni hanno di fatto adottato il telelavoro, quindi il Piano dovrebbe riguardare anche tale fattispecie; esso rischia di rivelarsi vuoto se serve solo a giustificare una percentuale elevata di personale collocato in lavoro agile; nessun riferimento alla pianificazione delle attività, alla strumentazione e alle competenze necessarie, a una gestione razionale delle postazioni di lavoro. Nella Pa manca la flessibilità per le rigidità contrattuali, la debolezza datoriale del dirigente pubblico e per i vincoli normativi, spesso introdotti come reazione al cattivo utilizzo di alcuni strumenti. Vedi i risultati disastrosi nei contratti flessibili e nella contrattazione integrativa. Correttamente il Pola è pensato come sezione del Piano della performance (PdP), ma rischia di finire sulla cattiva strada, data l’esperienza non sempre felice di questi Piani. I Piani della performance non misurano la produttività né tanto meno ambiscono a migliorarla. Certamente non riusciranno a illuminare i piani di lavoro agile. Anche i piani triennali dei fabbisogni di personale (Ptfp), collegati, dovrebbero essere impostati non come avviene oggi sulla base delle cessazioni da reintegrare, ma cercando di definire il personale necessario ad assicurare servizi in modo efficiente ed efficace con le migliori modalità di reclutamento. A voler essere buoni, almeno il 50% delle amministrazioni presenta questi documenti in notevole ritardo e con obiettivi poco rilevanti. Pianificare è importante se i documenti prodotti sono significativi, non meri adempimenti. I piani triennali dei fabbisogni di personale sono i soliti documenti asfittici e ragionieristici fondati sulle cessazioni, nonostante il Dlgs 75/2017 e le linee guida del 2018. I piani triennali della formazione sono stati di fatto cancellati, in un mondo dove non si fa altro che parlare di formazione continua. Ci sono poi i piani per la comunicazione, per la digitalizzazione, per la prevenzione della corruzione, di cui ricordiamo solo norme e scadenze. Intendiamoci, dovrebbero essere documenti scontati in un’organizzazione normale, ma nel pubblico sono imposti per legge anchecon qualche pseudosanzione, come il mancato pagamento della retribuzione di risultato a cui non crede ormai piùnessuno. Potrebbe essere il Pola l’occasione per mettere ordine alla cattiva programmazione delle amministrazioni? Forse prima di aggiungere l’ennesimo Piano sarebbe stato meglio cercare di migliorare quelli già previsti.

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pubblica amministrazione pubblico impiego Selezione Stampa

Pubblica amministrazione: brusca retromarcia sull’autonomia

«Da alcuni anni assistiamo a un fenomeno che sta interessando molti enti e soggetti di natura privata che svolgono funzioni pubbliche o che esercitano attività di interesse pubblico. Soggetti come le società partecipate, i fondi interprofessionali o le casse di previdenza dei liberi professionisti sono state interessati da quel processo di “ripubblicizzazione” che negli ultimi anni ha riguardato tutti gli enti che hanno avuto un forte grado di autonomia e ai quali il legislatore ha delegato funzioni o attività pubbliche, soprattutto a partire dagli anni 90, non senza diffidenze e timori».

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Assunzioni e contratti pubblici: la fretta elettorale cancella la riforma

«Nelle sue intenzioni ufficiali, la riforma della Pa dovrebbe invertire i processi di reclutamento, in base al principio sacrosanto per cui prima si misurano i bisogni dell’organizzazione e poi si assume. Con le stabilizzazioni, però, arriva subito la prima eccezione, perché la corsa al posto fisso può partire prima della rilevazione dei fabbisogni. E anche nel rinnovo dei contratti la fretta rischia di accantonare gli obiettivi della legge Madia».

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pubblica amministrazione Smart working

Dal lavoro agile la chance di cambiare “dal basso”

Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore

lavoro precoce 3Anche nella Pa sembra arrivata l’ora di confrontarsi con la modernizzazione innovando nell’ambito nel quale più forte è stata la conservazione: l’organizzazione del lavoro. La delega Madia ha previsto che le amministrazioni adottino misure per la sperimentazione di nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa. La direttiva della presidenza del Consiglio sul tema ha ottenuto giovedì l’intesa degli enti territoriali. Dall’altro, il “Jobs Act sul lavoro autonomo” delinea i tratti essenziali del lavoro agile. Questo si caratterizza come una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività. Serve a incrementare la competitività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. E’ importante, quindi, non confondere lo smart working con il telelavoro, e non pensarlo come uno strumento per ridurre i costi.

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pubblica amministrazione

Dipendenti pubblici sempre più vecchi: che fare?

La pubblicazione dei dati dell’Aran, che elabora dati della Ragioneria generale dello Stato, permette di lanciare l’ennesimo allarme sul forte invecchiamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni. Alcuni dati: a lavorare nel settore pubblico e ad avere meno di trenta anni è solo il 2,7% dei lavoratori pubblici. Inoltre, dal 2001 al 2015 l’età media dei dipendenti pubblici è passata da 44,2 a 50,4 anni. Certamente il quadro è fortemente preoccupante, sia con riferimento a ciò che è accaduto negli ultimi dieci anni sia con riferimento a quanto accadrà nei prossimi dieci anni. Le proiezioni ci dicono infatti che nei prossimi dieci anni andrà in pensione circa 1mln di dipendenti pubblici.

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Dirigenza PA Riforma

La riforma della dirigenza PA

La riforma della dirigenza è un tema da addetti ai lavori ma è rilevante per il buon funzionamento della macchina amministrativa e per l’attuazione delle politiche pubbliche. La qualità dei servizi, la spesa dei fondi UE, l’efficienza e gli sprechi dipendono prevalentemente da una buona dirigenza, soprattutto da quella di vertice, e quindi dalle regole che la “governano”. È anche per questo che il legislatore e i governi periodicamente intervengono sulla normativa che disciplina lo status e il governo della dirigenza. Nel decennio 1998-2009 si contano almeno dieci interventi legislativi sulle norme relative agli incarichi dirigenziali, per non parlare delle sentenze della Corte Costituzionale in materia. In sintesi gli interventi si possono riassumere in due grandi filoni: il rafforzamento dell’accountability rispetto all’indirizzo politico; o il rafforzamento dell’indipendenza e imparzialità rispetto al ciclo elettorale. Il modello manageriale di derivazione anglosassone certamente ha supportato maggiormente il processo volto ad assicurare una maggiore rispondenza dell’azione amministrativa agli indirizzi politici, ma esso è stato introdotto in Italia, come è sempre capitato per altri “prestiti”, all’italiana. Nel caso specifico, in maniera debole e senza gli strumenti necessari, come la piena gestione delle risorse umane e finanziarie.

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Riforma PA

Una “riforma” è una strategia per ridisegnare e ripensare lo Stato

documentsIn Italia abbiamo adottato una riforma costituzionale, che verrà sottoposta a referendum confermativo (art. 138) ad ottobre, e al contempo una legge delega di riforma della PA (L. 124/2015), dalla quale dovrebbero discendere una serie di decreti legislativi che dovrebbero cambiare il volto della PA. Sembra quindi che il nostro Paese sia consapevole della necessità di ridisegnare e ripensare il ruolo del settore pubblico rispetto alle tante sfide presenti e future. Per valutare delle riforme che si ritengono necessarie, come quelle istituzionali e quella della PA, occorre partire da una diagnosi su cosa servirebbe avere e come raggiungere detto obiettivo.

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