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Convegno AMB – Popolo ed élite: come ricostruire la fiducia nelle competenze – 29 gennaio, Roma

Gentili Soci ed Amici, vi aspettiamo all’evento di presentazione del libro dell’Associazione Amici di Marco Biagi “Popolo ed Elité” a Roma, il 29 gennaio 2020 alle ore 17.30, presso la Sala Longhi di Unioncamere piazza Sallustio 21, con gli autori che hanno partecipato alla realizzazione della nostra ultima pubblicazione.

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Il mio canto libero/ Relativizzare l’orario misurando i risultati

pubblicato da Bollettino Adapt

Cambiano straordinariamente i modi di produrre e di lavorare ma rimangono uguali a se’ stessi i termini del dibattito politico e sindacale. Anzi, c’è un che di antico in molte delle proposte che vorrebbero tutelare il lavoro o aumentare la produttività nei nuovi contesti. Prevalgono così le piccole esigenze comunicazionali, la pigrizia intellettuale, l’astratta ideologia, il massimalismo verbale o la vuota affabulazione, la pochezza dei risultati. Da una parte e dall’altra. In questo scenario si iscrivono le recenti discussioni sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario che prescindono dall’elementare criterio dell’osservazione delle persone che lavorano nelle infinite sfaccettature che oggi offre la produzione di beni come di servizi e dalle potenzialità offerte dalla rivoluzione cognitiva. Vi è anzi una sorta di schizofrenia tra le analisi enfatiche sul salto tecnologico, sulle trasformazioni pervasivamente e geometricamente destinate a prodursi e la pretesa di ricondurre tutto a parametri tradizionali come l’orario. In questo ambiente si è da tempo sottolineata, al contrario, l’esigenza di cambiare i parametri e di utilizzare la contrattazione di prossimità per sperimentare nuovi modi con cui dare valore al lavoro e così rendere più competitiva la produzione. In particolare, il crescente superamento della dicotomia tra subordinazione e autonomia dovrebbe risolversi non nel terzo genere aggiuntivo della “autonomia subordinata” ma nella ricerca di modi con cui, progressivamente, relativizzare il tempo e il luogo di lavoro attraverso la condivisione tra le parti delle tecniche con cui misurare i risultati e gli incrementi di professionalità.  Solo uno scambio di questo genere, adattato alle diverse situazioni, può consentire passo dopo passo di liberare il lavoro dai mortificanti vincoli tradizionali e di esaltare invece la responsabile capacità delle persone. L’approccio, come dicevamo, non può essere che sperimentale e reversibile, senza schemi precostituiti e guardandosi, le parti, negli occhi. In un clima di condivisione e di fiducia non è difficile far contare gli esiti della produttività e delle competenze in luogo del controllo burocratico sul luogo e sul tempo del lavoro. Cio richiede un sindacato che si rinnova, investe nella formazione diffusa dei propri operatori o delegati, supera le tradizionali categorie che faticano a presidiare i perimetri contrattuali per lo sgretolamento dei vecchi confini della produzione. E richiede aziende nelle quali l’imprenditore e il management siano consapevoli che i collaboratori meritano tempo e fatica perché prevalgano la motivazione, la soddisfazione, la felicità nel lavoro attraverso il dialogo, l’attenzione personalizzata, l’investimento formativo, la misurazione condivisa dei parametri assunti per crescere insieme.

Analogamente, la riapertura della discussione su job act e art. 18 appare datata e meramente difensiva nelle posizioni delle parti. Chiariamo innanzitutto che la sanzione della reintegrazione è ancora possibile per il licenziamento illegittimo oltre che, ovviamente, per quello discriminatorio e perciò nullo. Partiti da una buona legge delega, i decreti delegati hanno definito un equilibrio discutibile tra la restrizione dei casi in cui è applicabile la reintegrazione e le nuove rigidità che ha subito prodotto o, negli atti successivi, indotto. Si salvano solo i rinvii alla contrattazione di ogni livello. Cosa diversa sarebbe l’avvio di una fase di intenso confronto sui modi con cui produrre finalmente elevati livelli di occupabilita’ in cambio di una norma europea sui licenziamenti. Il vero fallimento del job act è nella persistente carenza di politiche attive in mercati del lavoro ormai segnati da transizioni continue.  E per queste la soluzione non è certo nella tradizionale offerta formativa delle Regioni ma in quegli ecosistemi educativi territoriali che dovrebbero integrare imprese, apprendistato, scuola, università, istituti e centri di formazione professionale. Insomma, anche in questo caso, le risposte ai comprensibili bisogni di sicurezza devono essere nuove e sostanziali.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ 2020: il futuro prossimo del lavoro non è roseo

pubblicato su Bollettino ADAPT

Ciò va premesso, per quanto scetticamente,  nel momento in cui si vanno riproducendo in Italia paralleli fenomeni di diffidenza verso l’impresa profittevole e di favore per l’espansione della componente pubblica dell’economia. Il potere giudiziario si rivela spesso imponderabile, determina danni certi e immediati, alimenta incertezza. La percezione diffusa è che i normali criteri interpretativi delle norme vigenti, anche nel confronto infracomunitario, possono essere improvvisamente sovvertiti da iniziative giudiziarie temerarie le quali, ancorché provvisorie, sono irrimediabilmente devastanti. I reati tributari sono talora contestati in punta di diritto e determinano la propensione a concordare la sanzione solo per evitare le conseguenze su clienti e fornitori di una lunga incertezza, nonostante la soggettiva convinzione di innocenza. La combinazione di facili sequestri preventivi e di processi senza fine è inquietante. A ciò si aggiungono una ulteriore pressione fiscale di tipo “educativo” e disposizioni sulla responsabilità oggettiva dell’impresa che scoraggiano amministratori e investitori.  Non si sottovaluti lo scollamento ulteriore tra lo Stato unitario e le sue aree più vitali, ove il valore dell’impresa è invece largamente condiviso. Così come nel sempre più separato mezzogiorno la speranza di attrarre investimenti si riduce per la congiunzione tra inefficienze centrali e locali.

Si è concluso un anno difficile per le imprese e per il lavoro. Si è aperto un anno ancor più denso di preoccupazioni già in partenza. Alle ragioni di incertezza globale si aggiungono le fragilità interne. Ora è bene ricordare che il lavoro si produce ad opera di imprenditori che rischiano, investono, crescono. Certo, datori di lavoro possono essere anche lo Stato e le imprese possedute in tutto o in parte da azionisti pubblici. Nel primo caso, il dovere dell’efficienza e dell’efficacia, dovrebbe determinare l’occupazione strettamente necessaria per quantità e qualità a garantire le pubbliche finalità istituzionalmente assegnate. Ogni spreco è giustamente sottoposto a sorveglianza e responsabilità contabile. Nel caso delle aziende partecipate direttamente o indirettamente dallo Stato, le ragioni del contribuente e del risparmiatore dovrebbero prevalere su quelle di carattere meramente assistenziale.

L’obiettivo di “more and better jobs” confligge inesorabilmente con questo contesto. Si riducono le ore lavorate. Crescono i part timers involontari e i working poors. Le prestazioni lavorative sommerse riprendono a diffondersi nell’agricoltura e nei servizi. Molte attività artigianali e commerciali si marginalizzano fino a chiudere definitivamente. Il polmone dell’edilizia è reso sempre più asfittico dalla paralisi del mercato immobiliare e delle opere pubbliche. Le stesse medie imprese internazionalizzate contraggono fatturati ed occupazione per la minore domanda dei loro principali mercati. Aumenta la cassa integrazione. La fondamentale politica attiva degli investimenti formativi sconta le troppe carenze regionali mentre la maggiore spesa per la scuola si risolve prevalentemente nella stabilizzazione dei precari. L’università lamenta una grave insufficienza di risorse.

In questo quadro gli stessi incentivi (ben dieci!) non sembrano destinati a determinare assunzioni aggiuntive. Rappresentano certamente utili sopravvenienze attive per le imprese che avrebbero comunque assunto. E speriamo inducano qualche contratto di apprendistato di primo livello in più rispetto ai pochissimi praticati. O qualche donna in più occupata nel Mezzogiorno. O un maggiore reinserimento di cassaintegrati e disoccupati. Possono quindi spostare l’assunzione in favore di soggetti più fragili (tra i quali non dovrebbero essere i laureati eccellenti) ma, nel complesso, non faranno più lavoro perché non hanno la forza di crearlo.

Il futuro prossimo del lavoro non è quindi per nulla roseo perché non lo è quello dell’impresa.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Gino Giugni, riformista

Pubblicato su bollettino ADAPT

Gino Giugni, “padre” dello Statuto dei Lavoratori, è stato variamente ricordato in questi giorni in occasione del decennale dalla morte. Nella primavera del 1983 egli subì un attentato brigatista in quanto ritenuto una intelligenza professionale al servizio della composizione dei conflitti sociali. “Ragione” che fu alla base delle altre aggressioni terroristiche a figure esperte del lavoro con conseguenze, purtroppo, più tragiche. Craxi, segretario del Partito Socialista cui Giugni aveva da tempo aderito dopo le simpatie giovanili per il Partito d’Azione e per la socialdemocrazia di Saragat, decise di candidarlo per il collegio senatoriale di San Donà di Piave (Ve) nel voto anticipato che di lì a poco si svolse. Io ero entrato in Parlamento nel 1979 quale deputato del collegio che comprendeva le intere province di Venezia e di Treviso. E così mi candidavo in quello stesso anno per la rielezione anche nel territorio del Veneto Orientale. La comune amicizia con Gianni De Michelis ci fece conoscere stabilendo una intensa collaborazione umana e politica nei dieci anni successivi. Gino frequentava il collegio di elezione con l’intensità di un militante generoso ed umile, curando la rappresentanza degli interessi dei lavoratori delle fabbriche come dei piccoli imprenditori. Osservava compiaciuto la grande crescita economica e sociale di quell’area nella convinzione che il suo diritto del lavoro dovesse vivere nell’evoluzione delle relazioni collettive e individuali. Amava ricordare quanto gli disse Brodolini, prima dell’ultimo viaggio a Zurigo per la malattia, a proposito di uno Statuto che avrebbe dovuto rimanere ancorato ai “lavoratori” senza decadere a strumento dei “lavativi”. Raccontava di non avere amato certi irrigidimenti prodottisi nel compromesso parlamentare o nella interpretazione di certa giurisprudenza ideologizzata. Pur affermando la natura implicitamente dialettica del rapporto di lavoro, auspicava la soluzione dei conflitti attraverso gli strumenti della conciliazione e dell’arbitrato (tema del recente convegno dedicatogli da Aidlass) . Quando poi nel 1987 venne eletto anche nel collegio senatoriale di Conegliano, territorio di intense relazioni industriali maturate nelle fabbriche metalmeccaniche, volle fondare li un centro studi del lavoro dedicato alle nuove prospettive che si stavano aprendo con la caduta del comunismo e vi organizzo’ il primo incontro tra giuslavoristi dei vicini Paesi che avrebbero presto vissuto una veloce transizione all’economia di mercato. I suoi consigli si rivolgevano ad un impianto regolatorio semplice, fatto non di garanzie immutabili ma di sostegni alla duttile contrattazione, funzionale in primo luogo alla attrazione di investimenti e allo sviluppo d’impresa. Fu quindi insieme socialista e liberale ma soprattutto riformista nel metodo empirico che praticava. Nei prossimi mesi lo Statuto dei Lavoratori compirà 50 anni ed il migliore modo per capirne il significato più autentico, storicizzandolo, sarà la lettura di una bella intervista di Giugni al più giovane collega Pietro Ichino del 1993 nella quale affermava: “Potremmo dire che quanto piu la società migliora, e il diritto del lavoro consegue e consolida il suo obiettivo di riequilibrio tra le parti, tanto meno c’è bisogno del diritto del lavoro stesso”. Era un paradosso, una consapevole utopia, ma utile a spiegare il senso e l’adattivita’ di un diritto vivente.

Maurizio Sacconi


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Il mio canto libero/ Rapporto Pisa: la scuola italiana esalta e non corregge le differenze

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Il periodico ( triennale) rapporto Pisa dell’Ocse sulle capacità cognitive degli studenti italiani, confrontate con quelle di altri 79 Paesi, disegna i profondi divari interni tra territori, percorsi educativi, genere e censo. Se nelle aree più sviluppate queste capacità si collocano nella media, ben lontano da essa si posizionano quelle degli studenti svantaggiati per una o più delle ragioni indicate. Peggiorano addirittura rispetto al passato le competenze nella lettura e nelle scienze mentre rimangono costanti quelle relative alla matematica. E mentre le fonti informali della conoscenza tendono sempre più a prevalere su quelle formali, si riduce la capacità di analisi critica dei testi, di separazione dei fatti dalle opinioni, di identificazione del contenuto principale di uno scritto. Si tratta di una fotografia desolante del nostro sistema educativo che non riesce a garantire a tutti, in relazione alle vocazioni di ciascuno, la possibilità di accedere a competenze di tipo superiore mettendo sullo stesso piano tutti i percorsi di apprendimento. Basti considerare la particolare fragilità degli istituti e dei centri di formazione professionale. L’ascensore sociale non funziona soprattutto la’ ove ve ne è più bisogno, ovvero nella grande area del centro-sud che si allontana sempre più dai territori economicamente più dinamici. La scuola insomma non corregge ma esalta le differenze. Le prime reazioni di molti risolvono tutto nel sottofinanziamento del sistema educativo che pure merita investimenti più consistenti. Ma le ragioni a monte riguardano i vizi di autoreferenzialita’ corporativa presenti in molta parte del corpo docente, la persistente separazione con il mercato del lavoro, l’arretratezza dei contenuti e metodi della didattica, l’insufficiente collaborazione tra educatori e famiglie, l’assenza di quella formazione integrale di ciascuna persona, di tutte le persone, che si realizza riconoscendo e valorizzando i principi fondativi della nazione. La stessa discussione sulla autonomia regionale non si è sufficientemente concentrata sulla necessità di integrare i poteri in materia di istruzione e di lavoro affinché, nel contesto di una cornice unitaria, si realizzino quegli ecosistemi formativi territoriali che dovrebbero produrre effettive opportunità per tutti di apprendere lungo l’intero arco di vita conoscenze teoriche e pratiche, capacità oggettive e soggettive, in funzione della permanente occupabilita’. Eppure, proprio il successo educativo della provincia autonoma di Bolzano sta a dimostrare che dentro di noi esistono le buone pratiche da imitare, che non si tratta di costruire e inseguire modelli astratti ma più semplicemente di ripetere esperienze concrete. Certo, occorre mettere al centro le persone e conseguentemente sottoporre a valutazione la qualità delle singole istituzioni dell’offerta educativa, eliminare rendite e resistenze al cambiamento, assumere decisioni discontinue rispetto a ciò che non funziona da molto tempo. Solo in una nuova dimensione possono trovare risposte anche le legittime attese di una rivalutazione della funzione docente. La vera politica del lavoro, la vera politica per il mezzogiorno cominciano qui, nella scuola di cui si parla solo per le periodiche stabilizzazioni.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Produttività del lavoro: recuperare sud e piccole imprese

Pubblicato su Bollettino ADAPT

L’Istat ha diffuso nei giorni scorsi, nella assuefazione generale alle cattive notizie, le stime semestrali sulla produttività. La produttività viene considerata dall’istituto come il rapporto tra il valore aggiunto in volume e uno o più dei fattori produttivi impiegati per realizzarlo. Nel 2018, se il valore aggiunto dei beni e servizi market ha registrato una crescita in volume dell’ 1% rispetto al 2017, la produttività del lavoro, calcolata come valore aggiunto per ora lavorata, è diminuita dello 0,3%. Nel più ampio periodo 1995-2018 la produttività del lavoro è invece aumentata ad un tasso medio annuo del solo 0,4%, quale risultante di una crescita media dello 0,7% del valore aggiunto e dello 0,4% delle ore lavorate. Significativo è però il confronto con gli altri Paesi europei nello stesso arco temporale. Essa e’ risultatata decisamente inferiore alla media dell’Unione a 28 (1,6%), mentre i tassi di crescita in Germania (1,3%), Francia (1,4%) e Regno Unito (1,5%) sono risultati in linea con il dato europeo . La Spagna ha registrato un tasso di crescita più basso (0,6%) rispetto alla media europea ma più alto di quello dell’Italia.

Questo indicatore è naturalmente il risultato di una economia complessa nella quale coesistono territori con livelli di efficienza profondamente diversi e una moltitudine di piccole e piccolissime attività accanto ad un importante tessuto di medie e medio-grandi imprese. Le grandi imprese sono sostanzialmente venute meno con il trauma di tangentopoli e quel po’ che le assomiglia è tutt’ora messo in discussione più da vicende giudiziarie che dal mercato. Nella dimensione più strutturata il limite evidente è consistito nello scarsissimo collegamento tra salari e produttività indotto da contratti nazionali pesanti e invasivi, come hanno ripetutamente affermato le istituzioni europee e internazionali. È evidente poi la difficoltà delle piccole imprese di investire nella  innovazione tecnologica per la quale tuttavia occorrono contesti idonei ad accoglierla, a partire dalle risorse umane.  E’ quindi necessario verificare se i vigenti strumenti della politica del lavoro siano sufficientemente tarati sulle piccole attività produttive e sul  grande bacino del Mezzogiorno. Riflessione ancor più necessaria nel momento in cui si vorrebbe affiancare ad una legislazione già rigida e omologa anche una contrattazione collettiva nazionale cristallizzata erga omnes attraverso la ipotizzata legge sulla rappresentanza. Piccole imprese e Sud richiedono flessibilita’ contrattate in prossimità ed ecosistemi  educativi territoriali frutto della collaborazione tra imprese, università, scuole, enti di formazione. La cultura sindacale che ha principi ma è libera dall’astrazione ideologica, che muove dalla osservazione delle realtà e mette al centro della sua azione la persona, ha il compito di rifiutare ogni antistorico processo di centralizzazione per privilegiare la duttilità del negoziato e dell’iniziativa nei tanti diversi luoghi dell’economia italiana.  Mai come ora questa cultura e’ stata in sintonia con il tempo in cui vive.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Corte di cassazione: vietato vietare la legge con i contratti collettivi

pubblicato su Bollettino ADAPT

La Corte di Cassazione ha recentemente prodotto una sentenza con la quale ha stabilito che i contratti collettivi nazionali non possono vietare l’uso del contratto intermittente disciplinato inizialmente dalla legge Biagi e più recentemente dal Jobs Act. Il rinvio della legge agli accordi collettivi indica infatti solo la individuazione delle “esigenze” in base alle quali può essere utilizzato questo istituto ma non il “se”. Il legislatore, anzi, ha previsto tassativamente i casi in cui non vi si può ricorrere e la immediata operatività di questo tipo di rapporto di lavoro anche in assenza di una regolazione collettiva tra le parti. Si tratta di una decisione destinata a lasciare il segno anche oltre il caso specifico trattato e la stessa tipologia contrattuale cui si riferisce.

Nel complesso rapporto tra legge e contratto anche questa sentenza sembra ribadire la funzione adattiva ma non soppressiva della norma primaria da parte della contrattazione. In alcuni contratti nazionali invece è stato introdotto il divieto di regolare con un contratto “a chiamata”, che può essere anche a tempo indeterminato, le prestazioni impreviste o imprevedibili. Analoghi divieti hanno riguardato la somministrazione e perfino l’apprendistato per il conseguimento di una qualifica o diploma professionale. In compenso, molti accordi di prossimità hanno allargato le possibilità di impiego di questi contratti proprio in considerazione delle particolari esigenze aziendali e delle migliori opportunità per i lavoratori.

In molti casi si è consentita la evoluzione verso tutele maggiori di prestazioni occasionali prima definite in termini di minore qualità. Eppure le parti attraverso un accordo interconfederale avevano convenuto di non utilizzare proprio l’art. 8 sui poteri della contrattazione aziendale e territoriale. Ritorniamo sempre al punto più volte evidenziato. Perché inibire con decisioni centralizzate le possibilità di definire in prossimità soluzioni condivise?  L’approccio ideologico, l’omaggio ad astratti criteri ideali, la pretesa della taglia unica, frenano le attività di impresa e penalizzano il lavoro.

Nella nuova dimensione tecnologica la discontinuità può essere inevitabile e solo investendo, continuamente e ancor più nelle fasi di non lavoro, sulle competenze possiamo sviluppare l’autosufficienza delle persone. È ciò che accade con lo staff leasing, lungamente osteggiato nonostante si stia rivelando fonte di accrescimento delle esperienze e delle capacità del lavoratore in un quadro di continuità del reddito. Anche l’ipotesi di un premio pubblico al lavoro povero per ore lavorate, e quindi per reddito, appare più utile dei sussidi alla inattività. Soprattutto dal lavoro può generarsi altro e migliore lavoro.

Maurizio Sacconi

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Cene AMB

Paolo Feltrin: democrazie radicalizzate, uno sguardo sulla crisi in corso

Paolo Feltrin

Sono riprese le cene di approfondimento riservate ai nostri soci sui temi legati alla promozione della modernizzazione istituzionale e sociale attraverso il metodo delle riforme graduali, che trova espressione nella mission della nostra Associazione. La scorso 29 ottobre si è tenuta un’interessante serata con Paolo Feltrin, storico analista dei comportamenti elettorali, sulle democrazie radicalizzate, i cambiamenti nei sistemi di democrazia occidentale e uno sguardo di lungo periodo sulle crisi ad essi connesse che sono attualmente in corso. Potete trovare le slides della sua presentazione cliccando qui.

Le cene della nostra Associazione proseguono mercoledì 4 dicembre, con Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera e autore del recente libro “Il Muro che cadde due volte” (Solferino editore, 2019), dedicato ai grandi cambiamenti intervenuti nelle società occidentali dopo il 1989.

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Il mio canto libero/ Contratti oltre i vecchi inquadramenti

pubblicato su Bollettino ADAPT

La nuova stagione contrattuale si sta caratterizzando soprattutto per la volontà delle parti di superare i tradizionali assetti delle declaratorie professionali e degli inquadramenti che sono stati disegnati nel tempo della organizzazione verticale e seriale della produzione di beni come di servizi. La rivoluzione cognitiva ha già determinato straordinari cambiamenti nei modelli gestionali ed altri, largamente imprevedibili, si genereranno con progressione geometrica. Questi sono  destinati a mettere in discussione la stessa caratterizzazione rigida e predeterminata delle qualifiche professionali per cui la sola semplificazione in poche fasce a largo spettro può presto risultare inadatta a rappresentare la continua evoluzione delle capacità dei lavoratori e lo sviluppo orizzontale delle relazioni organizzative. Le parti dovranno quindi interrogarsi sui limiti impliciti di decisioni centralizzate e perciò omologhe perché il cambiamento potrebbe realizzarsi nelle diverse aziende con geometrie variabili. Qualunque soluzione del contratto nazionale dovrebbe quindi essere ritenuta per definizione cedevole rispetto alla auspicabile possibilità di accordi aziendali sui modi con cui accompagnare le trasformazioni organizzative con un adeguato investimento sulle competenze dei dipendenti e su idonee modalità di certificarle remunerando il loro incremento. Emblematica risulta, in particolare, la trattativa per il contratto relativo al settore bancario nel quale l’ingresso delle tecnologie digitali può essere accelerato addirittura dall’emergere di nuovi competitori come i grandi monopoli del web. A poco varrà considerare i grandi tagli già intervenuti nei livelli occupazionali se le parti non sapranno individuare gli strumenti con cui assecondare una rivoluzione appena iniziata e segnata da elevati livelli di concorrenza. Saranno le persone a fare la differenza e proprio per questo sarà necessario transitare dalle vecchie tutele, proprie dell’assetto fordista della banca tradizionale, a soluzioni di continuo empowerment di tutti i dipendenti. Si parla ora di tre fasce corrispondenti ai professional, agli specialisti e agli esecutivi. Sarebbe certo un passaggio importante rispetto alle attuali ben tredici figure professionali ma ogni residua rigidità sarebbe penalizzante in primo luogo per i lavoratori sol se si pensa al progressivo esaurimento delle attività esecutive e alla crescente confusione tra le altre due aree. Le stesse tradizionali funzioni direttive, nell’interesse di una vita lavorativa più lunga, dovranno essere ridisegnate in termini di flessibilità non solo orizzontale ma anche verticale perché la leadership dei team operativi o la missione possono frequentemente variare senza per questo determinare lo scarto di coloro che vengono sostituiti. In questo contesto è ovviamente destinata a cambiare la struttura della retribuzione. La recente rievocazione del “cottimo” a proposito di alcuni lavori poveri non può fermare l’inevitabile maggiore peso, oltre alla professionalità, dei risultati e delle conseguenti premialita’ nel momento in cui si relativizza il parametro dell’orario. Tutte cose che esaltano il dialogo tra le parti in termini di prossimità e la funzione del sindacato in termini di accompagnamento di ciascun lavoratore ad essere valorizzato nel cambiamento.

Maurizio Sacconi

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Pubblico impiego: rinnovo o novazione contrattuale?

Pubblicato su Bollettino ADAPT

La legge di Bilancio ha disposto un oneroso accantonamento per il rinnovo contrattuale dei pubblici dipendenti. Come al solito, le risorse sono giudicate insufficienti dalle organizzazioni sindacali e invero la probabile scelta di una spalmatura egualitaria (o quasi) su tutti darà luogo ad aumenti modesti che lasceranno insoddisfatte tanto le aspettative dei lavoratori quanto le esigenze di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche. Eppure, le nuove tecnologie digitali potrebbero determinare una profonda reingegnerizzazione non solo dei procedimenti (quale avrebbe dovuto produrre l’informatizzazione) ma delle stesse funzioni fondamentali dello Stato. Basta osservare la trasformazione delle banche tradizionalmente considerate come i modelli aziendali più prossimi alle strutture pubbliche. Certo, anche l’attuale governo ribadisce la volontà di una diffusa digitalizzazione degli enti e dei ministeri ma con modalità assolutamente separate dal coinvolgimento dei dipendenti pubblici che pure dovrebbero garantirne l’efficacia attraverso processi di vera formazione e adeguati incentivi retributivi. Ha senso quindi ripetere il tradizionale rito dei contratti nazionali di comparto o non sarebbe più utile un robusto ripensamento delle relazioni collettive di lavoro nello Stato? Nella dimensione centralizzata, che tutti considera uguali, sarebbe forse più opportuno un accordo cornice per tutti i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, dedicato a formulare i criteri generali del cambiamento, una nuova struttura della retribuzione, il diritto all’apprendimento ed il concreto avvio del tanto atteso welfare complementare già diffuso nel lavoro privato. La vera contrattazione dovrebbe invece realizzarsi nei singoli enti in modo da favorire lo scambio tra la condivisione dei nuovi assetti organizzativi, i corrispondenti inquadramenti dei lavoratori in poche aree funzionali, la garanzia di percorsi di professionalizzazione, gli aumenti salariali alimentati non solo dal fondo a bilancio ma anche dalle economie generate da risultati misurabili. È ben vero che in passato la contrattazione decentrata si è caratterizzata per accordi viziati dalla ricerca del facile consenso attraverso generose erogazioni che hanno incrementato il debito sommerso di molte amministrazioni. Oggi sono tuttavia disponibili strumenti idonei a controllare tanto i flussi finanziari secondo la tradizionale contabilità pubblica quanto la spesa per personale di ogni ente secondo i criteri della contabilità economica analitica per ciascun centro di costo. Ne soffrirà il vecchio egualitarismo “a prescindere” ma ne guadagnerà il circolo virtuoso della emulazione delle buone pratiche ed una autentica rivalutazione dei civil servants. D’altronde, ha senso immaginare distribuzioni a pioggia tanto nel servizio sanitario di una Regione efficiente quanto in quello ove gli amministratori insistono a non voler razionalizzare l’offerta ospedaliera per sviluppare i servizi territoriali e le organizzazioni sindacali rifiutano i corrispondenti processi di mobilità ? E, in ogni caso, la declinazione dei modi migliori con cui impiegare le nuove tecnologie ed attuare la correlata formazione si realizza solo in prossimità. Ovviamente, questo radicale cambiamento deve essere in primo luogo proposto dal buon datore di lavoro che troppo spesso nella dimensione pubblica è stato del tutto assente. Forse, più del burocratico mandato all’Aran, servirebbe in questo passaggio storico un negoziato direttamente gestito dal governo per produrre innovazioni radicali nel merito e nel metodo.

Maurizio Sacconi

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