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Pubblico impiego: rinnovo o novazione contrattuale?

Pubblicato su Bollettino ADAPT

La legge di Bilancio ha disposto un oneroso accantonamento per il rinnovo contrattuale dei pubblici dipendenti. Come al solito, le risorse sono giudicate insufficienti dalle organizzazioni sindacali e invero la probabile scelta di una spalmatura egualitaria (o quasi) su tutti darà luogo ad aumenti modesti che lasceranno insoddisfatte tanto le aspettative dei lavoratori quanto le esigenze di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche. Eppure, le nuove tecnologie digitali potrebbero determinare una profonda reingegnerizzazione non solo dei procedimenti (quale avrebbe dovuto produrre l’informatizzazione) ma delle stesse funzioni fondamentali dello Stato. Basta osservare la trasformazione delle banche tradizionalmente considerate come i modelli aziendali più prossimi alle strutture pubbliche. Certo, anche l’attuale governo ribadisce la volontà di una diffusa digitalizzazione degli enti e dei ministeri ma con modalità assolutamente separate dal coinvolgimento dei dipendenti pubblici che pure dovrebbero garantirne l’efficacia attraverso processi di vera formazione e adeguati incentivi retributivi. Ha senso quindi ripetere il tradizionale rito dei contratti nazionali di comparto o non sarebbe più utile un robusto ripensamento delle relazioni collettive di lavoro nello Stato? Nella dimensione centralizzata, che tutti considera uguali, sarebbe forse più opportuno un accordo cornice per tutti i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, dedicato a formulare i criteri generali del cambiamento, una nuova struttura della retribuzione, il diritto all’apprendimento ed il concreto avvio del tanto atteso welfare complementare già diffuso nel lavoro privato. La vera contrattazione dovrebbe invece realizzarsi nei singoli enti in modo da favorire lo scambio tra la condivisione dei nuovi assetti organizzativi, i corrispondenti inquadramenti dei lavoratori in poche aree funzionali, la garanzia di percorsi di professionalizzazione, gli aumenti salariali alimentati non solo dal fondo a bilancio ma anche dalle economie generate da risultati misurabili. È ben vero che in passato la contrattazione decentrata si è caratterizzata per accordi viziati dalla ricerca del facile consenso attraverso generose erogazioni che hanno incrementato il debito sommerso di molte amministrazioni. Oggi sono tuttavia disponibili strumenti idonei a controllare tanto i flussi finanziari secondo la tradizionale contabilità pubblica quanto la spesa per personale di ogni ente secondo i criteri della contabilità economica analitica per ciascun centro di costo. Ne soffrirà il vecchio egualitarismo “a prescindere” ma ne guadagnerà il circolo virtuoso della emulazione delle buone pratiche ed una autentica rivalutazione dei civil servants. D’altronde, ha senso immaginare distribuzioni a pioggia tanto nel servizio sanitario di una Regione efficiente quanto in quello ove gli amministratori insistono a non voler razionalizzare l’offerta ospedaliera per sviluppare i servizi territoriali e le organizzazioni sindacali rifiutano i corrispondenti processi di mobilità ? E, in ogni caso, la declinazione dei modi migliori con cui impiegare le nuove tecnologie ed attuare la correlata formazione si realizza solo in prossimità. Ovviamente, questo radicale cambiamento deve essere in primo luogo proposto dal buon datore di lavoro che troppo spesso nella dimensione pubblica è stato del tutto assente. Forse, più del burocratico mandato all’Aran, servirebbe in questo passaggio storico un negoziato direttamente gestito dal governo per produrre innovazioni radicali nel merito e nel metodo.

Maurizio Sacconi

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Cosa mi convince (e cosa no) del manifesto di Zamagni. Parla Sacconi

Pubblicato su FORMICHE.NET

Intervista all’ex ministro del Lavoro che sul manifesto di Politica Insieme dice: bene all’impegno dei cattolici in politica, ma non deve essere calato dall’alto. Cei e Vaticano? Non credo vogliano intervenire direttamente. Ruini? Aveva ragione sui cattolici in politica, ma erano altri tempi

Maurizio Sacconi, già senatore e ministro del Lavoro nel governo Berlusconi, ha letto da cima a fondo il manifesto di Politica Insieme per una forza di ispirazione cristiana sottoscritto, fra gli altri, dal presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali Stefano Zamagni. Parola di cattolico: l’impegno in politica, spiega a Formiche.net, è sempre un bene. Purché non si tratti di costruire un partito cattolico. Di questo, dice l’ex ministro accodandosi al cardinale Camillo Ruini, l’Italia oggi non ha bisogno.

Sacconi, le è piaciuto il manifesto di Politica Insieme?

Come hanno chiarito gli autori si tratta di un manifesto prepolitico. I principi sono condivisibili. Gli obiettivi anche. Soprattutto la constatazione che la rinascita italiana non possa seguire un processo top-down ma debba partire dal basso.

Perché è importante?

Un manifesto che si ispiri al cristianesimo non può che essere il contrario di qualunque progetto politico giacobino e centralista. I territori sono il luogo da cui tutto può ripartire.

Il documento rimette al centro la sussidiarietà orizzontale.

Sono d’accordo. La società viene prima dello Stato, gli preesiste, e contiene in sé una ricchezza ben superiore. Così come condivido anche il rimando alla sussidiarietà verticale. La ricchezza relazionale delle persone si traduce in famiglie, reti associative, imprese, anche perché quello italiano è un capitalismo popolare.

Che dire della proposta di una legge sulla rappresentanza dei corpi intermedi?

Qui leggo una seria contraddizione e una strana asimmetria. Così generici sui principi mentre bisognerebbe correggere la legge sul fine vita. Così precisi su una ipotesi legislativa che vuole sottoporre a regolazione pubblicistica i corpi sociali e che ha tutto l’aspetto di un progetto neo-corporativo. Vi si propone la decisione centrale degli organi legislativi attraverso la negoziazione con un oligopolio di associazioni che così divengono para-statali.

Soluzioni alternative?

Bisogna sviluppare ancor più l’idea di una società aperta. Sostenere le tante capacità di reazione dei singoli territori e non imbrigliarli attraverso la riconduzione di tutta la vitalità associativa a poche organizzazioni centrali autorizzate dallo Stato.

Nessun riferimento al federalismo. È una battaglia troppo politica?

È un tema con cui tutti oggi devono fare i conti perché è finito il tempo del fordismo e della omologazione. Si pensi all’integrazione tra istruzione, formazione e lavoro per cui le relative competenze, nel quadro di principi generali, dovrebbero tutte ricondursi alle Regioni così da costruire ecosistemi formativi coerenti con le capacità dei territori.

In un’intervista al Corriere della Sera il cardinale Camillo Ruini ha detto che non c’è bisogno di un nuovo partito cattolico. Ha ragione?

Condivido in pieno il pensiero del cardinal Ruini. Zamagni e promotori del manifesto parlano di un soggetto politico di ispirazione cristiana. Ma, da cristiano, io auspico che la cultura cristiana influenzi quanti più soggetti politici.

È ancora valida l’opzione Ruini? La diaspora dei cattolici nella politica italiana non ha aumentato la confusione?

La scelta che Ruini ha fatto quando era presidente della Cei ha consentito che la cultura cristiana fosse molto più influente rispetto ad oggi. Non è un dato irrilevante.

Insomma, oggi ha senso pubblicare questi manifesti?

I manifesti pre-politici sono utili purché siano coerenti e non si pieghino mai alla contingente convenienza politica.

L’operazione è attentamente seguita da Cei e Vaticano. Non è un rischio intervenire nella politica italiana?

Non credo vogliano farlo. Mi auguro piuttosto che, come ha fatto il cardinale Bassetti prima della sentenza della Corte costituzionale sul suicidio assistito, il pensiero cristiano sia sempre proposto con coerenza e autorevolezza ai decisori tutti.

Monsignor Mogavero è intervenuto sulla vicenda sostenendo che chi sposa la linea di Salvini sull’immigrazione non può dirsi cristiano. Condivide?

La vita, la famiglia, la libertà educativa sono principi non negoziabili per un cristiano. Le politiche sociali hanno un riferimento nella dottrina sociale della Chiesa ma nel concreto è opinabile il modo di realizzarle tenendo conto delle effettive possibilità di integrazione tra chi accoglie e chi chiede di essere accolto.

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Il mio canto libero/ Manifesto Zamagni: molti buoni obiettivi e una contraddizione, ma importante.

pubblicato su Bollettino ADAPT

Il Manifesto per la costruzione di un soggetto politico “nuovo” d’ispirazione cristiana e popolare, che ha in Stefano Zamagni il suo più autorevole promotore, diffida della finanziarizzazione esasperata dell’economia, frutto di presunzioni iper-razionali, e assume quale obiettivo primario “il lavoro per tutti”. Non si tratta di una utopia se la “tras-formazione” del nostro sistema politico, istituzionale ed economico muove dalla centralità della persona in se’ e nelle sue proiezioni relazionali a partire dalla famiglia che nella “eccezione italiana” ha sempre rappresentato la fondamentale cellula della società, l’ambito naturale della crescita demografica e la fonte dello stesso sviluppo capitalistico di tipo popolare. Non a caso il Manifesto parla di un modello di ordine sociale fondato su Stato, Mercato e Comunità in cui “i corpi intermedi siano valorizzati per le loro specificità”. E, ancora, vi si parla di “un’economia civile di mercato” che antepone la società allo Stato al punto che al tradizionale Welfare State si contrappone il modello del “welfare di comunità”. Il Manifesto sembra rifiutare il pensiero dominante, che vorrebbe il superamento delle piccole imprese per la loro presunta intrinseca inefficienza, riproponendo la possibilità di accompagnarle nei processi di innovazione e internazionalizzazione. In questo modo il baricentro della “tras-formazione” dovrebbero quindi essere i territori in quanto luoghi vitali per lo sviluppo delle reti d’impresa, per la creazione di ecosistemi formativi, per la stessa ricostruzione del tessuto istituzionale così da superare anche il crescente divario tra aree forti e aree deboli. Lo Stato è necessario in quanto capacitatore delle comunità come le famiglie, le imprese, le associazioni locali. Siamo alla giusta negazione di ogni giacobinismo e dei conseguenti approcci top down. Perché allora cadere poi, improvvisamente, nella proposta di una legge sulla funzione di rappresentanza dei corpi intermedi nazionali tanto cara a coloro che vogliono imbrigliare la vitalità sociale diffusa irrigidendola nelle associazioni di Stato? Qui appare un salto logico di tipo politicista come se si volessero soddisfare i nostalgici dell’egualitarismo centralista e le organizzazioni così indebolite da cercare legittimazione nella protezione della legge. Non a caso questa ipotesi suscita la diffidenza di associazioni di ispirazione cristiana come la Cisl che ha sempre anteposto la fonte pattizia a quella legislativa e difeso la valenza delle relazioni di prossimità. E nei territori la rappresentatività dei corpi sociali si afferma naturalmente attraverso la maggioranza nelle assemblee dei lavoratori in azienda o mediante l’interesse oggettivo delle parti al mutuo riconoscimento del rispettivo insediamento. Attrarre nella dimensione pubblicistica le associazioni rappresentative significa insomma negare le premesse della sussidiarietà orizzontale e verticale nonché l’idea stessa di una società aperta. Il cambiamento a misura di ciascuna persona, di tutte le persone, dovrebbe generarsi dal basso attraverso il risveglio dei principi della tradizione così ancora innervati nel popolo e non dall’alto attraverso antistorici modelli neo-corporativi.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Collaborazioni etero-organizzate e tecniche di tutela

Bollettino ADAPT

La nuova disciplina delle collaborazioni, quale definita dal Senato nell’ambito del cosiddetto “dl imprese”, conduce a piena espressione il germe della “etero-organizzazione” già contenuto nel dlgs 81/15. Si sottopongono così alle tutele della subordinazione (quali esattamente?) tutte le collaborazioni realizzate con apporto non più “esclusivamente” ma “prevalentemente” personale (quindi anche con mezzi propri) in quanto genericamente organizzate dal committente. Ovviamente non vi è prestazione che non sia organizzata latu sensu da colui che la richiede. Rimangono le eccezioni della norma del 2015 e quindi, soprattutto, quelle relative alle professioni ordinistiche e quelle definite da accordi collettivi nazionali.

Si riapre così la discussione (e l’incertezza) sulla regolazione dei rapporti di lavoro che si sperava accantonata per concentrare l’attenzione sui modi con cui promuovere la occupabilità delle persone nel tempo della grande trasformazione del lavoro. Come detto, è stato il jobs act a riproporre l’idea che la tutela del lavoro debba coincidere con l’impianto connesso alla subordinazione anche quando la prestazione è interamente a risultato. E quindi, in particolare, retribuzione oraria secondo i contratti collettivi, pause feriali obbligate, applicazione di tutto il testo unico sulla salute e sicurezza e (forse) la disciplina di fine rapporto. D’altronde, sempre il jobs act aveva cancellato i contratti a progetto facendo sopravvivere (e rivivere) le generiche collaborazioni.

Marco Biagi, come è stato più volte ricordato, aveva elaborato i contratti a progetto come risposta ad una domanda di maggiore controllo delle collaborazioni sregolate esplose nella seconda metà degli anni ‘90, con il disegno di riequilibrare poi le tutele (e i costi) tra queste e il lavoro subordinato nel nuovo Statuto dei Lavori.

A questo punto, si tratta da un lato di immaginare tutte le possibilità offerte dalla contrattazione anche quando realizzata tra associazioni di lavoratori genuinamente autonomi e associazioni di committenti. E, dall’altro, di costruire un sistema di tutele idonee ai lavori che prescindono dal vincolo spazio-temporale. Ci dovrebbe guidare l’obiettivo di capacitare ogni persona, tutte le persone, in modo che il contraente non sia “debole”.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Manovra depressiva o espansiva?

pubblicato su Bollettino ADAPT


Giustamente gli analisti cercano di comprendere in che misura la manovra economica del nuovo governo si rivelerà effettivamente espansiva e, come tale, anticiclica. Recentemente Mario Draghi, lasciando la guida della BCE, ha invitato i Paesi dell’Unione a sostenere la crescita attraverso gli strumenti di bilancio anche se contestualmente ha esortato gli indebitati a tenere i conti in ordine. La Commissione peraltro appare ora più consapevole delle esigenze di coesione sociale interna a ciascuna nazione dopo l’autocritica sulla gestione della crisi in Grecia e le forti pressioni elettorali ostili alla burocrazia europea.

L’Italia si trova quindi a dover ottemperare a tutte e tre le esigenze: crescita, stabilità, coesione sociale. E a farlo senza le tradizionali fasi in successione cronologica perché la diffidenza sulle promesse future è già elevata. Dato per scontato un pur flessibile vincolo in termini di disavanzo, si tratterà di analizzare non solo il rapporto tra spesa corrente e spesa in conto capitale ma anche la composizione della stessa spesa corrente. Questa potrebbe essere produttiva se concentrata sull’incremento demografico e sull’educazione. O assistenziale, se rivolta prevalentemente a sostenere la povertà, le pensioni, gli stipendi del pubblico impiego e lo stesso salario dei lavoratori del settore privato ove non collegata alla maggiore inclusione, efficienza e produttività. Il reddito di cittadinanza merita correzioni perché non produca lo scoraggiamento del lavoro.

Nel lavoro pubblico sarebbe opportuna una riflessione sui contratti nazionali di settore perché solo nei singoli enti o aziende si possono realizzare scambi virtuosi favoriti dalla rivoluzione cognitiva. La riduzione del cuneo fiscale può essere indifferenziata o rivolta a premiare gli accordi aziendali e l’apprendistato. Si, perché solo un differenziale tributario e contributivo potrebbe incoraggiare i contratti collettivi di prossimità dedicati a migliorare la partecipazione dei lavoratori all’uso delle nuove tecnologie e i contratti a causa mista per l’ingresso dei giovani nella produzione. Quanto poi agli investimenti, a nulla servirebbero i maggiori accantonamenti se non vi sarà contestualmente la revisione delle regole sugli appalti.

Infine, la pressione tributaria potrebbe crescere per effetto della lotta all’evasione ma questa, certamente necessaria, avrà senso se non sarà molesta sulle micro imprese e se alimenterà un fondo per finanziare la contestuale riduzione delle aliquote sulle imprese e sul lavoro. Insomma, nulla è ancora scontato ma le premesse non sono incoraggianti.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Neet: azioni urgenti per alternanza e apprendistato

pubblicato su Bollettino Adapt

Vale la pena ritornare sul fenomeno dei Neet, i giovani che non studiano, non lavorano e nemmeno seguono un percorso formativo, nel momento in cui Unicef Italia certifica il nostro triste primato. Perfino sulla Grecia. In questo dato statistico si concentrano molti dei fattori che spiegano il declino italiano. In primo luogo, tanta esclusione dalla società attiva risulta ancor più odiosa se confrontata con la progressiva riduzione delle coorti giovanili a causa del rattrappimento demografico. Gia’ pochi, i nostri giovani appaiono così significativamente “scartati” dall’insuccesso di molte politiche pubbliche. La prima causa appare riconducibile al nostro disastro educativo, quale si è prodotto a partire dagli infausti anni ‘70 le cui ideologie hanno depositato corporativismo e separazione con il lavoro. È insufficiente il numero dei laureati ma, secondo la ricerca, vi sarebbe tra i Neet anche un 11% di giovani con un titolo di laurea a dimostrazione della dequalificazione di tanti percorsi universitari. D’altronde, basta pensare al modo autoreferenziale con cui sono stati applicati i nuovi moduli introdotti dalla riforma Berlinguer con lo scopo (sic) di anticipare l’incontro con il mercato del lavoro. Per non parlare della liceizzazione delle scuole secondarie e della loro faticosa apertura al dialogo con le imprese. Il successo, al contrario, degli ITS (pochi) è la controprova più evidente degli errori compiuti. Se poi consideriamo il profondo divario territoriale e le percentuali record di esclusi nelle Regioni del Mezzogiorno, appaiono ancor più angoscianti non solo il presente ma anche le prospettive. L’ennesima statistica negativa serva a riproporre almeno due azioni. Da un lato il ripristino di un maggiore numero di ore dedicate alla alternanza scuola-lavoro. È dei giorni scorsi la sottoscrizione di un buon accordo tra Federmeccanica e Regione Toscana per il potenziamento dei percorsi trasversali e di orientamento negli istituti tecnici e professionali. La Regione finanzierà progetti dedicati a recuperare le 200 ore di alternanza che sono state tagliate, riportando a 400 ore il monte complessivo per l’integrazione tra apprendimento teorico e pratico. Federmeccanica è l’organizzazione imprenditoriale che aveva promosso una petizione popolare a questo scopo. La seconda iniziativa dovrebbe riguardare l’apprendistato. Ne hanno parlato tanto il presidente del Consiglio quanto il ministro del lavoro. Sarebbe sufficiente che il governo non proseguisse la politica di “cannibalizzazione” di questo istituto attraverso gli incentivi ai contratti permanenti. Le tre tipologie di apprendistato meritano sempre un trattamento privilegiato nei rapporti di lavoro dei giovani perché virtuosamente consentono di recuperare l’abbandono precoce degli studi, di integrare anche successivamente i percorsi esclusivamente teorici, di accompagnare al lavoro percorsi di ricerca e di alta formazione. Gia queste scelte, tutto sommato facili, darebbero un significativo contributo positivo. In attesa che qualcuno abbia il coraggio di aggredire le corporazioni del nostro sistema educativo.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Legge sulla rappresentanza: strumento rigido di guida nei tornanti della storia

pubblicato su Bollettino Adapt

Quali sfide impegneranno imprenditori e lavoratori nei tornanti della storia che dovranno percorrere? E quali utilità dovranno attendersi dalle rispettive organizzazioni di rappresentanza? È in relazione a questi quesiti che sarà necessario verificare l’ipotesi di interventi legislativi sulle relazioni collettive di lavoro. È infatti evidente che la rivoluzione tecnologica e il processo di globalizzazione richiedono regole nuove per tutelare le persone nel momento in cui molti lavori sin qui conosciuti vengono distrutti dalla grande trasformazione ed altri lavori, per lo più sconosciuti, potrebbero prodursi con problematiche nuove. L’insicurezza determina inevitabilmente una domanda di più Stato e meno mercato anche se nella dimensione sovranazionale i tradizionali organismi multilaterali pubblici appaiono impotenti rispetto a monopoli e concorrenti sleali. Il che determina la propensione interna a dazi e regolazioni minute anche se queste ultime sono eluse proprio dall’assenza o dalla pochezza di regole nei Paesi concorrenti. Ma queste regolazioni risultano ineffettive nella stessa dimensione nazionale perché l’evoluzione è continua, multiforme, veloce, imprevedibile. Il legislatore la insegue ma non la raggiunge mai. Di qui l’opportunità del primato del contratto, in quanto strumento duttile  e agile, appoggiato su un pavimento di regole inderogabili. Con privilegio per gli accordi più prossimi data la maggiore capacità di reciproco adattamento tra parti certamente rappresentative o direttamente autorappresentesi. Quindi lo stesso contratto sempre meno può assumere il contenuto di regole rigide ed uniformi sull’intero territorio nazionale a scapito, prima di tutto, delle grandi aree arretrate. I salari non possono che correlarsi sempre più agli incrementi soggettivi di professionalità e oggettivi di produttività in ciascun contesto aziendale. Gli inquadramenti si devono adattare alle diverse caratteristiche d’impresa e consentire dinamiche declaratorie delle competenze. La stessa sicurezza, per essere effettiva, dati alcuni principi e doveri fondamentali, si deve tradurre in tanta vera formazione-informazione inserita nella specifica situazione lavorativa. La salute richiede prevenzione olistica nei luoghi di lavoro. Ciò lungamente premesso, possiamo concludere che il nostro grande problema sia la tutela pubblicistica dei contratti nazionali al punto da dare ad alcuni di essi la forza di legge? Possiamo attribuire al legislatore la capacità di definire i settori produttivi mentre le attività economiche diventano sempre più trasversali?  E possiamo, anche in relazione al principio costituzionale di libertà sindacale, stabilire per legge un oligopolio della rappresentanza, abilitato a dettare regole per tutti quando, pur sommate, le organizzazioni sociali rappresentano nemmeno un terzo del totale dei lavoratori e delle imprese? Alla “statalizzazione” sembrano interessate solo quelle ideologizzate che cercano l’ennesima via per l’egualitarismo nel lavoro  e quelle che hanno perduto credibilità. D’altronde, non mancano gli strumenti amministrativi per contrastare le vere pratiche di dumping senza confondere con queste tutti gli accordi non sottoscritti dai più rappresentativi. Così come un salario di legge al livello degli attuali minimi contrattuali può rappresentare una utile base inderogabile. Sapendo peraltro che i working poors sono la conseguenza di lavori parziali involontari (cresciuti con lo sviluppo dei servizi) e che i più esposti alla sottoremunerazione sono i lavoratori indipendenti, mentre la vera patologia per quelli dipendenti rimane il sommerso. Insomma, l’evoluzione dei corpi sociali, la loro maggiore capacità di governare il cambiamento non si risolvono con la autorità che viene dalla legge ma con la autorevolezza che viene dalla maggiore efficacia dei risultati, a loro volta frutto di comportamenti ancor più liberi e responsabili. Se poi vi sono in alcuni vizi di autoreferenzialita’, la protezione della legge non farebbe che esaltarli.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Riders: sulla effettività delle tutele per salute e sicurezza

Pubblicato su Bollettino ADAPT

Meritano ulteriori considerazioni i profili della salute e sicurezza dei riders che offrono le loro prestazioni in base alle chiamate delle piattaforme digitali, a loro volta determinate da algoritmi suscettibili di continue evoluzioni. Tanto la giurisprudenza,  nelle pur poche sentenze prodotte, quanto il governo con il suo ddl sembrano opportunamente separare la qualificazione del rapporto di lavoro dalla tradizionale connessione con le diverse tutele stabilite dal d.lgs. 81/08 per lavoratori autonomi e subordinati. Facendo leva sul d.lgs. 81/15 si applicano alle collaborazioni organizzate dal committente, secondo il ddl governativo anche attraverso piattaforme digitali, le tutele proprie della subordinazione di cui al Testo Unico in materia di salute e sicurezza. Può sembrare tanto sotto il profilo degli obblighi del datore di lavoro ( vigilanza sui “luoghi” di lavoro) ma può in realtà risultare poco sotto il profilo delle effettive tutele di questi lavoratori. Un po’ come è accaduto con la disciplina del lavoro agile quando il legislatore pensò di risolvere tutto con la necessaria qualificazione della subordinazione senza porsi il problema del come tutelare efficacemente chi realizza la propria prestazione al di fuori dell’ambiente di lavoro. Nel caso dei riders dovrebbero preoccupare, in particolare, eventuali algoritmi che privilegiano la disponibilità alla maggiore quantità (senza limiti) di prestazioni, la sbrigativa o formalistica formazione-informazione prevenzionistica, la inidoneità iniziale o sopravvenuta dei lavoratori all’uso insistito di determinati mezzi come la tradizionale bicicletta. A quest’ultimo proposito, dovrebbe essere innanzitutto realizzata la visita medica preventiva in fase preassuntiva (introdotta dalle correzioni al TU del 2009) per circoscrivere correttamente, in base anche a protocolli socialmente responsabili, la platea di coloro che appaiono idonei a svolgere quella mansione lavorativa e, successivamente all’assunzione, può essere introdotto l’obbligo di una più ampia sorveglianza sanitaria (olistica), comprensiva della informazione sui corretti stili di vita e di essenziali attività di periodico screening. Gli stessi algoritmi dovrebbero essere trasparenti almeno per la parte relativa all’ordine delle chiamate così da favorire una equa distribuzione delle prestazioni tra i potenziali partecipanti e da evitare pericolose concentrazioni. Ne risulterebbe una configurazione più sostenibile della platea stessa dei prestatori fondata sulla loro migliore tutela in termini di salute e di sicurezza. Così come sarebbero ancor più doverosamente sanzionabili i comportamenti patologici di coloro che cedono fraudolentemente la loro accettazione della prestazione a terzi non regolarmente inseriti in questa platea e come tali non tutelati.

Maurizio Sacconi

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Il mio canto libero/ Pericoli e insidie in una legge sulla rappresentatività sindacale

Il Presidente del Consiglio ha proposto nell’ambito delle sue comunicazioni al Parlamento una legge sulla rappresentatività delle organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori. Si tratterebbe di uno storico passaggio delle relazioni collettive di lavoro dalla duttile dimensione privatistica dei liberi accordi tra libere associazioni di fatto ad una rigida dimensione pubblicistica che evoca l’assetto corporativo di nota memoria. Ne sarebbero presupposto gli articoli 39 e 40 della Costituzione lungamente inattuati per concorde volontà degli stessi corpi sociali che hanno così voluto difendere la loro autonomia in una società aperta. Anche i documenti interconfederali (ora attuati attraverso l’intesa con INPS) sulla misurazione della rappresentatività relativa nell’ambito della popolazione sindacalizzata hanno avuto natura pattizia con lo scopo coerente di determinare comportamenti responsabili e consapevoli. La novità della attuazione legislativa della nostra Carta avrebbe invece l’inevitabile effetto di attrarre anche la regolazione della operatività interna ed esterna delle organizzazioni come dell’esercizio del diritto di sciopero.  Lo stesso concetto di rappresentatività dovrebbe a questo punto riferirsi all’intera platea di riferimento per categorie o, nel caso delle confederazioni, dell’universo dei lavoratori e delle imprese che si vogliono rappresentare. Si tratterebbe, quanto agli iscritti, di raccogliere non solo i dati offerti dalle deleghe rivolte all’istituto di previdenza ma anche, mediante autocertificazione sanzionata e controllata, delle adesioni “brevi manu” direttamente espresse alle associazioni come nel caso di molta parte dei dipendenti del terziario diffuso e degli imprenditori. La eventuale considerazione anche degli eletti nelle rappresentanze sindacali unitarie potrebbe al più condurre a sostituire in quelle aziende i dati degli iscritti con quelli più estesi della quota degli elettori che li hanno sostenuti. Il tutto richiederebbe la certificazione di un ente pubblico come l’INL. Così come un indicatore di rappresentatività, agevolmente acquisibile attraverso le imprese, sarebbero gli esiti degli scioperi in percentuale sul totale della popolazione interessata. È poi facile prevedere che una disciplina legislativa porterebbe anche l’ordinamento intersindacale nell’area già ampia del facile contenzioso proposto da chi volesse contestare la correttezza dei processi decisionali interni alle organizzazioni o la validità degli accordi in base alle soglie minime di consenso richieste. Vale la pena quindi riflettere su questo complessivo irrigidimento delle relazioni collettive di lavoro in un Paese che ha sempre registrato un equilibrio naturale, favorito dalla prassi giurisprudenziale. Si obietta che bisogna por mano agli effetti di dumping sociale prodotti da taluni accordi sottoscritti da organizzazioni poco rappresentative. In realtà non mancano gli strumenti amministrativi consentiti dalla legislazione vigente, come le circolari INL, e le possibilità di intese tra tutte le organizzazioni rappresentate nel Cnel per garantire un pavimento inderogabile di tutele a tutti i lavoratori. Perfino la sola definizione legislativa di un salario minimo, se collocato al livello delle prevalenti prassi contrattuali, non cambierebbe il nostro modello sussidiario. Cosa diversa sarebbe invece l’invocazione della legge per favorire il controllo centralizzato della contrattazione aziendale, interaziendale e territoriale, a partire dal caso Fiat-Fca. In tal caso, saremmo in presenza di una operazione ideologica egualitaria che vorrebbe riproporre l’omologazione delle imprese e dei lavoratori nel momento in cui la fine del fordismo e il salto tecnologico determinano originalità e differenze, nelle modalità di produzione e nelle esigenze delle persone, che richiedono soluzioni prossime e originali. Imporre a tutti lo stesso abito “romano” sarebbe antistorico.

Maurizio Sacconi

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Bollettino ADAPT

Il mio canto libero/ Infortuni in ambienti confinati: norme rigorose ma talora ineffettive.

Pubblicato su Bollettino Adapt

Nei giorni scorsi l’ennesimo infortunio mortale plurimo in un ambiente confinato (silos, cisterne, pozzi e simili) ha giustamente suscitato compassione e indignazione. Due lavoratori sono deceduti  con i loro due datori di lavoro. Tutti immigrati. Come al solito, l’informazione prevalente non è stata densa di notizie oltre i fatti nudi e crudi. Sarebbe stato utile ricordare che nell’agosto 2011, su proposta del Ministro del Lavoro e a seguito di molte vere e proprie stragi ( tra le quali quelle di Ravenna, Mineo, Molfetta, Sarroch, Capua, Emo di Adria, Messina ), fu prodotto il Decreto del Presidente della Repubblica (DpR n. 177/11) che ha introdotto misure di maggior tutela della salute e sicurezza dei lavoratori operanti in luoghi di lavoro nei quali vi siano rischi di sviluppo di sostanze altamente nocive o di gas. Il provvedimento dispone che in tali contesti possano operare unicamente imprese e lavoratori in possesso di competenze professionali e addestramento adeguati al rischio delle attività da realizzare, oltre che a conoscenza delle procedure di sicurezza da applicare. In particolare, le norme prevedono (anche per il datore di lavoro), in aggiunta agli obblighi generali di formazione, specifico addestramento periodicamente aggiornato, l’obbligo di dotazione di dispositivi di protezione individuale (es.: maschere protettive, imbracature di sicurezza, etc.) e di strumentazioni-attrezzature di lavoro (es.: rilevatori di gas, respiratori, etc.) idonee a prevenire i rischi. È necessaria la presenza di personale esperto, in percentuale non inferiore al 30% della forza lavoro, con esperienza almeno triennale in “ambienti confinati”. Il preposto, che sovrintende al gruppo di lavoro, deve avere in ogni caso tale esperienza in modo che alla formazione e all’addestramento il “capo-gruppo” affianchi l’esperienza maturata in concreto. Obbligatori infine il rispetto del DURC e l’applicazione delle regole della qualificazione nei confronti di qualunque soggetto della “filiera”, incluse le eventuali imprese subappaltatici. In caso di appalto, si deve garantire che, prima dell’accesso, tutti i lavoratori e il datore di lavoro siano puntualmente e dettagliatamente informati dal committente di tutti i rischi che possono essere presenti nell’area di lavoro (compresi quelli legati ai precedenti utilizzi). E’ previsto che tale attività debba essere svolta per un periodo sufficiente e adeguato allo scopo e, comunque, non inferiore ad un giorno. Il committente deve individuare un proprio rappresentante, adeguatamente addestrato ed edotto di tutti i rischi dell’ambiente in cui debba svolgersi l’attivita dell’impresa appaltatrice e vigilare conseguentemente. Durante tutte le fasi delle lavorazioni in ambienti sospetti di inquinamento o “confinati” deve essere adottata una procedura di lavoro specificamente diretta a eliminare o ridurre al minimo i rischi.

Come si è visto le norme sono puntigliose ma evidentemente inapplicate o solo formalisticamente applicate. Il Direttore dell’Inail ha in questi giorni ipotizzato che talora si faccia una formazione inutile i cui esiti concreti dovrebbero invece essere verificati con un metodo sostanziale. E l’attenzione dovrebbe essere ancor maggiore per i lavoratori immigrati che spesso non hanno adeguato background. Essi ci ricordano il repentino passaggio negli anni ‘60 di molti connazionali dalla terra alla fabbrica senza preparazione adeguata per cui registrammo il terribile picco degli infortuni mortali. In effetti l’empowerment delle persone al lavoro, imprenditori e lavoratori, risulta sempre più necessario. Si pensi ancor più al lavoro agile o ai lavori organizzati da piattaforme digitali. Ha senso chiedere un impossibile obbligo di vigilanza del datore di lavoro/committente su ambienti non prevedibili o non è meglio operare per soluzioni effettivamente prevenzionistiche come l’addestramento in situazione di compito (non formazione d’aula) e una vera sorveglianza sanitaria che spazi dall’educazione agli stili di vita fino agli screening periodici? Ciò non significa deresponsabilizzare l’impresa ma, al contrario, sollecitarla a organizzare vera sicurezza a partire dall’investimento formativo in modo che ciascuno sia più attrezzato a tutelarsi. 

Maurizio Sacconi

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